Le Chiose Selmi o Chiose Selmiane sono un gruppo di postille esegetiche in volgare fiorentino riferite all’"Inferno" della "Commedia" dantesca, pubblicate per la prima volta da Francesco Selmi nel 1865, in occasione del sesto centenario della nascita di Dante.
Risalgono ai primi decenni del Trecento e appartengono al nucleo più antico della tradizione commentaria alla "Commedia".
Glossa di Pietro Alighieri (Biblioteca di Montecassino).
Selmi si premurò di mettere in luce l’interesse linguistico rivestito dalle glosse, la loro destinazione popolare, la frequente semplificazione dottrinale, la vivacità narrativa e lessicale.
Di fatto, le "Chiose Selmi" per loro caratteristiche distintive costituiscono un laboratorio della prima esegesi dantesca, nel quale tradizione latina e tradizione volgare risultano spesso intrecciate.
L’autore
Francesco Selmi riconduceva l’opera a un chiosatore unico, fiorentino, «provvisto di poca cultura», forse un mercante.
Gli studiosi avanzarono di lì a poco diverse ipotesi:
Karl von Hegel propose genericamente un anonimo toscano, invece Giovanni Benedetto Mittarelli si spinse ad un'attribuzione, infondata, a Cecco di Meo degli Ugurgieri, autore di rime in terzine parallele alla struttura della Commedia. Luigi Rocca ipotizzò si trattasse di un anonimo senese, di parte guelfa.
Il bibliografo, paleografo, studioso di letteratura italiana Lucien Auvray desunse, lavorando al suo "Catalogo", che le glosse edite da Selmi appartenessero alla più antica, e genuina, famiglia di commenti volgari all'"Inferno", attestata in diversi manoscritti trecenteschi e rappresentativa della fase primitiva dell’esegesi dantesca.
Auvray non attribuiva le "Chiose Selmi" a un autore specifico, né tentava di proporre una localizzazione, fiorentina o senese che fosse, ma che esse rappresentassero lo strato più arcaico della tradizione dei commenti alla prima cantica. In particolare osservava che le glosse del manoscritto Parisino "Paris., BnF ital. 534" mostrassero un tipo di commento molto primitivo e semplice e che lo stesso insieme di glosse si ritrovasse in altri codici italiani antichi, traendone la conclusione che, per caratteristiche linguistiche ed esegetiche, tali glosse formassero appunto una famiglia omogenea e che tale famiglia costituisse la fase nascente dei commenti all’"Inferno", precedente a compilazioni più ricche (come il volgarizzamento del Bambaglioli o l’Ottimo). La sua conclusione filologica era dunque che le "Chiose Selmi" fossero "archetipo" di una famiglia di commenti primitivi, molto vicina cronologicamente alle prime attività esegetiche post-dantesche.
Datazione
Federico III
Il chiosatore mostra conoscenza parziale dei commenti di Jacopo e di Bambaglioli.
Francesco Mazzoni fissa il terminus ante quem al 1337, morte di Federico d’Aragona, citato nelle glosse.
Andrea Mazzucchi propone una datazione «entro il quarto decennio del Trecento».
Stile e metodo esegetico
Le "Chiose Selmi" mostrano scarsa sistematicità, tendenza all’interpretazione morale o ascetica più che allegorica, frequente ricorso a paraetimologie o simbolismi non fondati ed errori persino su fatti storici contemporanei. Ad esempio, Caronte è interpretato come «antico peccato» e insieme come «dilettazioni dei vizi carnali»; Beatrice è letta prima come «virtù che fa beate le cose», poi come Sapienza; l’allontanamento di Dante dagli studi è attribuito all’«avarizia [ossia avidità] che lo strignea sì forte».
Il volgarizzamento "bambaglioliano" e le "Chiose Selmi"
La critica più moderna non mancò di rilevare come, nell'ambito del complesso delle "Chiose trecentesche", si instauri un rapporto fra le "Chiose Selmiane" da cui pur si distingue e il volgarizzamento trecentesco del commento di Graziolo de' Bambaglioli.
Questi, notaio e cancelliere bolognese, è difatti autore di un commento latino all’"Inferno" (1324).
Il suo testo circolò in più copie, talvolta insieme a traduzioni in volgare, detti "Volgarizzamenti" - di attribuzione incerta -, ed è alla base di vaste porzioni della tradizione esegetica trecentesca.
Secondo Andrea Mazzucchi, docente accademico, studioso di Dante e attivo nella ricerca linguistica, filologica e letteraria dantesche,
nel "ms. Paris, BnF ital. 534" fino a "Inferno" XXVIII si trovano mescolate glosse derivate dal volgarizzamento e glosse tipiche delle "Chiose Selmi";
da "Inferno" XXIX, invece, le glosse sono proprie delle "Chiose Selmi".
Per il "Laurenziano Strozziano 160" la critica moderna segnala una forte compenetrazione tra le glosse riconducibili al volgarizzamento trecentesco del commento di Bambaglioli e quelle tipiche delle "Chiose Selmi": tale intreccio rende spesso difficoltosa una distinzione sistematica dei due strati esegetici.
Metamorfosi incrociata, versione cinematografica de "L'Inferno" (1911)
Il confronto fra le glosse del volgarizzamento bambaglioliano e quelle tipiche delle "Chiose Selmi" rivela, secondo Stefanin, Mazzucchi e Rossi -quest'ultimo, Docente accademico e studioso di commenti tardo medievali ai classici latini e volgari, soprattutto a Dante-, una stratificazione complessa, in cui si riconoscono dipendenze indirette dal modello latino di Graziolo e interventi propri del chiosatore selmiano, che amplia e rielabora la tradizione precedente.
Alla luce della compresenza di materiali di derivazione latina (in particolare dal commento di Bambaglioli) e di interventi originali del chiosatore, le "Chiose Selmi" possono essere intese come un "laboratorio" della prima esegesi dantesca, nel quale tradizione latina e tradizione volgare risultano spesso interconnesse.
In particolare, il rapporto tra le “Chiose Selmi” e il volgarizzamento trecentesco del commento di Graziolo de’ Bambaglioli è stato oggetto di analisi, anche con esplicite comparazioni, da parte di Andrea Mazzucchi, in relazione alla paradigmatica stratificazione e alla reciproca interferenza dei materiali esegetici presenti nel manoscritto Laurenziano Plut. 40.7.
Autonomia esegetica delle "Chiose Selmi"
Anonimo pisano, Dante e Virgilio osservano la doppia metamorfosi tra il serpente e Buoso (Credits:Sailko)
Mazzucchi riporta casi esemplari di autonomia esegetica delle "Chiose Selmi", ovvero in cui, per le vicende di Vitaliano del Dente (Inf. XVII,68), o l’identificazione di Francesco de' Cavalcanti (Inf. XXV,79-151) in «quel [colui] che tu, Gaville, piagni», il chiosatore dimostra autonomia rispetto al volgarizzamento A e che sia talvolta informato su dinamiche locali e cronachistiche fiorentine più di quanto non lo sia il compilatore del volgarizzamento.
Commenti non connessi, fraintendimenti comuni
Della tradizione manoscritta delle "Chiose Selmi" non fa parte il "Codice 200" della Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli dacché, oltre alla traduzione latina in esametri di parte dell’"Inferno", a un nucleo di glosse in volgare, a un segmento dell’Ottimo commento, presenta gran parte del commento latino bambaglioliano, ma non il volgarizzamento.
Frammento della Commedia copiato da Andrea Lancia (BNCF).
Ugualmente, le "Chiose Selmi" non vanno confuse con le "Chiose Vernon", traduzione trecentesca del commento latino di Bambaglioli, pubblicata dal dantista Lord George Vernon nel 1848, e già attribuite erroneamente a Jacopo Alighieri prima degli studi di Witte e Rocca.
Luoghi e convergenze notevoli
Il chiosatore definisce Maometto «valente oratore», come già faceva Guiniforte delli Bargigi nel suo commento quattrocentesco all’"Inferno".
Nel commento al canto XXXIII, il chiosatore spiega la denominazione “Tolomea” indicando come referente Tolomeo d'Egitto, traditore di Pompeo. Una parte della critica, per esempio Emilio Bigi, ha proposto la possibilità che Dante intendesse entrambi i Tolomei, il faraone e Tolomeo di Gerico poi discussi dalla tradizione esegetica.
La tradizione manoscritta
Secondo la sintesi di Stefanin, i manoscritti che tramandano "Chiose Selmi" o porzioni di esse sono undici.
Degli studi sulla tradizione manoscritta delle "selmiane", di problemi editoriali e delle relazioni tra i manoscritti che tramandano le "Chiose Selmi" si è occupata in particolare all'inizio del XXI secolo anche Simona Brambilla in due interventi principali apparsi a qualche anno di distanza.
Alcuni "testimoni"
Tra i codici che riportano le "Chiose Selmi":
Laurenziano Plut. 40.46
Codice cartaceo tardo-trecentesco contenente:
canzoni di Dante e di altri poeti, fiorentini e non, e di Boccaccio;
"Chiose Selmi";
sonetti di Petrarca.
Fu uno dei due codici utilizzati da Selmi per l’edizione del 1865.
Reca scritture di più estensori: fondamentali due mani in scrittura mercantesca, di cui una trascrive i testi in poesia, mentre la mano che riprende i testi in prosa sembra la stessa più compressa; un'ulteriore mano, quattrocentesca, copia e sottoscrive datando sul retro di uno dei fogli, un'altra mano, coeva di quest'ultima, copia il testo abraso sul retro di un altro foglio. Si notano anche postille di mani diverse del sec. XV. Si notano poi appunti di mani dei secc. XV e XVI. La numerazione dei fogli è varia e l'odierna fascicolazione risulta assai «scomposta rispetto all'antico assetto del codice».
Non è chiaro se si indichi possesso, da parte di Alamanno di Jacopo Salviati, con la sottoscrizione a f. 74v: «Alamanno di Jac° saluiatj ves. di sig(n)a»
Magliabechiano VII 1028
Copia dell'Epistola XIII
Codice cartaceo composito del XIV–XV secolo, anch’esso usato da Selmi.
Contiene:
"Chiose Selmi" all’"Inferno" (cc. 102r–155v);
Filippo Sassetti sulla "Commedia" di Dante «(Difesa di Dante contro il Castravilla)»;
Belisario Bulgarini, "Considerazioni sulla particella I" del discorso di Iacopo Mazzoni "Se il discorrer sopra i poeti pertenga ai filosofi";
Belisario Bulgarini, Lettera a Orazio Capponi su Dante;
Bernardo Davanzati, Lettera a Belisario Bulgarini in difesa di Dante sulla natura poetica della "Commedia";
Il codice si presenta in quattro parti distinte accomunate dal tema dantesco. In particolare, l'ultima parte, contenente le "Chiose Selmi", è vergata da una sola mano in scrittura calligrafica. con incipit da Inf. I 1: «Con ciò sia chosa che tutta l'humana generatione fu creata per andare in Paradiso».
Marciano IX it.179 (=6205)
Membranaceo del 1378, con guardie in membrana di recupero formate da una carta e mezza di codice liturgico del XII secolo con notazione su unico rigo rosso; il testo è disposto su due colonne; la scrittura è gotica di unica mano, sottoscritta. Vi è presente anche notazione musicale neumatica. Vi si leggono sottoscrizioni del copista Iacomo (o Jacopo) di messer Griffolo da Siena, che data la scrittura con computo dell'anno alla fiorentina o alla senese, e Siena è il luogo di copiatura; il manoscritto è custodito presso la Biblioteca Marciana di Venezia.
Contiene:
Chiose anonime all'"Inferno" dantesco («Chiose de la prima commedia di Dante decta Omferno») ossia le cosiddette "chiose Selmi", con incipit: «Nel meçço del cammin di nostra vita. Con cio sia cosa che tucta humana generatione...»;
Commento al "Purgatorio" di Iacopo (o Jacopo) della Lana («Chiose dela seconda commedia di Dante decta prughatorio»), con incipit: «Per corrar migliore acqua»;
Commento al Paradiso di Iacopo Della Lana («Chiose de la terça comedia di Dante decta paradiso»), con incipit: «Gloria et divitie in domo eius».
L.70 (818) XIV
Il manoscritto "L.70/(818)/XIV" conservato presso la Biblioteca Comunale Augusta di Perugia è un codice membranaceo lacunoso risalente alla fine del XIV sec., scritto in area umbra, e di essa rivela la patina linguistica.
Il testo è disposto a colonna unica con iniziali di terzina sporgenti e le chiose a cornice. Un'unica mano, in "littera textualis", verga sia il testo della "Commedia" sia le rubriche, mentre una mano di poco più tarda i Capitoli di Iacopo Alighieri e Bosone da Gubbio.
Contiene:
"Inferno" dantesco con le chiose Selmi, con incipit: «Nel meço del camin di nostra vita»;
Iacopo Alighieri, Capitolo, con incipit: «O voi che sete dal verace lume»;
Bosone da Gubbio, Capitolo, con incipit: «Però che sia più fructo et più dilecto».
Parisino it. 534
Membranaceo XIV–XV secolo.
Contiene:
il testo dell’"Inferno";
chiose di Jacopo Alighieri;
volgarizzamento del commento di Bambaglioli;
"Chiose Selmi";
interventi affini allo "Strozziano 160".
Il manoscritto è servito a Auvray e Mazzucchi per studi e deduzioni riguardanti la tradizione delle "Chiose Selmiane".
Laurenziano Plut. 40.7
Manoscritto figurato di grande pregio (XIV sec.), con apparato misto.
Definibile un'«opera d'arte multimediale», spicca per la «presenza nei margini dei fogli di un commento in gran parte altrimenti sconosciuto».
Contiene:
"volgarizzamento A" del commento di Bambaglioli fino a Inf. XXVI;
glosse adespote nei canti II–V;
integrazioni derivate dalle "Chiose Selmi";
aggiunte dalle "Chiose Avalle";
"Chiose Palatine" per i canti XXVII–XXXIV.
L'estensore del codice, ipotizza Andrea Mazzucchi,
dovette essere un anonimo mercante fiorentino - lo studioso ne desume l'appartenenza al mondo mercantile dalla scrittura utilizzata, una «leggibile benché minutissima mercantesca» - appassionato della "Commedia", il quale, una volta acquisito un manoscritto, quello oggi noto come Pluteo 40.7, «già predisposto per ospitare un sistema di chiose marginali ben strutturato», vi abbia scritto o trascritto quanto ritenesse utile alla interpretazione del poema dantesco.
Magliabechiano VII 812
Il codice "Magliabechiano VII 812", custodito presso la Biblioteca Nazionale Centrale (BNCF) di Firenze, consiste in un frammento cartaceo risalente al XV secolo, senza illustrazioni, vergato in scrittura "mercantesca" da un'unica mano.
Tramanda il "Volgarizzamento A" del Commento all'"Inferno" bambaglioliano, da "Inf". XXI 38 (con incipit: «che dice di santa Zita però ch'ella a che sia di santa Zita de la magione della terra») a XXX 38, con interpolazione delle "Chiose Selmi", che restano esclusive a partire dal canto XXIX.
«Il testo è simile a quello dei mss. "Parigino It. 534" e "Laurenziano Strozziano 160", cioè a partire dal canto XXIX contiene solo le chiose dell'anonimo selmiano».
Questi elementi, nel quadro più ampio delle varianti codicologiche prese in esame dagli studiosi, rafforzano l’idea che il Marciano 6205 sia un testimone autorevole delle chiose anonime, distinto dagli altri codici fiorentini.
Le varianti codicologiche
Le differenze codicologiche e testuali rilevate fra il "Marciano It. IX,179 (6205)" e gli altri testimoni fiorentini — in particolare nella disposizione delle glosse, nella presenza o assenza di duplicazioni e nel trattamento delle chiose derivate — indicano che il manoscritto veneziano conservi una forma delle annotazioni anonime meno contaminata dalla tradizione successiva. Tali elementi, segnalati negli studi recenti, mostrano come il "6205" occupi una posizione distinta rispetto al gruppo dei codici fiorentini e ne fanno un punto di riferimento per lo studio delle chiose attribuite a Selmi.
Il fatto che, come dimostra la descrizione codicologica del manoscritto, le Chiose anonime all'"Inferno" del "Marciano" siano presenti nello stesso codice insieme alle chiose di Jacopo della Lana è significativo per la storia delle tradizioni esegetiche dantesche poiché attesta la diffusione e circolazione di glosse volgari già nel XIV secolo, documentando che varianti diverse delle stesse chiose anonime venivano trasmesse in diversi contesti codicologici, e conferma che il manoscritto "Marciano IX,it.179 (=6205)", codice indipendente rispetto ai gruppi fiorentini, rappresenta una variante significativa delle chiose anonime poi edite da Selmi e di fatto un esempio chiave di testimone diverso dal ramo Selmi–Parisino/Strozziano: la circostanza confermerebbe che le chiose anonime furono diffuse su più rami codicologici, non solo su quello “selmiano”.
È Stefanin ad osservare che tale testimone tramandi una redazione delle chiose anonime distinta da quella dei codici fiorentini (Paris. it. 534; Laur. Strozz. 160).
1234Alessandra Stefanin, Indagini sulla tradizione manoscritta delle chiose anonime all’Inferno pubblicate da Francesco Selmi, pp.73-134. in Simona Foà, Sonia Gentili (a cura di), Dante e i locus inferi Creazione letteraria e tradizione interpretativa, in Studi (e testi) Italiani, n.4, Bulzoni, II(1999).
12Simona Brambilla, Chiose Selmi, 2011, pp.175-180. in Andrea Mazzucchi, Enrico Malato (a cura di), Censimento dei commenti danteschi. 1. I commenti di tradizione manoscritta (fino al 1480), Roma, Salerno, 2011, ISBN978-88-8402-705-4. e Simona Brambilla, Spigolature nella tradizione manoscritta delle "Chiose Selmi", pp.75-91. in Claudio Ciociola, Claudio Vela (a cura di), La Tradizione dei Testi (atti del Convegno, Cortona, 21-23 settembre 2017), Firenze, Società dei Filologi della Letteratura Italiana, 2018, ISBN978-88-943855-0-2..
↑Barbara Banchi, Alessandra Stefanin, La Commedia. I codici della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, Firenze, Società Dantesca Italiana, 1998, pp.75-76 n°104.
123Flaminio Pellegrini, Le chiose all’Inferno edite da F. Selmi e il cod. Marciano Ital. cl. IX n. 179, in Giornale Storico della Letteratura Italiana, vol.14, 1889, pp.421-431.
↑Del manoscritto si sono occupati, sotto diversi aspetti, rispettivamente Sonia Chiodo: Sonia Chiodo, Tradizione e nuovi modelli nell’illustrazione del Laurenziano Plut. 40.7, in Teresa De Robertis, Sonia Chiodo, Gennaro Ferrante e Andrea Mazzucchi (a cura di), Dante Alighieri Commedia Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Pluteo 40.7. Commentario, Treccani, pp.25–54, ISBN978-88-12-00723-3.; Teresa De Robertis: Teresa De Robertis, Laurenziano Plut. 40.7, in Teresa De Robertis, Sonia Chiodo, Gennaro Ferrante e Andrea Mazzucchi (a cura di), Dante Alighieri Commedia Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Pluteo 40.7. Commentario, Treccani, pp.1–24, ISBN978-88-12-00723-3.; Gennaro Ferrante: Gennaro Ferrante, Il ms. Laurenziano Plut. 40.7 e la tradizione toscana della Commedia, in Dante Alighieri Commedia Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Pluteo 40.7. Commentario, Treccani, pp.55–122, ISBN978-88-12-00723-3.; Gennaro Ferrante, Il ms. Laurenziano Pl. 40.7. Indagine sul testo e sull'apparato iconografico originario (PDF), in Teresa De Robertis, Sonia Chiodo, Gennaro Ferrante e Andrea Mazzucchi (a cura di), Dante Alighieri Commedia Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Pluteo 40.7. Commentario, Treccani, 2018, ISBN978-88-12-00723-3.; Andrea Mazzucchi: Andrea Mazzucchi, Le glosse del laurenziano Plut. 40.7 e la tradizione degli antichi commenti alla Commedia (PDF), in Dante Alighieri Commedia Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Pluteo 40.7. Commentario, Treccani, pp.123-187, ISBN978-88-12-00723-3..
↑Benché impropria, poiché esse non costituiscono un gruppo autonomo di glosse, ma corrispondono alle varianti del nucleo delle chiose anonime tramandate dal manoscritto "Marciano It. IX, 179", pubblicate da Avalle, la definizione "Chiose Avalle" viene talora usata nella descrizione del "Laur. Plut. 40.7".
↑Il Pluteo 40.7 è di fatto uno dei manoscritti che offrano esempi della dinamica di "contaminazione" tra codici e materiali copiati, fra commenti nella Firenze del Trecento.
La contaminazione, o contaminatio, nel lessico specialistico della filologia, è il procedimento per il quale un copista, lavorando per correggere o completare il proprio lavoro su più manoscritti, ossia su diversi "testimoni", con varie lezioni di uno stesso testo, le mescola creando un'edizione "ibrida" e rendendo più difficile la ricostruzione del testo originale, con la conseguenza di complicare l'analisi dello stemma (l'albero genealogico dei manoscritti). Per un chiarimento della contaminazione nell’accezione tecnica che il termine ha assunto nell’ambito della critica testuale: Maria Luisa Meneghetti Stefano Resconi, Presentazione, in Marcello Ciocchetti (a cura di), Critica del testo, n.3, 2014,XVII, pp.VII-XVIII.. Si noti che, secondo Michel Zink, l’utilizzo che i filologi moderni fanno della parola "contaminazione" spesso annette al termine una "degradazione" del testo originale, quando invece nel Medioevo la contaminazione pare implicare una modalità di preservazione del testo: (FR) Michel Zink, Contamination, influence et pureté, in Marcello Ciocchetti (a cura di), Critica del testo, n.3, 2014,XVII, pp.3-7.
↑Un testimone frammentario del volgarizzamento del commento all'Inferno di Graziolo Bambaglioli e delle chiose selmiane, pp.117-124. in Massimo Seriacopi, Barbara Banchi, Natascia Bianchi, Claudia Di Fonzo... (a cura di), Scritti offerti a Francesco Mazzoni dagli allievi fiorentini, Firenze, Società Dantesca Italiana, 1998.
Flaminio Pellegrini, Le chiose all’Inferno edite da F. Selmi e il cod. Marciano Ital. cl. IX n. 179, in Giornale Storico della Letteratura Italiana, vol.14, 1889, pp.421-431.
Luigi Rocca, Di alcuni commenti della Divina Commedia composti nei primi vent’anni dopo la morte di Dante, Firenze, Sansoni, 1891.
Barbara Banchi, Alessandra Stefanin, La Commedia. I codici della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, Firenze, Società Dantesca Italiana, 1998.
Graziolo Bambaglioli, Commento all'“Inferno” di Dante, a cura di Luca Carlo Rossi, Pisa, Scuola Normale Superiore, 1998.
Alessandra Stefanin, Indagini sulla tradizione manoscritta delle chiose anonime all’Inferno pubblicate da Francesco Selmi, pp.73-134. in Simona Foà, Sonia Gentili (a cura di), Dante e i locus inferi Creazione letteraria e tradizione interpretativa, in Studi (e testi) Italiani, n.4, Bulzoni, II(1999).
Simona Brambilla, Chiose Selmi, 2011, pp.175-180. in Andrea Mazzucchi, Enrico Malato (a cura di), Censimento dei commenti danteschi. 1. I commenti di tradizione manoscritta (fino al 1480), Roma, Salerno, 2011.
Simona Brambilla, Spigolature nella tradizione manoscritta delle "Chiose Selmi", pp.75-91. in Claudio Ciociola, Claudio Vela (a cura di), La Tradizione dei Testi (atti del Convegno, Cortona, 21-23 settembre 2017), Firenze, Società dei Filologi della Letteratura Italiana, 2018, ISBN978-88-943855-0-2.
Massimo Bray, Presentazione, in Teresa De Robertis, Sonia Chiodo, Gennaro Ferrante e Andrea Mazzucchi (a cura di), Dante Alighieri Commedia Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Pluteo 40.7. Commentario, Treccani, pp.IX–XI, ISBN978-88-12-00723-3.
Sonia Chiodo, Tradizione e nuovi modelli nell’illustrazione del Laurenziano Plut. 40.7, in Teresa De Robertis, Sonia Chiodo, Gennaro Ferrante e Andrea Mazzucchi (a cura di), Dante Alighieri Commedia Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Pluteo 40.7. Commentario, Treccani, pp.25–54, ISBN978-88-12-00723-3.
Teresa De Robertis, Laurenziano Plut. 40.7, in Teresa De Robertis, Sonia Chiodo, Gennaro Ferrante e Andrea Mazzucchi (a cura di), Dante Alighieri Commedia Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Pluteo 40.7. Commentario, Treccani, pp.1–24, ISBN978-88-12-00723-3.
Gennaro Ferrante, Il ms. Laurenziano Plut. 40.7 e la tradizione toscana della Commedia, in Dante Alighieri Commedia Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Pluteo 40.7. Commentario, Treccani, pp.55–122, ISBN978-88-12-00723-3.