Letteratura latina

Stefan Bakałowicz,Il circolo di Mecenate (1890)
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Storia della letteratura latina



La letteratura latina è l'insieme della produzione letteraria in lingua latina e delle problematiche che gravitano intorno al suo studio.

Definizione

Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della letteratura e Storia della letteratura latina.

Il binomio "letteratura latina" richiede un'interpretazione problematica di entrambe le parole.

Un primo equivoco va sgombrato: nell'immaginario collettivo il termine letteratura latina, per influenza della critica letteraria romantica e idealista, coincide con il termine storia della letteratura latina. Per lo svolgimento diacronico delle forme di espressione ad intento artistico e il loro legame con la storia romana, la definizione più corretta è storia della letteratura latina, mentre la parola "letteratura" implica considerazioni non solo legate allo svolgimento temporale, ma anche ad altri fattori.

"Letteratura"…

Lo stesso argomento in dettaglio: Letteratura.

Il sostantivo "letteratura" come diretto derivato della parola latina littera nell'immaginario collettivo sottende la scrittura come veicolo di trasmissione di idee "artistiche".

In primo luogo questa determinazione, adeguata per le letterature moderne, è discutibile per quelle antiche, dotate non solo di un millennio di elaborazione, ma anche di una secolare gestazione: nel corso del XX secolo la progressiva indagine relativa al rapporto tra oralità e scrittura ha ridato ragione e dignità della cultura e della tradizione orale, modificando dunque l'ottica di studio dei fenomeni letterari latini, e non solo dei periodi preletterario e arcaico.

In secondo luogo la definizione di letteratura come trasmissione di idee "artistiche" ebbe come conseguenza l'esaltazione di un canone di letterati a fronte della svalutazione di molta produzione definita "minore" o "tecnica" (giuristi, grammatici, gromatici, ecc.). Fino a pochi decenni fa la determinazione di modelli assoluti e quasi disincarnati a cui ispirarsi nella produzione di nuovi contenuti in lingua latina definì in senso puramente storicistico (arcaici, classici, tardi, medievali) il concetto di letteratura.

La fragilità di tale distinzione è testimoniata da scritture preminentemente tecnico-politiche come i Commentarii de bello Gallico che nessuno definisce unicamente "manuale dello stratega" (categoria che pesa come lapide su Vegezio o sull'anonimo De rebus bellicis). Tale opera rivela al lettore attento non meno arte delle più accorate orazioni ciceroniane. Anche in questo caso l'esegesi letteraria degli ultimi decenni ha preso in considerazione il rapporto tra produzione scritta e temperie sociale (evoluzione politica, geografica e demografica) contestuale ad essa.

…"latina"

Lo stesso argomento in dettaglio: Lingua latina.

L'aggettivo "latina" è spesso considerato sinonimo di "romana", ma andrebbe meglio interpretato come "in lingua latina": dal punto di vista geografico, è ormai assodato che, se la gran parte della letteratura generalmente accettata come aurea proviene dalla città di Roma, nel corso della secolare produzione di scritti in lingua latina va considerato il formarsi dell'Impero romano e la conseguente diffusione della sua lingua ufficiale in regioni lontane: a titolo di esempio, si consideri il gallo-romano Ausonio o il britannico Beda.

La lingua latina da ben più di un secolo non è considerata solo in senso sincronico, vale a dire scritta solo in età classica da intellettuali e poeti in un breve raggio attorno a Roma: lo studio diacronico della lingua latina, tramite testimonianze epigrafiche, documentali e il raffronto con le radici italiche e le continuazioni romanze, ha evidenziato una necessità di contestualizzare il medium lingua non meno del medium stile.

Peculiarità e rapporti

Lo studio della letteratura latina presuppone dunque la compresenza e la sinergia di diverse discipline a definirne i complessi rapporti e la differente impostazione rispetto alla letteratura antecedente e successiva. Un elemento che contraddistingue la letteratura latina dalle altre letterature mondiali è la specificità degli argomenti trattati nelle varie opere: infatti, nella storia romana, i temi più studiati erano la retorica, l'oratoria, la politica e il diritto. In quest'ultimo campo, la civiltà romana trovò livelli di perfezioni, per quei tempi irraggiungibili, tant'è che ancora oggi utilizziamo codici e diritti risalenti all'epoca romana (diritto romano). Non c'è da stupirsi, dunque, se i temi trattati sono estremamente pratici e specifici, basti pensare alle opere di Cicerone e Cesare riguardanti la sfera politica, o i trattati di Vitruvio e Apollodoro di Damasco riguardanti la sfera tecnico-ingegneristica.

La comunicazione letteraria si caratterizza per uno scarto semantico rispetto a quella di uso quotidiano. Nel mondo antico questo si esplicitò in due modalità:

Linguistica e letteratura

La letteratura latina implica la riflessione metalinguistica, vale a dire lo studio della lingua latina e della storia della lingua latina.

La lingua latina è stata infatti codificata dalla costante elaborazione dei grammatici latini, la cui ricerca ed esposizione dei meccanismi interni alla lingua ha fornito non solo un metodo per l'apprendimento del latino che si è perpetuato invariato fino a pochi decenni fa, ma ha anche conservato sotto forma di esempi numerosi frammenti di autori arcaici altrimenti destinati all'oblio.

La storia della lingua latina consiste nello studio diacronico della lingua, dunque la sua origine indoeuropea e i numerosi influssi di substrato esercitati sia dalle lingue preesistenti nel Lazio sia dalle lingue circostanti. Di queste ultime le principali sono le lingue osco-umbre, vale a dire:

Inoltre, è da menzionare anche una lingua del medesimo ceppo di quella latina, la lingua falisca

La storia della lingua latina è generalmente catalogata dagli storici in diverse fasi in buona parte corrispondenti con quelle della storia della letteratura; inoltre, vi sono il latino medievale e umanistico e, in una commistione tra considerazioni cronologiche e sociologiche, il latino volgare. In una lingua latina non ancora linguisticamente pronta vennero scritte le prime commedie di grandi autori quali Plauto, Terenzio, Livio Andronico e Nevio. Questi ultimi due, seppur linguisticamente inferiori, furono i veri precursori della letteratura: già nel III secolo a.C. si cominciavano a delineare i generi delle commedie e delle tragedie che assunsero poi un'importanza elevata nella società romana.

Storia della letteratura latina

Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della letteratura latina.

Possiamo idealmente porre, come data di inizio della letteratura latina, il 240 a.C., quando a Roma andò in scena il primo spettacolo scritto da Livio Andronico. Complessivamente i secoli interessati dalla formazione di vari esempi di letteratura sono pertanto circa sei (dal III secolo a.C. al V secolo d.C.)

La letteratura latina può essere convenzionalmente divisa nei seguenti periodi:

Verranno di seguito riportati gli autori più rappresentativi della letteratura, dal periodo repubblicano di Livio Andronico, Gneo Nevio e Quinto Ennio fino alla tarda età imperiale della letteratura cristiana di Sant'Ambrogio e Sant'Agostino.

Età arcaica

Lo stesso argomento in dettaglio: Letteratura latina arcaica.
Il poema dall'epica di Livio Andronico al poema didascalico di Lucrezio.

I primi frammenti arcaici di brani preletterari sono emersi su ostraka (ὄστρακα) e fibule e presentano dediche, sigilli di appartenenza, diciture benauguranti, formule sacerdotali. Fra le testimonianze risalenti al VII secolo a.C., spiccano il Lapis niger e la Fibula praenestina. Altre iscrizioni riguardano soprattutto formule di preghiera o testi sacri brevi, nonché i primi esempi da noi posseduti di carmina convivialia e di laudationes funebres.

Il primo vero autore in lingua latina è il poeta Livio Andronico.

Si occupò di poesia, e specialmente di tradurre "poeticamente" l'Odissea di Omero, dopo che Roma conquistò la colonia greca di Taranto. Nel III secolo a.C. non ancora esisteva una vera e propria forma di letteratura latina, ma soltanto gli annales pontificum e leggi scritte su tavole, come le Leggi delle Dodici Tavole. Livio si adoperò per il programma di prima acculturazione romana, ispirandosi alla civiltà antica più illustre, verso cui tendeva a mirare le sorti: l'Antica Grecia.
La storia di Odisseo era già molto nota a Roma, e così Livio usò una traduzione "artistica", trasportando i versi esametri greci nel saturnio italico-latino, radicato nella tradizione orale e locale. Dai frammenti superstiti emerge che molti furono gli interventi diretti del poeta, a partiredal trasporto di elementi di cultura italica nel contesto dell'originale greco. Ad esempio, notiamo la sostituzione della tradizionale musa poetica Calliope con le Muse Camene italiche e piccoli cambiamenti nella descrizione delle situazioni. In primo luogo per ragioni metriche, in secondo luogo per far corrispondere l'eroismo del protagonista Odisseo, qui chiamato "Ulisse" per la prima volta, agli ideali guerrieri romani. Fu così che nacque il poema epico dell'Odusia. Livio fu anche uno dei primi a comporre delle tragedie, sempre ispirandosi al modello greco, rifacendosi molto a Euripide, le cosiddette fabulae cothurnatae, in cui spiccano molte analogie con il modello originario, essendo il teatro un argomento ancora del tutto sconosciuto a Roma.
Fu poeta e comico latino. La sua importanza è dovuta soprattutto all'invenzione del primo vero poema epico prettamente latino: il Bellum Poenicum, che tratta inoltre un argomento storico, la prima guerra punica tra Roma e Cartagine. L'importanza del poema è dovuta all'intento di manifesto di propaganda a favore di Roma, proprio nel periodo precedente alla colonizzazione dei regni del Mediterraneo, rappresentando la guerra cartaginese come cesura tra la conquista italica e l'inizio dell'espansione mediterranea romana. La struttura del poema è ancora molto semplice e statica, e si rifà al chiaro modello omerico del ricordo del protagonista davanti al fregio di un tempio di Agrigento, modello stilistico per poter ripercorrere dalle origini la fondazione di Roma e l'arrivo al potere fino al momento della guerra cartaginese. Chiaro elemento di prima enciclopedia tribale latina per definire una volta per tutte i chiari canoni del modello di vita romano, e dei propri valori, successivamente ripresi da Virgilio per Enea.
Nevio scrisse anche molte commedie di stampo greco, avviando definitivamente lo sviluppo del teatro romano.
Cosiddetta testa di Ennio, dal sepolcro degli Scipioni sull'Appia.
Ennio è ritenuto da Cicerone il pater della letteratura latina, dacché col poema Annales sancì la definitiva affermazione letteraria di Roma. Il poema, suddiviso in 18 libri, trae spunto dagli annales pontificum, narrando in maniera storico-mitico-didascalica la storia di Roma dalle origini della fuga di Enea da Troia, fino alle battaglie di Roma durante le guerre macedoniche (II secolo a.C.). L'importanza di Ennio risiede in un meticoloso lavoro di labor limae, e studio consapevole di adottare, per celebrare la grandezza di Roma e della nuova letteratura nascente, l'esametro dattilico greco, avvicinandosi ancora meglio ai modelli indiscussi della civiltà antica. L'abbandono del rozzo saturnio italico dimostra una chiara padronanza dei latini della nuova lingua, poiché Ennio nel poema e nelle tragedie conierà nuovi termini, spesso "calchi" di originali greci. Il programma di formazione culturale enniano è dichiarato in un secondo proemio del poema, in cui Ennio si immagina di salire al monte delle Muse, per ricevere la corona d'alloro dalle ninfe; mentre in un altro episodio dichiara di essere una reincarnazione dello stesso Omero, la cui anima, dopo un processo trasmigrante, è giunta in lui, legittimando così per volontà quasi divina il suo agire e il suo comporre da massimo poeta latino. Tale idea della trasmigrazione dell'anima riporta agli ideali di Pitagora, mostrando come Ennio fosse molto attento allo studio della cultura greca, che gli valse l'appellativo di primo "filologo" latino, per la conseguente motivazione anche in base alla scelta delle parole, e alla creazione di nuove per il poema.
Riguardo ad altri generi letterari, Ennio lavorò anche a numerose tragedie, ispirandosi molto a Euripide, a piccoli encomi verso gli Scipioni, facendo parte del circolo culturale, e sperimentò per primo il genere letterario della satira, trattando nella raccolta argomenti di vario genere in tono umoristico.
Retore romano, le parti superstiti degli Annales dimostrano l'importanza del fenomeno enniano di "grecizzazione", essendo il poema scritto in versi in lingua greca. Infatti tali opere erano destinate ancora a un pubblico molto colto, e di cerchia, ed essendo la lingua greca di moda tra i latini proprio per il processo di acculturazione, Pittore scrisse in tale stile, ispirandosi sempre agli annales e agli acta del senato. Lo schema è quello classico, usato anche da Nevio, per la narrazione del presente, senza trascurare l'elogio delle origini mitiche di Roma: 1) narrare il momento della battaglia 2) ricordare con un flashback i fasti di Roma 3) breve resoconto della battaglia finale. Infatti l'opera di Pittore riguarda la prima parte della seconda guerra punica, a partire dall'inizio, offrendo un flashback centrale, e giungendo al resoconto della battaglia di Canne.
Copertina della traduzione di Mario Rapisardi del De rerum natura di Lucrezio
La commedia

Dal IV secolo a.C. fino al III secolo a.C. andava di moda, importata dall'Etruria, l'arte goliardica dei Fescennini e del mimo: rozzi figuranti di feste paesane, che si cambiavano insulti per far ridere la parte più bassa del volgo. Successivamente tra il III-II secolo a.C., con lo sviluppo delle fabulae palliatae - togathae (di costume greco e romano), il teatro latino nascente andò a creare le prime rappresentazioni, basandosi sulla contaminazione di più opere, tratte dalla commedia nuova della Grecia. Menandro fu considerato il modello prediletto, a differenza di Aristofane. I massimi rappresentanti della commedia latina, presi a modello fino alla fine della letteratura latina imperiale, furono in assoluto Plauto e Terenzio.

Tito Maccio Plauto
La tragedia

La tragedia latina si è sempre basata su miti greci, e raramente su storie romane. Ne danno esempio Pacuvio, Accio e Seneca. Nell'età arcaica i due massimi tragediografi furono Marco Pacuvio e Lucio Accio. Il primo ostentò, al pari di Ennio, una cura per lo stile e la forma, il cosiddetto labor limae, ostentando però un'eccessiva pedanteria filosofica, pur di ottenere la solennità. Accio rispecchiò il gusto del pubblico romano per il macabro e l'orrido, e inserì numerose scene di sangue nelle tragedie, ricalcando inoltre i miti più truculenti delle storie greche, come la vicenda degli Argivi e i Sette contro Tebe.

Età classica

Lo stesso argomento in dettaglio: Letteratura latina classica.

Età cesariana

Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della letteratura latina (78-31 a.C.).

Prima e durante il potere di Giulio Cesare, la letteratura latina subì un'ulteriore spinta nello sperimentalismo di vari generi letterari, con lo sviluppo crescente della storiografia, dell'oratoria-retorica, e della prima ricerca erudita dell'analisi della lingua stessa latina, assieme a vari studi di filologia.

  • Marco Terenzio Varrone: filologo, studioso di lettere e delle origini della lingua romana e italica. Notevole è il volume del De lingua latina dove ricalca la storia e le trasformazioni dei fonemi dall'originale indeuropeo, fino alle trasformazioni mediante l'influsso etrusco e greco dell'attualità. Si occupò di curare vari trattati, oggi perduti, di disparati argomenti culturali riguardanti Roma, come i costumi, le tradizioni popolari, la divinazione nonché la storia. Il Reatino scrisse anche dei primi trattati di filologia, analizzando le numerosissime commedie della produzione plautine, riconoscendone però soltanto 19 autentiche, nel De comoediis Plautinis. Scrisse anche trattati riguardo all'agricoltura: il De re rustica, volume in polemica con il De agri cultura di Catone il Censore, specialmente sulla questione del trattamento degli schiavi: mentre Catone si dimostrava inflessibile, trattando gli uomini come oggetti del proprietario, Varrone già inizia a dimostrare una più consueta pacatezza e benevolenza, trattando gli schiavi sì come servi, ma riconoscendo il loro legame indissolubile alla famiglia romana che gestisce il podere. Il De re rustica, e il De agri cultura rispecchiano la cultura romana della coltivazione di un podere, da veri e propri imprenditori privati, dopo il servizio militare. La cura della terra rispecchia non solo la grande capacità imprenditoriale che doveva appartenere al perfetto civis romanus, ma rappresentava anche l'ordine di integrità morale del pater familias, il quale appunto garantendo l'ordine ela produttività del podere, dava ordine e perfezione anche a sé stesso e alla propria famiglia.
Altra importanza varroniana è la definitiva entrata in scena nella letteratura della satira latina, che porterà alla dicitura di Quintiliano: satura tota nostra est. L'opera varroniana delle Saturae Menippeae ne è una prova: una raccolta in diversi libri di piccoli bozzetti di vita quotidiana romana, descritti in prosimetrum (prosa e metro poetico). Varrone scherza, inserendo anche l'intervento divino, sui tipici vizi del cittadino romano, come la corruzione, l'arrivismo e la prostituzione, offrendo varie piccole scene, che ispireranno poi Orazio; i bersagli varroniani sono sempre gente della borghesia, e mai potenti.
  • Marco Porcio Catone: retore, autore del De agri cultura, Libri ad Marcum filium e Origines. Benché le sue orazioni siano perdute, le tre opere in trattato dimostrano la spigolosità del carattere catoniano, tutto incentrato nel rispetto del mos maiorum romano, contro ogni influsso culturale estero, specialmente quello greco, considerato come corrotto e lascivo. La praticità del sistema catoniano è visibile specialmente nel De agri cultura, dove ogni lavoro è catalogato in cifre, così come la quantità produttiva di cereali o vino da consegnare ogni mese e ogni anno, esempio del buon cittadino romano. Come detto, Catone non fa sconti sul trattamento degli schiavi, considerati semplicemente come oggetti proprietari del padrone. Nei Libri ad Marcum Catone offre alcuni consigli sull'oratoria e sulla formazione, sempre intrisi da un profondo disprezzo per i costumi greci. Nelle Origines Catone dà un ultimo esempio di metodo storiografico della prima generazione, ossia il sistema tripartito della narrazione degli eventi contemporanei, il flashback intermedio delle antichità romane semi-mitiche, e infine il resoconto conclusivo.
Statua di Sallustio a L'Aquila
  • Gaio Sallustio Crispo: storico, appartenente alla seconda generazione, primo ad introdurre il metodo della monografia, ossia il descrivere un determinato periodo storico con determinati protagonisti. Le sue opere principali infatti sono il De Catilinae coniuratione e il Bellum Iugurthinum. Nel primo tratta la congiura di Lucio Sergio Catilina nel 62 a.C. ordita per prendere il senato con un colpo di Stato, contro gli optimates di Marco Tullio Cicerone, essendo stata la sua candidatura bocciata due volte per la sua proposta di ridistribuzione delle terre ai veterani di guerra. Sallustio descrive nell'opera i motivi per cui Catilina è giunto a compiere la congiura, rappresentato come un mostro, benché ludico nella sua diabolicità, tratteggiando negativamente anche Cesare e Cicerone, consoli non da meno, anche loro disposti a conservare il potere della Repubblica con ogni mezzo illecito, come la frequentazione di prostitute da parte dello stesso Cicerone, per poi mandare a morte i congiurati senza processo. La corruzione del senato è il vero protagonista della monografia, in cui Catilina descrive la degenerazione degli optimates e delle classi più influenti e ricche, che desiderano soltanto conservare il potere, dopo il controllo tirannico esercitato da Lucio Cornelio Silla.
    Nella seconda opera Sallustio descrive la guerra contro l'usurpatore Giugurta del regno di Numidia, e tratteggia con spietatezza maggiore la corruzione dilagante nella politica romana, che ritardò di molto la campagna militare grazie a mazzette consegnate da Giugurta in persona ai senatori. Sallustio anche qui si lascia trasportare dal rimorso anti-romano, affermando che la politica necessita di una nuova spinta morale, avendo perduto tutti gli antichi valori. Roma, avendo perso dopo la seconda guerra punica un vero nemico da fronteggiare, si è lasciata andare alla conquista sfrenata del Mediterraneo e dei vari regni, assorbendo le varie culture, per garantire l'ordine, ma venendone anche contagiata, in particolare la sete di potere e di lussuria scaturita dopo la terza guerra macedonica contro Perseo di Macedonia, dopo la depredazione del tesoro della città. Sallustio per questo si rifà a Polibio, che denuncia la corruzione dilagante a Roma non solo tra i politici, ma anche tra i giovani rampolli dell'alta società, che si abbandonano ai piaceri mondani, trascurano tutte le antiche regole che favorirono Roma nella sua ascesa al controllo dell'Italia. I principali personaggi dell'opera sono Giugurta, Silla e Gaio Mario. Il primo è l'artefice del male assoluto, destinato però alla disgrazia, il secondo è uno spietato calcolatore, ottimo nelle azioni belliche, ma destinato per il suo carattere alla rovina per il suo metodo assolutistico, mentre Mario è rappresentato come il simbolo dell'homo novus, ossia un uomo di condizioni non nobili, che però riesce a ottenere il successo nella carriera forense, tanto più militare, che in qualità di generale pronuncia un appassionato discorso alle truppe, convincendole a combattere con particolare animosità contro il nemico Giugurta.
    Nell'ultima opera sallustiana delle Historiae, si evince dalle "lettere" superstiti, specialmente da quella di Mitridate VI del Ponto, la particolare avversità sallustiana per la sete di potere romana, scaturita dalla campagna di conquista del Mediterraneo. La scena della lettera riguarda le guerre siriache, combattute in contemporanea con le guerre macedoniche: Mitridate descrive la chiara politica di Pompeo, ossia quella di conquistare un territorio con penetrazione indiretta, cioè fornire del denaro, mediante il personaggio di Lucullo, per poi chiederne in cambio il doppio, costringendo lo stato all'indebitamento, e alla guerra con un altro stato vicino, o allo scatenamento pilotato di rivolte contro i cittadini romani giunti appositamente in tali terre a fare affari privati, compromettendo seriamente l'economia dello stato ospite, per poi giungere, attraverso vari eventi di ribellione, alla guerra contro Roma. Mitridate esorta i suoi alleati alla guerra totale contro Roma, descrivendo tutti i suoi peggiori vizi e corruzioni, e la sua sete cieca di potere, che non fa sconti a nessuno.
Lo stile di Sallustio fu definito "tragico" per la sua forte carica di pathos e partecipazione appassionata durante la descrizione degli eventi. Benché la descrizione rappresenti uno stile più misurato e sobrio, rispetto alla patina di arcaismo e ampollosità dei primi trattati romani storiografici della prima generazione, è stata rilevata una caratterizzazione quasi romanzesca e curata dei protagonisti di ciascuna monografia, che sembrano assumere un ruolo quasi teatrale nelle vicende.
  • Cornelio Nepote: storico, che seguì il modello greco di Tucidide e Polibio insieme a Sallustio, scrivendo il De viris illustribus. L'opera riguarda le biografie brevi di alcuni dei più importanti personaggi storici della cultura occidentale, che influenzarono i vari periodi storici. L'organizzazione dell'opera era suddivisa in categorie per i condottieri, gli uomini politici, gli artisti e così via. A noi è giunta la sezione biografica delle vite dei condottieri, tra cui Annibale, Alcibiade e Temistocle. Lo stile di Nepote si rifà ad un metodo storiografico ancora conosciuto a Roma, ossia le biografie alessandrine, brevi resoconti della vita di personaggi famosi scelti, presi a modello della cultura e dei costumi morali. Lo stile è ancora più semplice e dimesso di quello sallustiano.
Il De bello gallico di Cesare
  • Giulio Cesare: condottiero militare e politico, durante la guerra in Gallia scrisse il De bello gallico, e durante la guerra civile romana contro Pompeo redasse il De bello civili. A Cesare è attribuito anche il Corpus Caesarianum del Bellum Alexandrinum, Bellum Hispaniense e il Bellum Africum, ossia resoconti delle campagne militari della gioventù. La novità stilistica di Cesare consiste nell'introdurre il metodo storiografico del commentarium, ossia una sorta di diario da guerra, dove vengono appuntati, giorno per giorno, i principali eventi durante una spedizione militare. Cesare usò tale metodo per mettere in risalto definitivamente la potenza romana, nonché tratteggiare sapientemente la figura del conduttore militare perfetto, descrivendo la scena in terza persona, ponendo "Cesare" come un personaggio narrato dall'autore, che agisce nella vicenda. Tale manifesto di propaganda fu usato da Cesare per spingere la politica economica romana verso nuovi orizzonti e sbocchi prolifici, questa volta nell'Europa nord-occidentale, in Gallia e nella Germania, nonché nella Britannia. Il resoconto della guerra gallica è intento a mostrare non solo le doti virtuose delle milizie cesariane, e la loro potenza rispetto al metodo di attacco e di organizzazione gallico, ma specialmente offre nel VII libro una descrizione breve e istruttiva degli usi e i costumi delle popolazioni conquistate, per istruire i lettori romani sul metodo da usare nel relazionarsi con essi. Molti episodi riguardano soprattutto la cosiddetta clementia Caesaris, ossia l'atteggiamento benevolo di Cesare verso le popolazioni nemiche che decidono di arrendersi all'esercito romano, ostentando ancora di più rispetto e ammirazione verso la sua figura, e la stipulazione di nuove alleanze. Infatti Cesare, nella conquista gallica, non intendeva devastare i villaggi, ma semplicemente sottomettere Vercingetorige, e attuare una politica di vera e propria colonizzazione culturale verso i valori romani; il metodo usato contro i Germani, popoli rozzi e bellicosi, fu alquanto diverso.
Nel De bello civili Cesare descrive, ancora una volta, le capacità militari dell'esercito del virtuoso comandante, portato per la sua sapienza e tempestività al successo, a differenza delle truppe del Senato corrotto, guidate dal debole Pompeo Magno, destinate a perdere. Anche in quest'opera sono descritte le buone qualità di Cesare, e specialmente sono forniti moli esempi della clementia. Lo stile di Cesare è molto schietto, costruito da un ordine ciclico nel periodo della principale-subordinata-coordinata, o subordinata-coordinata-principale, offrendo una lettura molto veloce e facile, basata soltanto sulla sapiente costruzione tecnica del periodo.
  • Marco Tullio Cicerone: oratore, politico e retore. La sua attività in letteratura è suddivisa in oratoria, retorica e filosofia.
Cicerone oratore
Busto di Cicerone
Le massime opere oratorie sono le Catilinarie, le Verrine e le Filippiche; ma anche le orazioni Pro Archia poeta, Pro Caelio e la Pro Milone. Cicerone, fino alla prima "verrina", adottava il tipico stile ampolloso ripreso dall'oratore rivale Quinto Ortensio Ortalo, della scuola asiana. Cicerone, dopo aver compiuto un viaggio giovanile di formazione in Grecia, riuscì a trovare il perfetto connubio tra stile atticista (troppo schietto e scarno, di cui Lisia era il massimo esponente), e lo stile asiano (troppo ampolloso e ridondante), ispirandosi moltissimo all'oratoria di Demostene, ritenuto il miglior oratore occidentale della Grecia antica. Nelle Verrine, durante il processo contro Gaio Verre, governatore della Sicilia, accusato di falso e appropriazione indebita, Cicerone riuscì a vincere la causa, sperimentando per la prima volta questo stile, che offriva uno schema del periodo a grappolo, con in cima la principale, seguita dalle coordinate o subordinate, che poteva variare e invertirsi, a volte anche con il verbo principale al termine del periodo, a suo piacimento; spesso con lunghe tirate di subordinate, che prevedevano la rarità del punto fermo. Nelle Catilinarie Cicerone accusò e condannò Lucio Sergio Catilina dopo la sventata congiura del 62 a.C., mentre nelle Filippiche, ispirandosi al corpus di Demostene contro Filippo il Macedone, Cicerone osteggiò fortemente il governo di Marco Antonio dopo la morte di Cesare, firmando così la sua condanna a morte. Molte altre orazioni riguardano cause di persone a Cicerone conosciute, in cui entrano dibattiti riguardo alla difesa degli antichi valori della Repubblica, unica ancora di salvezza per la politica e il futuro del popolo romano. Dopo l'esilio nel 58 a causa di battaglie legali contro il tribuno Publio Clodio Pulcro e per la condanna a morte senza processo dei congiurati di Catilina, Cicerone scrisse una nuova rilevante orazione contro il tale Clodio, inserendo come tema centrale non solo la minaccia verso la Repubblica da parte di Clodio, ma anche il pretesto della causa, ossia l'adescamento del giovane Milone, da Cicerone difeso, da parte della sorella Clodia del tribuno stesso Pulcro; facendo perno specialmente su questo scandalo e sui costumi immorali della sorella Clodia, onde far scacciare Clodio dal senato romano.
Cicerone retore-politico
Le opere in trattato di Cicerone riguardano specialmente lo studio sulla miglior forma dell'oratoria, e sono il De oratore la Repubblica, il De legibus e il De officiis. Cicerone stabilisce un vero e proprio sistema sull'insegnamento dell'oratoria, fondato sullo studio della precettistica passata latina, nonché sul suo metodo della conciliazione dei due massimi sistemi dell'atticismo e dell'asianesimo. I 5 sistemi del comporre un'orazione sono pronunciati in questo ordine: inventio - dispositio - elocutio - memoria - actio; ossia il trovare l'argomento per l'orazione, raccogliendo le informazioni necessarie per la composizione; la composizione stessa dell'orazione, rielaborando il materiale, secondo un ordine perfetto; l'uso del linguaggio da adottare per l'atto pubblico (per Cicerone esistono tre livelli stilistici: basso, medio, alto); l'uso della memoria, con diversi esercizi da adottare per ricordare il discorso a memoria; infine lo studio del teatro e di metodi appositamente studiati per catturare l'attenzione del pubblico nella pronunciazione del discorso pubblico. Per Cicerone infatti, durante l'actio, l'oratore deve osservare le regole del probare - delectare - flectere: ossia il commuovere e il catturare l'attenzione del pubblico con determinate formule di parole; pronunciare il discorso, facendo alcuni echi e rimandi e deviazioni per entrare in perfetta sintonia con lo spirito del pubblico, inducendolo al riso o all'indignazione; infine il convincere definitivamente il pubblico ad approvare il suo discorso e le sue richieste al magistrato riguardo alla pena adeguata da far scontare all'imputato.
Per quanto concerne il sistema politico, Cicerone dimostra tutta la sua benevolenza verso il buon sistema della Repubblica romana, fondata sul triplice sistema governativo della monarchia, repubblica e democrazia, rifacendosi molto al sistema aristotelico delle costituzioni della Grecia antica: i tre metodi assoluti di governo da cui provengono le varie degenerazioni di dispotismo, tirannia e oligarchia. In questo complesso sistema tripartito, Cicerone affida il governo al senato e ai consoli, rappresentabili soltanto da un elevato ceto cittadino dei boni - optimates, ossia quelle persone di alto casato e di antiche origini, ben istruiti e portati a volere solo il bene della Repubblica. Tuttavia nella Repubblica il protagonista Scipione Africano dichiara, nel Somnium Scipionis, di vedere uno stato governato da una sola persona virtuosa, illuminata e contenitrice di tutti i valori necessari, elencati da Cicerone, per il buon governatore: un princeps; molti critici hanno evidenziato questo passo, collegabile con il principato di Ottaviano.
Nelle altre opere politiche Cicerone si concentra sempre su problemi riguardanti la Repubblica, e sul miglior insegnamento dell'oratoria, secondo i principali schemi forniti nel De oratore.
Cicerone filosofo
Frontespizio del De officiis di Cicerone
Molte sono le opere filosofiche, ispirate ad Aristotele, Platone e Panezio: il De officiis, il De divinatione e i due dialoghi del De senectute e il De amicitia. Nella prima opera Cicerone formisce la descrizione per il buon modello del filosofo romano, che deve ispirarsi ai due massimi filosofi greci Platone ed Aristotele, soffermandosi su delle qualità innate che devono essere contenute nel suo spirito: la benevolentia, la sapientia, e l'honestas. Nelle varie altre opere filosofiche, Cicerone crea dei "calchi" dalla filosofia greca, specialmente per quanto concerne l'insegnamento del mos maiorum romano, legittimato da teorie molto simili elencate da altri filosofi antichi. Cicerone tuttavia prova avversione per Epicuro e la sua dottrina, non ammettendo il fatto dell'inesistenza degli Dei, e la necessità dell'uomo di vivere alla giornata, immerso in un profondo materialismo. Tale critica è riversata soprattutto nel dialogo De amicitia, in cui Cicerone discretamente tenta di rifarsi a Platone, risultando più che altro un lungo discorso oratorio del protagonista, impersonato da un personaggio fittizio legato a Cicerone stesso. L'amicizia per Cicerone è un bene molto speciale che deve riguardare non solo l'ambito affettivo, ma soprattutto politico-sociale, atto a favorire il bene della Repubblica, e da qui potrà automaticamente perpetuare il bene dei stessi individui amici. Nel dialogo Cicerone fornisce molti esempi di buoni amici politici, partendo dai mitici Achille e Patroclo, per finire all'amicizia di Scipione Africano e Gaio Lelio, il protagonista del dialogo.
  • Gaio Valerio Catullo: primo dei poeti neoteroi, come sosteneva in modo dispregiativo Cicerone, che si rifanno al modello alessandrino del poeta filologo, il poeta ricercato che studia nelle biblioteche per comporre pezzi brevi di autentica bravura e labor limae, ossia revisione dello stile del componimento stesso. Catullo tuttavia si distingue dalla vera e propria generazione dei poetae novelli dell'età imperiale, come Properzio e Tibullo, tuttavia introduce per la prima volta il tema personale dell'amore, mai ancora analizzato nella maniera introspettiva nella letteratura. L'intero Liber catulliano fonda la sua creazione sul tema dell'amore per Lesbia, ossia la giovane Clodia, sorella del tribuno Publio Clodio; e per la prima volta è Catullo a parlare di malattia d'amore, di un amore sofferto e passionale, dovuto all'indifferenza di Clodia, dopo un breve periodo felice. Il linguaggio di Catullo è una continua alternanza tra periodi e termini aulici e ricercati, basandosi sul modello alessandrino, e parole rozze del sermo vulgaris, nei momenti di rabbia e ira, che prefigura un "maledettismo" ante-litteram delle generazione dei poeti del XIX secolo. La lirica catulliana, oltre al corpus dei carmi per Lesbia, è legata anche ai carmina docta, in cui sono proposti bozzetti di miti greci poco conosciuti, di tipico gusto alessandrino, e così definitivi per lo stile molto più ricercato ed elaborato, non privo tuttavia della consueta varietas catulliana. Tuttavia l'amore di Catullo per Lesbia è ancor troppo profuso in un'aure di religiosità e contemplazione, piuttosto che in quella passione erotica focosa, tipica della quasi nascente poesia erotica di età imperiale.

Età augustea

Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della letteratura latina (31 a.C. - 14 d.C.).
Ritratto di Virgilio
  • Publio Virgilio Marone: considerato il massimo poeta latino per eccellenza, scrisse le Bucoliche, le Georgiche e il poema Eneide. Virgilio obbedisce ad un chiaro canone di diffusione della cultura del nuovo imperatore Augusto, facendo parte del Circolo di Mecenate, ossia il primo uomo benestante romano a finanziare e a proteggere la creazione di opere d'arte da parte di artisti e scrittori vari. La nuova propaganda imperiale di serenità, pace e prosperità è presente in tutte e tre le opere virgiliane, a cominciare dalle Bucoliche. Ispirandosi alla tipica poesia pastorale dell'Arcadia greca e dagli idilli di Teocrito, Virgilio tratteggia in varie sequenze delle vicende semplici di un modo quasi favolistico e campestre, profondamente legato allo scenario romano, in cui le processioni religiose e le varie attività del lavoro simboleggiano l'inizio di un equilibrio di nuova prosperità e fecondità, dopo la guerra; la guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio. I componimenti più interessanti sono il dialogo tra i pastori Titiro e Melibeo, in cui uno dei due si lamenta dell'espropriazione di un pezzo di terra a Mantova per le truppe imperiali in ritorno dalla guerra. Tuttavia non v'è motivo di rassegnarsi, visto che con la nuova politica illuminata dell'impero la distribuzione del terreno sarà più equa. Altri componimenti come la IV ecloga riguardano sempre allusioni provvidenziali di un nuovo periodo prospero e felice, contestualizzato in una legittimazione a sfondo mitologico, dovuto alla nascita di un puer illuminato e virtuoso che porterà l'impero romano a un nuovo fiorente periodo di conquista. I cristiani videro tale allegoria nella nascita di Gesù.
Le Georgiche riguardano, sempre in tono allegorico, il perfetto stile di vita, sempre contestualizzato in una comunione panico-allegorica con la natura, delle buone virtù del civis romanus, incarnate ad esempio nel lavoro meticoloso delle api nell'alveare, così come la descrizione delle vari arti del contadino e dell'artigiano, e nella ripartizione ciclica della coltivazione nei campi. L'elemento di prosperità e fecondità è sempre presente, e Virgilio nel raccontare la maestria dei lavori campestri riesce a fondere in una grande unità, rispondendo ai canoni propagandistici, non solo i Romani, ma tutti gli italici e le popolazioni sottomesse da Roma durante le conquiste. Il contesto è molto simile al poema didascalico delle Opere e giorni di Esiodo.
Nel poema dell'Eneide Virgilio tratteggia definitivamente il modello per antonomasia del buon governante romano, incarnato in Augusto, fuso con le qualità dell'eroe mitico Enea. Per la prima volta Virgilio, rifacendosi molto a Nevio ed Ennio, supera il poema degli Annales per cantare la storia di Roma attraverso lo scenario mitico, narrando le imprese dell'eroe protagonista, e celebrando la fusione simbolica tra civiltà troiana-latina, patrocinata dai due poemi omerici dell'Iliade e Odissea, la cui essenza di cultura, legata alla guerra di Troia e al viaggio di Odisseo, si rispecchiano nel viaggio di Enea, scampato alla rovina della città. Tale collegamento legittima Virgilio a celebrare i fasti di Roma, seguendo come sempre una narrazione fatta di echi, allusioni a miti e a vaticini oracolari provvidenziale, riguardante la storia di Roma da Cesare al casato di Augusto, destinato a regnare per volontà divina, e facendo risalire le sue origini a Enea stesso, come gli viene predetto nel libro IV, durante la discesa agli Inferi. Molti sono i richiami alla storia e ai caratteri peculiari che descrivono e rappresentano i costumi e gli usi del popolo romano, come la rivalità eterna tra Romani e Cartaginesi rappresentata dalle origini dell'amore passionale della regina Didone per Enea, così come la rozzezza e la negatività dell'animo bellico italico rappresentato dal guerriero Turno del popolo Latino. Il sistema dei valori fondanti dell'Impero sono tutti contenuti nel carattere di Enea, rappresentato come un uomo pius, virtuoso, leale, eroico e coraggioso, tutti epiteti formulari necessari per il progetto propagandistico e provvidenziale dello svolgimento dei fatti e delle azioni del drappello di eroi; voluto specialmente dal Fato e dal volere degli Dei.
Orazio
  • Quinto Orazio Flacco: il poeta, appartenente al circolo di Mecenate, fu uno dei più poliedrici dei poeti dell'epoca augustea, assieme a Ovidio, spaziando i vari campi. Scrisse gli Epodi, i Giambi, le Satire, il Carme secolare e le Odi. Nei Giambi per la prima volta, un poeta si cimenta nella composizione tipica di alcuni lirici greci come Bacchilide e Anacreonte. Il tema è vario, sebbene il poeta non sia in lotta con nessuno, così come prevedeva la tipica forma del giambo; ma la raccolta intera è un omaggio ai classici, come Aristofane e Bacchilide, mostrando alcune scenette comiche di stampo romano. Nelle Satire Orazio si dimostra più sferzante, fedele al programma restauratore della politica augustea del mos maiorum, descrivendo varie scene romane di genti borghesi, di arrivisti e di volgari ciarlatani, venendo tratteggiati con note di ironia. La raccolta satirica di Orazio infatti sarà quella che ispirerà il canone classico della satira italian, ossia il prendere in giro i vizi e le distorsioni della società, inserendo uno scambio di battute finale per poter migliorare ciascuna corruzione di ogni personaggio. Tra le satire più famose vi è quella del poetastro che tenta di sedurre Orazio con i suoi sgraziati versi per poter avere fama, nonché la favola del Topo di città e di campagna, ispirata alle fiabe di Esopo.
    Grande valore poetico oraziano tuttavia è rintracciabile soprattutto nelle Odi e nel Carme secolare, dove il poeta mostra il suo chiaro programma di annunciazione, in stampo retorico e lirico, del programma augusteo di prosperità, pace e concordia, rappresentando, specialmente nel gruppo delle Odi civili, in maniera personificata le grandi virtù romane del coraggio, della credenza negli Dei, nell'ideale di giustizia nel conquistare i popoli barbari, e della punizione del tradimento dei propri costumi, ossia una conclamata apologia del conservatorismo del mos maiorum romano. Nelle Odi tuttavia vi sono anche altri temi, come quello del tempo, nel componimento del Carpe diem, di chiara ispirazione greca, in cui Orazio invita il suo amico Mecenate a vivere bene la vita, ma non in maniera dissoluta; mentre spazio, piuttosto moderato è lasciato all'amore. Infatti Orazio dichiara di non dedicare troppo tempo all'amore, poiché la fugacità delle sue avventure lo porta a dedicarsi a impegni più seri e di ispirazione civile, lasciando all'amore soltanto il sapore nostalgico del ricordo delle sue fanciulle.
  • Sesto Properzio: è considerato il primo vero poeta latina dell'elegia latina erotica. La raccolta properziana è incentrata, come sempre su una figura femminile di nome Cinzia, che con la sua bellezza e crudeltà cattura l'animo del poeta, facendolo soffrire di aegritudo amoris. A differenza di Catullo, il poeta malato di amore è condotto alla pazzia, alla schiavitù, dimenticando ogni bisogno e interesse terreno se non per la sua amata. Così vengono riproposte scene classiche come il lamento alla porta e l'isolamento spirituale; tuttavia Properzio, nel suo manifesto poetico, ripropone il tipico metodo stilistico dei poeti novelli, ossia il rispecchiare l'alessandrinismo, rifacendosi molto a Callimaco: il rifiuto del poema epico, troppo lungo e complesso da comporre (da qui la recusatio del primo libro), il legame stretto con la natura, e la trattazione di miti antichi poco noti, nonché il labor limae.
  • Albio Tibullo: scrisse due libri di Elegie perlopiù amorose, il primo dedicato a Delia, il secondo a Nemesi, che ci sono pervenute nel cosiddetto Corpus Tibullianum, una raccolta poetica che contiene anche sei elegie di Ligdamo, dedicate a Neera, e un gruppo di altri carmi eterogenei, tra cui il Panegirico di Messalla (in esametri), attribuibili a più autori, appartenenti al Circolo di Messalla. Il programma tibulliano, annunciato nella famosa prima elegia, è il desiderio di non andare più a combattere in terre lontane e di vivere tranquillo in un podere di campagna, in compagnia della donna amata, disprezzando le ricchezze.
Ritratto di Ovidio, uno dei massimi esponenti della letteratura latina
  • Publio Ovidio Nasone: insieme a Orazio il poeta lirico più poliedrico del periodo augusteo. L'autore scrisse l'Ars amatoria, gli Amores, gli Heroides, le Metamorfosi, i Fasti, e infine i Tristia e le Epistulae ex Ponto. Il programma ovidiano è bene diverso dal classico schema della lirica erotica, perché questa volta è l'autore stesso a porsi in condizione di amante dominante, cambiando ripetutamente donna amata, mostrando l'amore soltanto come un passatempo e un divertimento della gioventù. Nella trilogia Ars amatoria-Amores-Remedia amoris, Ovidio si difende dalle accuse di lascività da parte dei detrattori, sostenendo che il dio Amore scossa frecce nei momenti più inopportuno, costringendo il poeta a cambiare ripetutamente donna, proprio per rispettare nella forma più semplice ed esplicita il desiderio insaziabile dell'uomo di trovare una donna. Nell'Ars amatoria Ovidio crea un vero e proprio piccolo trattato per le donne, sui modi, i costumi e i profumi da usare per conquistare il ragazzo, mentre nei Remedia il poeta si spaccia per una sorta di dottore, cercando di curare la delusione nell'animo degli amanti traditi. Nella raccolta Heroides Ovidio rielabora molti miti dell'antica Grecia, facendo scrivere ad amanti tradite dai loro amori delle lettere di accuse e dolore, come Penelope, Didone, Arianna e Medea; mentre nelle Metamorfosi Ovidio si sbizzarrisce nel disegnare un grande universo panico con la natura, il mito e l'amore specialmente, che riguarda ogni mito antico che ha a che fare con una punizione divina, e la conseguente trasformazione in vegetale, essere immoto (legno, pietra, montagna), oppure animale. Ovidio fa notare che nella storia della mitologia quasi tutte le punizioni inflitte dagli Dei agli uomini e ai semidei sono state adottate proprio a causa di un fattore d'amore, come il tradimento o la profanazione, invitando così l'uomo ad usare più prudenza e rispetto. Dei critici hanno sollevato alcune questioni sull'opera, così articolata e complessa, come il fattore della metempsicosi, del vegetarianismo e dell'augusteismo, nonché il fatto di fusione da un punto di vista lirico della cultura Greca con Roma da parte dei miti, rispecchiando anche l'opera didascalica epica delle Opere e giorni di Esiodo.
I Fasti furono scritti in base alla norma augustea di valorizzare il calendario di Cesare, ispirato a quello antico di Numa Pompilio. La descrizione delle origini mitiche di ciascun mese dell'anno è riportata seguendo gli schemi degli antichi miti greci, benché la trattazione si fermi al mese di giugno, perché la raccolta è incompiuta. Le ultime opere riguardano il periodo dell'esilio a Tomi, delle quali la più rappresentativa è i Tristia, in cui Ovidio a momenti si lascia andare a uno sfogo di depressione per l'ambiente freddo, ostile e provinciale in cui si trova, supplicando il princeps di richiamarlo a Roma, invece in altri il poeta riconosce la propria colpa in base all'esilio a causa di un grave error, consigliando a sé stesso alcuni metodi per consolarsi, come ad esempio l'uso della scrittura e il continuare a comporre poesie, per combattere il mondo di ignoranza in cui è stato relegato.

Età imperiale

Lo stesso argomento in dettaglio: Letteratura latina imperiale.
La filosofia, il romanzo, la poesia
Persio
Busto di Seneca
Nei Dialoghi e nelle consolazioni Seneca affronta per la prima volta il tema della problematicità interiore dell'io individuale, mostrando come l'animo umano spesso sia incline alle passioni e al desiderio di futilità mondane per arrivare all'approdo del successo. Questo è dovuto ad un profondo senso di frustrazione che colpisce gli spiriti più deboli e insoddisfatti, che dovrebbero cercare rifugio nella cultura, nella filosofia, e soprattutto nell'amicizia. Infatti Seneca sostiene che l'uomo, avendo vita breve, non debba perdersi nello sperperamento in utilità della propria vita, quanto invece debba cercare di renderla migliore possibile avvalorandosi dello studio della filosofia, ampliando la propria conoscenza, e approdando al traguardo della sapientia. Molti dei dialoghi riguardano l'imperatore Claudio, assieme a Nerone, in cui Seneca tenta con moderazione di trattare vari argomenti come la clemenza, l'ira, la costanza e la saggezza di cui l'imperatore dovrebbe analizzare i vari aspetti per arrivare ad un grado massimo di pace, calma e connubio con il proprio regno e sudditi. Infatti per Seneca il ruolo dell'imperatore è un qualcosa di gravoso e complesso di cui il rappresentante illuminato si fa carico per poter operare nel bene comune, e per far questo necessita di studio e soprattutto di equilibrio dell'animo, raggiungibile solo con lo studio. Nelle Lettere a Lucilio invece Seneca tratta del tema della sapienza, e di varie esperienza fatte dal poeta nel tentativo di raggiungerla, come lo studio, l'isolamento tipico degli stoici, e la contemplazione, rifacendosi alle opere di Epicuro. Nell'Apokolokyntosis Seneca dimostra un cambiamento di programma netto nei confronti della sua moderazione e riverenza verso l'impero, sfogandosi apertamente contro l'imperatore Claudio che non lo riammise a Roma, dopo l'esilio voluto da Caligola. L'imperatore, morto, giunge davanti al Sommo Giudice dove è deriso delle sue azioni terrene, e mandato negli Inferi al servizio di un suo liberto. La produzione delle tragedie senecane, come l'Agamennone - Medea - Ercole furioso, sono un unicum nella letteratura latina, dopo le opere di Pacuvio e Accio, che dimostrano un tentativo da parte dell'impero di riproporre l'argomento tragico nello scenario teatrale romano, che preferiva di molto la commedia. Seneca scelse gli argomenti più truculenti, con scene piene di sangue e violenza, pescando molto dalle opere di Eschilo e Sofocle, dove governava più l'azione che il dialogo riflessivo nelle opere euripidee, mostrando al pubblico romano, sia nello stile che nella rappresentazione un gusto per il macabro e per l'orrido.
Antiporta illustrata del Satyricon di Petronio
La storiografia e l'oratoria
Frontespizio dell'opera omnia di Tacito in un'edizione del 1598.
Nel De viris illustribus vi erano varie sezioni come l'opera di Nepote, riguardanti varie categoria di personaggi famosi. Ci è giunta mutila la sezione dei poeti e letterati, e tra le vite di più grande importanza ci sono, sempre seguendo lo schema bipartito della vita, e delle passioni intime del commediografo Terenzio, del politico Cicerone e del poeta Orazio.
L'oratoria post-augustea
Quintiliano
L'epos del periodo post-augusteo
Silio Italico
L'opera delle Silvae, a parità delle Satire enniane, riguarda vari argomenti di stampo bucolico, mentre l'Achilleide rimase incompiuto a causa della morte del poeta, e avrebbe dovuto riguardare la storia dell'eroe Achille dalla fine della formazione militare da Chirone, con la partenza per Troia e la morte per mano di Paride. Infatti dell'opera è rimasto solo il primo canto, in cui viene mostrato l'inganno di Ulisse ai danni dell'eroe, nascosto dalla madre tra delle vergini, proprio perché un oracolo aveva predetto la morte istantanea, ma piena di gloria, del giovane durante la battaglia a Troia. L'inganno di Ulisse, consistente nel nascondere delle armi sotto un vassoio di doni, porterà Achille a imbracciarle, essendo il legame dell'eroe con la guerra troppo stretto, e alla conseguente partenza per lo stretto dei Dardanelli con le legioni greche di Agamennone.

L'età cristiana

Lo stesso argomento in dettaglio: Letteratura cristiana.
San Gerolamo
Nella Città di Dio Agostino adotta la struttura bipartita in due sequenza della materia trattata, ossia la prima parte dedicata allo smantellamento delle solite classiche accuse dei romani e dei pagani contro i cristiani, e della attribuzione di tutte le peggiori causalità della natura e disgrazie ad essi, mostrando come invece la presunta purità delle coscienze romane sia macchiata di assassinio, guerre continue e campagne di conquista secolari. Nella seconda sezione, rifacendosi alla Repubblica platonica, Agostino traccia il disegno utopico della città divina dove tutto è regolato dall'amore di Dio, e dove i puri di spirito sono portati per volontà del Signore a far parte di essa, mentre i malvagi sono gettati nell'Inferno.

Rapporto con le letterature straniere

L'influenza greca è già visibile nelle prime opere della letteratura, come ad esempio l'Odusia di Livio Andronico, la cui materia trattata è direttamente ispirata all'Odissea omerica. Influssi del grecismo sono presenti in tutta l'età arcaica, e specialmente nel movimento della seconda sofistica, creatosi durante l'impero degli Antonini. Lo studio e l'immissione di elementi del greco nelle primitive opere latine riguardano un processo voluto di acculturazione, dal momento in cui Roma (II secolo a.C.) prende coscienza della propria potenza, con l'inizio delle campagne di conquista in Italia, e successivamente nel Mediterraneo. Elementi di presenze italiche nella letteratura sono presenti nelle opere dei poeti Nevio e Livio, come il termine Camene stante a raffigurare la Musa Italica al posto della classica Calliope greca. Simbolicamente Virgilio riunirà i popoli italici e Roma in una grande unità culturale nelle Georgiche, dopo l'universalizzazione della nascita dell'impero con Augusto. Il filologo Marco Terenzio Varrone, nelle sue opere, specialmente nel trattato giuntoci del De lingua latina, analizzò le origini e i cambiamenti sintattici e morfologici della lingua latina, derivata dall'impasto linguistico dell'etrusco, del latino primitivo, e dell'italico.

Rapporto con le letterature moderne

Dante Alighieri

La letteratura latina, in un certo senso, perdurò fino ai giorni nostri, venendo filtrata nel periodo medievale grazie alla Chiesa cattolica e alle varie omelie, nonché trattati apologetici ed esegetici sullo studio della Bibbia, come le opere di San Gerolamo, Sant'Ambrogio e Sant'Agostino. Attraverso il movimento della scolastica nel XII-XIII secolo, il latino ricoprì un ruolo di grande importanza nelle opere in trattato, i cui rappresentanti massimi furono Sant'Anselmo e San Tommaso d'Aquino nella Summa Theologiae. Inoltre il latino era quotidianamente studiato nei monasteri, con la scrittura e copiature dei codici antichi delle opere dei classici latini, primo tra i quali Cicerone assieme a Seneca e Virgilio, la cui patina di classicismo e perfezione dello stile influenzarono di molto il tipico impianto di maniera della sintassi del periodo tardo medievale, e successivamente rinascimentale. Oltre alla trattatistica in latino, in cui nel XIII secolo il massimo rappresentante fu Dante Alighieri con le opere De vulgari eloquentia e De Monarchia, nel XIV secolo Francesco Petrarca dette notevole esempio del classicismo latino nell'influenza culturale fiorentina, presente soprattutto negli ideali di poetica e di restaurazione della cultura greco-romana nelle Epistole, nella sezione riguardante il viaggio a Roma. A lui si rifecero molti altri scrittori umanisti come Cola di Rienzo, Brunetto Latini, Poggio Bracciolini e Lorenzo Valla.
Quanto allo storicismo, pervenne fino al periodo di Niccolò Machiavelli il termine "tacitismo" dallo scrittore Cornelio Tacito che usò un impasto particolare e variegato dello stile storiografico, basato specialmente sulla brevitas e sull'analisi delle personalità delle figure imperiali trattate negli Annales, introspezione molto acuta, nonché minata da un pessimismo, a cui Machiavelli si ispirerà per la trattazione de Il Principe, riguardante la miglior forma di governo, e l'analisi dei vari governi ("principati") del passato antico e dell'epoca contemporanea, mostrando tra i migliori il governo di Cesare Borgia. Per la continuità dell'analisi introspettiva lucida, basata sul rapporto Potere-Fortuna, indissolubile basato sulla reciproca collaborazione e sapiente scelta dei momento di azione durante la carica di governo, il metodo di studio del Machiavelli è stato battezzato "machiavellismo".

Sociologia e letteratura

Virgilio con l'Eneide tra Clio e Melpomene

La letteratura latina come tutte le letterature antiche, nella sua fase scritta -ma anche il poco che si riesce a dedurre della fase preletteraria- è stata sicuramente una letteratura in cui il rapporto tra scrittore e committenza era legato al contesto sia religioso che storico in cui avveniva la produzione letteraria: certamente i dati sull'alfabetizzazione e la tradizione religiosa di Roma antica possono contribuire a dare un quadro minimale di tale rapporto.

L'ecdotica ci chiarisce che l'alfabetizzazione era un fenomeno limitatissimo nella Roma repubblicana, e dunque la letteratura scritta è definibile un fenomeno di élite, come testimonia la fortissima componente politica che permea anche opere non direttamente connesse con lo scenario politico, fra tutte l'Eneide di Virgilio o la Pharsalia di Lucano. La committenza, eccettuati rari casi di parziale coincidenza con l'autore - è il caso ad esempio di Catone o di Giulio Cesare - non ha davanti agli occhi un destinatario popolare o illetterato, bensì un pubblico di pari con cui esprimersi in una lingua i cui sottintesi e le cui connotazioni sono comprese chiaramente. Questo implica per il lettore moderno la necessità della loro riappropriazione.

Stilistica e letteratura

Metrica

Lo stesso argomento in dettaglio: Metrica classica e Metrica latina.

L'inizio della metrica latina fu segnato dall'influenza italica del saturnio, presente soprattutto in Livio Andronico e in Nevio. Successivamente Ennio, rispondendo al canone di acculturazione romana mediante l'influsso greco, compose il suo poema usando il più nobile esametro. L'esametro dunque diventerà il principale metro per l'epica, mentre il distico elegiaco entrerà nella poesia latina, incominciando da Catullo, che si avvale dell'uso dell'endecasillabo falecio. Il giambo invece viene usato in ambito teatrale sia nella commedia che nella tragedia. Con lo sviluppo di nuovi generi letterari, quali soprattutto il romanzo (I secolo), Petronio Arbitro fornirà un esempio di prosimetrum, ossia un'opera in prosa, intrisa però di alcune piccole parti in versi, come citazioni e favole di divagazione tratte dal genere letterario delle fabulae milesiae.

Retorica

Lo stesso argomento in dettaglio: Retorica.

Esempi di retorica sono presenti già nelle prime opere poetiche della triade Livio-Nevio-Ennio, ispiratisi alla forma del discorso esortativo dei protagonisti delle opere epiche di Omero. Successivamente, sin dalla nascita della Repubblica, l'attività oratoria sarà molto influente a Roma, fino alle testimonianze dei discorsi oratori di Cicerone e Catilna nelle opere storiche di Sallustio, nonché nelle opere tragiche di Pacuvio e Accio, in cui lo stile dell'actio è intriso di una forte carica di pathos e teatralità. Cicerone sarà il primo autore latino, a noi giuntoci, a mettere per iscritto dei canoni e principi da seguire riguardo alla tecnica della perfetta oratoria ideale, descrivendo le varie componenti di un'orazione, che deve probare - delctare - flectere, e che deve esser suddivisa, durante la sua creazione, negli elementi di inventio - dispositio - elocutio - memoria - actio. Nel periodo imperiale anche Quintiliano si concentrerà sullo studio della retorica, poiché caduta in profonda decadenza, riproponendo i canoni ciceroniani, fornendo esempi anche di altri scrittori latini non giuntici integri, e fornendo un metodo completamente rivoluzionario di insegnamento per il fanciullo. Esempi di retorica sono precedenti anche nelle Odi di Orazio, in cui l'autore mediante la metrica espone i chiari principi del mos maiorum romano, che servono all'impero nascente poiché il dominio di Roma possa essere stabile nei secoli.

Filologia e letteratura

Esempi di studio della lingua latina furono presenti già dal II secolo a.C. con Sempronio Asellione, la cui analisi sulla differenza tra "storicismo" e "annalismo" riguardo alla pratica dell'opera storica, è stata citata da Aulo Gellio. Anche Varrone si cimentò sullo studio della lingua latina, nonché compiendo un primo lavoro di filologia sulle commedie di Plauto, riconoscendone 19 autentiche su un totale di quasi 100 spurie. Un ultimo esempio di filologia è presente nella revisione della Bibbia operata da San Girolamo, con la traduzione letteraria delle Sacre Scritture ebraiche nella versione della Vulgata.

Note

  1. ↑ Vittore Pisani, Le lingue dell'Italia antica oltre il latino, Torino, Rosenberg & Sellier, 1964 (seconda edizione): "Capitolo I: I dialetti osco-umbri", pp. 1-222.
  2. ↑ "Se qualcuno avesse chiesto a un Romano colto in che anno era cominciata una vera letteratura in latino, costui probabilmente avrebbe risposto indicando il 513 dalla fondazione di Roma, cioè il 240 a.C. Era quello l’anno in cui Livio Andronico, uno schiavo liberato, proveniente dalla città greca di Taranto, aveva fatto rappresentare per la prima volta un testo scenico in lingua latina, presumibilmente una tragedia." Gian Biagio Conte, Letteratura latina. Vol. I: Dall'alta repubblica all'età augustea, Firenze, Le Monnier Università, 2012, Capitolo 2, "Le origini. 1. La nascita della letteratura latina". p. 2.
  3. ↑ Ettore Paratore, 1962, 1.

Bibliografia

Voci correlate

Generi

Le Opere letterarie in latino si possono suddividere per generi letterari secondo questi filoni stilistici:

Poesia latina
Teatro latino
Prosa latina
Scrittori

Gli scrittori latini sono normalmente associati ai generi letterari che consacrarono la loro fama:

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