| Chiose Selmi | |
|---|---|
| Autore | ignoto |
| Periodo | prima del 1337 |
| Editio princeps | 1865 |
| Genere | commento |
| Lingua originale | italiano (volgare fiorentino) |
Le Chiose Selmi o Chiose Selmiane sono un gruppo di postille esegetiche in volgare fiorentino riferite all’"Inferno" della "Commedia" dantesca, pubblicate per la prima volta da Francesco Selmi nel 1865, in occasione del sesto centenario della nascita di Dante.
Risalgono ai primi decenni del Trecento e appartengono al nucleo più antico della tradizione commentaria alla "Commedia".

Selmi si premurò di mettere in luce l’interesse linguistico rivestito dalle glosse, la loro destinazione popolare, la frequente semplificazione dottrinale, la vivacità narrativa e lessicale.
Di fatto, le "Chiose Selmi" per loro caratteristiche distintive costituiscono un laboratorio della prima esegesi dantesca, nel quale tradizione latina e tradizione volgare risultano spesso intrecciate.
Francesco Selmi riconduceva l’opera a un chiosatore unico, fiorentino, «provvisto di poca cultura», forse un mercante.
Gli studiosi avanzarono di lì a poco diverse ipotesi: Karl von Hegel propose genericamente un anonimo toscano, invece Giovanni Benedetto Mittarelli si spinse ad un'attribuzione, infondata, a Cecco di Meo degli Ugurgieri, autore di rime in terzine parallele alla struttura della Commedia. Luigi Rocca ipotizzò si trattasse di un anonimo senese, di parte guelfa.
Il bibliografo, paleografo, studioso di letteratura italiana Lucien Auvray desunse, lavorando al suo "Catalogo", che le glosse edite da Selmi appartenessero alla più antica, e genuina, famiglia di commenti volgari all'"Inferno", attestata in diversi manoscritti trecenteschi e rappresentativa della fase primitiva dell’esegesi dantesca.
Auvray non attribuiva le "Chiose Selmi" a un autore specifico, né tentava di proporre una localizzazione, fiorentina o senese che fosse, ma che esse rappresentassero lo strato più arcaico della tradizione dei commenti alla prima cantica. In particolare osservava che le glosse del manoscritto Parisino "Paris., BnF ital. 534" mostrassero un tipo di commento molto primitivo e semplice e che lo stesso insieme di glosse si ritrovasse in altri codici italiani antichi, traendone la conclusione che, per caratteristiche linguistiche ed esegetiche, tali glosse formassero appunto una famiglia omogenea e che tale famiglia costituisse la fase nascente dei commenti all’"Inferno", precedente a compilazioni più ricche (come il volgarizzamento del Bambaglioli o l’Ottimo). La sua conclusione filologica era dunque che le "Chiose Selmi" fossero "archetipo" di una famiglia di commenti primitivi, molto vicina cronologicamente alle prime attività esegetiche post-dantesche.

Il chiosatore mostra conoscenza parziale dei commenti di Jacopo e di Bambaglioli. Francesco Mazzoni fissa il terminus ante quem al 1337, morte di Federico d’Aragona, citato nelle glosse.
Andrea Mazzucchi propone una datazione «entro il quarto decennio del Trecento».
Le "Chiose Selmi" mostrano scarsa sistematicità, tendenza all’interpretazione morale o ascetica più che allegorica, frequente ricorso a paraetimologie o simbolismi non fondati ed errori persino su fatti storici contemporanei. Ad esempio, Caronte è interpretato come «antico peccato» e insieme come «dilettazioni dei vizi carnali»; Beatrice è letta prima come «virtù che fa beate le cose», poi come Sapienza; l’allontanamento di Dante dagli studi è attribuito all’«avarizia [ossia avidità] che lo strignea sì forte».
La critica più moderna non mancò di rilevare come, nell'ambito del complesso delle "Chiose trecentesche", si instauri un rapporto fra le "Chiose Selmiane" da cui pur si distingue e il volgarizzamento trecentesco del commento di Graziolo de' Bambaglioli.
Questi, notaio e cancelliere bolognese, è difatti autore di un commento latino all’"Inferno" (1324).
Il suo testo circolò in più copie, talvolta insieme a traduzioni in volgare, detti "Volgarizzamenti" - di attribuzione incerta -, ed è alla base di vaste porzioni della tradizione esegetica trecentesca.
Secondo Andrea Mazzucchi, docente accademico, studioso di Dante e attivo nella ricerca linguistica, filologica e letteraria dantesche,
Per il "Laurenziano Strozziano 160" la critica moderna segnala una forte compenetrazione tra le glosse riconducibili al volgarizzamento trecentesco del commento di Bambaglioli e quelle tipiche delle "Chiose Selmi": tale intreccio rende spesso difficoltosa una distinzione sistematica dei due strati esegetici.

Il confronto fra le glosse del volgarizzamento bambaglioliano e quelle tipiche delle "Chiose Selmi" rivela, secondo Stefanin, Mazzucchi e Rossi -quest'ultimo, Docente accademico e studioso di commenti tardo medievali ai classici latini e volgari, soprattutto a Dante-, una stratificazione complessa, in cui si riconoscono dipendenze indirette dal modello latino di Graziolo e interventi propri del chiosatore selmiano, che amplia e rielabora la tradizione precedente.
Alla luce della compresenza di materiali di derivazione latina (in particolare dal commento di Bambaglioli) e di interventi originali del chiosatore, le "Chiose Selmi" possono essere intese come un "laboratorio" della prima esegesi dantesca, nel quale tradizione latina e tradizione volgare risultano spesso interconnesse.
In particolare, il rapporto tra le “Chiose Selmi” e il volgarizzamento trecentesco del commento di Graziolo de’ Bambaglioli è stato oggetto di analisi, anche con esplicite comparazioni, da parte di Andrea Mazzucchi, in relazione alla paradigmatica stratificazione e alla reciproca interferenza dei materiali esegetici presenti nel manoscritto Laurenziano Plut. 40.7.

Mazzucchi riporta casi esemplari di autonomia esegetica delle "Chiose Selmi", ovvero in cui, per le vicende di Vitaliano del Dente (Inf. XVII,68), o l’identificazione di Francesco de' Cavalcanti (Inf. XXV,79-151) in «quel [colui] che tu, Gaville, piagni», il chiosatore dimostra autonomia rispetto al volgarizzamento A e che sia talvolta informato su dinamiche locali e cronachistiche fiorentine più di quanto non lo sia il compilatore del volgarizzamento.
Della tradizione manoscritta delle "Chiose Selmi" non fa parte il "Codice 200" della Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli dacché, oltre alla traduzione latina in esametri di parte dell’"Inferno", a un nucleo di glosse in volgare, a un segmento dell’Ottimo commento, presenta gran parte del commento latino bambaglioliano, ma non il volgarizzamento.

Ugualmente, le "Chiose Selmi" non vanno confuse con le "Chiose Vernon", traduzione trecentesca del commento latino di Bambaglioli, pubblicata dal dantista Lord George Vernon nel 1848, e già attribuite erroneamente a Jacopo Alighieri prima degli studi di Witte e Rocca.
Secondo la sintesi di Stefanin, i manoscritti che tramandano "Chiose Selmi" o porzioni di esse sono undici.
Degli studi sulla tradizione manoscritta delle "selmiane", di problemi editoriali e delle relazioni tra i manoscritti che tramandano le "Chiose Selmi" si è occupata in particolare all'inizio del XXI secolo anche Simona Brambilla in due interventi principali apparsi a qualche anno di distanza.
Tra i codici che riportano le "Chiose Selmi":
Codice cartaceo tardo-trecentesco contenente:
Fu uno dei due codici utilizzati da Selmi per l’edizione del 1865.
Reca scritture di più estensori: fondamentali due mani in scrittura mercantesca, di cui una trascrive i testi in poesia, mentre la mano che riprende i testi in prosa sembra la stessa più compressa; un'ulteriore mano, quattrocentesca, copia e sottoscrive datando sul retro di uno dei fogli, un'altra mano, coeva di quest'ultima, copia il testo abraso sul retro di un altro foglio. Si notano anche postille di mani diverse del sec. XV. Si notano poi appunti di mani dei secc. XV e XVI. La numerazione dei fogli è varia e l'odierna fascicolazione risulta assai «scomposta rispetto all'antico assetto del codice».
Non è chiaro se si indichi possesso, da parte di Alamanno di Jacopo Salviati, con la sottoscrizione a f. 74v: «Alamanno di Jac° saluiatj ves. di sig(n)a»

Codice cartaceo composito del XIV–XV secolo, anch’esso usato da Selmi. Contiene:
Il codice si presenta in quattro parti distinte accomunate dal tema dantesco. In particolare, l'ultima parte, contenente le "Chiose Selmi", è vergata da una sola mano in scrittura calligrafica. con incipit da Inf. I 1: «Con ciò sia chosa che tutta l'humana generatione fu creata per andare in Paradiso».
Membranaceo del 1378, con guardie in membrana di recupero formate da una carta e mezza di codice liturgico del XII secolo con notazione su unico rigo rosso; il testo è disposto su due colonne; la scrittura è gotica di unica mano, sottoscritta. Vi è presente anche notazione musicale neumatica. Vi si leggono sottoscrizioni del copista Iacomo (o Jacopo) di messer Griffolo da Siena, che data la scrittura con computo dell'anno alla fiorentina o alla senese, e Siena è il luogo di copiatura; il manoscritto è custodito presso la Biblioteca Marciana di Venezia.
Contiene:
Il manoscritto "L.70/(818)/XIV" conservato presso la Biblioteca Comunale Augusta di Perugia è un codice membranaceo lacunoso risalente alla fine del XIV sec., scritto in area umbra, e di essa rivela la patina linguistica.
Il testo è disposto a colonna unica con iniziali di terzina sporgenti e le chiose a cornice. Un'unica mano, in "littera textualis", verga sia il testo della "Commedia" sia le rubriche, mentre una mano di poco più tarda i Capitoli di Iacopo Alighieri e Bosone da Gubbio.
Contiene:
Membranaceo XIV–XV secolo. Contiene:
Il manoscritto è servito a Auvray e Mazzucchi per studi e deduzioni riguardanti la tradizione delle "Chiose Selmiane".
Manoscritto figurato di grande pregio (XIV sec.), con apparato misto.
Definibile un'«opera d'arte multimediale», spicca per la «presenza nei margini dei fogli di un commento in gran parte altrimenti sconosciuto».
Contiene:
L'estensore del codice, ipotizza Andrea Mazzucchi, dovette essere un anonimo mercante fiorentino - lo studioso ne desume l'appartenenza al mondo mercantile dalla scrittura utilizzata, una «leggibile benché minutissima mercantesca» - appassionato della "Commedia", il quale, una volta acquisito un manoscritto, quello oggi noto come Pluteo 40.7, «già predisposto per ospitare un sistema di chiose marginali ben strutturato», vi abbia scritto o trascritto quanto ritenesse utile alla interpretazione del poema dantesco.
Il codice "Magliabechiano VII 812", custodito presso la Biblioteca Nazionale Centrale (BNCF) di Firenze, consiste in un frammento cartaceo risalente al XV secolo, senza illustrazioni, vergato in scrittura "mercantesca" da un'unica mano.
Tramanda il "Volgarizzamento A" del Commento all'"Inferno" bambaglioliano, da "Inf". XXI 38 (con incipit: «che dice di santa Zita però ch'ella a che sia di santa Zita de la magione della terra») a XXX 38, con interpolazione delle "Chiose Selmi", che restano esclusive a partire dal canto XXIX.
«Il testo è simile a quello dei mss. "Parigino It. 534" e "Laurenziano Strozziano 160", cioè a partire dal canto XXIX contiene solo le chiose dell'anonimo selmiano».
Questi elementi, nel quadro più ampio delle varianti codicologiche prese in esame dagli studiosi, rafforzano l’idea che il Marciano 6205 sia un testimone autorevole delle chiose anonime, distinto dagli altri codici fiorentini.
Le differenze codicologiche e testuali rilevate fra il "Marciano It. IX,179 (6205)" e gli altri testimoni fiorentini — in particolare nella disposizione delle glosse, nella presenza o assenza di duplicazioni e nel trattamento delle chiose derivate — indicano che il manoscritto veneziano conservi una forma delle annotazioni anonime meno contaminata dalla tradizione successiva. Tali elementi, segnalati negli studi recenti, mostrano come il "6205" occupi una posizione distinta rispetto al gruppo dei codici fiorentini e ne fanno un punto di riferimento per lo studio delle chiose attribuite a Selmi.
Il fatto che, come dimostra la descrizione codicologica del manoscritto, le Chiose anonime all'"Inferno" del "Marciano" siano presenti nello stesso codice insieme alle chiose di Jacopo della Lana è significativo per la storia delle tradizioni esegetiche dantesche poiché attesta la diffusione e circolazione di glosse volgari già nel XIV secolo, documentando che varianti diverse delle stesse chiose anonime venivano trasmesse in diversi contesti codicologici, e conferma che il manoscritto "Marciano IX,it.179 (=6205)", codice indipendente rispetto ai gruppi fiorentini, rappresenta una variante significativa delle chiose anonime poi edite da Selmi e di fatto un esempio chiave di testimone diverso dal ramo Selmi–Parisino/Strozziano: la circostanza confermerebbe che le chiose anonime furono diffuse su più rami codicologici, non solo su quello “selmiano”.
È Stefanin ad osservare che tale testimone tramandi una redazione delle chiose anonime distinta da quella dei codici fiorentini (Paris. it. 534; Laur. Strozz. 160).