
L'Illuminismo fu un movimento culturale, politico, sociale, e filosofico che si sviluppò principalmente in Europa nel corso del XVIII secolo, con radici nella seconda metà del Seicento. Prese avvio in Inghilterra (e, in misura rilevante, nei Paesi Bassi) dopo le trasformazioni politiche e intellettuali seguite alla guerra civile inglese e, soprattutto, alla Gloriosa Rivoluzione del 1688-1689; si diffuse poi in Francia, dove ebbe il suo massimo sviluppo e la sua formulazione più tipica, e successivamente in tutta Europa e nelle colonie nordamericane (che avrebbero dato origine agli Stati Uniti).
Il termine deriva dal francese Lumières ("lumi"), metafora della ragione critica e del metodo scientifico, capace di "illuminare" la mente degli uomini, ottenebrata dall'ignoranza e dalla superstizione, e di condurli verso un percorso di tolleranza, progresso, emancipazione, libertà, umanità, felicità, cosmopolitismo, diritti naturali e uguaglianza.
L'Illuminismo fu preparato da grandi avvenimenti e cambiamenti avvenuti nei secoli precedenti: lo spirito critico sorto con il Rinascimento, il fermento della Riforma protestante, i cambiamenti economici della società moderna e, soprattutto, la rivoluzione scientifica del Seicento con i suoi progressi nelle indagini fisico-matematiche condotte con rigoroso metodo sperimentale. Tutta la storia fu chiamata davanti al tribunale della ragione critica, la quale, antitradizionalista per natura, assunse una funzione educatrice e liberatrice. L'azione demolitrice si esercitò sulla realtà effettuale, sulle istituzioni, sui costumi, penetrando nel vivo della società e suggerendo programmi di ricostruzione, piani di attività e idee innovatrici. Politicamente influì sul riformismo dei monarchi illuminati e sulle rivoluzioni americana e francese.
"L'età dei lumi": con questa espressione, che mette in evidenza l'originalità e la caratteristica di rottura consapevole nei confronti del passato, si indica la diffusione in Europa del nuovo movimento di pensiero degli illuministi francesi. Le basi su cui questa organizzazione fu costruita, sebbene spesso non accreditate a causa delle violente persecuzioni qualora se ne fosse riconosciuta l'eredità, furono poste dal filosofo olandese Baruch Spinoza, uno dei più importanti teorici della tolleranza religiosa e politica e del regime democratico. Voltaire, Montesquieu, Fontenelle, nonostante avessero letto Spinoza, riconoscevano tuttavia più spontaneamente di essersi ispirati a quella filosofia inglese fondata sulla ricerca empirica e sulla conoscenza scientifica che sorse dopo lo spinozismo e che discese da esso, elementi essenziali del pensiero di Locke e di Newton e David Hume che risalivano a loro volta a quello di Francis Bacon.
Se l'illuminismo assunse prevalentemente un'impronta francese questo si deve alle particolari condizioni storiche della Francia del XVIII secolo. Lo sviluppo della borghesia durante il regno di Luigi XIV è assicurato dall'assolutismo monarchico ed è fondato sulla distinzione tra l'uomo privato e quello pubblico. Il suddito potrà fare i suoi affari ed esprimere una certa libertà di pensiero, ma questa non dovrà mai entrare in conflitto con l'autorità del sovrano.
Alla borghesia evoluta, alla fronda nobiliare e al movimento ugonotto, che continuano nascostamente ad esercitare la loro critica, si aggiungono i nuovi finanzieri, creditori dello stato ma privi di potere politico che esprimono il loro dissenso nelle società segrete come quella della Massoneria. Quanto più repressa sarà la loro contestazione politica tanto più diverrà appariscente evidenziando così l'illuminismo francese che, rispetto a quello inglese, meno condizionato dal potere politico, diverrà il rappresentante dell'illuminismo in generale.
Una particolare funzione sociale e politica venne svolta nel "Siècle des Lumières" dai salotti letterari: una tradizione culturale già presente in Francia dai tempi di Luigi XIV, quando ci si riuniva a intervalli regolari presso una signora di mondo nei bureaux d'esprit.
Gli incontri erano ora organizzati da alti membri dell'alta borghesia o dell'aristocrazia riformista francese che erano soliti invitare in casa loro intellettuali più o meno noti per conversare e discutere su temi d'attualità o argomenti particolarmente graditi all'anfitrione come accadeva nel salotto di Madame Geoffrin, che invitava celebrità letterarie e filosofiche come Diderot, Marivaux, Grimm, Helvétius o nel salotto del barone d'Holbach, le premier maître d'hôtel de la philosophie, (primo direttore dell'albergo della filosofia) nella cui casa si riunivano Diderot, d'Alembert, Helvétius, Marmontel, Raynal, Grimm, l'abate Galiani e altri filosofi. In genere, nei salotti si leggevano opere giudicate politicamente eretiche dall'assolutismo monarchico o si discuteva di cosa stesse accadendo fuori del mondo salottiero.
In questo ambiente culturale svolgono un ruolo preminente le donne, le salonnièries (salottiere) alle quali il nuovo ideale egualitario illuminista offriva l'opportunità di collaborare, mostrando le proprie doti intellettuali, ad un progetto radicalmente riformista non più riservato a una cultura soltanto maschile.

Compito degli intellettuali illuministi, che si autodefiniscono philosophes o idéologues, deve quindi essere il coraggioso uso della ragione:
Questa è la responsabilità dell'intellettuale di fronte alla società in cui vive: un compito pedagogico di liberazione dalla metafisica, dall'oscurantismo religioso, dalla tirannia della monarchia assoluta. Questo programma educativo secondo Jean-Jacques Rousseau significherà riportare l'uomo al suo iniziale stato di natura trasformandone la spontanea bontà della condizione naturale in una conquista consapevole e definitiva della sua razionalità. Poiché
L'Illuminismo fu anche un movimento profondamente cosmopolita: pensatori di nazionalità diverse si sentirono accomunati da una profonda unità d'intenti, mantenendo stretti contatti epistolari fra loro. Furono illuministi Pietro Verri, Cesare Beccaria e Mario Pagano in Italia, Wolff, Lessing, Kant in Germania, Benjamin Franklin e Thomas Jefferson nelle colonie americane, Montesquieu, Voltaire e Rousseau in Francia.
Durante la prima metà del XVIII secolo, molti tra i principali esponenti dell'Illuminismo furono perseguitati per i loro scritti o furono messi a tacere dalla censura governativa e dagli attacchi della Chiesa, ma negli ultimi decenni del secolo il movimento si affermò in Europa ed ispirò la rivoluzione americana e successivamente quella francese.
Il successo delle nuove idee, sorretto dalla pubblicazione di riviste e libri (fra cui Lettere Persiane e Dei delitti e delle pene) e da nuovi esperimenti scientifici (come quelli di Franklin e Newton) inaugurò una moda diffusa persino tra i nobili e il clero. Alcuni sovrani europei adottarono le idee e il linguaggio dell'Illuminismo. Gli illuministi, sostenitori del concetto di filosofo-re che illumina il popolo dall'alto, guardarono con favore alla politica dei cosiddetti despoti illuminati, come Federico II di Prussia, Caterina II di Russia e Maria Teresa d'Austria.
La Rivoluzione francese, specie nel periodo compreso tra il 1792 e il 1794, espressione dell'ala più rivoluzionaria dell'Illuminismo, che è stato definito come "radicale" pose fine alla diffusione pacifica, ma talvolta anche solo elitaria, dell'Illuminismo e, per i suoi episodi più sanguinosi, viene citata come motivo per esprimere una valutazione negativa sull'Illuminismo.

In senso più ampio si parla di "illuminismo" riferendolo anche al mondo greco antico nell'ambito, ad esempio, del pensiero dei sofisti, autori di una critica corrosiva alle presunte leggi di origine divina e all'antropomorfismo religioso. Ugualmente illuministi ante litteram possono essere ritenuti Democrito e gli atomisti, gli scettici e gli stoici e soprattutto Epicuro, che vuole liberare l'uomo dalla paura, indotta dalla religione, degli dei e della morte.
Erede della ragione, intesa nel senso di Locke, l'illuminismo vuole adattare alla filosofia il metodo della fisica newtoniana affidando alla ragione la determinazione tanto delle proprie possibilità che dei propri limiti, indipendentemente da ogni verità che si presenti come rivelata o innata.
La fede nella ragione, coniugandosi con il modello sperimentale della scienza newtoniana, sembrava rendere possibile la scoperta non solo delle leggi del mondo naturale, ma anche di quelle dello sviluppo sociale. Si pensò allora che, usando correttamente la ragione, sarebbe stato possibile un progresso indefinito della conoscenza, della tecnica e della morale: convinzione questa che verrà successivamente ripresa e rafforzata dalle dottrine positiviste.
Fin dagli inizi gli illuministi presuppongono che la gran parte degli uomini, pur essendo stata creata libera dalla Natura (naturaliter maiorennes) si accontenti molto volentieri di rimanere "minorenne" per tutta la vita. Questa condizione è dovuta o a comoda pigrizia o a viltà, al non avere cioè il coraggio di cercare la verità. In ogni caso il risultato di questa non-scelta è la facilità per i più scaltri e per i detentori del potere di erigersi a guide di costoro: «Se io ho un libro che pensa per me, se ho un direttore spirituale che pensa per me...io non ho più bisogno di darmi pensiero di me. Non ho bisogno di pensare, purché possa solo pagare...».
Gli interessati tutori imprigionano dunque i vili e i pigri in una «carrozzina da bambini» paventando loro i rischi che si corrono a voler camminare da soli. Non s'impara a camminare senza cadere, ma questo li terrorizza, per cui rimarranno infanti per tutta la loro vita.
L'illuminista dovrà tutelare l'uomo ammaestrandolo a diventare "maggiorenne" usando la propria ragione per liberarsi dalla credenza irriflessa nelle verità già date, siano esse quelle innate nel campo conoscitivo, siano quelle rivelate dalla religione.
La ragione rifiuterà tutto quello che non deriva da essa con il principale compito di stabilire i propri limiti: una ragione dunque programmaticamente finita e orgogliosa di essere tale poiché, in quell'ambito limitato, che è quello dell'esperienza, essa potrà conoscere la verità sino in fondo.
Questo avverrà applicando la critica della ragione, attraverso cioè l'analisi, la discussione, il dibattito nei confronti di quell'esperienza che non è soltanto il complesso dei fatti fisici ma anche di quelli storici e sociali:
La definizione illuministica della ragione è ormai lontana da quella classica prevalentemente contemplativa. Ora è concepita come funzionale e operativa: la sua validità cioè è dimostrata dai risultati pratici che essa consegue: la razionalità è valida se è in grado di spiegare e ordinare i fatti in base a leggi di ordine razionale. Ragione, natura, spontaneità coincidono nella visione illuministica nella convinzione che la natura stessa abbia dotato ogni uomo della istintiva capacità di comprendere o, per dirla con l'illuminista radicale Andreas Riem, di «rischiarare secondo princìpi di una pura logica e per la promozione dell'utile tutti gli oggetti del mondo delle idee, tutte le opinioni umane e i loro effetti, e tutto quanto ha influenza sull'umanità». Tale capacità lo rende uguale a tutti gli altri a condizione che esso sia liberato dalla corruzione della superstizione e dell'ignoranza. L'uomo, liberato dalle incrostazioni del potere, userà correttamente e spontaneamente la propria ragione (come secondo gli illuministi dimostrerebbe il comportamento naturale del cosiddetto "buon selvaggio") per procedere alla costruzione di uno Stato in cui le leggi, non più tiranniche, si fondino sul rispetto dei diritti naturali.
Quello del "buon selvaggio" fu un mito basato sulla convinzione che l'uomo in origine fosse un "animale" buono e pacifico, solo successivamente corrotto dalla società e dal progresso. Nella cultura del Primitivismo del XVIII secolo, il "buon selvaggio" era considerato più lodevole, più autenticamente nobile dei prodotti dell'educazione civilizzata.
Nonostante l'espressione "buon selvaggio" fosse già comparsa nel 1672 in La conquista di Granada di John Dryden (1672), la rappresentazione idealizzata di un "gentiluomo della natura" fu ripresa dal Sentimentalismo del secolo successivo.
Il concetto di "buon selvaggio" incarna la convinzione che senza i freni della civilizzazione gli uomini siano essenzialmente buoni, le sue fondamenta giacciono nella dottrina della bontà degli esseri umani, espressa nel primo decennio del Settecento da Anthony Shaftesbury, che incitava un aspirante autore « [...] a cercare quella semplicità dei modi, e quel comportamento innocente, che era spesso noto ai meri selvaggi; prima che essi fossero corrotti dai nostri commerci.»
Il mito del buon selvaggio fu alimentato dall'azione missionaria dei Gesuiti, iniziata fin dal XVII secolo nelle loro reducciones del sud America, soprattutto nel Paraguay, consistente nella realizzazione di centri (reducciones de indios) per l'evangelizzazione delle popolazioni indigene allo scopo di creare una società con i benefici e le caratteristiche della cosiddetta società cristiana europea, però priva dei vizi e degli aspetti negativi. Gli indios apparivano specialmente adatti per questo progetto data la loro natura essenzialmente recettiva dell'educazione dei Gesuiti. Ma ciò che faceva pensare che essi incarnassero la primitiva bontà dell'uomo non civilizzato erano le loro naturali inclinazioni artistiche soprattutto per la musica.
Nell'illuminismo fu poi soprattutto Rousseau a propagandare la tesi del buon selvaggio, asserendo nel suo Contratto sociale che «l'uomo è nato libero e tuttavia ovunque è in catene» (Capitolo I). Voltaire gli rispose polemicamente con vena ironica che «a leggere il vostro libro vien voglia di camminare a quattro zampe, ma avendone sfortunatamente persa l'abitudine da più di sessant'anni mi è impossibile riprenderla ora».


La conoscenza fondata sulle potenzialità interiori della stessa ragione si svolge nel campo del finito e del limitato secondo l'insegnamento di Locke. Occorrerà fornire quindi la ragione di un metodo oggettivo rappresentato dall'analisi matematica che faccia affidamento più all'aritmetica che alla geometria poiché quest'ultima, come si è visto in Cartesio, può portare a elaborazioni metafisiche sganciate da ogni esperienza.
L'aritmetica, invece, è uno strumento di ricerca che deve necessariamente riferirsi all'esperienza, fonte di ogni contenuto concreto. La stessa aritmetica permette di trovare tra i fatti analizzati dei principi invariabili e una legge:
Il discorso iniziato da Galilei e concluso da Newton arriva dunque a compimento con l'illuminismo, che estende il metodo analitico dai fatti fisici a quelli sociali, etici e psichici; in breve, a tutta la realtà umana:
L'illuminista si dichiara nemico dell'esprit de système, di chiara matrice razionalistica, inteso come la pretesa di definire una volta per tutte la realtà partendo da principi fissi e determinati, com'era in Cartesio, ma adopera lo spirito sistematico iniziando dai fatti: un atteggiamento sistematico inteso come una ricerca razionale per la conoscenza dei fatti dopo averli analizzati rifiutando ogni impostazione aprioristica e arrivando alla definizione di leggi generali solo dopo l'accurato esame dei fatti stessi.

Il mondo è una macchina che ha un ordinamento di leggi al suo interno che esclude qualsiasi teoria finalistica:
Il rifiuto di ogni metafisica e la visione naturalistica della realtà non comportano per gli illuministi una concezione materialista, che anzi in genere essi rifiutano: «Voltaire non si sente l'animo di decidersi né per il materialismo né per lo spiritualismo. Egli ripete spesso:
Il materialismo infatti, secondo gli illuministi, non è altro che un falso travestimento della vecchia metafisica che vuole offrire la facile spiegazione onnicomprensiva e totale dell'universo. Se essi sostengono talora il materialismo lo fanno per ragioni politiche e morali, come polemica ed estrema protesta contro le imposizioni politiche e religiose del loro tempo. Solamente D'Holbach e La Mettrie sostengono in maniera convinta e scientifica la concezione materialistica.

Emblema dell'illuminismo francese, assieme al pensiero di Voltaire, sarà la grandiosa opera dell'Enciclopedia o Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri, che in 28 volumi, 11 tavole e 60 000 voci, pubblicati dal 1751 al 1772 da un consistente gruppo di intellettuali sotto la direzione di Diderot e d'Alembert, diffonderà i principi illuministici non solo in Francia ma, attraverso numerose traduzioni, in tutta Europa.
L'opera si presenta come arditamente innovativa rispetto ai vecchi dizionari enciclopedici: essa vuole essere «un quadro generale degli sforzi dello spirito umano in tutti i generi e in tutti i secoli.» Oltre ad essere un'opera di informazione, l'Enciclopedia era quindi anche un'opera di propaganda, tramite la quale i suoi autori si proponevano di convincere il vasto pubblico della validità delle idee illuministe.
D'Alembert fu costretto a ritirarsi dalla direzione dell'opera nel 1759, in seguito al divieto di pubblicazione del Consiglio di Stato. Diderot continuerà la preparazione clandestina di altri volumi.
La pubblicazione dell'Encyclopédie incontrò infatti diversi ostacoli e resistenze da parte dell'aristocrazia intellettuale di corte, vicina alla Sorbona, e da parte della Chiesa cattolica: il governo francese ne bloccò per due volte la stampa e gli ultimi due volumi dovettero uscire clandestinamente. Ciò nonostante l'Enciclopedia fu interamente pubblicata negli anni fra il 1751 e il 1772, e ottenne un grande successo sia in Francia che nel resto d'Europa, dove il francese era ormai divenuto la lingua delle persone colte.
L'Enciclopedia si propone di eliminare dal sapere sino allora acquisito ogni connotazione non provata razionalmente e quindi ordinare con un criterio alfabetico le nostre conoscenze: questo compito
I criteri di compilazione risponderanno a questi punti principali: il metodo analitico per la filosofia sulla base dell'empirismo lockiano e il metodo della fisica newtoniana sulla base del pensiero baconiano da cui d'Alembert, riprendendone la tripartizione di memoria, ragione e immaginazione, vi fa corrispondere storia, filosofia e arte.
Gli articoli dell'Enciclopedia trattano i più svariati argomenti con un tono ora rivoluzionario ora apparentemente ingenuo: si parla di tolleranza, di guerra, di progresso, di privilegi ma anche di calze, di cinesi...
Emergono dall'opera anche le nuove concezioni dell'economia con la glorificazione della macchina, del nuovo sistema industriale e le nuove teorie fisiocratiche che fondano la ricchezza di una nazione su i beni e i prodotti naturali cioè sull'agricoltura.

Come banditore del nuovo sapere si affianca all'Enciclopedia l'opera di Voltaire, che inizia la sua carriera letteraria come drammaturgo, poeta e autore di pamphlet (opuscoli satirici e polemici), saggi, satire e racconti brevi nei quali divulga la scienza e la filosofia della sua epoca. Il filosofo intrattiene inoltre una voluminosa corrispondenza con scrittori e sovrani europei.
Egli riprende tutti i temi tipici dell'illuminismo difendendoli con uno spirito caustico che non risparmia filosofi, clero e sovrani ma che non gli pone remore nell'accettare l'incarico di consigliere di Federico II di Prussia.
Voltaire crede nel progresso annunciato dall'illuminismo ma non è disposto a farne un dogma: «un giorno tutto andrà meglio, ecco la nostra speranza; ogni cosa va bene, ecco la nostra illusione»; critica il pessimismo ma beffeggia l'ingenuo ottimismo razionalistico di Leibniz Al fondo del pensiero di Voltaire vi è la concezione dell'uomo ormai padrone della natura e facitore di un mondo né ottimisticamente esaltato né pessimisticamente condannato come il peggiore dei mondi possibili: occorre «lasciare andare il mondo come va, perché, se tutto non è bene, tutto è passabile».

Attraverso l'esame critico della storia, l'illuminista può riconoscere la continuità dell'opera della ragione e denunciare gli errori e le contraffazioni con cui erano state tramandate sino ad allora le vicende umane allo scopo di mantenere gli uomini nella superstizione e nell'ignoranza. Nella storia così come sinora veniva presentata
Pierre Bayle per primo si dedicherà nel suo Dizionario storico e critico (1697) alla compilazione di una «raccolta degli errori e delle falsità» da cui deve essere epurata la storia come fino ad allora è stata presentata. Egli è un minuzioso e preciso raccoglitore di fatti attestati da documenti e testimonianze così numerose che Ernst Cassirer (1874–1945) lo considera il fondatore dell'acribia. storica.
Il criterio sommo dunque della ricerca, per lo storico neutrale, è quello di scoprire come vera storia quella che segna la vittoria della ragione sull'ignoranza e per questo dall'illuminismo viene condannato in blocco il medioevo come età di fanatismo e oscurantismo religioso mettendo da parte gli aspetti positivamente culturali di quel periodo.

La mutevolezza degli avvenimenti storici è solo apparente: al di là di queste differenze l'illuminista coglie il lento ma costante emergere sulla superstizione e l'errore l'elemento immutabile della ragione:
Per Lessing la storia come ricerca della verità comincia solo con l'Illuminismo; tutto ciò che l'ha preceduta è una sorta di "pre-istoria".
Sarà il romanticismo a rilevare nella concezione illuminista della storia la mancanza di una visione unitaria e concreta, che originava dall'astrattezza del concetto astorico di ragione, identificato con la pura e semplice naturalità. Gli illuministi, cioè, non colgono l'interdipendenza tra l'uso della ragione che opera nella storia e le vicende economiche, sociali e culturali che realmente si sviluppano nella storia; essi riportano ogni differenza o sviluppo nella storia all'opposizione ragione-ignoranza.

Da questa visione della storia dove prevale la ragione naturale universale ed eterna emergono i temi politici della tolleranza, uguaglianza e libertà, intesi come valori politici naturali ed universali.
Ma l'uguaglianza per gli illuministi non comporta uguaglianza sociale o politica: l'essenziale è che il sovrano rispetti i diritti naturali: è trascurabile che egli sia un sovrano assoluto. È vero che ogni uomo per natura è uguale agli altri, ma questo non comporta la parità tra i cittadini:
Così anche per il concetto della tolleranza l'illuminismo risente dei suoi limiti storici quando lo collega all'idea di emulazione e ai principi economici della libertà di scambio e della libera concorrenza:
La libertà e l'uguaglianza sono riconosciute per gli illuministi solo a coloro che sanno "bene usare" della ragione, e se "per natura" ne sono incapaci è giusto che nella vita civile essi siano sottoposti a chi sa ben governare: il "popolo", che ha dimostrato di fare cattivo uso della ragione non conseguendo la proprietà privata, va rispettato nella sua umanità ma va guidato dall'alto:

La semplice ragione non fa tutti uguali allo stesso modo: «è la proprietà che fa il cittadino»
Le simpatie politiche degli illuministi sono rivolte alla monarchia costituzionale, che per il suo carattere moderato dà garanzia di ordine e di pace favorendo l'uguaglianza, oppure sono disposti a concedere fiducia anche al dispotismo illuminato:
La Natura e la ragione uguale per tutti rendono gli uomini fratelli al di là di ogni differenza etnica o nazionale. La fratellanza si traduce nell'ideale politico del cosmopolitismo.
Quando però la parola cosmopolite fu immessa nel 1762 nel vocabolario dell'Accademia francese se ne dava una connotazione negativa:
Il giudizio sul cosmopolitismo mutò radicalmente dopo gli avvenimenti della Rivoluzione francese e nell'edizione del vocabolario del 1798 appare scritto a proposito del termine cosmopolite:
Al di là dei limiti storici, queste idee di libertà, uguaglianza, tolleranza per merito degli illuministi divennero patrimonio comune della cultura della Francia che cercò di esprimerli nella Rivoluzione e poi di esportarle nel resto d'Europa.
Collegata alla visione illuministica della storia e alla fiducia nella ragione è l'idea fondamentale che il progresso dell'uomo, senza sottovalutare gli ostacoli posti dai diversi costumi e tradizioni, sia inarrestabile.

Gli illuministi, inoltre, criticarono pesantemente l'uso della tortura e della pena di morte portando a radicali riforme giudiziarie come quelle di Maria Teresa d'Austria e di Pietro Leopoldo. La principale opera in questo senso è il libro Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, molto ammirato da Voltaire e Diderot.
L'impegno riformistico e la tensione volontaristica a mutare i rapporti sociali sono caratteristiche comuni ai politici dell'Illuminismo che accantonarono la trattazione dei problemi politici in chiave di ragion di Stato e di prudenza o arte di governo.

Tipico del pensiero illuminista è il rifiuto di ogni religione rivelata e in particolare del Cristianesimo, ritenuto origine degli errori e della superstizione. Da qui la scelta del deismo come religione naturale e l'identificazione della religione con la morale.
Non considerando le posizioni materialistiche ed atee, come quelle dell'ultima fase del pensiero di Diderot, il deismo si ritrova nella maggior parte dei pensatori illuministi i quali, attraverso argomentazioni scientifiche, cercano di dimostrare l'esistenza di un Dio all'origine dell'universo. La meravigliosa macchina del cosmo fa infatti pensare che debba esserci come causa efficiente, non causa finale, un "eterno geometra":
Un Dio quindi che non interverrà più nella creazione dell'universo che egli «lascia andare come va» e che non interferisce nella storia dell'uomo che alla fine non sarà né condannato né premiato per le sue azioni.
La guida dell'uomo nella sua condotta morale diviene una religiosità laica, trasformazione della religione in morale naturale i cui precetti sono uguali per tutti gli uomini:
Tra i doveri naturali va annoverato il nuovo concetto rivoluzionario di tolleranza che viene spesso riferito alla vita economica applicando il concetto illuministico della ragione operativa, nel senso di giudicare la razionalità dai suoi risultati pratici:
Questo metodo di giudizio riguarda anche la morale: per gli illuministi è moralmente buono solo ciò che rende possibile il conseguimento dell'utile sociale.
Lo stesso valore di tolleranza non esclude che si possa professare la fede in una religione rivelata: questo però sarà consentito solo nell'ambito della morale privata e non in quello della morale pubblica:
L'atteggiamento dell'Illuminismo nei confronti della religione cristiana e dei suoi rapporti col potere civile non furono uguali dappertutto: se in Inghilterra i problemi legati alla lotta contro l'assolutismo monarchico si erano già in parte risolti, seppure faticosamente, con l'editto di tolleranza del 1689, che poneva fine ufficialmente alle persecuzioni religiose e relegava la fede all'ambito soggettivo-individuale, nell'Europa continentale l'illuminismo «mantenne una dura avversione per la Chiesa cattolica»: «gli Stati cominciarono ad assumere un atteggiamento indipendente; si liberarono da ogni rispetto per la politica del Papato; rivendicarono per i loro affari interni, un'autonomia che concedeva alla curia un'influenza sempre minore, anche nelle questioni ecclesiastiche»
I gesuiti, intransigenti difensori del primato papale, sulla spinta dei conflitti crescenti tra chiesa e stato, nonché di un'opinione pubblica che ne chiedeva l'annientamento, vennero espulsi da quasi tutti i paesi europei: «Cominciò nel 1759 il Portogallo seguito dalla Francia (1762), dalla Spagna (1769), da Napoli e da Parma signoreggiate da principi borbonici. Non fu estranea a questa misura, per quanto riguarda le colonie spagnole e portoghesi, l'avversione dei coloni per le reducciones de indios, i villaggi costruiti dai gesuiti per raccogliervi gli indigeni e salvarli dallo sfruttamento degli encomenderos.»
Il papa Clemente XIV nel 1773 con il breve Dominus ac Redemptor risolse di sopprimere la Compagnia di Gesù. «I beni dell'ordine furono incamerati e destinati, in gran parte, alla creazione di opere pubbliche gestite dallo Stato, che presero il posto delle scuole gestite dai Gesuiti.». La compagnia tuttavia non scomparve del tutto in Europa, in quanto in Russia, Caterina la Grande, pur essendo molto sensibile allo spirito illuminista, rifiutò la delibazione papale e mantenne vivo l'ordine.
Fu inoltre in seguito all'apertura del dibattito sulla religione e del suo ruolo nella società (un confronto particolarmente vivo che metteva in discussione alcuni aspetti della Chiesa cattolica) e che trovava un confronto con i pensatori giansenisti dell'epoca, che vennero scritti saggi critici sull'Inquisizione, come la Storia generale dell'Inquisizione, di Pietro Tamburini.
L'Inquisizione venne descritta come il luogo per eccellenza nel quale, tramite ripetuti crimini e torture, si esprimeva l'autentica ortodossia cattolica, spesso resa un tutt'uno con quella protestante.
Voltaire nel suo Dizionario filosofico introduce la voce "Inquisizione" scrivendo:
e, dopo una disamina della storia dell'inquisizione, termina commentando le procedure del tribunale dell'inquisizione:
Secondo due storici revisionisti Edward Peters (1988) e Henry Kamen (1997) queste analisi, (spesso elaborate in contesti polemici) avrebbero contribuito a uno stravolgimento dei dati storici sull'Inquisizione, distorsione che chiamano leggenda nera dell'Inquisizione o del "secolo dell'intolleranza". Questa stortura storica sarebbe stata opera di ambienti protestanti e, successivamente, illuministi, a partire a dal XVI secolo circa, con l'obiettivo di screditare l'immagine sia della Chiesa cattolica che dell'Impero spagnolo.
Già tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento si sviluppò una reazione critica all'Illuminismo, particolarmente intensa durante la Restaurazione. Tra i suoi principali esponenti figuravano Edmund Burke e Joseph de Maistre, insieme a Louis de Bonald. Burke, nelle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia del 1790, criticò la Rivoluzione francese e la pretesa di ricostruire la società sulla base di principi razionali astratti, indipendentemente dalla sua storia. Secondo questa prospettiva, le istituzioni politiche e sociali sono il risultato di un'eredità storica, costituita da tradizioni, consuetudini ed esperienze accumulate nel tempo, e devono essere riformate con gradualità anziché rifondate integralmente.
De Maistre e de Bonald contestavano, da prospettive religiose e tradizionaliste, l'idea che la ragione individuale fosse sufficiente a fondare l'ordine sociale e politico. A loro giudizio, la conoscenza religiosa, l'autorità della Chiesa e le istituzioni tradizionali costituivano elementi fondamentali per comprendere la natura umana e organizzare la società. De Maistre in particolare interpretò la Rivoluzione francese come una punizione provvidenziale per le colpe della Francia e si oppose alla sovranità popolare e alla pretesa di fondare autonomamente l'ordine politico attraverso la ragione umana. In tale prospettiva, la critica individualistica della ragione era considerata un'espressione dell'orgoglio umano, suscettibile di provocare conseguenze politiche e morali distruttive. Il Terrore rivoluzionario veniva quindi interpretato come una punizione divina per l'allontanamento della Francia dall'ordine religioso.
Nel corso dell'Ottocento, l'Illuminismo fu interpretato come un movimento di pensiero che aveva trasformato profondamente la società europea. Hegel e Marx, pur formulando critiche differenti, ne riconobbero l'importanza storica e il carattere innovativo. Hegel contestava tuttavia all'Illuminismo una concezione astratta della ragione, incapace a suo giudizio di cogliere il significato complessivo della storia, interpretata dalla sua filosofia come sviluppo dello Spirito assoluto. Marx ne apprezzava soprattutto la critica della religione, ma ne sottolineava i limiti legati alla sua origine borghese: il pensiero illuminista non aveva infatti individuato pienamente i fondamenti economici e i rapporti sociali alla base della situazione storica da cui era emerso. Nella seconda metà dell'Ottocento, le critiche all'Illuminismo assunsero anche forme filosofiche diverse dal tradizionalismo religioso.
Parallelamente, lo storicismo tedesco riconobbe il valore della concezione illuminista della storia, considerandola un contributo alla comprensione dei processi storici e alla formazione di una nuova visione del mondo. Friedrich Nietzsche sviluppò invece una posizione più complessa: se infatti in alcune opere valorizzò il metodo scientifico, lo scetticismo e l'indagine storica e psicologica come strumenti per sottoporre a critica i valori morali e le credenze metafisiche e religiose, la sua riflessione si distanziava tuttavia dall'ottimismo razionalistico e dalla fiducia in un progresso universale, senza identificarsi pienamente con l'Illuminismo settecentesco. Nei frammenti postumi, Nietzsche utilizzò anche il termine Gegen-Aufklärung «contro-illuminismo» nell'analisi delle reazioni della cultura tedesca all'Illuminismo, con particolare riferimento alle correnti romantiche e idealistiche e al recupero di concezioni metafisiche e religiose.
Nel XX secolo Benedetto Croce riprese l'interpretazione hegeliana dell'Illuminismo, rielaborandola nell'ambito del neoidealismo italiano. Una diversa interpretazione fu proposta dalla scuola di Marburgo, espressione del neokantismo, che mise in evidenza il contributo della filosofia illuminista alla teoria della conoscenza. In particolare, Ernst Cassirer sottolineò il ruolo della ragione critica nell'interpretazione dell'esperienza e nella costruzione del sapere.
Un'interpretazione storico-culturale dell'Illuminismo fu sviluppata da Paul Hazard, che ne mise in luce il ruolo nella crisi delle concezioni tradizionali del mondo europeo. Attraverso l'esame di aspetti filosofici, letterari e culturali, Hazard evidenziò il contributo illuminista alla messa in discussione dell'ordine precedente, ma anche le contraddizioni legate alle idee di natura e progresso che avrebbero caratterizzato anche le epoche successive.
Un altro contributo allo studio dell'Illuminismo fu quello di Reinhart Koselleck, che ne esaminò la nascita in rapporto alla situazione politica europea, dedicando particolare attenzione al ruolo della massoneria e ai rapporti tra critica illuminista e crisi della società borghese.
Dopo la seconda guerra mondiale, la scuola di Francoforte sviluppò una critica dell'Illuminismo influenzata dall'esperienza dei totalitarismi e della guerra. Max Horkheimer osservò che il progetto di emancipazione attraverso la ragione rischiava di rovesciarsi nel proprio contrario quando la capacità umana di dominare la natura e organizzare la società si trasformava in una forma di dominio sull'uomo stesso. Nella società moderna, la ragione tendeva infatti a diventare prevalentemente strumentale: anziché interrogarsi sulla validità dei fini perseguiti, si limitava a individuare i mezzi più efficaci per raggiungerli. In questa prospettiva, il fallimento dell'ideale illuminista consisteva anche nella possibilità che la razionalità, privata di una riflessione critica sui propri obiettivi, fosse impiegata per consolidare rapporti di dominio.
In una prospettiva vicina alla tradizione marxista, Lucien Goldmann riconobbe i limiti della concezione illuminista della storia, ma ne valorizzò la funzione critica, ritenendola uno strumento importante per l'analisi e la trasformazione della società contemporanea.
Una critica al razionalismo astratto e all'universalismo illuminista fu sviluppata anche nell'ambito dell'esistenzialismo. William Barrett, in particolare, contribuì alla diffusione della filosofia esistenzialista nel mondo anglofono, sottolineando l'importanza della concretezza dell'esistenza individuale rispetto alle interpretazioni dell'uomo fondate esclusivamente su sistemi razionali astratti: prospettiva che si inscrive nel più ampio dibattito novecentesco sui limiti delle ideologie che pretendono di ricondurre l'esperienza umana a principi universali.
Una ricostruzione organica del contro-illuminismo fu proposta da Isaiah Berlin. Egli esaminò le reazioni al razionalismo, all'universalismo e alla fiducia illuminista nella possibilità di ricondurre la pluralità dell'esperienza a un unico sistema coerente di conoscenze e valori. In alternativa, valorizzò l'importanza della storia, delle culture, dei sentimenti e della diversità delle esperienze umane. La sua riflessione sul pluralismo dei valori sottolineava che i valori morali e politici possono entrare in conflitto e non essere sempre riconducibili a un unico modello razionale valido per tutti.
Nella seconda metà del XX secolo si sviluppò una letteratura critica di ispirazione cattolica, secondo la quale alcuni principi associati all'Illuminismo, come la libertà, l'uguaglianza e la fraternità, erano già presenti nella tradizione cristiana e furono ripresi dagli illuministi separandoli dalla loro origine religiosa e, in alcuni casi, utilizzandoli in funzione anticristiana. In questa prospettiva si colloca il pensiero del futuro pontefice Joseph Ratzinger, secondo il quale il cristianesimo si era presentato fin dalle origini come religione del logos, cioè come una fede aperta alla ragione. Ratzinger sosteneva che principi quali la libertà religiosa e la pari dignità degli esseri umani fossero già presenti nella tradizione cristiana e riconosceva all'Illuminismo il merito di averli riproposti e di aver restituito alla ragione una propria voce, pur ribadendone l'origine cristiana:
Anche lo storico Franco Cardini ha contestato alcune interpretazioni illuministe della storia della Chiesa. In particolare, ha criticato la rappresentazione della vicenda di Galileo Galilei come prova di un'incompatibilità strutturale tra religione e scienza, trasformando un caso storico complesso e drammatico in uno strumento di polemica anticattolica:
La rappresentazione dell'epoca medievale e della storia del cristianesimo come un periodo dominato dall'oscurantismo e dalla superstizione è stata contestata anche da altri autori di ispirazione religiosa, tra cui Régine Pernoud e Luigi Negri. Secondo Léo Moulin infine, la rappresentazione negativa della storia della Chiesa avrebbe contribuito a diffondere, tra gli stessi cattolici, un'immagine complessivamente colpevolizzante della propria tradizione.
Una distinzione tra le diverse tradizioni dell'Illuminismo è stata proposta dal filosofo Friedrich von Hayek, che ha individuato differenze tra le correnti liberali e razionaliste sviluppatesi nell'ambito della cultura britannica e del pensiero kantiano e le correnti francesi più legate al razionalismo costruttivista e alla tradizione giacobina. Questa distinzione intende mettere in evidenza la pluralità degli orientamenti illuministi e delle loro successive eredità politiche, comprese quelle che hanno favorito concezioni accentrate e autoritarie del potere.
Nella seconda metà del Novecento, in Italia si è inoltre sviluppata una corrente filosofica denominata neoilluminismo, i cui principali rappresentanti furono Nicola Abbagnano e Ludovico Geymonat. L'eredità dell'Illuminismo nella società contemporanea è stata affrontata anche da Eugenio Scalfari nel volume Attualità dell'illuminismo, pubblicato da Laterza nel 2001. L'opera raccoglie tredici interventi, tra cui quelli di Umberto Eco, Umberto Galimberti, Norberto Bobbio, Lucio Villari e Gianni Vattimo. Secondo la sintesi proposta da Giuseppe Vottari, l'Illuminismo ha rappresentato una cesura nella storia dell'Occidente cristiano, determinando profonde trasformazioni materiali e culturali. Al tempo stesso, ha alimentato contrasti e aspettative che non sempre si sono realizzate, contribuendo al consolidamento della secolarizzazione politica e sociale e della laicizzazione della cultura europea.
La persistente attualità dell'Illuminismo è stata sottolineata anche dallo storico Robert Darnton, che ha individuato nell'eredità di Montesquieu, Voltaire, Rousseau e Diderot alcuni principi ancora rilevanti nel dibattito politico e culturale contemporaneo: la difesa della libertà contro il dispotismo, la critica delle ingiustizie giudiziarie, la tutela dei diritti dei più deboli e la messa in discussione delle autorità costituite, compresa la stessa ragione quando viene assunta come principio indiscutibile.
L'Illuminismo ha contribuito alla trasformazione della società europea, influenzando lo sviluppo della cultura politica, giuridica, scientifica ed economica moderna. La sua eredità comprende la valorizzazione della ragione critica, della libertà individuale, della tolleranza e della diffusione del sapere, ma anche concezioni della razionalità e del progresso successivamente sottoposte a critiche da parte di alcuni autori. In particolare, il rapporto tra ragione, scienza e progresso è stato oggetto di dibattito in relazione agli sviluppi del positivismo, dello scientismo e alle forme di razionalità strumentale che possono subordinare la conoscenza a fini di controllo e dominio.
Tra gli aspetti principali della eredità innovativa ed emancipatrice dell'Illuminismo figurano:
Accanto alla eredità razionalista ed emancipatrice dell'Illuminismo, alcuni sviluppi del pensiero moderno ispirati a temi illuministi sono stati in seguito oggetto di riflessioni filosofiche o politiche in particolare sul rapporto tra ragione, progresso e organizzazione della società, sviluppatesi in direzioni differenti nel corso dell'età moderna e contemporanea. Tali riflessioni riguardano soprattutto il ruolo della ragione nella vita individuale e collettiva, il significato del progresso, il rapporto tra conoscenza scientifica e altri ambiti del sapere e le conseguenze dell'applicazione di criteri di efficienza e calcolo alle dimensioni etiche e spirituali dell'esistenza. Tra i principali sviluppi e orientamenti del dibattito sull'eredità illuminista si annoverano:
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