| Augusto | |
|---|---|
| Imperatore romano | |
| Nome originale | Gaius Octavius (alla nascita) Gaius Iulius Caesar Octavianus (dopo l'adozione) Imperator Caesar Divi filius Augustus (dopo l'ascesa al potere imperiale) |
| Regno | 16 gennaio 27 a.C. – 19 agosto 14 d.C. |
| Tribunicia potestas | 37 anni consecutivi, dal 1º luglio 23 a.C. |
| Titoli | Augustus nel 27 a.C., Pontifex maximus (dopo la morte di Marco Emilio Lepido nel 13 a.C.), Pater Patriae nel 2 a.C. e praefectus moribus (nel 19 a.C. e rinnovatagli nel 12 a.C.) |
| Salutatio imperatoria | 21 volte: la prima nel 40 a.C., poi nel 36 a.C. (2ª), 33 a.C. (3ª), 31 a.C. (4ª), 30 a.C. (5ª), 27 a.C. (6ª), 26 a.C. (7ª), 21 a.C. (8ª), 19 a.C. (9ª e 10ª), 16 a.C. (11ª), 10 a.C. (12ª), 8 a.C. (13ª), 7 a.C. (14ª), 3 a.C. (15ª), 2 (16ª), 6 (17ª), 8 (18ª), 9 (19ª), 11 (20ª), 13 (21ª). |
| Nascita | 23 settembre 63 a.C. Roma (ad Capita Bubula) |
| Morte | 19 agosto 14 (77 anni) Nola |
| Sepoltura | Mausoleo di Augusto |
| Predecessore | carica creata (Repubblica romana) |
| Successore | Tiberio |
| Coniuge | Clodia Pulcra (43–40 a.C.) Scribonia (40–38 a.C.) Livia Drusilla (38 a.C.–14) |
| Figli | Giulia maggiore Adottivi: Lucio Cesare Gaio Cesare Marco Vipsanio Agrippa Postumo (poi ripudiato e mandato in esilio) Tiberio Marco Claudio Marcello |
| Gens | Ottavia |
| Gens d'adozione | Giulia |
| Dinastia | Giulio-claudia |
| Padre | Gaio Ottavio Gaio Giulio Cesare (adottivo) |
| Madre | Azia maggiore |
| Consolato | 13 volte (date a.C.): 43 a.C. (il I, a soli vent'anni) 33 (II) 31 (III) 30 (IV, inaugurato in Asia) 29 (V, inaugurato a Samo) 28 (VI) 27 (VII) 26 (VIII, inaugurato a Tarraco) 25 (IX, inaugurato a Tarraco) 24 (X) 23 (XI) 5 (XII) 2 (XIII) |
| Proconsolato | 40 a.C. - 33 a.C. in Spagna e Gallia |
| Princeps senatus | dal 28 a.C. e associato con l'imperatore romano fino al dominato |
| Pontificato massimo | dal 13 a.C., dopo la morte di Marco Emilio Lepido |
Cesare Augusto (in latino Caesar Augustus; Roma, 23 settembre 63 a.C. – Nola, 19 agosto 14), nato Gaio Ottavio (Gaius Octavius) e conosciuto anche solo come Ottaviano o Augusto, è stato il fondatore dell'Impero romano e suo primo imperatore. Il suo governo durò un quarantennio (dal 27 a.C. al 14 d.C.), risultando uno dei più longevi della storia: in quest'arco di tempo, la crisi istituzionale della Repubblica romana fu risolta in direzione di un potere sostanzialmente monarchico, detto dai moderni "principato", ma presentato da Augusto stesso come una forma di restaurazione (restitutio rei publicae).
Dopo l'assassinio di Giulio Cesare (15 marzo 44 a.C.), dal testamento del dittatore si scoprì che Gaio Ottavio era stato indicato erede e figlio adottivo. Il nuovo Cesare, insieme a Marco Antonio e a Marco Emilio Lepido, instaurò il Secondo triumvirato, una magistratura ufficiale (a differenza del Primo triumvirato tra Cesare, Crasso e Pompeo, che aveva avuto carattere esclusivamente privato). Tale soluzione non fece che lenire i sintomi di uno scontro per il potere che aveva ormai natura personale e che andava al di là della struttura istituzionale dell'antica Repubblica.
Ritiratosi Lepido, rimasero in due a contendersi il potere universale: Ottaviano e Antonio. Il primo aveva centrato il suo potere in Occidente e, in particolare, a Roma, mentre il secondo, desideroso di coprirsi di fama e di portare avanti gli ultimi intendimenti di Cesare, con la preparazione di una campagna contro l'Impero partico, in Oriente. Ottaviano fu abile nel propagandare a Roma l'immagine di un Marco Antonio, un tempo valoroso generale, ora traviato dalle alleanze orientali e mutatosi in despota; dal canto suo, Ottaviano si presentava come conservatore delle tradizioni repubblicane. Lo scontro si risolse alla battaglia di Azio del 31 a.C. e poi in Egitto, dove Antonio e poi la regina Cleopatra, sua più importante alleata orientale, si suicidarono.
Nel 27 a.C., Ottaviano rimise le cariche nelle mani del Senato; in cambio ebbe un imperio proconsolare che lo rese capo dell'esercito; gli fu anche conferito il titolo onorifico di Augustus, cioè "degno di venerazione e di onore". Assunse da quel momento il nome Imperator Caesar Divi filius Augustus (nelle epigrafi IMPERATOR·CAESAR·DIVI·FILIVS·AVGVSTVS).
Augusto cercò di presentarsi come artefice della restaurazione della Repubblica romana, dei costumi degli antenati (il mos maiorum) e, soprattutto, come garante della pax romana, cioè di quel clima di pace e di ordine che imponeva su tutto l'Impero romano le stesse leggi, la stessa lingua e un'unica economia. Questa idea di Roma come trionfatrice universale fu alimentata da un uso accorto delle immagini, l'abbellimento della città, la tutela degli intellettuali che celebravano il principato, la riqualificazione del Senato e dell'ordine degli equites.
Lo stesso Augusto volle lasciare di sé un'immagine eroica nelle Res gestae (un resoconto dei propri conseguimenti da lui stesso redatto prima di morire) e consapevolmente sostenne Virgilio in questa celebrazione nell'Eneide: durante la sua vita, Augusto aveva evitato di attribuirsi appellativi divini, ma subito dopo la morte gli fu attribuita origine divina. L'attributo Augustus indicava un riconoscimento religioso e in seguito ebbe anche quello di princeps. Alcuni storici, come Seneca il Vecchio, Seneca il Giovane, Sallustio, Svetonio e Appiano, sottolineano la crudeltà delle proscrizioni, la conquista astuta del potere e la politica autocratica di Augusto come elementi caratteristici di questa fase della storia romana.
Dal punto di vista amministrativo, le riforme di Augusto furono importanti e durature. Attribuì le province non pacificate a legati imperiali scelti da lui stesso, lasciando le altre a proconsoli di rango senatorio; tutti però rispondevano all'imperatore. Augusto tenne per sé l'Egitto, sotto il governo di un suo prefetto. Riformò il sistema fiscale e monetario. Riorganizzò l'amministrazione della città di Roma, attribuendo ad alti funzionari statali la cura dell'urbanistica, dell'approvvigionamento alimentare e della gestione delle acque. Contribuì in modo decisivo a far raggiungere a Roma un elevato splendore. Rimodellò l'Urbe, lasciando la frase: "Ho trovato una città di mattoni, ne lascio una di marmo".
Augusto restò al potere sino alla morte e il suo principato fu il più lungo della Roma imperiale. L'età augustea rappresentò un momento di svolta nella storia di Roma e il definitivo passaggio dal periodo repubblicano all'Impero.
La storiografia contemporanea si è occupata dell'eredità storica di Augusto, oggetto di iperboliche ridefinizioni durante il ventennio fascista.
Augusto è una delle più importanti e influenti figure storiche di tutti i tempi: grazie all'enorme dominio dell'impero, l'influsso della civiltà e della lingua romana sono giunte fino all'epoca contemporanea, ponendosi alla base delle successive culture e lingue dei vari popoli che poi si stanziarono nei confini imperiali, ma influenzando, seppur in parte e indirettamente, anche territori al di là dei confini imperiali.
Le principali fonti per la vita e il ruolo di Augusto e degli altri membri della famiglia imperiale (la dinastia giulio-claudia) sono rappresentate da diverse biografie, alcune delle quali scritte anche centinaia di anni dopo. Lo stesso Augusto descrisse le proprie imprese nelle Res gestae divi Augusti. Non si tratta di un'autobiografia, che pure egli scrisse tra i 30 e i 40 anni (De vita sua) e che è andata perduta: la figura di Livia Drusilla, sua terza ed ultima moglie, ebbe infatti grande rilevanza nella sua vita e ciononostante, nelle Res gestae, non è menzionata.
Solo tre dei biografi di Augusto furono suoi contemporanei: i greci Nicola Damasceno (64 a.C.-14 d.C. ca.) e Strabone (64 a.C.-24 d.C.), e il romano Velleio Patercolo (19 a.C.-30 d.C. ca.).
Nicola Damasceno (nato a Damasco nel 64 a.C. ca.) fu storico e filosofo cresciuto alla corte di Erode il Grande. Dopo la morte di questi (4 a.C.), sembra si recasse a Roma, alla corte di Augusto. Scrisse l'opera Storie in 144 libri, dall'origine del mondo ai suoi tempi, servendosi di storici come Xanto, Ctesia ed Eforo. Scrisse anche un'opera Sulla vita di Cesare Augusto e sulla sua educazione (scritta forse intorno al 20 a.C.), più volte epitomata, ma basata in gran parte sul De vita sua. L'opera si interrompe agli eventi immediatamente successivi all'assassinio di Cesare e copre l'età giovanile del futuro imperatore.
Strabone fu grande viaggiatore e intellettuale, e passò molta parte della propria vita a Roma. Descrisse la geografia dell'epoca di Augusto e Tiberio nei suoi diciassette libri intitolati Geografia (Γεωγραφικά). Anche se non sempre accurato, il suo testo è assai ricco di informazioni.
Velleio Patercolo fu un militare di alto grado e partecipò alle campagne di Tiberio e di Gaio Cesare (figlio di Marco Vipsanio Agrippa e nipote di Augusto). Divenne senatore nel 7 d.C. I suoi due libri di Historiae Romanae dedicano ampio spazio ad Augusto e Tiberio, che l'autore ammirava grandemente. Pur mancando di neutralità, offre la prospettiva di chi visse quelle esperienze direttamente.
Degli autori che scrissero successivamente, assai importante è Svetonio (70-130 d.C.), che servì sotto Traiano e Adriano, e fu sovrintendente alla corrispondenza imperiale. Usò i registri imperiali, cui aveva accesso, specialmente le lettere di Augusto. Le sue Vite dei Cesari (De vita Caesarum) sono ricche di aneddoti, ma non molto attendibili.
Tacito (56-117) apparteneva all'aristocrazia romana e fu senatore, console e governatore provinciale. I suoi Annales vanno dall'ascesa al potere di Tiberio (14) alla morte di Nerone (68), ma in vari passaggi si fa riferimento ad Augusto. Aveva in progetto di scrivere una storia del regno di Augusto, cosa che poi non fece.
Lo storico greco Plutarco (45-120 ca.) scrisse una Vita di Augusto, andata però perduta. Nelle sue Vite parallele (Βίοι Παράλληλοι), specialmente nelle biografie di Cesare e di Antonio, sono presenti molti riferimenti ad Augusto. L'intera sua opera è condita di citazioni di Augusto.
Appiano (morto intorno al 160), storico greco nativo di Alessandria d'Egitto, scrisse una Storia romana (Ῥωμαικά), che va dalle origini di Roma fino ai suoi tempi. Per la figura di Augusto rilevano i libri dal III al V sul periodo delle guerre civili (44-31 a.C.) e il Secondo triumvirato. Appiano è particolarmente interessante per la sua attenzione alle questioni sociali, le sue conoscenze di finanza e per la relativa obbiettività. Probabilmente per via delle sue origini, offre molte informazioni su Cleopatra.
Cassio Dione (164-229 ca.), rampollo di una ricca famiglia greca della Bitinia, in Asia minore, fu senatore, due volte console e governatore provinciale. Anche la sua Storia romana (Ῥωμαϊκὴ Ἱστορία) in 80 libri parte dalle origini e arriva ai tempi dell'autore. Il suo racconto è scarsamente attendibile, ma rappresenta la fonte che con maggiore continuità racconta la vita di Augusto dalle origini al 10 a.C. La parte dell'opera che va dal 9 a.C. al 46 d.C. ci è giunta in riassunti, con un'importante lacuna dal 5 al 3 a.C.
Data l'importanza della figura di Augusto, riferimenti alla sua persona sono sparsi anche in opere di autori romani non direttamente dedicate a lui. Così nella Naturalis historia di Plinio il Vecchio (seconda metà del I secolo d.C.), nelle Noctes Atticae di Aulo Gellio (metà del II secolo d.C.) e nei Saturnalia di Macrobio (inizi del V secolo).

L'astro di Augusto sorge nel contesto del cesaricidio alle idi di Marzo (44 a.C.). Giulio Cesare aveva concentrato nella propria persona una quantità mai vista di poteri. Nel 46 a.C., aveva ottenuto la dittatura rei publicae constituendae, cioè per la riforma dello Stato, per 10 anni. Tra 46 e 44 a.C., per favorire il nuovo corso, il numero dei senatori fu portato da 600 a 900 membri e tra essi furono immessi molti cesariani, ricchi cavalieri e nuovi elementi anche borghesi da tutte le aree della romanità. Tra 45 e 44 a.C., Cesare ricoprì il consolato per la quarta e la quinta volta, e fu infine nominato dictator perpetuus ('dittatore a vita') verso la fine di febbraio del 44 (a meno di un mese dalla morte).
L'enorme potere raccolto da Cesare e certi atteggiamenti suoi e di alcuni sostenitori causarono forte malcontento tra i senatori. Nei primi mesi del 44 a.C., Cesare stava preparando una campagna militare contro l'Impero partico per ristabilire in Asia l'egemonia romana, compromessa dalla dura sconfitta subita da Crasso nel 53 a.C. alla battaglia di Carre. Quando a Roma si sparse la voce di un oracolo che vaticinava la sconfitta dei Parti per mano di un re, si mise in moto una congiura, ordita da Marco Giunio Bruto, Caio Cassio Longino e Decimo Bruto: il 15 marzo del 44 a.C., Cesare fu ucciso alla Curia Pompeia, dove doveva presiedere una seduta del Senato. Alla congiura parteciparono molti senatori e moltissimi la appoggiarono in modo più o meno diretto: il popolo e i veterani esigevano una punizione.
Il gruppo dei cesaricidi aveva lasciato in piedi alcuni importanti cesariani, primi tra tutti Marco Emilio Lepido, che nel 49 a.C. aveva fatto eleggere Cesare dittatore e a cui era destinato il governo della Gallia Narbonese e della Spagna Citeriore, e Marco Antonio, collega di consolato di Cesare nel 44 a.C. e suo fidato collaboratore. I cesaricidi non seppero esprimere una reale alternativa al dittatore.
Antonio, che era in quel momento console e amico personale di molti dei congiurati, volle appoggiare, insieme al collega suffectus Dolabella, una politica di compromesso promossa dal pompeiano Cicerone: da un lato, si garantiva ai congiurati un'amnistia, cioè un "oblio dei rancori", ispirata a quella favorita in Atene nel 403 a.C., ai tempi della restaurazione della democrazia da parte di Trasibulo di Stiria; dall'altro, si garantiva la ratifica degli atti del dittatore. Furono inoltre confermate le assegnazioni delle province ai cesaricidi: era ad esempio previsto che a Decimo Bruto andasse la Gallia Cisalpina; a Dolabella andava invece la Siria ed ad Antonio la Macedonia con sei legioni, lì concentrate per la spedizione contro i Parti. Tale compromesso fu sancito da un senatoconsulto, tenutosi nel tempio di Tellure, che decretò che non si procedesse a danno dei congiurati "per l'utile dello Stato". Sempre in questo periodo, Lepido, grazie all'appoggio di Antonio, si fece eleggere pontifex maximus in luogo del defunto dittatore.
I conservatori cercarono anche, ma senza successo, di impedire la lettura del testamento di Cesare e la concessione dei funerali di Stato, che si tennero il 20 (o il 21) marzo. Antonio ottenne da Calpurnia, ultima moglie di Cesare, il testamento e altri documenti del dittatore. I funerali furono condotti da Antonio in modo da dare voce alla rabbia popolare per l'assassinio, tanto che i cesaricidi, a fronte delle violenze contro di essi e le loro dimore, ritennero di abbandonare l'Urbe e di recarsi nelle province loro assegnate. Antonio fece passare tutta una serie di progetti di legge, spacciandoli per volontà del dittatore, sulla scorta delle carte private in suo possesso, e assumendo la veste di suo erede politico.
Cesare non aveva avuto che un figlio naturale maschio, cioè Tolemeo Cesare, detto Cesarione, avuto con Cleopatra. Nel testamento, Cesare indicava un suo pronipote di appena 18 anni, Gaio Ottavio, erede dei suoi beni e figlio adottivo. La sorella di Cesare, Giulia minore, era nonna di Ottavio.

Data la caratura del personaggio, sulle origini del futuro Augusto sopravvivono diverse tradizioni concorrenti. Nato Gaio Ottavio, era figlio dell'omonimo Gaio Ottavio, uomo d'affari che, primo della gens Octavia (ricca famiglia di Velitrae, l'odierna Velletri), aveva ottenuto, sfruttando la ricchezza del padre, banchiere, un posto in Senato e importanti cariche pubbliche (pretore nel 61 a.C. e poi governatore della Macedonia). Il padre era quindi un homo novus. La madre, Azia maggiore, proveniva invece da una famiglia da parecchie generazioni di rango senatorio e dagli illustri natali: era infatti imparentata sia con Cesare sia con Pompeo. Azia era più precisamente figlia di Giulia minore, sorella di Cesare, e di Marco Azio Balbo; il futuro Augusto, pertanto, era pronipote di Cesare. La madre di Marco Azio Balbo, Pompea Lucilia, era sorella di Gneo Pompeo Strabone e zia di Pompeo Magno. Ciononostante, Marco Antonio poté poi accusare Ottavio di essere ignobilis loco ('di origine non nobile').
Secondo quanto riportato da Gaio Svetonio Tranquillo nelle Vite dei Cesari, il futuro imperatore aveva occhi chiari e nitidi, denti piccoli e mal tenuti, capelli di un castano chiaro dorato, leggermente ricci e tenuti corti, orecchie non troppo grandi e il naso dritto leggermente aquilino. Non era inoltre particolarmente alto, ma aveva comunque un corpo molto proporzionato.
Secondo una tradizione, Gaio Ottavio nacque a Roma nove giorni prima delle calende di ottobre, prima dell'alba, in quella parte del Palatino denominata ad Capita Bubula («teste di bue»), dove, dopo la sua morte, sarebbe stato costruito un santuario a lui dedicato. Svetonio aggiunge che inizialmente abitò nei pressi del Foro Romano, sopra le "scale degli orefici", nella casa che era stata dell'oratore Gaio Licinio Calvo, nei pressi della Velia. L'individuazione del Palatino come luogo di nascita potrebbe derivare dal desiderio di associare Augusto ad un luogo centrale per l'identità della nuova Roma, uno spazio che poi, in occasione della sua deificazione post mortem, gli sarebbe stato consacrato. Esiste infatti anche una tradizione concorrente, che lo vede nascere a Velitrae, nella casa di famiglia.
In seguito, si trasferì sul Palatino, in una casa ugualmente modesta (la Domus Augustea), che era appartenuta all'oratore Quinto Ortensio Ortalo, di non grande ampiezza e priva di lusso, visto che le colonne dei suoi portici, piuttosto basse, erano di pietra del Monte Albano, mentre nelle stanze non c'erano né marmo né mosaici. Dormì nella stessa camera per più di quarant'anni, anche d'inverno, sebbene considerasse poco adatto alla sua salute il clima invernale di Roma.
A circa quattro anni perse il padre (nel 59 o nel 58 a.C.) e la madre, Azia, sposò il nobile Lucio Marcio Filippo. A dodici anni circa pronunciò l'orazione funebre (laudatio funebris) per sua nonna Giulia (nel 52 o nel 51 a.C.). Svetonio racconta di un episodio avvenuto in questo periodo: Cicerone, mentre accompagnava Gaio Giulio Cesare in Campidoglio, raccontò agli amici di aver fatto un sogno la notte precedente. Nel sogno aveva visto un fanciullo dai nobili lineamenti, che scendeva dal cielo appeso a una catena d'oro e si fermava davanti alle porte del Campidoglio, dove Giove gli consegnava una frusta. Quando Cicerone vide Gaio Ottavio, che lo zio Cesare aveva fatto venire a un sacrificio, disse che era proprio lui il ragazzo apparsogli in sogno.

Precettore di Gaio Ottavio fu uno schiavo greco di nome Sphaerus, un grammaticus che gli insegnò a leggere e a scrivere, aritmetica e greco, lingua che Ottavio non parlerà mai fluentemente, ma che usava talvolta, inframmezzandola al latino della sua corrispondenza. Successivamente studiò filosofia greca con gli stoici Ario Didimo e Atenodoro di Tarso, e retorica con Marco Epidio e Apollodoro di Pergamo.
Raggiunta l'età adulta, nel 48 a.C. indossò la toga virile; ottenne poi alcune ricompense militari in Africa, in occasione del trionfo del prozio Gaio Giulio Cesare, pur non avendo partecipato, per la giovane età, alla guerra civile del 49-45 a.C. Quando poi lo zio partì per la Spagna per combattere contro i figli di Pompeo, lo seguì, sebbene ancora convalescente da una grave malattia. Raggiunse Cesare con una scorta ridotta, dopo aver percorso strade infestate da nemici e dopo un naufragio. Si fece subito apprezzare dallo zio per il coraggio dimostrato, ma di fatto, all'arrivo del giovane, gli scontri erano già terminati. Dopo aver portato a termine anche la guerra in Spagna, Cesare, che progettava una campagna militare prima contro i Daci e poi contro i Parti, lo inviò, tra settembre e ottobre del 45 a.C., ad Apollonia (nell'Illyricum), dove, seguito da Apollodoro, poté dedicarsi allo studio.
Svetonio racconta che durante il soggiorno ad Apollonia, Gaio Ottavio era salito insieme al fedele amico, Marco Vipsanio Agrippa, all'osservatorio dell'astrologo Teogene. Fu Agrippa a consultarlo per primo, ricevendo splendide previsioni sulla sua vita futura, quasi incredibili. Gaio Ottavio, temendo di essere considerato di origini oscure, preferì inizialmente non fornire i dati relativi alla propria nascita, ma dopo numerose preghiere, acconsentì. Teogene allora si alzò dal suo seggio e lo adorò. Per questo motivo Gaio Ottavio ebbe così tanta fiducia nel proprio destino da far pubblicare il proprio oroscopo e coniare una moneta d'argento con il segno del Capricorno, suo ascendente: in epoca imperiale si dava più importanza all'ascendente piuttosto che al segno di nascita (la Bilancia per Gaio Ottavio).
Sembra che, tra gennaio e febbraio del 44 a.C., poco prima di essere assassinato, Cesare volesse fare di Gaio Ottavio il proprio magister equitum, accanto a Marco Emilio Lepido, in vista della grande spedizione d'Oriente che stava preparando contro i Parti, ma questa fu forse un'invenzione successiva.

A Roma, nei giorni successivi al cesaricidio del 15 marzo 44 a.C., la situazione politica era assai complicata: Marco Antonio decise di accogliere la proposta di Cicerone di un'amnistia da accordare ai cesaricidi, avanzata per cercare di ripristinare un pacifico corso politico e concessa già il 17 marzo. Bruto e Cassio, pretori quell'anno, non avevano né un reale programma per risolvere i problemi che attanagliavano la Repubblica, né un reale appoggio popolare. Nel mentre, un folto gruppo di senatori anziani promosse l'iniziativa di richiamare a Roma l'erede designato, Gaio Ottavio.
Fu ad Apollonia, dove si trovava già da sei mesi, che Gaio Ottavio apprese, tramite una lettera della madre, del cesaricidio. Azia e il patrigno volevano che li raggiungesse a Roma per ritirarsi a vita privata. Pur restando indeciso sul da farsi, se raggiungere ad esempio le legioni in Macedonia per preparare la vendetta, come alcuni gli consigliavano, preferì desistere da un'impresa tanto temeraria e tornare a Roma ad accertarsi dei rapporti di forza e degli schieramenti effettivi, e reclamare i suoi diritti.
Svetonio racconta di un episodio curioso, occorso durante il viaggio verso l'Italia:
Gaio Ottavio decise di sbarcare inosservato in Puglia, evitando l'ovvio approdo di Brundisium (Brindisi), perché non era ancora in grado di prevedere le reazioni delle truppe lì acquartierate; poiché preferiva non approdare lungo la via Appia, dove si sentiva vulnerabile, scelse un attracco vicino a Lupiae (l'odierna Lecce). Secondo alcuni, fu a Lecce che gli giunsero notizie più precise sull'accaduto e sulla reazione del popolo in lutto per la morte di Cesare, nonché una copia delle decisioni del Senato e del testamento del dittatore; Gaio Ottavio, informato di essere stato adottato per testamento da Cesare, essendosi accertato che non lo attendessero agguati da parte dei cesaricidi, si spostò a Brindisi.
Arrivato a Brindisi, ricevette il benvenuto dalle legioni di Cesare, lì acquartierate in attesa della spedizione in Oriente, e si impossessò dei circa 700 milioni di sesterzi di denaro pubblico destinati alla campagna contro i Parti. Il giovane utilizzò quel denaro per acquisire ulteriore favore tra i soldati e tra i veterani di Cesare stanziati in Campania. Secondo una lettera di Cicerone ad Attico del 22 aprile 44 a.C., Gaio Ottavio si sarebbe recato alla villa del patrigno Filippo a Pozzuoli, dove avrebbe incontrato alcuni notabili romani, quali Balbo, Irzio, Pansa e lo stesso Cicerone, che ne trasse un'opinione inizialmente negativa. Nel frattempo, gli antichi amici di Gaio Ottavio, tra cui Agrippa e Mecenate, gli suggerivano di avversare l'amnistia accordata ai cesaricidi.
Giunto nella capitale nell'aprile (o nel maggio) del 44 a.C. (a più di un mese da quando i cesaricidi avevano lasciato la città), Gaio Ottavio, tenendo un discorso pubblico, rivendicò la sua eredità (8 maggio), nonostante le esitazioni della madre e l'opposizione del patrigno. La richiesta che Ottavio fece dell'eredità può essere considerata l'inizio della sua carriera politica.
Nel testamento, scritto il 13 settembre 45 a.C. (e non era il suo primo testamento), Cesare aveva posto come condizione che il giovane facesse proprio il suo nome (condicio nominis ferendi). Secondo la consuetudine, il giovane assunse il nomen gentilizio (Iulius) e il cognomen (Caesar) del padre adottivo, omettendo però di aggiungere, come da tradizione, un secondo cognome derivato della gens di provenienza aggettivata in -anus (cioè Octavianus). Assunse dunque il nome Gaio Giulio Cesare (Gaius Iulius Caesar). Il nome Ottaviano venne generalmente diffuso dalla propaganda degli avversari politici, ma non risulta nei documenti ufficiali e fu poi promosso dalla storiografia moderna. La forma Gaius Caesar Octavianus (oltre all'informale "giovane Cesare", adulescens Caesar) fu usata anche da Cicerone e da altri contemporanei per evitare confusione con il passato dittatore.
A Roma, la adoptio ('adozione') avveniva di norma con l'adottante ancora in vita. L'adozione testamentaria era assai meno comune, ma non inusitata, tanto che a nessuno venne in mente di considerare quella di Gaio Ottavio da parte di Cesare come irregolare. Pure, il giovane decise di farla ratificare ai Comitia Curiata, l'assemblea più antica di Roma, con ciò mostrando assai presto la sua distanza dall'atteggiamento del padre adottivo, che non vedeva alcuna sostanza nelle forme repubblicane.
Nella ricostruzione di Appiano, Ottaviano insisté con Antonio perché una lex curiata de adoptione ratificasse il suo ingresso nella gens Iulia, nel contesto di adrogatio di persona adulta (sui iuris). Nel complesso, Appiano vede delle irregolarità nella situazione di Ottaviano in rapporto al testamento di Cesare. Nella ricostruzione di Cassio Dione (XLV, 5), invece, l'irregolarità è attribuita ad Antonio, che in qualità di console e capo della fazione cesariana deteneva in quel momento il controllo del patrimonio e aveva interesse a procrastinare il versamento: Antonio è ritratto apparentemente intento a far approvare la lex curiata e la ratificazione, ma segretamente brigando con alcuni tribuni perché la legge non passasse.
Come erede principale di Cesare, Ottaviano aveva diritto a tre quarti delle sue ricchezze (solo la metà, secondo Tito Livio). Assieme a lui erano stati nominati eredi Lucio Pinario e Quinto Pedio, suoi parenti stretti, cui spettava il restante quarto del patrimonio di Cesare; solo il giovane, però, poté prendere, in quanto unico figlio adottivo, il nome del defunto. Cesare lasciava, inoltre, 300 sesterzi a 250 000 capifamiglia della plebe romana, oltre ai suoi giardini lungo le rive del Tevere (gli Horti Caesaris). Si trattava, nella sostanza, di un consistente programma di stimolo economico per l'Urbe.
Mentre Cicerone cercava di ottenere il favore di Gaio Ottavio, Marco Antonio, erede in seconda nel testamento insieme a Decimo Bruto e vero erede politico di Cesare, aveva anche motivi economici per osteggiare l'erede; Bruto era fuori dai giochi in quanto complice del cesaricidio: se Ottavio e i suoi due cugini (Pedio e Pinario) avessero rinunciato all'eredità, Antonio sarebbe rimasto padrone di quell'enorme ricchezza e avrebbe ripianato i suoi cospicui debiti; egli cercò dunque di impedire ad Ottaviano di accedere al patrimonio del dittatore, ostacolando la registrazione legale dell'adozione. Il console dovette però cedere quando Ottaviano, ancora formalmente appartenente ad una gens plebea, si candidò tribuno della plebe.
Non è chiaro se Ottaviano poté mai realmente mettere le mani sull'ingente eredità di Cesare. Egli comunque decise allora, impegnando i propri beni, di anticipare al popolo le enormi somme che Cesare aveva lasciato nel suo testamento. Per far ciò, liquidò il patrimonio immobiliare ereditato e vendette anche beni suoi propri. Ottenne così che molti dei cesariani si schierassero dalla sua parte contro Antonio, suo diretto avversario nella successione politica a Cesare.
Ottaviano ed Antonio ingaggiarono un confronto a chi fosse più fedele alla memoria di Cesare. Antonio, che al momento del cesaricidio era console, cercò di operare sul controllo delle legioni, assumendo il comando in Macedonia, e di contenere il potere militare dei cesaricidi; egli, inoltre, denunciò l'amnistia ai cesaricidi e incolpò Cicerone e i suoi alleati di averla favorita. Anche se forte della posizione di console, Antonio scontava un confronto impari con Ottaviano in quanto erede designato giunto a Roma a piangere la morte del padre adottivo; Antonio era poi bersaglio delle invettive di Cicerone, tanto nei discorsi al Senato quanto nelle orazioni scritte e fatte circolare tra la classe dirigente romana.
Il rifiuto opposto da Antonio all'acqisizione dell'eredità da parte di Ottaviano aveva fatto sì che intorno al giovane convergessero tutti coloro che con la dittatura di Cesare avevano perso posizione e prestigio, convinti com'erano che fosse più controllabile del potente Antonio. In tal modo, intorno a Ottaviano coagularono forze in contrasto tra loro: da un lato i senatori che Cesare aveva vessato, dall'altro i veterani di Cesare; l'erede designato, infatti, si era dato al doppio gioco: in pubblico invocava la vendetta (ultio), ma in privato cercava di ottenere l'appoggio di Cicerone e di altri membri del Senato ponendo Marco Antonio in una difficile posizione. I senatori, e in particolare Cicerone, vedevano infatti in Ottaviano un principiante inesperto e agevolmente manovrabile (e così Antonio, che, più grande di lui di vent'anni, lo riteneva un ragazzo "di tutto debitore al nome" del padre). Cicerone apprezzava l'indebolimento della posizione di Antonio e approvò la ratifica del testamento. I senatori erano dunque contrari tanto ad Antonio quanto ad Ottaviano e speravano che appoggiare il secondo, forte peraltro di un fulminante favore popolare, significasse liberarsi innanzitutto del primo, maggiore candidato ad un ritorno alla dittatura.
In risposta alle attenzioni che vedeva destinate dal Senato al giovane Cesare, Antonio, con il varo di una legge speciale dei primi di giugno del 44 a.C. (la lex de permutatione provinciarum), tentò di costituire una forza militare a propria disposizione facendosi assegnare dai comizi, al termine del proprio anno consolare, la Gallia Cisalpina, già affidata al propretore (e cesaricida) Decimo Bruto, e la Gallia Comata; al collega Publio Cornelio Dolabella doveva invece andare la Siria. L'assegnazione delle province prevedeva inoltre un imperium proconsulare per il quinquennium 43-39 a.C., in palese contraddizione con la lex Iulia de provinciis. Antonio si accingeva così a portare guerra ai cesaricidi, che pure aveva provato ad accontentare, cercando per loro l'assegnazione delle province di Creta e Cirene, nonché l'assai vantaggiosa cura del rifornimento di grano dall'Asia e dalla Sicilia, che offrivano un pretesto dignitoso per allontanarsi dall'Italia. I cesaricidi, per converso, risultavano favoriti dall'allocazione dei comandi provinciali così come era stata disposta da Cesare stesso e comunque dubitavano delle reali intenzioni del console nei loro confronti. Antonio aveva cercato inizialmente di fondare la propria fortuna politica in direzione di una conciliazione generale, ma l'arrivo di Ottaviano scombinò i suoi piani: è assai probabile che l'insistenza per l'approvazione della lex de permutatione provinciarum, approvata peraltro per vim, cioè attraverso la violenza, fosse legata all'avvento del giovane erede e rappresentasse un tentativo del console di recuperare il favore della fazione cesariana. Antonio, infatti, iniziò a spingere per un riassetto delle assegnazioni delle province fin da fine aprile, quindi immediatamente dopo l'arrivo di Ottaviano a Roma. Sia come sia, l'orientamento del console era ormai chiaro: Bruto e Cassio dovettero riparare in Oriente, cercando di mettere in piedi un esercito prima che sopraggiungesse Dolabella. In questo frangente, intorno al 10 giugno 44 a.C., Cicerone scriveva ad Attico (XV, 12, 2), manifestando certezza sulla fedeltà di Ottaviano alla causa repubblicana, sicuro della possibilità di sfruttare le potenzialità di quel giovane rampollo per eliminare Antonio, uscito indenne (con grave dispiacere dell'oratore) dalle Idi.

Tra il 20 e il 30 luglio del 44 a.C. Ottaviano, aiutato dagli "amici di Cesare", si occupò personalmente di organizzare i Ludi Victoriae Caesaris, giochi in onore di Venere, genitrice della casa Giulia, che secondo una disposizione emanata dal prozio dovevano essere celebrati annualmente a settembre ma che i magistrati incaricati non osavano celebrare per paura dei seguaci dei cesaricidi. Durante questi giochi Antonio, in qualità di console, si oppose all'esposizione, voluta da Ottaviano, di una corona su di un trono dorato apprestato per Cesare che il Senato aveva a suo tempo concesso al dittatore, ottenendo l'effetto collaterale di porsi in cattiva luce. Quando poi, secondo numerose fonti, una cometa apparve sul cielo di Roma per ben sette giorni proprio in concomitanza dei giochi, suscitando molta impressione, Ottaviano capì subito che doveva approfittarne, ed innalzò nel foro una statua di Cesare sulla cui testa figurava una Stella, da quel momento in poi attributo stabile del Divus Iulius
Quella cometa, sul cui passaggio non ci sono dubbi (fu vista anche in Cina), sarebbe stata ribattezzata "Stella di Cesare" (Sidus Iulium) tra i Romani; l'episodio ebbe un'eco imponente nella letteratura poetica e storiografica, coeva e successiva.
Il 31 agosto, a seguito di questi avvenimeti, Cicerone, che aveva nel frattempo considerato di ritirarsi in Grecia in ragione di una delusione politica, ebbe l'impressione che la situazione stesse cambiando e rientrò a Roma, venendo accolto in maniera quasi trionfale, secondo i suoi stessi scritti, da "una grande massa di persone". Il primo settembre non si presentò in Senato (indizio di maggior sicurezza nella forza della propria pars), scatenando la minaccia di Antonio di farlo prelevare con la forza; per poi presentarsi il giorno dopo, quando sapeva non ci sarebbe stato Antonio, e pronunciare una pacata ma a tratti sarcastica orazione contro di lui: il primo di una serie discorsi avversi ad Antonio chiamati Filippiche.
In seguito, per riuscire a portare a termine altri suoi progetti, Ottaviano si presentò come candidato a sostituire un tribuno della plebe appena deceduto, malgrado fosse un patrizio (sebbene non ancora un senatore). La sua candidatura incontrò nuovamente l'opposizione di Antonio, sul cui appoggio il giovane contava, ma che, almeno secondo la testimonianza di Svetonio, aspirava ad ottenere sottobanco una grossa ricompensa.
All'inizio di ottobre, poco dopo la pubblica riconciliazione fra Antonio e Ottaviano, accadde un episodio poco chiaro: Antonio denunciò il tentativo da parte di Ottaviano, consigliato da alcuni ottimati, di assoldare dei soldati della sua guardia del corpo perché lo uccidessero. Di conseguenza il giovane, insieme ad Agrippa e Mecenate, credendosi a sua volta in pericolo, si portò in Campania (fermandosi in particolare a Calatia e poi a Casilinum) a reclutare un esercito privato di circa 3 000 soldati, tutti veterani di Cesare garantendo a ciascuno di loro un salario di 500 denari.
Deciso a riprendere il controllo della situazione, Antonio richiamò in Italia le legioni stanziate in Macedonia, e di fronte a tale minaccia, Ottaviano a novembre richiamò i veterani di Cesare a lui fedeli. Dai dettagli di una lettera di Cicerone ad Attico del 2 o 3 novembre del 44, si evince chiaramente che Ottaviano, avendo rotto completamente con Antonio dopo l'"attentato", ha discusso e concordato con Cicerone le mosse da compiere; essendogli state prospettate da Ottaviano due possibilità: se il giovane avesse dovuto attestarsi a Capua e sbarrare il passaggio a di Antonio (recatosi a Brindisi per prendere con sé le legioni macedoniche e portarsele in Cisalpina) o se dovesse invece rientrare a Roma con questo suo esercito privato, Cicerone optò per quest'ultima (equidem suasi ut Romam pergeret, scrive nella stessa lettera). Secondo Tacito, in quell'occasione l'erede di Cesare simulava fedeltà al partito neo-pompeiano comandato in quel momento da Cicerone, ma con l'idea di trarre profitto dalla situazione.
Antonio offrì come soldo ai veterani sbarcati a Brindisi solo 400 sesterzi (cioè 1/5 dei 3000 sesterzi a testa dati da Ottaviano ai veterani arruolati in Campania) e seguitarono durissime proteste che il console, secondo Cicerone, sedò con il pugno di ferro, facendo passare per le armi molti soldati. Riuscì così a far marciare le legioni verso la Cisalpina, mentre lui tornava a Roma, sferrando insultanti libelli contro Ottaviano; ma mentre si accingeva a recarsi in Senato (28 novembre), Antonio ricevette notizia che due legioni (la IIII Macedonica e la Martia) avevano defezionato, mettendosi agli ordini del rivale. Il passaggio è richiamato da Cicerone nelle Epistulae ad familiares:
Antonio dovette così riunirsi alle due legioni restanti, aumentare seduta stante il loro compenso e spostarsi a Tivoli, anticipando la propria partenza verso le Gallie, dove contava di costituire un esercito con cui recuperare il controllo dell'Urbe; puntò così verso Mutina. Una volta attestatosi ad Ariminum, inviò a Decimo Bruto la richiesta di liberare la Cisalpina entro trenta giorni.
Intanto, la situazione di Ottaviano era in bilico: sul piano giuridico ed istituzionale, egli non possedeva l'autorità per reclutare un esercito come invece aveva fatto ed ancor più illegale era l'avallo che aveva offerto all'ammutinamento delle legioni contro il console in carica; sul piano dei rapporti politici, però, il suo esercito privato era l'unica forza su cui il Senato potesse contare per far fronte ad Antonio. Così, temendo i seguaci dei "liberatori" l'opposizione di Ottaviano all'entrata in carica come tribuno della plebe di Publio Servilio Casca (primo a levare il pugnale contro Cesare durante il suo assassinio), Gaio Oppio (uomo di fiducia di Cesare) instaurò uno scambio: Ottaviano sarebbe rimasto neutrale all'elezione di Casca ed in cambio Cicerone avrebbe "assunto la causa del giovane Cesare e delle sue truppe".
I nuovi tribuni convocarono il Senato per il 20 dicembre, giorno in cui Cicerone tenne un orazione (la Terza filippica), seguita da un'altra (la Quarta filippica), stavolta davanti al popolo. Poco tempo prima, l'Arpinate aveva anche messo in circolazione una sorta di pamphlet contro Antonio (la Seconda filippica). L'assemblea aprì la strada alla legalizzazione dell'ammutinamento e si posero le premesse per il riconoscimento e la legalizzazione del potere de facto di Ottaviano.
Il 1º gennaio 43 a.C., sotto la presidenza dei nuovi consoli, Aulo Irzio e Gaio Vibio Pansa, il Senato si riunì nuovamente, in una seduta che si protrasse per ben quattro giorni. L'obbiettivo di Cicerone era chiaro: sconfiggere Antonio grazie alla forza militare di Ottaviano, inquadrata auspicabilmente al più presto sotto il comando dei consoli. A tale fine era necessario proclamare l'ex console hostis publicus, assumendo come presupposto il carattere sovversivo dell'attacco alla Cisalpina, "legittimamente" in mano a Decimo Bruto; ma Pansa, non condividendo l'orientamento di Cicerone, dette subito la parola a suo suocero, il consolare Quinto Fufio Caleno, il quale riuscì, con l'appoggio di Lucio Calpurnio Pisone, a far approvare la proposta di un'ambasceria da mandare ad Antonio come estremo tentativo di riconciliazione, rendendo vane le proteste di Cicerone nella Quinta filippica. Tuttavia, il Senato decretò anche, su proposta dello stesso Pansa, l'abrogazione della lex de permutatione provinciarum, che aveva assegnato ad Antonio le Gallie; e Cicerone ottenne per Ottaviano l'imperium unitamente al rango di questore o quello di propretore, legittimando la sua posizione alla testa delle proprie legioni. Al momento del voto, per garantire al giovane questi onori, Publio Servilio Isaurico, Servio Sulpicio Rufo e Marcio Filippo (il patrigno di Ottaviano) fecero aggiungere anche la possibilità di accedere a tutti i gradi del cursus honorum con dieci anni di anticipo rispetto alla norma ed il diritto di sedere in Senato insieme ai consulares. Augusto, nelle Res gestae, indica in questo passaggio l'inizio del suo successivo potere.

La missione inviata ad Antonio, alla quale non era stato neanche concesso di entrare nella Modena stretta d'assedio dall'ex console, riportò a Roma la sua proposta di cedere la Cisalpina in cambio della Transalpina e di sei legioni (da togliere a Decimo Bruto). La proposta, demolita da Cicerone nell'ottava filippica, fece in Senato un'impressione negativa ed il contenuto del senatoconsulto con cui si conclude la filippica indica lo stabilimento della data del 15 marzo come termine entro il quale chi avesse voluto avrebbe potuto abbandonare l'esercito di Antonio per passare agli ordini dei consoli o di Ottaviano. Nel frattempo, Irzio si era accampato a Claterna ed Ottaviano a Forum Cornelii. A suo dire però, Ottaviano "aveva dovuto mettere anche le proprie truppe agli ordini del console"; l'accordo tra i due comandanti che fronteggiavano Antonio era, di fatto, più apparente che reale: il figlio adottivo di Cesare era perfettamente consapevole dell'intenzione del Senato di giocarlo contro Antonio e poi liquidarlo, era stato infatti riservatamente ordinato ad Irzio di pretendere per sé, nella divisione del comando delle operazioni militari, proprio le legioni che avevano defezionato da Antonio, che costituivano la parte migliore dell'esercito.
Il 15 marzo 43 a.C., prima della scadenza dell'ultimatum del Senato, Antonio scrisse una lettera ad Irzio e Ottaviano in nome dell'unità dei cesariani, ma il tentativo fallì e poco dopo anche Pansa partì alla volta della zona di guerra; per di più, la lettera fu letta in Senato e sprezzantemente commentata da Cicerone. La lettera riportava quanto segue:
Il 14 aprile del 43 a.C., si tenne la battaglia di Forum Gallorum, nella quale Antonio tese un imboscata a Pansa e questi venne gravemente ferito e trasportato a Bologna, ma al sopraggiungere delle truppe al comando di Irzio, l'esercito di Antonio subì pesanti perdite. Dalla lettera di Servio Sulpicio Galba a Cicerone, che contiene la cronaca diretta degli scontri, risulta che l'ala sinistra, al comando di Ottaviano, dovette ripiegare incalzata dalla cavalleria di Antonio; lo stesso Antonio raccontò poi che Ottaviano era fuggito dalla battaglia ed era riapparso soltanto dopo due giorni, ed effettivamente, solo il 16 aprile Ottaviano si fece salutare ed acclamare come imperator dalle truppe.
Il 21 aprile, Antonio fu sconfitto nella battaglia che si svolse sotto le mura di Modena (dopo aver tentato fino all'ultimo di sottrarsi allo scontro diretto visto lo scacco subìto alcuni giorni prima) e fù costretto alla fuga, mentre Irzio, pur lo vide vincitore, morì in battaglia. Ottaviano prese parte personalmente ai combattimenti all'interno del campo di Antonio e alla fine rimase unico comandante delle legioni repubblicane. Scrive Svetonio:
Il 23 aprile morì anche Pansa, a seguito delle ferite riportate, secondo una tradizione ostile ad Ottaviano, ma difficile da esorcizzare, aiutato a morire dallo stesso Ottaviano; di certo Glicone, il medico di Pansa, fu arrestato.
Solo alla conclusione del bellum Mutinense, terminato il temporeggiamento della parte del Senato favorevole ad Antonio, questi fu dichiarato hostis rei publicae (nemico dello Stato) avendo illegalmente preso d'assedio un legittimo propretore.
Sconfitto, Antonio si rifugiò in Gallia, dove si unì a Marco Emilio Lepido, allora governatore della Gallia Narbonensis. I due condussero poi le proprie forze in Italia.
Ottaviano chiese a questo punto il consolato, suggerendo di avere Cicerone per collega, ma ottenne un rifiuto. Allontanato infatti il pericolo di Antonio, il Senato aveva fatto presto a disconoscere l'innaturale associazione al partito cesariano. Incaricato di inseguire Antonio non fu il giovane Cesare, ma lo stesso Decimo Bruto, che ottenne anche gli onori del trionfo, mentre ad Ottaviano fu negata la ovatio né poté far parte della commissione che stabiliva i premi per i veterani. Inoltre, la flotta fu affidata a Sesto Pompeo, figlio di Pompeo Magno, mentre a Bruto e Cassio fu conferito l'imperium maius sulle province orientali. I senatori continuavano a sottovalutare la risolutezza di Ottaviano, il quale non esitò ad aprire un negoziato segreto con Antonio e Lepido, e a dirigersi minacciosamente verso Roma con il proprio esercito, sapendola indifesa. Marciando su Roma, Ottaviano, che pure successivamente cercò di presentarsi come campione della Repubblica, di fatto pose fine all'alleanza tra i veterani di Cesare al suo comando e l'oligarchia senatoriale, riproducendo gli atteggiamenti di un Silla.
Di questa marcia su Roma sono pervenute due versioni opposte, quella dei Commentarii dello stesso Ottaviano, riportata in Appiano, che sottolinea la legalità della procedura seguita, e quella di Dione Cassio, che tende invece a soffermarsi sulla volontà di sopraffazione di Ottaviano e delle sue truppe. Svetonio, invece, racconta quanto segue:
Entrato a Roma (luglio 43 a.C.), Ottaviano fu accolto festosamente dalla plebe. Fatti convocare i comizi, malgrado la giovane età, Ottaviano si fece eleggere console suffetto assieme a Quinto Pedio (suo parente), ottenendo compensi per i suoi legionari e facendo approvare dal Senato la lex Pedia de interfectoribus Caesaris ('legge Pedia sugli assassini di Cesare') del 19 agosto 43 a.C., che istituiva un tribunale speciale (quaestio extraordinaria) per l'accertamento delle colpe dei cesaricidi, ponendo formalmente fine al compromesso raggiunto nella seduta senatoria del Tempio della Terra. Per essi la pena sarebbe consistita nella aquae et ignis interdictio, che comportava la perdita della cittadinanza e la confisca dei beni in favore dello Stato (publicatio bonorum).
In tal modo i consoli poterono rifiutarsi di portare ulteriore soccorso a Decimo Bruto, il quale, in fuga, nel tentativo di raggiungere Marco Bruto in Macedonia, venne infine ucciso nella Cisalpina da un capo gallo fedele ad Antonio, tale Camalo (Κάμιλος; così Appiano, Guerre civili, III, 98, 405 sgg.).
Lo stesso 19 agosto 43 a.C., l'adozione testamentaria di Gaio Ottavio da parte di Giulio Cesare fu ratificata dai Comitia Curiata.
Così il futuro Augusto riassumerà questo periodo della sua carriera politica nell'incipit delle Res gestae:
Dalla nuova posizione di forza Ottaviano prese contatti con il principale sostenitore di Antonio, il pontefice massimo Marco Emilio Lepido, già magister equitum di Cesare, con l'intenzione di ricomporre i dissidi interni alla fazione cesariana. Con gli auspici di Lepido, ottenne dunque che fosse organizzato un incontro segreto a tre con Antonio nei pressi di Bononia (odierna Bologna), su un isolotto del torrente Lavino. Da quel colloquio privato nacque un accordo a tre tra lui, Antonio e Lepido, della durata di cinque anni. Si trattava del secondo triumvirato, riconosciuto legalmente dal Senato il 27 novembre del 43 a.C. con la lex Titia de triumviris rei publicae constituendae ('legge Tizia sui triumviri per il riordino dello Stato'), in cui veniva creata la speciale magistratura dei triumviri rei publicae constituendae consulari potestate, ovvero 'triumviri per il riordino dello Stato con potere consolare'. Ai triumviri erano accordati poteri straordinari di natura dittatoriale. Questo accordo, ispirato a Silla e alla sua dittatura rei publicae constituendae, nasceva dall'esigenza di compattare i cesariani contro Bruto e Cassio, che in Oriente preparavano la guerra, e sarebbe durato sino al 31 dicembre del 38 a.C.
La lex Titia istituiva il triumvirato come una magistratura ordinaria, che dava ad Ottaviano, Lepido e Antonio il diritto di convocare il Senato e il popolo, di promulgare editti e di indicare i candidati alle magistrature. Il patto prevedeva inoltre la divisione dei territori romani: Antonio conservava la Gallia Cisalpina e la Gallia Comata; a Lepido andavano la Gallia Narbonese e la Spagna; ad Ottaviano toccarono l'Africa, la Sicilia e la provincia Sardinia et Corsica. La porzione destinata al giovane Cesare era la peggiore: Sicilia e Sardegna erano infestate dai pirati di Sesto Pompeo (figlio di Pompeo Magno), a cui il Senato, nel periodo di incertezze della guerra di Modena, aveva attribuito il comando delle forze navali. Le scorrerie delle bande di Pompeo mettevano a rischio la stessa sopravvivenza di Roma, privandola di regolare vettovagliamento. L'Oriente era invece in mano dei cesaricidi Bruto e Cassio, che erano stati in grado di concentrare in Macedonia 19 legioni.
La lotta per il potere tra Antonio e Ottaviano aveva ancora esito incerto. La divinizzazione di Cesare da parte del Senato (1º gennaio del 42 a.C.) promosse la figura di Antonio, nella qualità di flamen di questo nuovo culto; d'altra parte, Ottaviano diventò ope legis ('in forza della legge') Divi filius ('figlio di un dio'), come ostentò in diverse monete coniate a partire dal 40 a.C. ca.
I triumviri, anche qui sull'esempio di Silla, redassero delle liste di proscrizione contro gli assassini e gli oppositori di Cesare (o degli stessi triumviri): ciò condusse alla confisca dei beni e all'uccisione di centinaia di senatori e cavalieri, tra cui lo stesso Cicerone (assassinato il 7 dicembre del 43 a.C.), che pagò le Filippiche rivolte contro Antonio.
A Roma e in Italia si scatenò quindi una caccia all'uomo senza eguali. Molte furono le vittime illustri: ben 300 senatori caddero sotto i colpi degli assassini e 2 000 cavalieri ne seguirono la sorte.
Le proscrizioni servivano ad instillare terrore nella società romana, irrobustendo così il potere dei triumviri, ma erano anche funzionali a rimpinguare le casse dello Stato, attraverso la vendita delle proprietà dei benestanti, per finanziare la guerra contro i cesaricidi; avendo così sistemato le proprie finanze, i triumviri prepararono dunque la guerra contro Bruto e Cassio che, come scrive Guarino, "poterono essere legittimamente considerati ribelli, che portavano le armi contro lo Stato (bellum inferentis rei publicae)".
Ottaviano, nelle Res gestae, tace delle sanguinose proscrizioni e storici successivi, come Velleio Patercolo, echeggiato da Floro, e Svetonio (Augustus, 27.1), cercano di sottrarre Augusto alla responsabilità di queste morti e di quella di Cicerone in particolare. Svetonio scrive però che Ottaviano, dopo una iniziale riluttanza, avrebbe condotto le proscrizioni ancor più duramente dei suoi colleghi, mentre Plutarco sottolinea come la riluttanza di Ottaviano riguardasse soltanto il caso di Cicerone; Livio tramanda una versione in cui ognuno dei triumviri aveva scritto la propria lista di proscrizione; Tacito riporta che, alla morte di Ottaviano, non pochi gli rimproverarono le proscrizioni e le confische di terreni, pur concedendogli, sebbene con qualche limitazione, la legittimità della persecuzione contro gli uccisori del padre adottivo.

Lasciati Munazio e Lepido a Roma, Antonio e Ottaviano partirono per la Grecia.
Nell'ottobre del 42 a.C., i due triumviri si scontrarono con Bruto e Cassio: la lotta si concentrò a Filippi, nella Macedonia orientale, e durò venti giorni. I repubblicani furono sconfitti in due battaglie. I due anticesariani si suicidarono. La battaglia fu vinta soprattutto per merito di Antonio e la parte di Ottaviano non fu certo gloriosa visto che Plinio, citando Agrippa e Mecenate, afferma che "alla battaglia di Filippi [Ottaviano] cadde malato, fuggì e si nascose per tre giorni in una palude".
La vittoria sui cesaricidi innalzò il prestigio soprattutto di Antonio, il che si avvertì nell'equilibrio della nuova spartizione. I triumviri, infatti, trovandosi ora padroni dei territori orientali, procedettero ad una redistribuzione delle province: a Lepido furono lasciate la Numidia e l'Africa, ad Antonio, oltre alle Gallie (con la Gallia Cisalpina che, dal 42 a.C., non era più una provincia), andò tutto l'Oriente romano, da cui aveva in mente di preparare un attacco all'Impero partico. Ad Ottaviano spettarono l'Italia, la Sicilia, Sardinia et Corsica e le Spagne. Essendo state congedate tutte le legioni tranne undici, ad Ottaviano spettavano due compiti onerosi: assegnare terre italiche ai veterani e liberare il Mediterraneo da Sesto Pompeo, che muoveva la sua flotta dalla Sicilia, raggiunto dai superstiti delle proscrizioni e di Filippi.
Le proscrizioni, la guerra civile e lo scontro finale a Filippi avevano avuto, tra le conseguenze, anche un assai significativo ridimensionamento della classe dirigente di orientamento conservatore. Diverse famiglie della più antica aristocrazia romana si estinsero. Si formò una nuova aristocrazia, dal peso politico assai inferiore, perché composta da elementi delle municipalità italiche, figure che dovevano tutto ai triumviri. Le stesse municipalità assistettero a profonde epurazioni, che videro la rimozione dei magnati locali e la loro sostituzione con personaggi di fiducia dei triumviri, provenienti soprattutto dall'esercito. La composizione dell'élite romana cambiò radicalmente: i rapporti di dipendenza politica e personale assunsero una nuova rilevanza e rappresentarono un tassello fondamentale per la definitiva crisi della Repubblica e l'evoluzione verso il regime imperiale.

Ottaviano fu dunque incaricato di confiscare terre in Italia da destinare ai veterani della battaglia di Filippi. Il compito era assai complesso: non restavano infatti più terre all'ager publicus ed erano state individuate diciotto città italiche a cui confiscare terreni, colpendo gli interessi di piccoli e medi proprietari. Le rivolte che seguirono tali confische furono cavalcate dall'allora console Lucio Antonio, fratello di Marco Antonio, affiancato dalla moglie del triumviro, Fulvia: nel 41 a.C., il console si ribellò ad Ottaviano, pretendendo che anche ai veterani del fratello fossero distribuite terre in Italia (oltre che ai 170 000 veterani di Ottaviano). Lucio si asserragliò a Perusia (Perugia), che fu posta sotto assedio.
Sconfitto Lucio nel cosiddetto bellum Perusinum ('guerra di Perugia') nel 40 a.C., la città fu abbandonata al saccheggio. Svetonio aggiunge:
L'espressione moriendum est ('si deve morire', 'è tempo di morire') riflette una freddezza e un'indifferenza che, in quei periodi agitati, si alternava in Ottaviano a moti d'ira, come quando infierì sul corpo di Bruto, esigendo la decapitazione del cadavere e che la testa fosse spedita a Roma perché fosse esposta al Foro (desiderio che non si realizzò, perché la nave incaricata perse il proprio carico in una tempesta). Svetonio racconta anche che durante l'assedio di Perugia, mentre stava facendo un sacrificio non molto distante dalle mura cittadine, Ottaviano per poco non fu ucciso da un gruppo di gladiatori che avevano compiuto una sortita dalla città.
Non si può provare che Antonio fosse a conoscenza delle azioni del fratello; dopo la sconfitta di Lucio, tanto Antonio come Ottaviano decisero di non dare troppo peso all'accaduto (Lucio Antonio fu risparmiato e perfino inviato in Spagna come governatore).
Contemporaneamente a questi fatti, il legato di Antonio in Gallia, un certo Quinto Fufio Caleno, morì e le sue legioni passarono dalla parte di Ottaviano, che poté appropriarsi di nuove province del rivale.[senza fonte]
Sesto Pompeo si era intanto impossessato anche di Sardegna e Corsica. Ottaviano, timoroso di un avvicinamento tra questi e Antonio, sposò Scribonia, sorella di Lucio Scribonio Libone (suocero di Sesto Pompeo): da questa donna Ottaviano ebbe la sua unica figlia, Giulia. Nell'estate del 40 a.C., Antonio, preoccupato dalle manovre di Ottaviano, cercò di sbarcare a Brindisi con l'aiuto di Sesto Pompeo, ma la città gli chiuse le porte. I soldati di ambedue le fazioni si rifiutarono di combattere e i triumviri, pertanto, misero da parte le discordie.
Gli accordi matrimoniali tra Ottaviano e Pompeo non impedirono a quest'ultimo di avanzare intese ad Antonio, che questi però rifiutò. Con la mediazione di Caio Asinio Pollione e Caio Cilnio Mecenate, antoniano il primo, consigliere di Ottaviano il secondo, i due triumviri decisero di incontrarsi e finirono per accordarsi.

Con il trattato di Brindisi (foedus Brundisinum, settembre o ottobre del 40 a.C.) si venne a una nuova divisione delle province: ad Antonio restò l'Oriente romano da Scutari, compresa la Macedonia e l'Acaia; a Ottaviano l'Occidente compreso l'Illirico; a Lepido, ormai fuori dai giochi di potere, l'Africa e la Numidia. Il patto fu sancito con il matrimonio tra Antonio, da poco vedovo di Fulvia, e la sorella di Ottaviano, Ottavia minore. L'illusoria atmosfera di riconciliazione fu celebrata dal poeta Virgilio nelle Bucoliche (IV ecloga). A Roma, Ottaviano consolidava il consenso della plebs attraverso l'operato di Marco Vipsanio Agrippa e le sue migliorie alle infrastrutture urbane. Nel novembre del 40 a.C., ad Ottaviano fu concesso l'onore della ovatio.
Sesto Pompeo, vistosi per nulla considerato a Brindisi, riprese le sue azioni di disturbo nel Mediterraneo, continuando a compromettere le forniture di grano a Roma. Antonio dovette nuovamente tornare dalla Grecia per incontrarsi con Ottaviano, nel 39 a.C., a Miseno (vedi Pace di Miseno). Ottaviano dovette riconoscere il possesso di Sicilia, Sardegna e Corsica a Pompeo, il quale otteneva inoltre la carica di augure, la promessa di un futuro consolato e l'impegno di Antonio a cedergli il Peloponneso. Gli esuli fuggiti dalle proscrizioni, dalle confische o da Filippi e passati con Pompeo ottennero l'amnistia. Pompeo, dal canto suo, si impegnò a garantire la ripresa dei rifornimenti a Roma. Antonio, però, tardò a cedergli il Peloponneso e, nel 38 a.C., Pompeo riprese le sue azioni di disturbo sul mare.

Il pirata stava diventando un alleato scomodo e Ottaviano decise di disfarsene: ripudiò Scribonia e sposò Livia Drusilla, madre del futuro imperatore Tiberio e in attesa di un secondo figlio (Druso). Pompeo perse Sardegna e Corsica per mano di un suo luogotenente, che lo tradì e passò con Ottaviano. Si arrivò così a una prima serie di scontri per il dominio sulla Sicilia non particolarmente felici per Ottaviano: la flotta preparata per invadere l'isola fu infatti distrutta sia da Pompeo sia da un violento fortunale. Ottaviano fu costretto a invocare l'aiuto di Antonio: ottenne rinforzi con l'accordo di Taranto del 37 a.C., che sancì anche il rinnovo del triumvirato, scaduto alla fine del 38 a.C. Secondo l'accordo, Antonio avrebbe fornito 120 navi da guerra ad Ottaviano e questi avrebbe ricambiato con 20 000 legionari per la campagna partica.
Nel 36 a.C., grazie ad Agrippa, Ottaviano riuscì a porre fine alla guerra con Sesto Pompeo. Quest'ultimo, grazie anche ad alcuni rinforzi inviati da Antonio, fu infatti sconfitto definitivamente alla battaglia di Nauloco, il che risolse anche il problema degli approvvigionamenti all'Urbe.
La Sicilia cadde e Sesto Pompeo fuggì in Oriente, dove poco dopo fu assassinato dai sicari di Antonio. Nel novembre del 36 a.C., ad Ottaviano fu concessa, una seconda volta, una ovatio.
A quel punto, però, Ottaviano dovette far fronte alle ambizioni di Lepido, il quale riteneva che la Sicilia dovesse toccare a lui e, rompendo il patto di alleanza, mosse per impossessarsene con ventidue legioni. Sconfitto però rapidamente, dopo che i suoi soldati lo abbandonarono passando dalla parte di Ottaviano, Lepido fu infine confinato al Circeo, pur conservando la carica di pontifex maximus.

territori di Marco Antonio
regni clienti di Marco Antonio
territori egizi pre-37 a.C.
territori egizi dal 37 a.C.
territori egizi dal 34 a.C.
territori egizi acquisiti solo formalmente
Dopo la battaglia di Filippi, Marco Antonio concentrò i propri sforzi in Oriente, cercando di proseguire sulla linea di Giulio Cesare e programmando una campagna contro l'Impero partico, vendicando così il disastro della battaglia di Carre e la morte di Crasso.
Per prima cosa, Antonio si preoccupò di aggiustare le proprie finanze, tassando pesantemente le comunità asiatiche, accusate di aver appoggiato i cesaricidi. Al contempo, il triumviro cercò l'alleanza di sovrani orientali, in particolare quella del regno ellenistico d'Egitto, dal 305 a.C. in mano alla dinastia tolemaica. L'Egitto, allora governato dalla regina Cleopatra VII (nominalmente insieme a Tolomeo XV, il figlio di Giulio Cesare), era eccezionalmente ricco e, in particolare, era in grado di fornire un'immensa produzione cerealicola.
Nel 41 a.C., Antonio convocò Cleopatra a Tarso (in Cilicia), ma la regina lo convinse a passare l'inverno con lei in Egitto. Dall'unione tra Antonio e Cleopatra nacquero due gemelli. I due poi si separarono per poi incontrarsi solo tre anni dopo.
Nella primavera del 40 a.C., i Parti travolsero i generali antoniani in Siria e conquistarono Asia minore e Giudea. Antonio, costretto a ritornare in Italia in relazione alla guerra di Perugia, vi si trattenne per stipulare gli accordi di Brindisi e per sposare Ottavia, la sorella di Ottaviano, con cui partì per Atene nella seconda metà del 39 a.C.
Verso la fine del 39 a.C., il generale antoniano Publio Ventidio Basso si oppose validamente all'avanzata partica; nel 38 a.C., fu fatto governatore della Siria e in questa veste arginò un ulteriore tentativo, riuscendo a ricacciare i Parti al di là dell'Eufrate. Nel 37 a.C., l'Impero partico si ritrovò invischiato in una crisi dinastica, ma Antonio non poté approfittarne, essendo a Taranto per il rinnovo del triumvirato.
Dopo Taranto, Antonio tornò in Oriente, lasciando Ottavia in Italia. Cercò a quel punto di mettere a punto un riassetto dei domini orientali, attraverso l'attribuzione di territori romani a principi a lui fedeli. Nell'autunno del 37 a.C. poté incontrare Cleopatra e riconobbe i gemelli avuti da lei. In questo frangente, assegnò all'Egitto parte della Cilicia, la Fenicia, la Celesiria, parte dell'Arabia e forse anche Cipro. Ottaviano, a Roma, non tardò ad approfittare di queste scelte, dipingendole come scandalose e diffamando Antonio.
Nella primavera del 36 a.C. Antonio diede finalmente avvio alla sua campagna partica. Attaccò l'impero avversario da nord, attraverso il Regno di Armenia, e giunse ad assediare Fraata, nella Media Atropatene (odierno Azerbaigian). L'assedio fallì, perché i Parti erano riusciti a distruggere le macchine romane nell'avanzata. Con l'inverno alle porte, Antonio dovette ritirarsi, subendo gravi perdite. Nel 35 a.C., Antonio preparò un ulteriore attacco all'Armenia e alla Partia per l'anno successivo. Detronizzò il subdolo re armeno Artavaside II e ne occupò il regno, ma questo fu il solo risultato dell'iniziativa.
Sempre nel 35 a.C. si era intanto giunti, tra Ottaviano e Antonio, ad una rottura insanabile. Dopo la ritirata dalla rovinosa campagna partica, Antonio assisté all'arrivo di appena 70 navi da guerra delle 250 offerte ad Ottaviano in base agli accordi di Taranto del 37 a.C. per il rinnovo del Triumvirato. Al contempo, invece dei 20 000 legionari promessi, Ottaviano inviò la sorella Ottavia, accompagnata da 2 000 uomini. Era un'ovvia provocazione, ma Antonio abboccò, respingendo Ottavia. Fu facile, a quel punto, per Ottaviano dipingersi come parte offesa, con Antonio che, per colpa di un'amante orientale, cacciava la legittima moglie romana.
La conquista dell'Armenia fu celebrata da Antonio ad Alessandria. Il triumviro confermò i domini orientali assegnati a Cleopatra e al figlio, indicato come unico vero erede di Cesare, e attribuì ai gemelli avuti con Cleopatra altri territori conquistati.
Dopo l'eliminazione, nell'arco di sei anni, di tutti i contendenti, da Bruto e Cassio a Sesto Pompeo e Lepido, la situazione rimase nelle sole mani di Ottaviano in Occidente e di Antonio in Oriente, portando un inevitabile aumento dei contrasti tra i due triumviri, ciascuno troppo ingombrante per l'altro, tanto più che i successi ottenuti da Ottaviano nelle campagne in Illirico e contro Lepido non erano stati compensati da Antonio in Oriente.
Ottaviano ottenne un nuovo consolato, il secondo, nove anni dopo il primo (nel 33 a.C.), e un terzo, un anno dopo il secondo (nel 31 a.C.). Alla sua scadenza, nel 33 a.C., il triumvirato non venne rinnovato (durò infatti dieci anni). Ottaviano e Antonio, inoltre, non erano più legati da vincoli di sangue, visto che Antonio aveva ripudiato Ottavia (sorella di Ottaviano) per congiungersi con Cleopatra VII, regina dell'Egitto tolemaico.

Il conflitto era ormai inevitabile. Mancava solo il casus belli, che Ottaviano pretese di trovare nel testamento di Antonio; a suo dire, da esso si evinceva l'intenzione di lasciare l'Oriente romano a Cleopatra e ai suoi figli, compreso Cesarione, figlio di Gaio Giulio Cesare. Svetonio ricorda infatti, riferendosi al 32 a.C.:
Svetonio aggiunge che Antonio scriveva ad Ottaviano in modo confidenziale, quando non era ancora scoppiata la guerra civile tra loro:
I due avversari imposero giuramenti di fedeltà alle popolazioni sottoposte. In particolare, Ottaviano cercò di dare una base politico-militare (ma non costituzionale) al proprio potere, sollecitando una coniuratio Italiae et provinciarum in verba eius. Fatta eccezione per il giuramento espresso da Senato a Giulio Cesare nel 44 a.C., si tratta di un atto senza precedenti nella storia romana. Nel caso di Augusto, il giuramento non fu prestato da un organo costituzionale, come il Senato o i comizi. Si trattò dunque di un atto di natura plebiscitaria. È dibattuto se tale coniuratio rappresentasse una prorogatio dei poteri triumvirali scaduti il 31 dicembre 32 a.C. La maggioranza degli studiosi (tra cui Francesco De Martino e Anton von Premerstein) rimarca la totale non costituzionalità dell'atto. Una minoranza (che comprende Ulrich Wilcken, Pietro De Francisci e Heinrich Siber) ritengono che i poteri triumvirali non potevano dirsi estinti fino a che il riordino della Repubblica non fosse stato portato a compimento. Secondo Guarino, dopo che i poteri triumvirali scaddero, a Ottaviano non rimanevano che il potere consolare e lo ius tribunicium. La cosa sarebbe confermata anche da Tacito.
Sul finire del 32 a.C., Ottaviano indusse il Senato a dichiarare la guerra, non però ad Antonio, ma a Cleopatra: i costi furono addossati nuovamente alle popolazioni italiche, il che provocò grave malcontento.
Antonio e Cleopatra portarono flotta ed esercito a coprire la costa occidentale della Grecia. Agli inizi del 31 a.C., Ottaviano inviò Agrippa, che catturò Modone (nel sud-ovest del Peloponneso). Lasciata l'Italia a Gaio Mecenate, giunse poi anche lo stesso Ottaviano. Insieme ad Agrippa, riuscì a stringere nel golfo di Ambracia la flotta nemica, vinta nella battaglia di Azio, il 2 settembre 31 a.C.
Approfittando dei venti, con 60 navi da guerra rimaste, la regina fuggì in Egitto e la decisione di Antonio di seguirla danneggiò il morale delle truppe. La coppia si riunì e inviò un'ambasciata ad Ottaviano, chiedendo che il trono d'Egitto andasse alla discendenza della regina e che Antonio potesse trasferirsi ad Atene per vivervi da privato cittadino. Ottaviano rifiutò e anzi propose a Cleopatra di abbandonare o di assassinare Antonio. Nella primavera del 30 a.C., Ottaviano attraversava la Siria, mentre Gaio Cornelio Gallo avanzava in Cirenaica. Il 1º agosto del 30 a.C. Ottaviano entrò ad Alessandria e Antonio si tolse la vita. Cleopatra e Ottaviano si incontrarono: il sospetto di poter essere condotta a Roma la indusse a uccidersi (il 10 o il 12 agosto).
Cornelio Nepote, nella sua biografia di Tito Pomponio Attico (XX), scrive a proposito di Antonio e Ottaviano che "ognuno dei due desiderava essere a capo non solo di Roma ma del mondo intero". Questo conflitto insanabile per il dominio universale tra due uomini che pure si stimavano amici, ma dalle nature opposte, è ricordato anche nella tragedia Antonio e Cleopatra di William Shakespeare (1607/1608), in cui ad Ottaviano, alla notizia della morte di Marco Antonio, è fatto dire:
I have followed thee to this, but we do lance
Diseases in our bodies. I must perforce
Have shown to thee such a declining day
Or look on thine. We could not stall together
In the whole world. But yet let me lament
With tears as sovereign as the blood of hearts
That thou my brother, my competitor
In top of all design, my mate in empire,
Friend and companion in the front of war,
The arm of mine own body, and the heart
Where mine his thoughts did kindle—that our stars
Unreconciliable should divide
Incidere il cancro che abbiamo nel corpo.
Io dovevo per forza o mostrate a te
Un simile tramonto, o contemplare il tuo:
Non potevamo abitare insieme
Nel grande mondo. Lascia però che io lamenti
Con lacrime sovrane come il sangue dei cuori
Che tu, mio fratello, mio socio
Nei supremi disegni, mio collega nell'impero,
Amico e compagno sul fronte della guerra,
Braccio del mio stesso corpo, e cuore
In cui il mio alimentava i suoi moti –
Che le nostre stelle abbiano, inconciliabili,
Troncato così la nostra eguaglianza.»

Dopo Azio, Ottaviano non solo ordinò di uccidere il figlio di Cleopatra, Cesarione (la cui paternità veniva attribuita dalla regina a Cesare), ma decise di annettere l'Egitto (30 a.C.), compiendo l'unificazione dell'intero bacino del Mediterraneo sotto Roma, e facendo di questa nuova acquisizione la prima provincia imperiale, governata da un proprio rappresentante, il praefectus Alexandreae et Aegypti ('prefetto d'Alessandria e d'Egitto'). L'imperium di Ottaviano su questa provincia venne probabilmente sancito da una legge comiziale già nel 29 a.C., due anni prima della messa in opera del nuovo assetto provinciale. Svetonio racconta che in questa circostanza, quando si trovava ancora ad Alessandria, Ottaviano:
Per la storiografia moderna più datata, la nuova forma di governo riservata alla provincia d'Egitto ebbe origine dal tentativo di compensare la popolazione indigena della perdita del loro monarca-dio (il faraone) con la nuova figura del princeps; in realtà, la scelta di Ottaviano di porre a capo della nuova provincia un prefetto plenipotenziario (figura che derivava direttamente dal prefetto della città tardo-repubblicana), collegato alla soppressione della bulè di Alessandria, fu dettata dal contesto in cui avvenne la conquista del paese: la guerra civile, ragioni di ordine strategico-militare nella lotta fra le due factiones tardo-repubblicane pro-Occidente o pro-Oriente, l'importanza del grano egiziano per l'annona di Roma e, non da ultimo, il tesoro tolemaico. L'aver potuto, infatti, mettere le mani sulle risorse finanziarie dei Tolomei consentì ad Ottaviano di pagare molti debiti di guerra, nonché decine di migliaia di soldati che in tanti anni di campagne lo avevano servito, disponendone l'insediamento in numerose colonie sparse in tutto il mondo romano (nella sola Italia furono fondate 28 nuove colonie). Svetonio aggiunge che Ottaviano:
Sistemate le cose in Egitto, Ottaviano viaggiò per le province orientali, sostanzialmente confermando gli accordi e le disposizioni di Antonio.
L'epoca delle guerre civili era conclusa. Così riassume Svetonio:
Dopo le vittorie in Oriente, il Senato conferì ad Ottaviano onori e privilegi: furono istituite festività in onore della vittoria ad Azio, della presa di Alessandria e per il compleanno del giovane Cesare, il cui nome fu fatto includere nelle formule dei preti. L'11 gennaio del 29 a.C. il Senato decretò che venissero chiuse le porte del Tempio di Giano, segno della pace acquisita: era solo la terza volta nella storia di Roma. Il 13 agosto Ottaviano rientrò a Roma e godé di tre trionfi in tre giorni consecutivi (dal 13 al 15 agosto), il primo de Dalmatis, dedicato alle vittorie sulle popolazioni dalmate nell'Illirico (35-34 a.C.), il secondo de Actio, per la vittoria su Cleopatra (non però alla vittoria su Antonio, perché i trionfi non erano mai accordati per le guerre civili), e l'ultimo de Aegypto, per la vittoria della campagna in Egitto (30 a.C.). Ottaviano, da allora, non permise che venissero celebrati altri trionfi, per lui o per altri. Pochi giorni dopo dedicò un grande tempio al padre adottivo (il Tempio del Divo Giulio).
Al ritorno dall'Egitto,[senza fonte] Ottaviano fece dividere le province in senatorie, rette da magistrati eletti dal Senato, e imperiali, rette da magistrati sottoposti al diretto controllo di Ottaviano (faceva eccezione l'Egitto, retto da un prefetto di rango equestre, munito di un imperium delegato da Ottaviano ad similitudinem proconsulis). L'erede di Cesare assunse direttamente il comando delle legioni stanziate nelle province non pacatae ed ebbe così costantemente a disposizione una forza militare a garanzia del proprio potere, nel nesso inscindibile tra esercito e comandante, così come definito dalla riforma di Gaio Mario, ormai vecchia di quasi un secolo. L'imperium gli garantiva inoltre la gestione diretta dell'amministrazione e la facoltà di emanare decreta, decisioni di carattere giurisdizionale, ed edicta, decisioni di carattere legislativo. Sotto il controllo del Senato restarono le truppe di stanza nelle province senatoriali, le quali furono rette da un proconsole o propretore. Formalmente, il Senato avrebbe potuto in qualunque momento emanare un senatus consultum, limitando o revocando del tutto i poteri conferiti.
La forza della Repubblica romana consisteva in buona parte nella sacralità che i Romani attribuivano alla propria tradizione e ai propri ordinamenti: il loro senso di superiorità verso le popolazioni sconfitte era strettamente legato all'analisi dell'ordinamento monarchico: i vinti, come scrive Mario Attilio Levi, "non avevano mai saputo far altro che affidarsi a un padrone, a un re. Re, del resto, erano i vinti che avevano percorso in catene le vie di Roma". Dunque, continua Levi, "distruggere la repubblica era, in certo modo, distruggere Roma stessa, era dare la rivincita all'Oriente sconfitto": Cesare e Antonio si erano indirizzati alla monarchia abbandonando l'identità romana e inseguendo il ricordo di Alessandro. Inoltre, a fronte della crescita dei suoi domini, la Repubblica non riusciva più a definire un consenso all'allocazione delle risorse e pativa un'insanabile conflittualità tra senatori ed equites. Complesso era anche il rapporto tra la città di Roma, ormai enorme e turbolenta, con una plebs ormai forza politica a sé stante, e l'Italia, che tanto aveva contribuito al successo della capitale, rimanendo delusa dalla propria sistemazione all'interno dello Stato. I soldati italici erano fedeli ai propri generali assai più che alla Repubblica e mancavano di rappresentanza politica. Ottaviano doveva dunque risolvere il problema della trasformazione dei rapporti istituzionali, lasciando però intatta la forma repubblicana.
Ottaviano, dunque, intuì che per lasciarsi alle spalle l'epoca delle guerre civili era necessario porre un uomo solo al comando, senza però mancare di rispetto alle tradizioni repubblicane, così nel 28 a.C. l'impianto triumvirale fu abbandonato e restaurate le assemblee tradizionali. Il Senato, con una mossa certamente concertata, protestò alla modestia di Ottaviano e gli affidò un imperium di dieci anni sulle province di Spagna, Gallia, Siria, Cilicia, Cipro ed Egitto, per la loro pacificazione. Ottaviano le avrebbe governate tramite legati (o un prefetto, nel caso dell'Egitto), pur rimanendo console, garantendosi così anche l'imperium sulla città di Roma. Ottaviano aveva anche il diritto di condurre trattative con chiunque volesse, nonché il diritto di dichiarare guerra o stipulare trattati di pace con qualunque popolo straniero.
Inoltre, il 13 gennaio del 27 a.C., Ottaviano, che rivestiva il consolato ininterrottamente dal 32 a.C., restituì al Senato e al popolo i poteri straordinari acquisiti durante la guerra civile. Tale gesto può essere interpretato come l'inizio del principato, forma di governo formulata per la prima volta, nell'ambito della teoria politica greco-romana, da Cicerone, e così denominato da Theodor Mommsen sulla scorta del titolo di princeps, un onorifico normalmente destinato ai cittadini più in vista che il Senato attribuì ad Ottaviano in quell'occasione.

In riconoscimento della rinuncia ai poteri straordinari, sempre nel 27 a.C., gli fu attribuito, su proposta di Lucio Munazio Planco, il titolo di Augustus, cioè "degno di venerazione e di onore", appellativo che in precedenza era stato usato solo per i monumenti consacrati dagli auspici e da collegare al verbo augere ('innalzare', 'aumentare'), da cui deriva anche la parola auctoritas. Scrive a questo proposito Svetonio:
Ottaviano aggiunse il titolo di "Augusto" al proprio nome, insieme al praenomen Imperator, che per tradizione era prerogativa dei generali vittoriosi e che a lui spettava sia per la vittoria su Antonio sia con riferimento alla fedeltà riservatagli dall'esercito, nonché per l'imperium che adesso esercitava sulle province.[senza fonte]
Gli fu anche assegnata la corona civica di foglie di quercia per aver difeso i cives dai disastri delle guerre civili. Uno scudo d'oro (il clipeus virtutis) fu appeso in Senato, con indicate le virtù del princeps: virtus, clementia, iustitia e pietas.

Formalmente Roma era ancora una repubblica: Ottaviano sarebbe stato comunque console ogni anno fino al 23 a.C., ma la sua potestas di triumviro non era stata più rinnovata; nelle Res gestae riconosce di aver governato in questi anni per consensum universorum ("per consenso generale").
Questo consensus universorum va individuato nella coniuratio Italiae et provinciarum del 32 a.C. Analogamente, qui la potestas restituita al Senato e alla plebs va intesa non in senso strettamente giuridico, ma come potere di fatto. Viceversa, nel passo successivo, quando Augusto parla dei "colleghi nelle magistrature", la parola potestas va intesa in senso strettamente giuridico e limitata al potere consolare: la preminenza sottesa alla parola auctoritas è di natura politica e carismatica. Come scrivono Geraci e Marcone:
Tra il 27 e il 25 a.C., Augusto fu in Gallia e poi nella Spagna del nord a combattere Asturi e Cantabri (vedi Guerre cantabriche). Con ciò non solamente dimostrava fattivamente di onorare l'imperium affidatogli, ma coglieva l'occasione di rafforzare il rapporto con gli eserciti disposti nelle province. Anche in seguito, sarà abitudine del princeps alternare periodi di circa tre anni nelle province e di circa due nell'Urbe, sia per portare avanti il programma di progressiva ristrutturazione dell'ordinamento sia per mostrare di rispettare l'usanza secondo cui, mentre a lui spettava di pacificare le province, a Roma governava il Senato.
Quando si trovava in Spagna, Augusto cadde gravemente ammalato e pensò di essere in punto di morte. Ciò dovette acuire in lui il pensiero tormentoso della successione. In assenza di una tradizione istituzionale, la scomparsa prematura del princeps avrebbe probabilmente determinato un vuoto di potere e Roma sarebbe potuta ripiombare nell'incubo delle guerre civili. Augusto non aveva figli maschi: probabilmente come successore aveva in mente Marco Claudio Marcello, che nel 25 a.C., ancora adolescente, aveva sposato Giulia, figlia del princeps. D'altra parte, se Augusto fosse improvvisamente morto in quei giorni, la candidatura di Agrippa sarebbe stata più agevole. Nel 23 a.C., però, Marcello morì prematuramente e Giulia fu fatta sposare al fedele Agrippa.
Le motivazioni non sono interamente note, ma anche in relazione a questo scenario, nel 23 a.C. l'architettura istituzionale fu sottoposta a dei correttivi che sarebbero poi rimasti a definire l'essenza del potere imperiale. Augusto non ritenne di dover più ambire al consolato, magistratura che da allora ricoprì solo eccezionalmente (nel 5 e nel 2 a.C.). Sicuramente in base ad un progetto attentamente concepito insieme al Senato, gli fu allora conferito un imperium proconsulare maius, con il quale il princeps poteva agire da promagistrato su tutte le province, ora anche quelle che nel 27 a.C. erano state attribuite al Senato. Tutte le forze armate dello Stato dipendevano ora da lui.
Questo potere, però, non gli permetteva di svolgere attività politica. A ciò si ovviò conferendo al princeps una sorta di perpetua potestà tribunizia (tribunicia potestas). La detenne per 37 anni, con rinnovi annuali, fino alla morte. La tribuncia potestas comportava la possibilità di convocare i comizi (ius agendi cum populo), l'inviolabilità della persona (sacrosanctitas), il potere di irrogare multe e disporre carcerazioni (ius coercitionis) e il diritto di veto alle delibere di altri magistrati (ius intercessionis), che in linea di principio doveva garantire la res publica e la plebs da iniziative dannose, ma che di fatto garantì ad Augusto la facoltà di bloccare qualunque iniziativa legislativa che considerasse pericolosa per la propria autorità, e tutto ciò senza i vincoli repubblicani della collegialità della carica e della durata annuale. Del resto, se Augusto poteva porre il veto alle delibere altrui, i tribuni della plebe non potevano porre il veto alle delibere sue; la posizione del princeps non era quindi pari a quella dei tribuni plebis. Altrettanto, i suoi conlegae ('colleghi') nell'esercizio delle diverse magistrature vanno considerati piuttosto degli ausiliari. A tutto ciò fu aggiunta anche la possibilità di convocare il Senato (ius agendi cum senatu). La rinuncia alla carica di console rinviava alla volontà di lasciare spazio di potere all'aristocrazia senatoria, che ottenne ancora maggior spazio con l'introduzione di consoli suffetti a partire dal 5 d.C.
Sempre nel 23 a.C., un imperium proconsulare di 5 anni fu attribuito anche ad Agrippa, che lo usò per operare in Oriente mentre Augusto rimaneva a Roma.
Nel 22 a.C., Roma fu colpita da una carestia. Augusto rifiutò la dittatura e assunse la cura annonae, come già Pompeo Magno in passato.
Tra il 22 e il 19 a.C., Augusto si recò in Oriente e trattò la restituzione delle insegne di Crasso e di Marco Antonio. Tali insegne furono collocate a Roma nel tempio di Marte Ultore e la trattativa dipinta come una vittoria militare sui Parti, con conseguente pacificazione dell'Oriente.
Il potere di Augusto, nonostante le omissioni delle fonti, non dovette essere esercitato senza opposizione. Abbiamo notizia, ad esempio, della sorte di Gaio Cornelio Gallo, primo prefetto d'Egitto, che per ragioni non del tutto chiare cadde in disgrazia e che nel 25 a.C. si tolse la vita.
Nel 18 a.C., alla scadenza del mandato di Augusto del 27 a.C. e quello di Agrippa del 23 a.C., fu deciso di rinnovare l'imperium proconsulare a entrambi per cinque anni. Ad Agrippa, già sposo di Giulia fin dal 21 a.C., fu concessa anche la tribunicia potestas. In quegli stessi anni, ad Agrippa e Giulia erano nati Lucio Cesare e Gaio Cesare: Augusto li adottò entrambi, con una chiara indicazione di chi fossero in quel momento gli eredi designati: Agrippa e poi i due figli.

I poteri in mano ad Augusto non erano riuniti in una carica a cui si potesse legittimamente succedere. Altrettanto, tali poteri non potevano essere trasmessi ad un membro della famiglia del princeps, iniziativa che si confaceva alle monarchie ellenistiche, ma non certo alla Repubblica romana. Tra i primi aspetti curati da Augusto vi fu quello propagandistico, con la celebrazione dell'ascendenza divina della domus principis, di cui la dea Venere e l'eroe troiano Enea furono individuati capostipiti. Della famiglia del princeps fu poi rimarcato l'attaccamento alle tradizioni romane. L'ambizione era quella di trasferire all'erede tutte le clientele e il prestigio personali di Augusto, che da tradizione facevano parte integrante del patrimonio delle famiglie patrizie. Come già per Augusto, anche per l'erede i due cardini del potere erano individuati nell'imperium proconsulare e nella tribunicia potestas, oltre all'attribuzione di una serie di poteri straordinari e l'abbreviazione del cursus honorum.
La successione, che toccò alla fine a Tiberio Claudio Nerone, fu una delle più grandi preoccupazioni della vita di Augusto. Ottaviano, che in gioventù ebbe come fidanzata la figlia di Publio Servilio Vatia Isaurico, sposò nel 42 a.C. la figliastra di Antonio, Clodia Pulcra, una volta riconciliatosi con lui. L'anno successivo (41 a.C.), ripudiò Clodia per sposare prima Scribonia e, poco dopo, si innamorò di Livia Drusilla (appartenente a una delle più illustri famiglie patrizie romane), moglie di un certo Tiberio Claudio Nerone. Dopo la vittoria di Perugia (40 a.C.), Ottaviano riuscì a imporre loro il divorzio, mentre Livia era ancora gravida del secondogenito, Druso, e la sposò (fine del 39 a.C.), portando nella sua nuova casa sia la figlia, Giulia, avuta da Scribonia, sia il primogenito di Livia, Tiberio. Svetonio racconta che egli non ebbe nessun figlio da Livia, benché lo desiderasse moltissimo. Lei ebbe una gravidanza, ma il bambino nacque prematuramente.
La prima figura che Augusto sperò di avere come erede fu il nipote Marco Claudio Marcello, figlio di sua sorella Ottavia, al quale, nel 25 a.C., diede in moglie la figlia, Giulia. Marcello, giovanissimo, fu fatto senatore e poté candidarsi al consolato con molto anticipo.

Due anni più tardi, nel periodo in cui Augusto si sentì in fin di vita in Spagna, Marcello morì (fine del 23 a.C.); il princeps individuò come nuovo candidato alla successione Agrippa, il quale dovette divorziare da Claudia Marcella maggiore (anche lei figlia di Ottavia) e, nel 21 a.C., prendere in moglie l'allora diciottenne Giulia, ormai vedova di Marcello da due anni. Nel 20 a.C., Giulia diede al marito un primo figlio, Gaio, e un secondo nel 17 a.C., Lucio, entrambi adottati da Augusto.
Nel 13 a.C., quando Lepido morì, Augusto assunse anche la carica di pontifex maximus, divenendo capo religioso dello Stato.
In quegli anni, intanto, andavano distinguendosi i due figli di Livia, Tiberio e Druso; quest'ultimo si dice fosse preferito da Augusto perché figlio naturale del princeps, come suggerisce Svetonio:
Con la morte di Agrippa, nel 12 a.C., essendo i due figli Lucio Cesare e Gaio Cesare ancora minorenni, Augusto volse le proprie attenzioni su Tiberio e Druso. Tiberio fu costretto da Augusto a separarsi dalla moglie Vipsania Agrippina (una figlia di Agrippa) per sposare Giulia. Il matrimonio si rivelò infelice e costituì una delle cause del volontario esilio di Tiberio a Rodi (dal 6 a.C. al 2 d.C.), tanto più che Augusto vedeva nei due figli adottivi i futuri eredi. Giulia, la cui condotta formava argomento di pubblico scandalo, fu allontanata dal padre da Roma (2 a.C.). Pochi anni dopo i due Cesari morirono: Lucio nel 2 d.C. a Massalia, mentre si apprestava a raggiungere la Spagna, e Gaio nel 4 d.C., per i postumi di una ferita mai guarita, mentre si apprestava a tornare a Roma dall'Oriente. Quanto a Druso, era morto prematuramente in Germania nel 9 a.C. Ad Augusto non restava che Tiberio.
Frattanto, nell'8 a.C., fu emanata la lex Iulia maiestatis, con cui per la prima volta venne punita l'offesa alla "maestà" dell'imperatore, in seguito foriera di conseguenze negative per tutto il periodo successivo. Nel 2 a.C., anno dell'inaugurazione del tempio di Marte Ultore e del Foro di Augusto, ad Augusto fu conferito il titolo onorifico di Pater Patriae ('padre della patria').
Il 26 giugno del 4 d.C., Augusto annunciò la sua decisione: adottava Marco Vipsanio Agrippa Postumo (poco dopo ripudiato e mandato in esilio), l'ultimo figlio ancora in vita di Agrippa e Giulia, e Tiberio (a quest'ultimo conferì in seguito la tribunicia potestas). Benché Tiberio avesse già un figlio, Druso minore, Augusto lo costrinse ad adottare il nipote prediletto, Germanico Giulio Cesare (figlio di Druso maggiore e di Antonia minore). Germanico era di un solo anno più vecchio rispetto al figlio di Tiberio, perciò aveva precedenza nella successione. Tiberio diventò così il nuovo imperatore di Roma alla morte di Augusto nel 14 d.C., dando origine alla dinastia giulio-claudia.


Secondo quanto racconta Svetonio, vi sarebbero stati, infine, segni evidenti che preannunciarono la morte del princeps e la sua divinizzazione. Mentre stava compiendo la cerimonia della lustratio nel Campo Marzio, davanti al popolo romano, un'aquila gli volò più volte attorno; subito dopo si diresse verso il vicino tempio, sedendosi sulla prima lettera del nome di Agrippa. Visto ciò chiese a Tiberio, suo collega, di pronunciare i voti per la lustratio successiva, poiché non se la sentiva di pronunciare ciò che non poteva mantenere in futuro.
Sempre in questo stesso periodo un fulmine fece cadere dall'iscrizione della sua statua la prima lettera del suo nome; gli venne annunciato che sarebbe vissuto solo cento giorni da questo evento, pari al numero indicato dalla lettera "C", e che sarebbe stato divinizzato poiché «aesar», ovvero quanto rimaneva della parola «Caesar», in lingua etrusca, significa «Dio».
Augusto allora, dopo aver disposto che Tiberio partisse per l'Illyricum, si mise in viaggio per accompagnarlo fino a Benevento. Giunto ad Astura, si imbarcò di notte, per approfittare del vento favorevole, ma cominciò ad avere attacchi di dissenteria. Costeggiò, quindi, i lidi della Campania e fece il giro delle isole vicine, fermandosi per quattro giorni a Capri. Qui assistette agli esercizi degli efebi, in virtù di un'antica istituzione. Fece anche servir loro un banchetto in sua presenza, permettendo loro di divertirsi senza freni, saccheggiando i cesti di frutta, di cibo e altre cose che faceva lanciare. Sapendo che era ormai prossimo alla morte, non volle privarsi di alcun divertimento. In seguito passò da Napoli e, sebbene continuasse a soffrire al ventre, seguì il concorso quinquennale di ginnastica istituito in suo onore. Poi accompagnò Tiberio fino al luogo stabilito nei pressi di Benevento. Sulla strada del ritorno la sua malattia si aggravò, tanto da costringerlo a fermarsi a Nola. Qui chiese a Tiberio di tornare indietro, e con lo stesso si trattenne in un lungo colloquio segreto.
L'ultimo giorno della sua vita, chiese uno specchio, si fece sistemare i capelli e, chiamati i suoi amici, chiese loro se avesse ben recitato la commedia della vita, aggiungendo la tradizionale formula conclusiva:
Li congedò tutti e improvvisamente spirò tra le braccia di Livia, dicendole: "Livia, vivi nel ricordo del nostro matrimonio, e addio!" (Livia, nostri coniugii memor vive, ac vale!).

Ebbe una morte dolce, come aveva sempre auspicato. Prima di morire mostrò un solo segno di delirio mentale, quando si lamentò di essere trascinato da quaranta giovani. In effetti fu un presagio, poiché proprio quaranta soldati pretoriani lo portarono sulla piazza pubblica. Morì nella stessa camera in cui spirò il padre, Gaio Ottavio, durante il consolato dei due Sesti, Pompeo e Appuleio, quattordici giorni prima delle calende di settembre (19 agosto 14), alla nona ora del giorno, alla veneranda età di quasi settantasei anni (mancavano trentacinque giorni al suo compleanno).
Il suo corpo venne trasportato da Nola a Roma. Ebbe due orazioni funebri: una di Tiberio davanti al tempio del Divo Giulio, l'altra di Druso, il figlio di Tiberio, dall'alto dei rostri antichi. Subito dopo i senatori lo portarono a spalla fino al Campo Marzio dove venne cremato. Un vecchio pretoriano giurò di aver visto salire al cielo il fantasma di Augusto, subito dopo la sua cremazione. I personaggi più influenti dell'ordine equestre, in tunica, senza cintura, a piedi nudi, deposero i suoi resti nel mausoleo a lui dedicato, fatto costruire tra la via Flaminia e la riva del Tevere durante il suo sesto consolato, avendo poi aperto al pubblico i boschetti e le passeggiate da cui era circondato. In seguito le ceneri dei suoi successori, della dinastia giulio-claudia, vennero qui deposte. Sappiamo però da Svetonio che Augusto vietò, nel suo testamento, che sua figlia Giulia e sua nipote, Giulia anche lei, venissero deposte anch'esse nel suo sepolcro, dopo la loro morte.
Augusto aveva redatto il suo testamento un anno e quattro mesi prima di morire. Lo aveva scritto su due fogli e lo aveva depositato presso le Vergini Vestali, che lo consegnarono unitamente ad altri tre rotoli anch'essi sigillati. Questi documenti furono aperti e letti in Senato. Egli aveva designato come eredi:
Lasciò poi allo Stato e al popolo romano quaranta milioni di sesterzi (43 500 000 sesterzi secondo Tacito), alle tribù tre milioni e mezzo, ai pretoriani mille sesterzi ciascuno, cinquecento a ciascun soldato delle coorti urbane e trecento ai legionari. Ordinò poi che questa somma fosse pagata senza ritardo, avendola tenuta come sua riserva personale. Fece anche altri lasciti, dove alcuni non superavano i ventimila sesterzi. Stabilì che tutte queste cifre fossero pagate entro un anno e dichiarò che i suoi eredi non avrebbero preso più di centocinquanta milioni di sesterzi. Si giustificò infine sul totale del lascito, scrivendo che, sebbene negli ultimi venti anni i testamenti degli amici gli avessero lasciato mille e quattrocento milioni di sesterzi, questi erano stati spesi per la maggior parte per il bene della Res publica, insieme ai suoi due patrimoni e le altre eredità.

L'ambizione di Augusto era quella di essere fondatore di un optimus status, facendo rivivere le più antiche tradizioni romane e nel contempo tenendo conto delle problematiche dei tempi. Il mantenimento formale dell'apparato repubblicano, nel quale fu introdotto il nuovo concetto della personale auctoritas del princeps ('primo fra pari'), permise di risolvere i conflitti per il potere vissuti nell'ultimo secolo della Repubblica. Egli non schiacciò affatto l'antica aristocrazia, ma le affiancò, in una più vasta cerchia del privilegio, il ceto degli uomini d'affari e dei funzionari, organizzati nell'ordine equestre, i cui membri furono spesso utilizzati dall'imperatore per controllare l'attività degli organi repubblicani e per il governo delle province imperiali.
Ottaviano, una volta ricevuti i necessari poteri da parte di Senato e Popolo romano, cominciò ad assumere misure atte a dare all'Italia e alle province il sospirato benessere dopo oltre un decennio di guerre civili: riordinò il cursus honorum delle magistrature repubblicane, ne creò di nuove (come la figura del curator o quella del praefectus Urbis), ripristinò la carica magistratuale del censor, aumentò il numero dei pretori e promosse leggi che frenavano il diffondersi del celibato e incoraggiavano la natalità, emanando la lex Iulia de maritandis ordinibus del 18 a.C. e la lex Papia Poppaea del 9 d.C. (a completamento della prima legge).
Con l'avvento del principato di Augusto, iniziò un lungo periodo di pace interna. Restavano da pacificare la Spagna e alcune zone della Gallia, e l'imperatore portò a termine il compito con decisione, guidando alcune campagne personalmente e affidandone altre ad Agrippa. Da quel momento, gli eserciti furono impegnati solo nell'allargare i confini dell'Impero. Per decreto del Senato, nel 17 a.C. si celebrò l'inizio di una nuova epoca, un nuovo saeculum di pace e si riprese la tradizione dei ludi saeculares, che durante la repubblica si erano tenuti ogni cent'anni. Per celebrare questo grande momento, nel 9 a.C. fu costruito al Campo Marzio un grande altare alla Pace di Augusto, l'Ara Pacis Augustae.
I disordini che ancora affliggevano Roma dopo la fine della guerra civile furono in gran parte ridimensionati dalla nuova politica autoritaria del princeps. Augusto represse il brigantaggio, mettendo posti di guardia, comandando ispezioni e sciogliendo tutte le associazioni (collegia), con l'eccezione di quelli più antichi.
Considerando importante conservare la purezza della razza romana, fu molto restio nel concedere la cittadinanza romana, ponendo anche precise regole riguardo all'affrancamento degli schiavi.
Riorganizzò l'ordine senatorio, nettandolo da quegli elementi giudicati deformi et incondita turba. Ne ridusse poi il numero alla cifra di un tempo, pari a 600, e gli restituì l'antica dignità attraverso due selezioni: la prima era generata dai senatori stessi, in quanto ognuno sceglieva un collega; la seconda era operata dallo stesso princeps e dal fedele Marco Vipsanio Agrippa. Elevò poi il censo senatoriale, portandolo da ottocentomila a un milione e duecentomila sesterzi, e diede la differenza ai senatori che non ne avevano abbastanza.
Fece bruciare le liste dei vecchi debitori dell'aerarium, spesso utilizzate per accuse calunniose, e combatté le liti temerarie.

Quanto alla politica religiosa, la crisi della religione romana, cominciata in tarda età repubblicana, fu in parte arrestata dagli interventi di Augusto, il quale cercò di recuperare le tradizioni in disuso.
Rispettò i culti religiosi stranieri, ma solo quelli di antica tradizione.
Anche la giustizia e il diritto romano vennero riformati, con iniziative tese a evitare che i delitti rimanessero impuniti a causa di ritardi. Alle tre decurie di giudici ne aggiunse una quarta, seppure di censo inferiore, chiamata «dei ducenari», con il compito di giudicare riguardo a importi inferiori. I processi in appello a Roma, vennero affidati a un pretore urbano, quelli in provincia a consoli anziani, preposti dall'imperatore a questo genere di funzione.
Lo stesso Augusto giudicava con assiduità e, qualche volta, anche di notte. Emise sentenze con il massimo scrupolo, ma, stando a Svetonio, anche con estrema indulgenza.
Il princeps ritoccò alcune leggi, altre le rifece completamente, come la lex Iulia de adulteriis coercendis (tra il 18 e il 16 a.C.) e la lex Iulia de maritandis ordinibus, con provvedimenti tesi a frenare il diffondersi del celibato e incoraggiare la natalità.

Augusto divise l'Italia in undici regioni arricchendola di nuovi centri. Svetonio e le Res gestae divi Augusti parlano della fondazione di ben 28 colonie. Il princeps riconobbe, in un certo modo, l'importanza di queste colonie, attribuendo loro diritti pari a quelli di Roma, permettendo ai decurioni delle colonie di votare, ciascuno nella propria città, per l'elezione dei magistrati di Roma, facendo pervenire il loro voto nell'Urbe il giorno delle elezioni.
Augusto privilegiò l'Italia rispetto alle province, costruendovi una fitta rete di strade e dotando le città di numerose strutture pubbliche (fori, templi, anfiteatri, teatri, terme) e di uffici per la raccolta dei tributi. L'economia italica era florida: agricoltura, artigianato e industria ebbero una notevole crescita, che permise l'esportazione dei beni verso le province. L'incremento demografico fu rilevato da Augusto tramite tre censimenti.
Augusto fece di Roma una monumentale città di marmo, migliorò l'approvvigionamento idrico con la costruzione di due nuovi acquedotti e creando un corpo di tre curatores aquarum; la città fu divisa in 14 regiones per meglio amministrarla; furono istituiti cinque curatores riparum et alvei Tiberis per proteggere Roma da eventuali inondazioni; curò personalmente gli approvvigionamenti di cibo necessari alla popolazione della capitale, con la creazione del praefectus annonae e di due praefecti frumenti dandi (di rango senatorio) per somministrare i sussidi; incrementò, infine, il livello di sicurezza cittadina, ponendo a salvaguardia dell'Urbe tre nuove prefetture: la praefectura vigilum per far fronte agli incendi di Roma; la praefectura urbi al fine di mantenere l'ordine pubblico; la guardia pretoriana (cohortes praetoriae), quale guardia personale del princeps.

Sotto il suo governo vennero spese ingenti somme di denaro per fornire Roma di riserve di grano, acqua e di corpi di polizia, e per l'erezione o il restauro di pubblici edifici.
Numerosi furono, infatti, gli edifici, le opere pubbliche e i monumenti celebrativi costruiti o restaurati durante il suo principato:
Basterebbe ricordare, a titolo d'esempio:
Tra le opere principali fatte da Augusto, Svetonio ricordò anche il portico di Livia e il tempio di Giove Tonante.

Nel 27 a.C., riorganizzò le province da un punto di vista fiscale e amministrativo, delegando l'amministrazione delle province nel seguente modo:
Creò, inoltre, nuovi e numerosi municipi e colonie, al fine di portare avanti l'opera di romanizzazione nelle province. Nel 25 a.C. (in occasione della vittoria dei Romani sui Salassi), per volere dell'imperatore Augusto, venne fondata Augusta Praetoria (l'attuale Aosta). Durante il suo regno, venne fondata Iulia Augusta Taurinorum, (l'attuale Torino). Per quanto riguarda Bononia (Bologna), che era colonia di veterani di Antonio, Augusto ne confermò lo statuto, venendo onorato come padre della città (Storia di Bologna, 2005, A. Donati, G. Sassatelli editori). Creò inoltre il cosiddetto cursus publicus, vale a dire il servizio imperiale di posta che assicurava gli scambi all'interno dell'Impero romano.
Augusto riorganizzò l'amministrazione finanziaria dello Stato romano. Attribuì infatti un salario e una gratifica di congedo a tutti i soldati dell'esercito imperiale (sia ai legionari sia agli ausiliari); assegnò un salario (salaria) per il servizio pubblico per tutti i rappresentanti del Senato, per poi estenderlo gradualmente anche alle magistrature ordinarie. La magistratura di tipo repubblicano fu retribuita con indennizzi e cibaria, piuttosto che con salaria. Costituì inoltre il fiscus (ovvero la cassa delle entrate dell'imperatore), accanto al vecchio aerarium, che rimase la cassa principale (affidata dal 23 a.C. a due pretori, non più a due questori), ma Augusto fu autorizzato ad attingere da esso le somme necessarie per tutte le funzioni amministrative e militari. L'imperatore, di fatto, poteva dirigere la politica economica di tutto l'impero e assicurarsi che le risorse fossero equamente distribuite in modo che le popolazioni sottomesse potessero considerare il governo di Roma una benedizione, non una condanna. Creò infine un aerarium militare per i compensi da dare ai veterani.
Promosse, quindi, la rinascita economica, del commercio e dell'industria attraverso l'unificazione dell'area mediterranea, debellando completamente la pirateria e migliorando la sicurezza lungo le frontiere e internamente alle province. Creò una fitta rete stradale con un ottimo livello di manutenzione (affidandole alla cura dei suoi generali, che dovettero farle ripavimentare con l'argento dei loro bottini), istituendo numerosi curatores viarum per la manutenzione delle strade in Italia e nelle province; nuovi porti commerciali e nuove attrezzature portuali come moli, banchine, fari; finanziò l'escavazione di canali e nuove esplorazioni (a volte anche militari oltreché commerciali) in terre lontane come l'Etiopia, la penisola arabica (fino all'attuale Yemen), le terre dei Garamanti, dei Germani del fiume Elba e l'India. In questa maniera restaurò la pax romana in tutto l'impero.
Inoltre, nel 23-15 a.C., riordinò il sistema monetario, fissando i cambi tra la moneta aurea (1/40 di libbra) equivalente a 25 denari d'argento e a 100 sesterzi di rame, che restò praticamente immutato per due secoli.
E infine, sappiamo che concesse numerosi congiaria, vale a dire distribuzioni di grano gratuite alla popolazione di Roma, o prestiti a tassi agevolati, come ci tramanda Svetonio:

Al tempo di Augusto l'Impero romano dominava su una popolazione di circa 55 milioni di persone (di cui 8-10 in Italia) su una superficie di circa 3,3 milioni di chilometri quadrati. Rispetto ai tempi moderni, la densità era piuttosto bassa: 17 abitanti per chilometro quadrato, i tassi di mortalità e natalità molto elevati e la vita media non superava i 20 anni. Solo un decimo della sua popolazione viveva nelle sue 3 000 città, più in particolare: 3 milioni circa abitavano nelle quattro città più grandi (Roma, Cartagine, Antiochia e Alessandria), di questi almeno un milione abitava nell'Urbe. Secondo calcoli approssimativi il prodotto interno lordo di quell'Impero era a quell'epoca attorno ai 20 miliardi di sesterzi e caratterizzato da vertiginose concentrazioni di ricchezze. Il reddito annuale dell'imperatore era attorno ai 15 milioni di sesterzi, quello dei 600 senatori ammontava a circa 100 milioni (0,5% del PIL), il 3% dei percettori di redditi godeva del 25% delle ricchezze prodotte. L'Italia, centro dell'Impero augusteo, godeva di una posizione privilegiata: grazie alle nuove conquiste di Augusto poteva disporre di nuovi grandi mercati di approvvigionamento (grano, in primo luogo, proveniente dalla Sicilia, dall'Africa, dall'Egitto) e di nuovi mercati di sbocco per le proprie esportazioni di vino e olio; le terre confiscate alle popolazioni sottomesse erano immense e dalle province arrivavano tributi in moneta e in natura (bottini di guerra, milioni di schiavi, tonnellate d'oro).
Augusto riorganizzò l'esercito legionario e ausiliario, distribuendolo nella province. Introdusse un esercito permanente di volontari, disposti a servire inizialmente per sedici anni, e poi per vent'anni dal 6, unicamente dipendente da lui; istituì un cursus honorum anche per coloro che aspiravano a ricoprire i più alti incarichi nella gerarchia dell'esercito, con l'introduzione di generali professionisti, non più comandanti inesperti mandati allo sbaraglio nelle province di confine; creò l'aerarium militare.
Delle legioni sopravvissute alla guerra civile, 28 rimasero dopo Azio, e 25 dopo la disfatta di Teutoburgo; vennero istituite le ali di cavalleria e le coorti di fanteria (o misti) di auxilia provinciali, traendoli da volontari non-cittadini, desiderosi di diventare cittadini romani al termine della ferma militare (della durata di 20-25 anni). In totale erano circa 340 000 uomini, di cui 140 000 servivano nelle legioni. Furono formate anche le coorti pretoriane e urbane (di Roma, Cartagine, Lione e d'Italia) e dei Vigili di Roma; la flotta imperiale divisa in squadre a Ravenna, Miseno (in precedenza posta a Portus Iulius presso Pozzuoli) e Forum Iulii, e quelle provinciali di Siria ed Egitto, e le flottiglie fluviali su Reno, Danubio e Sava.

Quasi a dispetto dell'indole apparentemente pacifica di Augusto, il suo principato fu più travagliato da guerre di quanto non lo siano stati quelli della maggior parte dei suoi successori. Solo Traiano e Marco Aurelio si trovarono a lottare contemporaneamente su più fronti, al pari di Augusto. Sotto Augusto, infatti, furono coinvolte quasi tutte le frontiere, dall'oceano settentrionale fino alle rive del Ponto, dalle montagne della Cantabria fino al deserto dell'Etiopia, in un piano strategico preordinato che prevedeva il completamento delle conquiste lungo l'intero bacino del Mediterraneo e in Europa, con lo spostamento dei confini più a nord lungo il Danubio e più a est lungo l'Elba (in sostituzione del Reno).
Le campagne di Augusto furono effettuate con il fine di consolidare le conquiste disorganiche dell'età repubblicana, le quali rendevano indispensabili numerose annessioni di nuovi territori. Mentre l'Oriente poté rimanere più o meno come Antonio e Pompeo lo avevano lasciato, in Europa fra il Reno e il Mar Nero fu necessaria una nuova riorganizzazione territoriale in modo da garantire una stabilità interna e, contemporaneamente, frontiere più difendibili.
Gli storici contemporanei si sono spesso trovati d'accordo nel negare le qualità militari di Augusto, insistendo sul fatto che raramente egli andò personalmente sui campi di battaglia. Aurelio Vittore, ricordando una tradizione antica, diede di questo principe un ritratto più lusinghiero. Egli si dimostrò, invece un abilissimo uomo politico e geniale stratega, forse l'esatto contrario di ciò che fu Annibale: validissimo generale e tattico, ma con una dubbia visione politico-strategica del suo tempo, accecata dall'odio per i Romani.
Prima di tutto, Augusto in persona si dedicò, con l'aiuto di Agrippa, a portare a compimento una volta per tutte la sottomissione di quelle "aree interne" all'impero non ancora conquistate completamente, a partire dalla parte nord-ovest della penisola iberica, che ormai creava problemi da decenni e che fu condotta sotto il dominio romano, dopo una serie di pesanti campagne militari in Cantabria durate dieci anni (dal 29 al 19 a.C.). In seguito venne conquistato l'interno arco alpino, per dare maggior sicurezza interna ai valichi e alle relazioni fra Gallia e Italia. Le azioni nell'area furono numerose e spesso combinate su più fronti. I figliastri di Augusto, Druso e Tiberio, nel 15 a.C., sottomisero la Rezia, Vindelicia e Vallis Poenina, con un'operazione "a tenaglia", il primo proveniente dal Brennero e il secondo dalla Gallia.

Ma fu la frontiera dell'Europa continentale che preoccupò Augusto più di ogni altro settore strategico. Essa comprendeva due settori principali: quello danubiano e quello renano. Dal 29 al 19 a.C. si procedette ad azioni combinate insieme ai re "clienti" traci, contro le popolazioni pannoniche, mesie, sarmatiche, getiche e bastarne fino ai confini macedoni. Il primo a intraprendere campagne nell'area balcanica fu il proconsole di Macedonia, Marco Licinio Crasso, in quale batté ripetutamente le popolazioni di Mesi, Triballi, Geti e Daci (nel 29 e 28 a.C.). A partire poi dal 14 al 9 a.C. i legati di Dalmazia e Macedonia, sotto l'alto comando prima di Agrippa e poi di Tiberio, domarono Scordisci (sottomessi da Tiberio nel 12 a.C.), Dalmati e Pannoni e respinsero le scorrerie di Bastarni, Sarmati e Daci d'oltre Danubio, mentre Pannonia e Dalmazia furono finalmente condotte sotto il dominio romano. Fu solo in seguito alla soppressione della rivolta durata per ben tre anni nell'area dell'Illirico romano (dal 6 al 9), che Tiberio poté fissare definitivamente il confine al fiume Drava.

Le popolazioni germaniche avevano più volte tentato di passare il Reno: nel 38 a.C. (anno in cui gli alleati germani, Ubi, furono trasferiti in territorio romano) e nel 29 a.C. i Suebi, mentre nel 17 a.C. i Sigambri, insieme a Usipeti e Tencteri (clades lolliana). Augusto ritenne fosse giunto il momento di annettere la Germania, come aveva fatto suo padre Gaio Giulio Cesare con la Gallia. Desiderava portare i confini dell'Impero romano più a est, dal fiume Reno al fiume Elba. Il motivo era di ordine prettamente strategico, più che di natura economico-commerciale. Si trattava infatti di territori acquitrinosi e ricoperti da interminabili foreste ma il fiume Elba avrebbe ridotto notevolmente i confini esterni dell'impero.
Toccò al figliastro di Augusto, Druso maggiore, il gravoso compito di operare in Germania. Le campagne che si susseguirono furono numerose, discontinue, e durarono per circa un ventennio dal 12 a.C. al 6 portando alla costituzione della nuova provincia di Germania con l'insediamento di numerose installazioni militari a sua difesa. Tutti i territori conquistati in questo ventennio furono però definitivamente compromessi quando nel 7 Augusto inviò in Germania Publio Quintilio Varo, sprovvisto di doti diplomatiche e militari, oltreché ignaro delle genti e dei luoghi. Nel 9 un esercito di 20 000 uomini composto da tre legioni venne massacrato nella selva di Teutoburgo, portando alla definitiva perdita di tutta la zona tra il Reno e l'Elba.
La presenza di Augusto in Oriente subito dopo la battaglia di Azio, nel 30-29 a.C. e dal 22 al 19 a.C., oltre a quella di Agrippa fra il 23-21 a.C. e ancora tra il 16-13 a.C., dimostrava l'importanza di questo settore strategico. Fu necessario raggiungere un modus vivendi con la Partia, l'unica potenza in grado di creare problemi a Roma in Asia Minore. Per questi motivi la politica di Augusto si differenziò in base a due aree strategiche dell'Oriente antico.
A occidente dell'Eufrate, dove Augusto provò a inglobare alcuni Stati vassalli, trasformandoli in province, come la Galizia di Aminta nel 25 a.C., o la Giudea di Erode Archelao nel 6; rafforzò vecchie alleanze con re locali, divenuti "re clienti di Roma", come accadde ad Archelao, re di Cappadocia, ad Asandro re del Bosforo Cimmerio, e a Polemone I re del Ponto, o ai sovrani di Emesa e Iturea.
A oriente dell'Eufrate, in Armenia, Partia e Media, Augusto ebbe come obbiettivo quello di ottenere la maggiore ingerenza politica senza intervenire con dispendiose azioni militari. Ottaviano mirò infatti a risolvere il conflitto con i Parti in modo diplomatico, con la restituzione nel 20 a.C., da parte del re parto Fraate IV, delle insegne perdute da Crasso nella battaglia di Carre del 53 a.C. Augusto avrebbe potuto rivolgersi contro la Partia per vendicare le sconfitte subite da Crasso e da Antonio, al contrario ritenne invece possibile una coesistenza pacifica dei due imperi, con l'Eufrate come confine per le reciproche aree di influenza. Di fatto entrambi gli imperi avevano più da perdere da una sconfitta, di quanto potessero realisticamente sperare di guadagnare da una vittoria. Infatti, durante tutto il suo lungo principato, Augusto concentrò i suoi principali sforzi militari in Europa. Il punto cruciale in Oriente era, però, costituito dal Regno d'Armenia che, a causa della sua posizione geografica, era da un cinquantennio oggetto di contesa fra Roma e la Partia. Egli mirò a fare dell'Armenia uno Stato-cuscinetto romano, con l'insediamento di un re gradito a Roma, e se necessario imposto con la forza delle armi, come avvenne nel 2 quando, di fronte a una possibile invasione romana dell'Armenia, Fraate V riconobbe la preminenza romana davanti a Gaio Cesare, mandato in missione da Augusto.

La frontiera meridionale africana, per finire, poneva problemi diversi nei suoi settori orientale e occidentale.
A oriente, dopo la conquista nel 30 a.C., l'Egitto divenne la prima provincia imperiale, retta da un prefetto di rango equestre, il prefetto d'Egitto, a cui Ottaviano aveva delegato il proprio imperium sul paese, con ben tre legioni di stanza (III Cyrenaica, VI Ferrata e XXII Deiotariana). L'Egitto costituì negli anni seguenti una base di partenza strategica per spedizioni lontane; il primo prefetto, Cornelio Gallo, dovette reprimere un'insurrezione nel Sud dell'Egitto, Elio Gallo esplorò l'Arabia Felix, Gaio Petronio si spinse in direzione dell'Etiopia (25-22 a.C.) fino alla sua capitale.
A occidente la provincia d'Africa e la Cirenaica conobbero due guerre: fra il 32 e il 20 a.C. contro i Garamanti dell'attuale Libia, mentre fra il 14 a.C. e il 6 fu la volta dei Nasamoni della Tripolitania, dei Musulami della regione di Theveste, dei Getuli e dei Marmaridi delle coste mediterranee centrali.
I Romani intuirono che il compito di governare e di civilizzare un gran numero di genti contemporaneamente era pressoché impossibile, e che sarebbe risultato più semplice un piano di annessione graduale, lasciando l'organizzazione provvisoria affidata a principi nati e cresciuti nel paese d'origine. Nacque quindi la figura dei re clienti, la cui funzione era quella di promuovere lo sviluppo politico ed economico dei loro regni, favorendone la civilizzazione e l'economia. Augusto, infatti, dopo essersi impadronito per diritto di guerra (belli iure) di numerosi regni, quasi sempre li restituì agli stessi governanti a cui li aveva sottratti oppure li assegnò a principi stranieri. Riuscì anche a unire all'Impero i re alleati attraverso legami di parentela. Si preoccupò di questi regni come se fossero parte del sistema provinciale imperiale, giungendo ad assegnare a principi troppo giovani o inesperti un consigliere, in attesa che crescessero e maturassero; allevando ed educando i figli di molti re, affinché molti di loro tornassero nei loro territori a governare come alleati del popolo romano. In seguito, quando i regni raggiungevano un livello di sviluppo accettabile, essi potevano essere incorporati come nuove province o parti di esse. Le condizioni di Stato vassallo-cliente erano, dunque, di natura transitoria.
Tale disegno politico fu applicato all'Armenia, alla Giudea (fino al 6), alla Tracia, alla Mauretania e alla Cappadocia. A questi re clienti fu lasciata piena libertà nell'amministrazione interna, e probabilmente non furono tenuti a pagare tributi regolari, ma dovevano provvedere a fornire truppe alleate al bisogno oltre a concordare preventivamente la loro politica estera con l'imperatore.
Augusto, nei decenni di principato, introdusse riforme d'importanza cruciale per i successivi tre secoli:

Allo sforzo politico di Augusto si affiancò l'elaborazione in tutti i campi di una nuova cultura, di impronta classicistica, che fondesse gli elementi tradizionali in nuove forme consone ai tempi. Poeti e letterati contribuirono nell'essere i portavoce del programma civico e politico del princeps; successivamente subentrò una fase dove le energie spirituali andarono spegnendosi e dove prevalse una letteratura accademica, intesa come mero esercizio retorico, priva di quei contenuti morali e civili necessari.
Augusto si avvalse dell'aiuto dei letterati dell'epoca per rielaborare il mito delle origini di Roma, andando a prefigurare una nuova età dell'oro che trovò come principali interpreti, autori come Virgilio, Orazio, Livio, Ovidio, Properzio e Vario Rufo, facenti parte del cosiddetto "circolo letterario di Mecenate". A quest'ambiente letterario appartenne anche Gaio Cornelio Gallo, che fu sia poeta sia uomo politico: come tale divenne il primo Prefetto di Alessandria e d'Egitto.
A fianco, vi era poi un altro circolo, quello "di Messalla", che ruotava attorno alla figura aristocratica di Marco Valerio Messalla Corvino, e che raccoglieva poeti di ispirazione bucolica ed elegiaca, in antitesi con gli interessi civili dei poeti di Mecenate. Di questo secondo circolo facevano parte Tibullo, Ligdamo e la poetessa Sulpicia; egli era legato anche da amicizia con Orazio e Ovidio. Messalla a suo tempo era stato un valoroso generale e collaboratore di Ottaviano, che si ritirò a vita privata dopo il 27 a.C. Questo circolo, in antitesi con quello di Mecenate, rinunciò all'impegno morale e civico, a favore di un'ispirazione idilliaca, agreste ed elegiaca.

L'età di Augusto è considerata uno fra i più importanti e fiorenti periodi della storia della letteratura mondiale per numero di ingegni letterari, dove i principi programmatici e politici di Augusto erano appoggiati dalle stesse aspirazioni degli uomini di cultura del tempo. Del resto la politica a favore del primato dell'Italia sulle province, la rivalutazione delle antiche tradizioni, accanto a temi come la santità della famiglia, dei costumi, il ritorno alla terra e la missione pacificatrice e aggregante di Roma nei confronti degli altri popoli conquistati, furono temi cari anche ai letterati di quell'epoca.
I tempi erano ormai maturi perché la letteratura latina sfidasse quella greca, che allora veniva considerata insuperabile. Nella generazione successiva, sotto il principato di Augusto, fiorirono i maggiori poeti di Roma: Orazio, che primeggiò nella satira e nella lirica, emulava i lirici come Pindaro e Alceo, Virgilio, che si distinse nel genere bucolico, nella poesia didascalica e nell'epica, rivaleggiava con Teocrito, Esiodo e addirittura Omero; e poi ancora Ovidio, maestro del metro elegiaco, e Tito Livio nella storiografia.
Lo stesso Augusto fu un letterato dalle molteplici capacità: scrisse in prosa e in versi, dalle tragedie agli epigrammi fino alle opere storiche. Coltivò l'eloquenza fin dalla prima giovinezza, con grande passione e impegno.
Vissero in epoca augustea Dionigi di Alicarnasso (autore delle Antichità romane, pubblicata dal 7 a.C.), Strabone (autore de la Geografia, iniziata sotto Augusto e finita sotto Tiberio) e Diodoro Siculo (autore della Bibliotheca historica, terminata quando Augusto era ancora Ottaviano, tra il 36 a.C. e il 30 a.C.). Tra gli altri si ricordano: gli eruditi Giuba II, Didimo Calcentero, Aristonico d'Alessandria e Teone; i grammatici Tirannione, Trifone di Alessandria, Tolomeo di Ascalona e Trasillo di Mende; gli storici Timagene e Nicola Damasceno; i retori Cecilio di Calacte, Dionisio Attico ed Ermagora Carione; i poeti Crinagora di Mitilene, Antipatro di Tessalonica, Marco Argentario e Filistione; il medico Anassilao di Larissa; i filosofi Senarco di Seleucia, Nestore di Tarso e Atenodoro Cananita. L'oratoria greca di età augustea è dominata dagli «Apollodorei» (da Apollodoro di Pergamo, precettore di Augusto) e dai «Teodorei» (da Teodoro di Gadara, maestro di Tiberio). In filosofia fu attiva la Scuola dei Sextii. Sono talvolta datati all'età di Augusto il Trattato del Sublime, il carme su Roma della poetessa Melinno e alcuni romanzi greci, ma occorre ricordare che la datazione di queste opere oscilla anche di secoli.
Augusto lasciò alla sua morte un dettagliato resoconto delle sue opere: le Res Gestae Divi Augusti. Svetonio in particolare racconta che una volta morto, lasciò tre rotoli, che contenevano:
Il testo dell'opera è tramandato da un'iscrizione, sia in latino sia in traduzione greca, rinvenuta nel 1555. Era incisa sulle pareti del tempio, dedicato alla città di Roma e ad Augusto, situato ad Ancyra (l'odierna Ankara, la capitale della Turchia) e pertanto è stata denominata Monumentum Ancyranum. Altre copie, molte delle quali sono giunte frammentarie, dovevano essere incise sulle pareti dei templi a lui dedicati.
In uno stile volutamente stringato e senza concessioni all'abbellimento letterario, Augusto riportava gli onori che gli erano stati via via conferiti dal Senato e dal popolo romano per i servizi da lui resi; le elargizioni e i benefici concessi con il suo patrimonio personale allo Stato, ai veterani di guerra e alla plebe; i giochi e le rappresentazioni dati a sue spese; infine gli atti da lui compiuti in pace e in guerra.
Il documento non menziona il nome dei nemici e neppure quello di qualche membro della sua famiglia, con l'eccezione dei successori designati: Marco Vipsanio Agrippa, Gaio Cesare e Lucio Cesare, oltre al futuro imperatore Tiberio.
Nel corso della sua vita, Augusto ebbe modo di cambiare più volte il suo nome. Si riportano di seguito i nomi utilizzati nelle varie fasi della sua vita:
| Genitori | Nonni | Bisnonni | Trisnonni | ||||||||||
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| … | |||||||||||||
| … | |||||||||||||
| … | … | ||||||||||||
| … | |||||||||||||
| Gaio Ottavio | |||||||||||||
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| Augusto | |||||||||||||
| Marco Azio Balbo | … | ||||||||||||
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| Marco Azio Balbo | |||||||||||||
| Pompea Lucilia | Sesto Pompeo | ||||||||||||
| Lucilia | |||||||||||||
| Azia maggiore | |||||||||||||
| Gaio Giulio Cesare | Gaio Giulio Cesare | ||||||||||||
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| Giulia minore | |||||||||||||
| Aurelia Cotta | Lucio Aurelio Cotta | ||||||||||||
| Rutilia | |||||||||||||
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