| Adelfia comune | |
|---|---|
| Localizzazione | |
| Stato | |
| Regione | |
| Città metropolitana | |
| Amministrazione | |
| Sindaco | Giuseppe Cosola (lista civica) dal 20-6-2016 (2º mandato dal 11-10-2021) |
| Data di istituzione | 8 novembre 1927 |
| Territorio | |
| Coordinate | 41°00′N 16°52′E |
| Altitudine | 154 m s.l.m. |
| Superficie | 33,81 km² |
| Abitanti | 16 324 (31-5-2026) |
| Densità | 482,82 ab./km² |
| Comuni confinanti | Acquaviva delle Fonti, Bari, Bitritto, Casamassima, Sannicandro di Bari, Valenzano |
| Altre informazioni | |
| Cod. postale | 70010 |
| Prefisso | 080 |
| Fuso orario | UTC+1 |
| Codice ISTAT | 072002 |
| Cod. catastale | A055 |
| Targa | BA |
| Cl. sismica | zona 3 (sismicità bassa) |
| Cl. climatica | zona D, 1 402 GG |
| Nome abitanti | adelfiesi |
| Patrono |
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| Giorno festivo |
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| Cartografia | |
| Sito istituzionale | |
Adelfia è un comune italiano di 16 324 abitanti della città metropolitana di Bari in Puglia. Fu istituito nel 1927 dalla fusione dei comuni di Canneto di Bari e Montrone. Per suggellarne l'unione, al nuovo comune fu posto il nome Adelfia, ossia "fratellanza" (dal greco adelphòs).

Adelfia è situata a ridosso dei primi pendii delle Murge centrali, a circa 13 km da Bari. Confina a ovest con Sannicandro, a nord con Bitritto, Bari e Valenzano, a est con Casamassima e a sud con Acquaviva delle Fonti. Il territorio comunale ha una superficie di 29 km², e raggiunge la sua altitudine massima di 231 m s.l.m. nei territori confinanti con Acquaviva, mentre raggiunge quella minima di 103 m s.l.m. nei territori confinanti con Bari. Il panorama dominante è composto da vigne, e anche da ulivi e mandorli, e roverelle verso l’interno.
Il clima di Adelfia è mediterraneo, con estati calde e secche e inverni moderatamente freddi, grazie alla lontananza dal mare e all’altitudine di bassa collina. Le precipitazioni sono abbondanti in inverno e primavera, con accumuli mensili di circa 60 - 65 mm; in autunno sono lievemente minori, e in estate sono molto scarse, con circa 30 mm mensili. La neve si verifica circa una volta l’anno. durante la calda estate si supera la temperatura di 40 gradi
Il territorio dell'attuale Adelfia fu sicuramente abitato in epoca preromana, come dimostrano gli antichi sepolcri rinvenuti, risalenti al VI-V secolo a.C. Il territorio fu inoltre attraversato da Goti, Bizantini, Longobardi, Franchi, Saraceni e Normanni, sebbene non siano rimaste testimonianze materiali che ne confermino il passaggio.
Secondo quanto scritto nel Settecento da don Cataldo de Nicolai, religioso appartenente alla famiglia marchesale di Canneto, Montrone sorse nel 982. Il commerciante bizantino Roni Sensech, in fuga da Bari sotto l'incalzare delle truppe longobarde di Ottone II, si stabilì su un'altura poco distante, particolarmente adatta al pascolo e al commercio del bestiame. Nacque così il villaggio di Mons Roni (o Monteroni).
Il primo nucleo abitato contava 31 persone, tra cui un sacerdote bizantino che dipinse una Natività in una grotta locale. Per volere di Marco, figlio di Roni, in corrispondenza di quella grotta fu edificata, nel 1086, la cappella della Madonna del Principio, successivamente consacrata dall'arcivescovo di Bari, Ursone.
A quel tempo, la popolazione contava circa 250 abitanti, numero che aumentò ulteriormente nel 1156 in seguito alla distruzione di Bari da parte di Guglielmo I il Malo, re di Sicilia.
Il 18 novembre 1167, il successore di Guglielmo I, re Guglielmo II il Buono, riconobbe Montrone come università (comune) e la concesse in feudo a un suo uomo fidato, Goffredo Tortomanni.
Il primo documento storico in cui vengono menzionati Canneto e Montrone è la bolla di papa Alessandro III del 28 giugno 1172, nella quale sono elencati i paesi sottoposti all'autorità di Rainaldo, arcivescovo di Bari: «…Monteronum, Lositum, Cannitum…».
Da questo momento è possibile ricostruire, con una certa approssimazione, la successione dei feudatari di Montrone. A Goffredo Tortomanni succedette il ravennate Pasquale (o Pascazio) de Palma, che ne aveva sposato la figlia Geronima.
Nel 1266, re Carlo I d'Angiò donò il feudo a un suo luogotenente, Rodolfo De Colant, giunto con lui dalla Francia per aiutarlo nella conquista del Regno di Sicilia. Nel 1276, il feudo fu assegnato a Sparano da Bari, come ricompensa per l'aiuto prestato contro Manfredi e Corradino di Svevia, pretendenti al trono siciliano.
Dopo la morte di Sparano, il 28 aprile 1294 re Carlo II d'Angiò investì suo figlio, già signore di Altamura, anche dei feudi di Montrone, Valenzano e Magliano. La famiglia di Sparano mantenne il possesso di Montrone fino al 1339, quando il feudo fu ceduto al nobile napoletano Gualtieri Galeoti.
Nel 1380, i successori di quest'ultimo vendettero il feudo al conte siciliano Gualtiero di Aspruch. Successivamente, re Carlo III ne revocò la concessione per assegnarlo al proprio aiutante di campo, Riezio Clignetti.
Nel 1390, Riezio vendette il possedimento al nobile barese Nicolò Dottula, che dotò il borgo di un castello con torre, nucleo dell'attuale palazzo marchesale. Nel 1417, il feudo fu venduto a Nicolò Fusco di Ravello, già signore di Valenzano, mentre nel 1423 Montrone divenne possedimento del nocerino Niccolò Offieri. Nel 1444, il Codice Diplomatico Barese documenta la vendita del feudo a un Guarino di Lecce.
Nel 1481, il feudo fu venduto a Giulio Antonio Acquaviva, duca di Atri e conte di Conversano, che pose Montrone sotto il controllo del figlio Andrea Matteo Acquaviva.
Secondo don Cataldo, gli Acquaviva erano sgraditi alla popolazione di Montrone, poiché intendevano «mettere in evidenza nuove consuetudini». Un guardiano del duca venne ucciso, presumibilmente dalla popolazione, tra Montrone e Rutigliano. In seguito a questi avvenimenti, nel 1519 gli Acquaviva decisero di vendere il feudo al napoletano Giambattista Galeoti, che ne assunse il controllo il 15 giugno dello stesso anno.
Una diversa ricostruzione è riportata dall'avvocato Pietro Natale, che, scrivendo nel 1801, indica come feudatario nel 1504 un certo Tommaso Paleologo il Greco. Secondo questa versione, il feudo gli sarebbe stato assegnato da Ferdinando II d'Aragona in seguito alla vittoria contro Luigi XII di Francia per il controllo del Regno di Napoli.
Gli Acquaviva, schieratisi a favore di Luigi di Francia, avrebbero quindi perso il feudo, per poi riacquistarlo e ottenere la conferma del possedimento da parte di Carlo V d'Asburgo. Successivamente, nel 1519, lo avrebbero rivenduto a Giambattista Galeoti, come riportato anche nella precedente ricostruzione.

Don Cataldo esprime un giudizio positivo sull'operato di Giambattista Galeoti, poiché fu il primo feudatario a stabilire la propria dimora a Montrone e realizzò, a proprie spese, una serie di opere pubbliche a beneficio dei cittadini, che all'epoca erano circa 500.
Secondo la medesima fonte, i suoi successori, altrettanto graditi alla popolazione, mantennero il feudo fino al 1629, anno in cui questo fu venduto ad Aurelio Furietti, principe di Valenzano.
Pietro Natale, invece, sostiene che Galeoti aumentò le tasse imposte ai cittadini, dando inizio a un periodo particolarmente difficile, conclusosi nel 1617 con la vendita del feudo ad Antonia Gentile, vedova di Aurelio Furietti e madre di Francesco Furietti, principe di Valenzano.
In ogni caso, il feudo passò ai principi di Valenzano, che lo mantennero fino al 1696, quando fu venduto ad Alessandro Bianchi, appartenente alla famiglia bolognese De' Bianchi.
Alessandro de Bianchi fu barone di Montrone dal 1696 al 1699, anno della sua morte. Gli succedette il fratello Giovanni de Bianchi.
Nel 1706, dal registro dei battesimi risulta affittuario di Montrone il nobile napoletano Giacomo Capece-Zurlo, probabilmente mentre Giovanni conservava la titolarità del feudo.
Giovanni rimase barone fino al 1753, quando morì all'età di settant'anni. La baronia fu ereditata dal figlio Donato de Bianchi, che nel 1742 aveva fatto costruire un frantoio per accattivarsi il favore della popolazione.
Donato morì nel 1773, all'età di sessantotto anni, e gli succedette il figlio Luigi. Quest'ultimo aveva sposato Francesca Dottula, appartenente alla nobile famiglia barese dei Dottula, che tuttavia si stava estinguendo.
Per tale motivo, nel 1790, per volontà di Giordano Dottula, padre di Francesca, il barone Luigi de Bianchi aggiunse al proprio cognome quello dei Dottula, dando origine alla famiglia Bianchi Dottula. In segno di riconoscenza, gli fu inoltre conferito il titolo di marchese di Montrone.
Nel 1799, Montrone fu teatro di un episodio di violenza legato all'avanzata delle truppe francesi. Le forze di Napoleone avevano messo in fuga Ferdinando IV di Borbone, re di Napoli, e stavano procedendo alla sottomissione dell'Italia meridionale.
I cittadini di Montrone, tuttavia, erano rimasti fedeli al sovrano borbonico e mantenevano un atteggiamento ostile nei confronti delle truppe francesi. Per questo motivo, il generale Broussier, appartenente all'Armata di Napoli, inviò sul posto un'ambasciata composta da cinquecento soldati, con l'incarico di invitare i montronesi a non opporsi al passaggio delle truppe francesi, dirette a Rutigliano.
L'ambasciata giunse a Montrone il 5 aprile. Il comandante inviò in avanscoperta un trombettiere per annunciare l'intenzione delle truppe di attraversare pacificamente il territorio. Tuttavia, un uomo di nome Giuseppe Macchia sparò al trombettiere, uccidendolo e provocando la reazione dei francesi.
Per rappresaglia, le truppe uccisero 83 montronesi, tra cui il parroco Giovanni Battista Cacciapaglia, e saccheggiarono il palazzo marchesale dei Bianchi Dottula. All'interno dell'edificio si era asserragliato il luogotenente borbonico Giambattista De Cesari, che fu costretto alla fuga.
La confusione generale provocò inoltre una rissa tra cannetani e montronesi nelle campagne circostanti. Alcuni abitanti approfittarono della situazione per partecipare al saccheggio del palazzo marchesale; secondo alcune ricostruzioni, vi avrebbero preso parte più montronesi che soldati francesi.
Con il ritorno dei Borbone, fu innalzata una croce in memoria delle vittime dell'eccidio.
In seguito alla conquista francese, a Montrone iniziò a diffondersi tra i cittadini il desiderio di liberarsi di alcune tasse imposte dalla famiglia feudataria. La questione si risolse a favore della popolazione grazie agli sviluppi politici dell'epoca, poiché nel 1806 Giuseppe Bonaparte, re di Napoli, abolì la feudalità.
Da quel momento ebbe inizio lo sviluppo edilizio del paese al di fuori delle mura del borgo antico.
Tra il 1815 e il 1820, il territorio di Bari fu interessato dal brigantaggio, anche a opera di truppe logorate dalla guerra. In questa circostanza, il marchese Luigi de Bianchi Dottula figurò tra coloro che contribuirono maggiormente ad aiutare il comune di Bari, donando 1200 ducati.
Figlio dei marchesi Luigi e Francesca fu Giordano de Bianchi Dottula, che succedette al padre nel titolo marchesale dopo la sua morte, avvenuta nel 1821.
Giordano fu un letterato e politico italiano, noto per antonomasia come «Marchese di Montrone», e ricoprì anche l'incarico di intendente di Bari. Sebbene fosse apprezzato come autore di opere in prosa e per la sua attività amministrativa, è probabile che non godesse dello stesso favore presso la popolazione di Montrone in qualità di feudatario.
A testimonianza dei contrasti con la popolazione, nel 1848, appena due anni dopo la sua morte, ebbe luogo una controversia giudiziaria. Luigi Gaetani, suocero di Giordano, intentò una causa in qualità di tutore dei figli minorenni di quest'ultimo, Luigi e Francesco, che avevano ereditato i possedimenti marchesali.
La causa era rivolta contro nove cittadini, tra cui il parroco Beniamino Landriscina, ai quali veniva richiesto il risarcimento dei danni provocati dall'abbattimento, definito «clandestino e criminoso», del frantoio costruito da Donato Maria de Bianchi nel 1742.
Gli accusati, infatti, tra il 9 e l'11 aprile 1848 avevano distrutto il frantoio «per astio e per altre loro occulte ragioni». Essi sostenevano che l'edificio non appartenesse ai marchesi, bensì alla comunità, e che fosse stato ingiustamente usurpato dalla famiglia feudataria.
La conclusione della controversia non è nota, poiché Luigi Stangarone, che riporta la vicenda, non disponeva di documenti relativi al suo esito.
Dopo la morte di Giordano, la famiglia marchesale perse progressivamente importanza. Il figlio Luigi ereditò il titolo di marchese, ma non fu mai in grado di esercitare i propri poteri. Morì nel 1876.
Diversi abitanti di Montrone parteciparono alla prima guerra mondiale, perdendo la vita nel corso del conflitto. I loro nomi sono ricordati nel Monumento ai Caduti, situato in corso Umberto I.
Nel 1915 furono inaugurati nel paese l'acquedotto e l'illuminazione elettrica.
In epoca antica, il territorio di Canneto fu forse una frazione e una necropoli di Celia, corrispondente all'odierna Ceglie, importante città della Peucezia.
A sostegno di tale ipotesi vi sono i numerosi reperti ceramici rinvenuti nel territorio, oggi conservati nei musei di Bari e Taranto.

Secondo don Cataldo, Canneto nacque nell'XI secolo. Roberto il Guiscardo, duca di Puglia, condusse tra il 1067 e il 1071 una campagna militare finalizzata alla conquista di Bari, all'epoca sotto il controllo dell'Impero bizantino.
Poiché l'assedio si rivelò particolarmente difficile, il duca normanno dovette trovare un luogo in cui riparare il proprio esercito durante la stagione invernale. Ricordò allora un territorio attraversato durante l'avanzata verso Bari, caratterizzato dalla presenza di canne da zucchero.
I soldati normanni si accamparono quindi nelle campagne dell'odierna Canneto, dove costruirono 265 capanne per proteggersi dal freddo.
Due cavalieri, uno originario di Milano e l'altro di Messina, si interessarono al territorio, nel frattempo divenuto noto con il nome di Cannitum, per le sue caratteristiche favorevoli.
Completata la conquista di Bari, Roberto il Guiscardo concesse il luogo in feudo al cavaliere messinese Giosuè Galtieri, uno dei suoi uomini più fidati. Galtieri si stabilì nel territorio e sposò Beatrice Curcelli, originaria di Taranto.
Morì nel 1095, secondo il racconto «di dolore», poiché, a causa dell'età avanzata, non aveva potuto seguire Boemondo d'Altavilla, figlio del Guiscardo, nella prima crociata.
Lasciò due figli: il primogenito, Domenico, gli succedette come feudatario, mentre il secondogenito, Giovenale, intraprese la vita ecclesiastica e fece costruire a Canneto una chiesa dedicata a San Domenico.
Nel 1141, quando Canneto contava circa 100 abitanti, Stella Beatrice, figlia di Domenico Galtieri, sposò il nobile napoletano Alfonso Balbiano, che si trasferì nel borgo.
Appartenente a una famiglia facoltosa, Balbiano promosse fin da subito la costruzione di strade e di uno spiazzale. Nel 1146, secondo una consuetudine diffusa nei borghi della zona, fece edificare un'alta torre in stile normanno, destinata a segnalare agli altri centri abitati eventuali incursioni di ladri.
Fece inoltre scavare un corridoio sotterraneo che, partendo dalla torre, si estendeva in direzione di Acquaviva, allo scopo di consentire un'eventuale fuga senza essere visti.
La costruzione della torre fu ultimata nel 1153, lo stesso anno in cui Canneto venne riconosciuto come comune da Ruggero II, re di Sicilia.
Il 21 aprile 1169 morì Domenico Galtieri, lasciando come eredi Stella Beatrice e Alfonso Balbiano. Quest'ultimo fu riconosciuto come legittimo signore di Canneto da Guglielmo II il Buono nel 1176.
Nel 1185, Stella Beatrice si ammalò gravemente e Balbiano rivolse una preghiera alla Madonna affinché guarisse. Secondo il racconto, il giorno successivo alla Pasqua, Stella Beatrice «da morta si vide nuovamente in vita».
L'anno seguente, Alfonso Balbiano fece costruire, in segno di riconoscenza, la cappella della Madonna della Stella, nello stesso luogo in cui era stato sepolto Giosuè Galtieri.

La famiglia Balbiano mantenne il feudo di Canneto fino al 1431, quando Nicolò Balbiano lo vendette al napoletano Nicolò Antonio de Ofieri. L'anno successivo, Bernardo de Ofieri lo cedette a Giacomo Passarelli, anch'egli originario di Napoli.
Nel 1463, non avendo figli, Passarelli nominò proprio erede il nipote Giovanni Gerundi, che, al suo arrivo a Canneto, portò da Napoli un quadro raffigurante la Vergine Maria.
Nel 1473, Canneto contava 496 abitanti. Giovanni Gerundi ampliò il palazzo baronale, provvide alla pulizia della chiesa e fece fondere una nuova campana.
Nel 1478, il territorio di Canneto fu colpito dalla peste. Gerundi, devoto alla Vergine, fece costruire al di fuori delle mura del borgo la cappella di Maria Vergine di Costantinopoli.
Nel 1507, a Giovanni succedette Pietro Gerundi. Nel 1604 risulta barone di Canneto Alfonso Gerundi, seguito nel 1635 da Francesco Gerundi e, nel 1659, da un altro Alfonso Gerundi, che sposò Camilla Capece-Zurlo.
I Gerundi, detti anche Girondi, mantennero il feudo fino all'8 maggio 1719, quando Giangiuseppe Girondi lo vendette, per 7506 ducati, a Carlo De Nicolai, appartenente alla famiglia dei baroni di Basville.
Carlo De Nicolai divenne il primo marchese di Canneto. Al suo arrivo nel borgo trovò una popolazione demoralizzata, poiché da trent'anni i Girondi risiedevano a Napoli.
Carlo morì nel 1730 e gli succedette il figlio Domenico De Nicolai, fratello di don Cataldo, autore delle pergamene dalle quali provengono queste informazioni.
Alla morte di Domenico, nel 1758, gli succedette Francesco Paolo, che mantenne il feudo fino alla propria morte nel 1775. Gli subentrò Giambattista, che assunse il titolo di marchese l'anno successivo, nel 1776.
Nel 1799, Canneto non fu teatro di un eccidio paragonabile a quello verificatosi a Montrone. Si registrarono soltanto tre vittime, uccise mentre tentavano di fuggire impaurite.
Nel 1840 risulta marchese di Canneto Carlo de Nicolai.
Nel 1936, il carabiniere Vittoriano Cimmarrusti, originario di Canneto, prese parte alla guerra d'Etiopia, durante la quale perse la vita. Per le sue azioni gli fu conferita la medaglia d'oro al valor militare.
I comuni di Montrone e Canneto, situati a breve distanza l'uno dall'altro, mantennero la propria autonomia amministrativa fino al 29 settembre 1927, quando il decreto n. 1903, firmato da Vittorio Emanuele III e Benito Mussolini, ne sancì l'unione sotto il nome di «Adelfia», derivato dal greco Adelphos (Άδελφος), ossia «fratellanza».
Nonostante la vicinanza geografica, i due centri presentavano marcate differenze culturali e sociali, soprattutto per quanto riguardava le tradizioni e il dialetto. Per questo motivo, nei decenni successivi all'unificazione, la formazione di un'identità cittadina unitaria risultò difficoltosa.
Ancora oggi, le peculiarità storiche dei due antichi comuni si riflettono nella presenza di due feste patronali, una per Montrone e una per Canneto, di due chiese matrici, due centri storici, due scuole elementari, due scuole medie, due uffici postali e due cimiteri.
Una stele, situata nei pressi dell'attuale municipio di Adelfia, segnala gli antichi confini tra Canneto e Montrone.

Lo stemma e il gonfalone sono stati concessi con regio decreto di re Vittorio Emanuele III del 31 gennaio 1929. Lo stemma è dato dall'unione di quello delle due entità precedenti, con una croce su tre colline sormontata da due lune e due stelle per Montrone, e delle canne su una collina per Canneto.
Il gonfalone è un drappo troncato di giallo e di azzurro.
La bandiera è un drappo rettangolare troncato di giallo e di azzurro, caricato al centro dello stemma comunale, sormontato dalla denominazione istituzionale centrata in caratteri neri.

Il patrimonio architettonico di Adelfia vanta l’esistenza di due centri storici, per via dello sviluppo autonomo dei rioni Montrone e Canneto.
Abitanti censiti

A lungo l'emigrazione – prima oltreoceano, e poi verso il Nord Italia e altri paesi europei – ha determinato il saldo demografico di Adelfia. Ancora oggi il fenomeno dell’emigrazione è visibile nei più giovani; tuttavia recentemente Adelfia, grazie alla vicinanza con Bari, rispetto alla quale presenta un costo di vita più economico e una tranquillità maggiore, ha visto crescere la sua popolazione significativamente.
Al 1º gennaio 2025 gli stranieri residenti nel comune erano 537, pari al 3,27% della popolazione. Di seguito sono riportati i gruppi più consistenti:
La festa più importante di Adelfia è la venerazione di san Trifone martire, patrono di Montrone, che secondo la tradizione protesse il paese durante l'epidemia di peste del 1691, e scacciò un'invasione di cavallette (come mostra l’iconografia del santo, rappresentato con una cavalletta sulla lancia). Le reliquie di san Trifone vennero donate a Montrone dal vescovo di Cattaro, per mezzo del vescovo di Gallipoli.
La festa si celebra ogni anno, con i giorni principali che vanno dal 9 all'11 novembre. Fa convergere nella città molti turisti, provenienti da tutta Italia, anche per la gara di giochi pirotecnici che si verifica durante la festa. Sin dal primo giorno la “Bassa Musica di Adelfia”, localmente nota semplicemente come “Il Tamburo” (u Tammore in dialetto) percorre giorno e notte il centro abitato, suonando dei pezzi popolari, fra cui la "Marcia dell'asino" (Marcie du ciuccie).
La sera del 9 novembre, il quadro del santo viene portato in processione fino alla piazza di Montrone, e si procede al lancio di una mongolfiera. Dopodiché la serata si anima con concerti, che proseguono fino a notte inoltrata. Il 10 novembre, alle 4 di notte, un colpo secco sparato da un mortaio di 12 cm sancisce l’inizio della giornata più importante della festa. Molti fedeli raggiungono la chiesa madre di Montrone per assistere alla prima messa delle 4:30. Dalle 10:00 i concerti bandistici e la “riffa”, cioè l’insieme di offerte dei fedeli che vogliono portare la statua del santo in spalla, precedono un'altra processione. Questa viene percorsa per le vie della città, ed è accompagnata fra gli altri da molti bambini, alcuni dei quali a cavallo, che per devozione familiare indossano gli abiti del santo. La processione è chiusa dalla consegna delle chiavi della città da parte del sindaco, che avviene nelle vicinanze dell’arco con orologio di Montrone. Nel pomeriggio ha luogo la suddetta gara pirotecnica, che dura circa tre ore.
L’11 novembre, a conclusione dei festeggiamenti, la processione percorre nuovamente il paese, e la statua del santo è portata in spalla degli emigranti che sono tornato ad Adelfia per l’occasione. La domenica successiva alla festa, detta di “San Trifone nella nicchia” (San Trefon ‘iinde a ua’ ‘nnicchie) la statua del santo viene posta nella nicchia della Chiesa Madre, dove resterà fino alla prossima festa patronale.
Dal punto di vista gastronomico, durante la festa di San Trifone ha luogo una “sagra dell’agnello”, durante la quale si possono mangiare – presso le rosticcerie allestite appositamente fra le strade – delle costatine di agnello e delle frattaglie alla brace (dette nghimmiredde), accompagnate da costine di sedano e fette di provolone, oltre che del vino locale.
La principale attività economica adelfiese, grazie alle caratteristiche del terreno, è la coltivazione di uva (in particolare dell’uva Regina, presente in due varianti locali dette Mennavacca e Pizzutella, e dell’uva baresana, e in minor numero anche delle uve Primus e Moscato nero). Negli ultimi anni la produzione di vino primitivo ha valorizzato il territorio. In misura minore rispetto all’uva e al vino sono prodotti anche olive e olio. Le attività non legate all’agricoltura sono poche, e limitate a poche imprese nel settore manifatturiero.
La strada principale che collega Adelfia a Bari è la strada statale 100, che corre a est del centro abitato. I rioni di Canneto e Montrone sono fisicamente separati dalla linea ferroviaria Mungivacca-Putignano di FS Sud Est. Nel 2010 è stato completato l'interramento del tratto ferroviario urbano finalizzato all'eliminazione del passaggio a livello tra i due rioni ed è stata aperta al pubblico la nuova stazione.
Di seguito è presentata una tabella relativa alle amministrazioni che si sono succedute in questo comune.
| Periodo | Primo cittadino | Partito | Carica | Note | |
|---|---|---|---|---|---|
| 28 luglio 1988 | 7 giugno 1993 | Antonio Mastrogiacomo | Partito Socialista Italiano | Sindaco | |
| 14 giugno 1993 | 8 novembre 1995 | Francesco Pirolo | centro, Democrazia Cristiana | Sindaco | |
| 10 novembre 1995 | 10 giugno 1996 | Giuseppe Guetta | Comm. straordinario | ||
| 10 giugno 1996 | 10 gennaio 1997 | Emanuela Clotilde Angiuli | centro-sinistra | Sindaco | |
| 10 gennaio 1997 | 28 aprile 1997 | Erminia Cicoria | Comm. pref. | ||
| 28 aprile 1997 | 14 maggio 2001 | Ermanno Maria Nino Macchia | sinistra | Sindaco | |
| 14 maggio 2001 | 30 maggio 2006 | Francesco Nicassio | centro-destra | Sindaco | |
| 13 giugno 2006 | 12 maggio 2010 | Francesco Nicassio | centro-destra | Sindaco | |
| 12 maggio 2010 | 10 giugno 2011 | Vittorio Lapolla | Comm. straordinario | ||
| 19 maggio 2011 | 20 giugno 2016 | Vito Antonio Antonacci | lista civica ”Antonacci, il sindaco che vogliamo” |
Sindaco | |
| 20 giugno 2016 | in carica | Giuseppe Cosola | lista civica | Sindaco | |
La principale squadra di calcio della città è l' U.S.D. Footballite Adelfia che milita in Terza Categoria.
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