La 'ndrina Pesce è una delle più potenti e influenti cosche malavitose della 'Ndrangheta, l'organizzazione criminale calabrese. Originaria di Rosarno, nella piana di Gioia Tauro, controlla il territorio in stretta alleanza o federazione cronologica con la storica cosca dei Bellocco (dando vita al polo criminale noto come Pesce-Bellocco) e con i Piromalli.
I Pesce sono attivi su scala globale e nazionale, con forti ramificazioni nel Nord Italia e in Europa, gestendo in via primaria il traffico internazionale di stupefacenti, le estorsioni, il controllo dei trasporti su gomma e l'infiltrazione negli appalti pubblici.
Il clan nasce e si sviluppa nel territorio di Rosarno. Il capo storico della consorteria è stato Giuseppe Pesce (1923-1992). Sotto la sua guida, la 'ndrina compie il cruciale salto di qualità evolutivo, trasformandosi da organizzazione criminale prettamente rurale (al servizio dei grandi latifondisti della Piana) in una vera e propria holding mafiosa e imprenditoriale. Giuseppe Pesce si distinse all'interno delle dinamiche della 'ndrangheta per le sue spiccate capacità di mediazione, dote che permise al clan di evitare sanguinosi conflitti interni e di accrescere il proprio prestigio nei confronti dei mandamenti storici.
Dopo la morte di Giuseppe Pesce nel 1992, il comando del clan passa al cugino Antonino Pesce (nato nel 1953) e al fratello Salvatore Pesce (nato nel 1961). Entrambi vengono successivamente tratti in arresto dalle forze dell'ordine: Antonino nel febbraio 1993 e Salvatore nel novembre 2005 con l'accusa di traffico internazionale di droga. A seguito della loro detenzione, la guida operativa del clan viene assunta dal figlio di Antonino, Francesco Pesce (detto "Ciccio Testuni", classe 1978). Quest'ultimo è stato arrestato in un bunker alla periferia di Rosarno il 9 agosto 2011 dopo una lunga latitanza, rimanendo recluso al regime di 41-bis fino alla sua scarcerazione nell'agosto 2024 per decorrenza termini e buona condotta.
La 'ndrina Pesce è nota nelle cronache giudiziarie anche per le prime importanti crepe nel rigido codice di omertà familiare. Un ruolo centrale è occupato da Giuseppina Pesce, figlia di Salvatore Pesce, che nel 2010 decide di collaborare con la giustizia. Le sue dichiarazioni alla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) hanno permesso di svelare l'organigramma interno, i flussi finanziari e i meccanismi di trasmissione dei messaggi dal carcere da parte dei boss detenuti, infliggendo un duro colpo alla cosca. Nello stesso contesto storico si inseriscono le vicende di Maria Concetta Cacciola (legata alla contigua famiglia Cacciola-Bellocco), la cui tragica morte per ingestione di acido cloridrico è stata oggetto di indagine per comprendere le forti pressioni subite dalle donne che tentavano di ribellarsi al clan.
Nel corso degli anni, numerose operazioni coordinate dalla DDA di Reggio Calabria hanno colpito la cosca:
La presenza dei Mirabelli sul territorio dell'Alto Crotonese si consolida a partire dagli anni settanta del Novecento. Avendo come roccaforte la frazione di Pagliarelle, la famiglia ha storicamente concentrato le proprie attività illecite nel settore delle estorsioni legate al comparto dell'edilizia e del taglio boschivo nell'altopiano della Sila. Per arginare l'ascesa dei rivali Garofalo, i Mirabelli strinsero storicamente alleanze e ricevettero copertura militare da altre potenti consorterie della provincia, come la 'Ndrina Vrenna di Crotone la 'Ndrina Megna di Papanice e la 'Ndrina Ciampá di Cutro.
Negli anni '60 il giovane Antonio Mirabelli sfila tra le fila dei giovani vicino ai clan più potenti di Crotone e in seguito fondò il clan.
Nel 1975 ebbe inizio la cosiddetta faida di Petilia Policastro, che vide contrapposti i clan Mirabelli e Garofalo, con l'omicidio di Antonio Garofalo capo dei Garofalo, padre di Floriano Garofalo e la testimone di giustizia Lea Garofalo a cui seguì l'omicidio di Antonio Mirabelli capo dei Mirabelli, dopo l'eliminazione di Antonio Mirabelli subentrò al comando il fratello Carmine Mirabelli, poi seguì l'omicidio di Giulio Garofalo, cugino di Antonio Garofalo che si sospettava fosse stato il killer del Mirabelli, con questo i Mirabelli in un primo momento furono considerati responsabili di quanto accaduto e quindi nel 1978 furono arrestati Carlo Mirabelli, e i nipoti i figli di Antonio, Giuseppe Mirabelli e Carlo Mario Mirabelli.
La rivalità tra i Mirabelli e i Garofalo esplose in tutta la sua violenza nel 1975 con l'omicidio del boss Antonio Garofalo (padre della futura testimone di giustizia Lea Garofalo). Questo delitto diede inizio a una catena di vendette incrociate basate sulla legge del taglione, governata per anni dalla famiglia Garofalo, in particolare dal primogenito Floriano Garofalo. Lo scontro armato ha provocato nel corso di un trentennio circa 40 vittime complessive.
Nel 1985 uscirono dal carcere, Carlo Mirabelli in un primo momento volle vendicarsi, ma poi nell'1987 si convertí all'evangelismo e quindi si ritirò e abbandonò la faida.
Nel 1990, tre anni dopo gli ultimi eventi con la ripresa del narcotraffico prima proibito, per paura di essere uccisi da Carlo Mirabelli uccidono lui e i suoi nipoti e gli ultimi soldati rimasti del clan ponendo fine al clan dei Mirabelli con la vincita dei clan rivali.
Nel 2005 uscì dal carcere Mario Garofalo e fu ucciso da presunti esponenti al clan Mirabelli, un atto fatto per riprendere potere sul territorio ma che non portò a nulla.
Parallelamente ai clan rivali, i Mirabelli delocalizzarono parte dei propri affiliati e dei traffici di droga nelle regioni del Nord-Ovest, in particolare tra il Piemonte e la Valle d'Aosta.
Il momento più critico della faida al Nord si consumò il 4 giugno 1990 a Issogne (Valle d'Aosta), dove un gruppo di fuoco dei Garofalo intercettò e assassinò il nipote del boss della cosca, Giuseppe Mirabelli. L'omicidio provocò un'immediata reazione da parte dei Mirabelli, i quali nei mesi successivi riuscirono a individuare e a giustiziare uno alla volta tutti e quattro i componenti del commando che aveva partecipato all'agguato di Issogne, tra cui Floriano Garofalo (fratello maggiore di Lea), finito a colpi di lupara in pieno volto.
La prolungata guerra di logoramento contro l'asse Garofalo-Comberiati-Cosco e le risposte dello Stato decimarono i vertici militari dei Mirabelli. Con la perdita progressiva dei territori e dei canali di rifornimento al Nord, l'egemonia criminale di Petilia Policastro e delle lucrose piazze di spaccio milanesi (tra cui il fortino di via Montello e il quartiere di Quarto Oggiaro gestito dai Carvelli) passò definitivamente nelle mani della fazione avversaria.