I Libri della Scala sono una serie di opere escatologiche composte da diversi autori musulmani. Esse narrano la mirabile ascesa celeste del profeta dell'Islam, Maometto (Muhammad); il termine scala allude infatti alla sua progressiva elevazione attraverso i cieli fino all'Ottavo Cielo, culminante nell'incontro ravvicinato con Allah.
L'episodio trae origine dal racconto coranico del viaggio notturno (isrāʾ), durante il quale Muhammad fu trasportato dal "Tempio sacro" della Mecca al "Tempio ultimo", successivamente identificato con Gerusalemme, e della successiva ascensione (miʿrāj) attraverso i cieli fino al Settimo Cielo. Secondo la tradizione, egli giunge per volontà divina a una distanza di appena «due archi» (qawsāni) dal Volto di Dio, per poi discendere e visitare anche l'Inferno (catabasi).
Redatti prevalentemente in lingua araba, nel XIII secolo i Libri della Scala furono tradotti in latino e successivamente in francese.
Entrata presto a far parte della letteratura popolare d'ispirazione religiosa, benché ricca di elementi mitici, tra il 1264 e il 1277 re Alfonso X di Castiglia dette disposizioni affinché si approntasse una traduzione in volgare castigliano di una delle versioni in lingua araba di un Kitāb al-miʿrāj (كتاب المعراج) che circolavano in al-Andalus e ne affidò l'incarico a un sapiente medico ebreo, di nome Abraham Alfaquím (al-ḥakīm, ossia "il medico").
Da essa (non giunta fino a noi) il notaio Bonaventura da Siena ricavò, in Castiglia, dove era probabilmente giunto esule, una versione in lingua latina (Liber Scalae Machometi) e una in volgare francese, ricordata come Livre de l'Eschièle Mahomet, conservatesi in un manoscritto membranaceo ospitato nella Biblioteca Bodleiana dell'Università di Oxford (Laudensis Misc. 537), della fine del XIII secolo ma anche in un codice cartaceo del XIV secolo conservato a Parigi (BnF, lat. 6064) e in un terzo manoscritto, sempre del XIV secolo, tradotto dal Bretone Herveus Keynhouarn, presente nella Biblioteca apostolica vaticana (nel Codice Vaticano Latino 4072, che comprende anche la «Collezione Toledana» dei testi fatti tradurre da Pietro il Venerabile, abate di Cluny), oggetto nel 1949 di un acuto studio storico e linguistico da parte di Enrico Cerulli, che - partendo da uno studio di Ugo Monneret de Villard del 1944 - offrì all'attenzione del mondo internazionale degli studiosi una versione castigliana di San Pedro Pascual (1229-1301), presente in un codice dell'Escurial di Madrid (h II 25) e risalente al XVI secolo.
Bonaventura da Siena - secondo un'ipotesi di Cerulli, giudicata verosimile dalla quasi totalità degli studiosi - potrebbe essere stato l'anello di congiunzione tra i libri della Scala scritti in latino e in volgare francese e Dante Alighieri nella sua ispirazione puramente "topografica" dei luoghi infernali e nella sua "legge del contrappasso", pur restando del tutto originale l'afflato poetico e mistico cristiano del poeta fiorentino.
Era d'altronde stata questa l'ipotesi che, decenni prima, aveva esposto il sacerdote studioso spagnolo Miguel Asín Palacios nel suo La escatología musulmana en la «La Divina Comedia» tanto da suscitare acutissime e talora addirittura violente polemiche tra i dantisti più convinti della totale originalità del capolavoro dantesco e chi riteneva invece più che credibile, addirittura probabile, un'ispirazione islamica della Divina Commedia da parte di un fine e curioso intellettuale qual era Dante.
Secondo una delle più antiche versioni riportata dal grande tradizionista Bukhari, Muhammad fu scortato da Gibrīl, mentre era trasportato sulla sua groppa da Burāq, percorrendo quindi in successione sette Cieli, fino a giungere al miracoloso cospetto di Allah.
I Cieli da lui osservati secondo la tradizione islamica come trasmessa dalla traduzione castigliana dell'opera, sono tutti presidiati da un profeta: