Regno di Sardegna (1848-1861)

Disambiguazione – Se stai cercando i domini dei Savoia prima del 1848 o l'antico Regno di Sardegna, vedi Stati sabaudi o Regno di Sardegna (1324-1848).
Regno di Sardegna
Motto: FERT
Regno di Sardegna - Localizzazione
Regno di Sardegna - Localizzazione
Il territorio del Regno di Sardegna nel 1861 al momento della proclamazione del Regno d'Italia
Dati amministrativi
Nome completoStati di Sua Maestà il Re di Sardegna, Regno di Sardegna, Stato sardo, Regno sardo, Monarchia sarda, Regno d'Italia
Nome ufficialeNessuno
Lingue ufficialiitaliano, francese
Lingue parlateitaliano, francoprovenzale, occitano, piemontese, ligure, lombardo, sardo, corso gallurese, catalano algherese, sassarese, francese, castellanese
InnoMarcia reale
Hymnu sardu nationale
Capitale Torino
Dipendenze Principato di Monaco (1848-1860)
Città libere di Mentone e Roccabruna (1848-1849)
Province Unite del Centro Italia (1859-1860)
Dittatura garibaldina della Sicilia (1860-1861)
Politica
Forma di StatoStato liberale
Forma di governoMonarchia costituzionale
MonarcaCarlo Alberto (1848-1849)
Vittorio Emanuele II (1849-1861)
Presidente del Consiglio dei MinistriCesare Balbo (primo)
Camillo Benso, conte di Cavour (ultimo)
Organi deliberativiParlamento del Regno
Nascita4 marzo 1848 con Carlo Alberto di Savoia
Causapromulgazione dello Statuto Albertino
Fine17 marzo 1861 con Vittorio Emanuele II di Savoia
Causaproclamazione del Regno d'Italia
Territorio e popolazione
Bacino geograficoSardegna, Piemonte, Valle d'Aosta, Savoia, Nizza, Liguria, Lomellina, Oltrepò Pavese, Bobbiese e alta Val Trebbia e Capraia
Massima estensione73810 km² nel 1859
Popolazione7 287 000 ab. nel 1859
SuddivisioneProvince
Economia
ValutaLira sabauda
Religione e società
Religioni preminentiCattolicesimo
Religione di StatoCattolicesimo
Religioni minoritarie0,47% Valdesi
0,14% Ebrei (1848)
Evoluzione storica
Preceduto da Stati sabaudi
Succeduto daItalia (bandiera) Regno d'Italia
Ora parte diItalia (bandiera) Italia
Francia (bandiera) Francia

Il Regno di Sardegna (nella storiografia indicato anche come Regno Sardo-Piemontese o Regno di Piemonte) fu lo Stato nato dall'unificazione costituzionale degli Stati sabaudi, compiutasi il 4 marzo 1848 con la promulgazione dello Statuto Albertino, e trasformatosi nel Regno d'Italia il 17 marzo 1861. Lo Statuto segnò infatti il passaggio dalla precedente pluralità degli «Stati» sabaudi a un unico «Stato». Situato a cavallo delle Alpi Occidentali, comprendeva il Piemonte, la Savoia, Nizza, Aosta, la Liguria e la Sardegna. Torino ne fu la capitale e il principale centro politico e istituzionale, sede del sovrano, del governo e del Parlamento subalpino. Tra il 1859 e il 1861 il Regno estese progressivamente il proprio territorio alla maggior parte della penisola italiana, ad esclusione del Lazio e del Veneto, cedendo contestualmente alla Francia la Savoia e Nizza.

La fase unitaria e costituzionale degli Stati sabaudi si aprì sotto Carlo Alberto di Savoia e coincise con l'avvio del Risorgimento. Poche settimane dopo la concessione dello Statuto, il sovrano intervenne contro l'Impero austriaco nella prima guerra d'indipendenza italiana; la sconfitta nella battaglia di Novara del 23 marzo 1849 determinò la sua abdicazione in favore di Vittorio Emanuele II di Savoia. Il nuovo sovrano mantenne lo Statuto Albertino, facendo del Regno di Sardegna uno dei pochi Stati italiani a conservare l'ordinamento costituzionale introdotto nel 1848. Durante i governi di Camillo Benso, conte di Cavour, il Regno conobbe un processo di modernizzazione economica, amministrativa e infrastrutturale, mentre la partecipazione alla guerra di Crimea e al congresso di Parigi del 1856 contribuì a inserire la questione italiana nel sistema diplomatico europeo. L'alleanza con la Francia di Napoleone III condusse quindi alla seconda guerra d'indipendenza italiana del 1859 e all'avvio della fase conclusiva dell'unificazione italiana.

Sul piano istituzionale, l'annessione della Lombardia, degli Stati dell'Italia centrale e, nel 1860, dei territori già appartenenti al Regno delle Due Sicilie e allo Stato Pontificio comportò la progressiva estensione dello Statuto Albertino, della legislazione e dell'organizzazione amministrativa sabauda. Il 17 marzo 1861, Vittorio Emanuele II assunse «per sé e suoi Successori il titolo di Re d'Italia», trasformando il Regno di Sardegna nel Regno d'Italia. La continuità istituzionale fu evidenziata dal mantenimento dello Statuto, del numerale dinastico di Vittorio Emanuele II e della numerazione delle legislature parlamentari: la prima del Regno d'Italia fu infatti l'VIII legislatura, in prosecuzione di quelle del Parlamento subalpino. La struttura costituzionale e giuridica dello Stato sabaudo costituì pertanto il fondamento istituzionale diretto del nuovo Regno d'Italia.

Denominazione

Fino alla metà del XIX secolo, la monarchia sabauda non costituiva uno Stato unitario moderno, bensì un insieme di territori differenti per istituzioni e tradizioni, uniti dalla comune appartenenza a Casa Savoia, indicati come «Stati del Duca di Savoia». Con il passaggio della corona di Sardegna ai Savoia nel 1720, i domini continentali mantennero una propria individualità (spesso definiti Stati sardi di terraferma), mentre la documentazione ufficiale adottò formule complessive quali «Stati di Sua Maestà il Re di Sardegna», «Regii Stati» o «Stati Sardi». La storiografia definisce questo complesso pre-1848 come Stato sabaudo, una monarchia composita unita dal medesimo sovrano.

La fusione perfetta avviò l'uniformazione amministrativa, estendendo gli ordinamenti continentali alla Sardegna, ma la transizione dalla pluralità di «Stati» a «Stato» si compì con lo Statuto Albertino, promulgato il 4 marzo 1848. Lo Statuto non fissò tuttavia una nuova denominazione univoca e rimasero in uso le precedenti. Durante la prima guerra d'indipendenza italiana, nel contesto delle energiche annessioni territoriali, s'impose la dizione «Stato Sardo». In questo contesto, Camillo Benso, conte di Cavour propose il nome di Regno dell'Alta Italia, progetto poi tramontato con l'armistizio di Salasco. Negli anni 1850 si diffusero maggiormente «Stato Sardo» e «Regno Sardo».Le annessioni del 1859-1860 portarono alla definitiva affermazione nelle norme giuridiche di «Stato italiano» e «Regno d'Italia», fino alla proclamazione ufficiale del 17 marzo 1861, con cui Vittorio Emanuele II assunse il titolo di Re d'Italia.

Storia

Antefatti

Lo stesso argomento in dettaglio: Stati sabaudi, Statuto Albertino e Fusione perfetta.

Acquisizione della dignità regia

L'Europa dopo il trattato di Utrecht.

Al termine della guerra di successione spagnola, il duca di Savoia Vittorio Amedeo II ottenne con il trattato di Utrecht del 1713 il Regno di Sicilia e la conseguente dignità regia. I nuovi equilibri internazionali determinati dalla Quadruplice Alleanza portarono tuttavia allo scambio della Sicilia con la Sardegna: dopo aver aderito il 18 marzo 1720 agli accordi della Quadruplice Alleanza, Vittorio Amedeo II cedette il regno siciliano agli Asburgo e ottenne il Regno di Sardegna, assumendo il titolo di re di Sardegna.

L'acquisizione della corona sarda non comportò inizialmente la fusione dell'isola con gli altri domini sabaudi. Il Regno di Sardegna conservò propri ordinamenti e magistrature ed era amministrato in nome del sovrano da un viceré, mentre il centro politico della monarchia rimase a Torino, capitale degli Stati sabaudi dal 1563. L'insieme dei possedimenti della dinastia continuò pertanto a costituire una monarchia composita, comprendente territori differenti per titolo, istituzioni e tradizioni giuridiche.

Vittorio Amedeo II proseguì l'opera di accentramento amministrativo intrapresa negli anni precedenti, intervenendo sulla fiscalità, sul catasto, sull'amministrazione e sull'ordinamento giudiziario. Durante il regno di Carlo Emanuele III gli Stati sabaudi parteciparono alla guerra di successione polacca e alla guerra di successione austriaca, ottenendo nuovi territori nella pianura padana. Nel corso di quest'ultimo conflitto le truppe sabaude respinsero l'offensiva francese nella battaglia dell'Assietta del 19 luglio 1747; la successiva pace di Aquisgrana del 18 ottobre 1748 consolidò le acquisizioni territoriali della monarchia.

Nel corso del XVIII secolo furono inoltre sviluppate le infrastrutture stradali e postali e riorganizzate diverse amministrazioni dello Stato. Torino conobbe una notevole trasformazione urbanistica e architettonica, alla quale contribuirono, fra gli altri, Filippo Juvarra e gli altri architetti al servizio della corte sabauda.

Anche in Sardegna furono promossi interventi in campo amministrativo, agricolo e creditizio; ebbero particolare rilievo i Monti frumentari, destinati a fornire sementi ai coltivatori e a contrastare l'indebitamento rurale. Il mantenimento del sistema feudale e i contrasti con l'amministrazione piemontese alimentarono tuttavia un crescente malcontento.

Alla fine del XVIII secolo l'isola fu interessata dai moti sardi. Il 28 aprile 1794 un'insurrezione scoppiata a Cagliari portò all'espulsione di numerosi funzionari piemontesi, episodio successivamente commemorato come Sa die de sa Sardigna. Il movimento assunse negli anni seguenti anche caratteri antifeudali; fra i suoi protagonisti figurò Giovanni Maria Angioy, il cui tentativo politico e insurrezionale fallì nel 1796.

Periodo napoleonico e restaurazione

Parallelamente la monarchia sabauda fu coinvolta nelle guerre contro la Francia rivoluzionaria. La Savoia e la Contea di Nizza furono occupate e annesse dalla Francia fra il 1792 e il 1793, mentre nel 1793 fallirono i tentativi francesi di occupare la Sardegna. Nel dicembre 1798 le truppe francesi entrarono in Piemonte e Carlo Emanuele IV di Savoia rinunciò all'esercizio del governo nei territori continentali. Alla Repubblica Piemontese seguì, dopo una breve restaurazione austro-russa nel 1799, la Repubblica Subalpina; il Piemonte fu infine direttamente annesso alla Francia nel 1802.

Durante il periodo napoleonico la Sardegna rimase sotto il governo sabaudo e divenne il principale territorio rimasto alla dinastia, mentre i domini continentali furono integrati nell'organizzazione amministrativa francese. La caduta di Napoleone Bonaparte consentì a Vittorio Emanuele I di Savoia di rientrare a Torino il 20 maggio 1814. Il Congresso di Vienna restaurò la monarchia sabauda nei suoi precedenti territori e le attribuì inoltre l'ex Repubblica di Genova, compresa l'isola di Capraia, incorporata nei domini sabaudi.

Nel corso della Restaurazione i diversi territori continuarono a conservare alcune peculiarità amministrative e giuridiche, nonostante la crescente tendenza all'uniformazione. Il processo subì una decisiva accelerazione nel 1847. Il 29 novembre Carlo Alberto accolse la richiesta di estendere alla Sardegna le riforme introdotte negli Stati di terraferma, avviando la cosiddetta fusione perfetta e la progressiva soppressione della separata organizzazione politico-amministrativa dell'isola.

La creazione del Regno unitario

La definitiva trasformazione costituzionale dalla pluralità degli Stati sabaudi a un unico Stato si compì il 4 marzo 1848, quando Carlo Alberto di Savoia promulgò dal Palazzo Reale di Torino lo Statuto Albertino, qualificato come «Legge Fondamentale, perpetua ed irrevocabile della Monarchia». Il suo articolo 2 stabiliva che «lo Stato è retto da un Governo Monarchico Rappresentativo», mentre il potere legislativo era esercitato collettivamente dal re e dalle due Camere.

Nel corso del 1848 anche l'amministrazione della Sardegna fu uniformata al sistema continentale. Con il regio decreto del 12 agosto 1848 l'isola fu divisa nelle tre divisioni amministrative di Cagliari, Nuoro e Sassari: la prima comprendeva le province di Cagliari, Iglesias, Isili e Oristano, la seconda quelle di Nuoro, Cuglieri e Lanusei, la terza quelle di Sassari, Alghero, Ozieri e Tempio.

Il Risorgimento

Lo stesso argomento in dettaglio: Risorgimento e Giuseppe Mazzini.
Giuseppe Mazzini, principale esponente della corrente repubblicana del Risorgimento.

Durante la prima metà del XIX secolo si svilupparono nella penisola italiana diversi programmi politici rivolti alla riforma degli Stati esistenti, all'indipendenza dall'influenza austriaca e, progressivamente, all'unificazione nazionale. Giuseppe Mazzini e la Giovine Italia sostennero un programma repubblicano e democratico; Vincenzo Gioberti elaborò invece il progetto neoguelfo di una confederazione degli Stati italiani presieduta dal pontefice. Cesare Balbo, Massimo d'Azeglio e successivamente Camillo Benso, conte di Cavour rappresentarono differenti espressioni del liberalismo moderato e monarchico, mentre Giuseppe Garibaldi, inizialmente vicino al mazzinianesimo, divenne uno dei protagonisti militari del movimento nazionale.

La concessione dello Statuto Albertino e soprattutto la sua permanenza in vigore dopo il 1849 conferirono al Regno di Sardegna una posizione peculiare nel panorama italiano. Negli anni cinquanta la monarchia sabauda divenne progressivamente il principale punto di riferimento del movimento nazionale monarchico-costituzionale.

La Prima guerra d'indipendenza

Lo stesso argomento in dettaglio: Prima guerra d'indipendenza italiana.

Il 23 marzo 1848, all'indomani delle Cinque giornate di Milano, Carlo Alberto dichiarò guerra all'Impero austriaco, dando inizio alla prima guerra d'indipendenza italiana. Nello stesso giorno il sovrano stabilì che le truppe sabaude impegnate nella campagna portassero lo scudo di Savoia sovrapposto al tricolore italiano. Nonostante le truppe inviate dagli altri sovrani italiani e l'afflusso di volontari, la condotta del sovrano piemontese concepì il conflitto prevalentemente in ottica dinastica, puntando all'espansione sabauda nell'Italia settentrionale (attraverso la fusione con Lombardia e Veneto) e diffidando sia delle componenti rivoluzionarie e volontarie sia di un eventuale intervento della Seconda Repubblica francese.

Alla campagna si unirono contingenti e volontari provenienti da altri Stati della penisola. Nella fase iniziale l'Armata sarda ottenne successi a Pastrengo, Goito e in altri scontri, mentre Peschiera del Garda, una delle fortezze del Quadrilatero, fu sottoposta ad assedio e capitolò il 30 maggio 1848.

L'esercito austriaco comandato dal feldmaresciallo Josef Radetzky riuscì tuttavia a riprendere l'iniziativa. Fra il 23 e il 25 luglio 1848 l'indecisione dello stato maggiore piemontese, la rinuncia a condurre una guerra di movimento strategica e l'isolamento diplomatico e militare portarono prima alla sconfitta delle forze sabaude nella battaglia di Custoza, ove costrette a ripiegare; il generale Carlo Canera di Salasco concluse con gli austriaci l'armistizio di Salasco, che sospese le ostilità. La guerra riprese nel marzo 1849, ma la seconda campagna si concluse rapidamente. Il 23 marzo l'esercito sabaudo fu sconfitto nella battaglia di Novara e quella stessa sera Carlo Alberto abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele II.

L'ex sovrano raggiunse Oporto, dove morì il 28 luglio 1849. Suo figlio, Vittorio Emanuele II, mantenne in vigore lo Statuto Albertino. Il Regno di Sardegna rimase pertanto l'unico fra gli Stati italiani che avevano introdotto ordinamenti costituzionali durante il 1848 a conservarli stabilmente durante la successiva restaurazione.

Il Proclama di Moncalieri e le leggi Siccardi

Lo stesso argomento in dettaglio: Leggi Siccardi e Cassa ecclesiastica.

L'ascesa al trono di Vittorio Emanuele II si aprì in un contesto politico estremamente fragile. Il Paese era conteso tra la spinta democratica della Camera dei deputati - contraria alla ratifica delle onerose condizioni di pace imposte dall'Austria con la Pace di Milano - e le pressioni reazionarie degli ambienti conservatori e di corte. Dopo aver represso duramente l'insurrezione repubblicana di Genova, il re affidò il governo a Massimo d'Azeglio. Per superare lo stallo parlamentare sulla ratifica della pace, d'Azeglio convinse il sovrano a sciogliere la Camera e a rivolgere un appello diretto al corpo elettorale. Con il Proclama di Moncalieri (20 novembre 1849), Vittorio Emanuele II ammonì gli elettori affinché votassero una maggioranza moderata disposta a collaborare con il governo, pena la messa in discussione dello stesso assetto statutario. Le successive elezioni di dicembre premiarono la linea moderata, consentendo la ratifica del trattato di pace e la salvaguardia dello Statuto Albertino.

Sotto la presidenza d'Azeglio si avviò inoltre la modernizzazione civile dello Stato in senso laico e costituzionale. Lo Statuto Albertino aveva mantenuto una struttura confessionale dello Stato: l'articolo 1 proclamava infatti la religione cattolica, apostolica e romana «la sola Religione dello Stato», mentre gli altri culti esistenti erano tollerati conformemente alle leggi. Negli anni successivi si sviluppò tuttavia un duro conflitto fra il governo liberale e la Santa Sede sulla disciplina dei privilegi ecclesiastici e dei patrimoni degli enti religiosi.

Nel 1850, con la collaborazione del ministro Giuseppe Siccardi, vennero approvate le "Leggi Siccardi", che abolirono i privilegi giurisdizionali del clero (tra cui il foro ecclesiastico) e introdussero limiti alla capacità degli enti religiosi di acquisire beni immobili. L'applicazione di tali riforme provocò una dura opposizione da parte del partito clericale e delle autorità ecclesiastiche, culminata nell'arresto e nella condanna dell'arcivescovo di Torino, Luigi Fransoni.

La politica governativa divenne più incisiva con la legge di re Vittorio Emanuele II del 29 maggio 1855, n. 878, che soppresse il riconoscimento civile delle corporazioni religiose che non si dedicavano alla predicazione, all'educazione o all'assistenza degli infermi e ne trasferì i patrimoni alla Cassa ecclesiastica.

Enti e beni ecclesiastici interessati dai provvedimenti del 1855
Quantità Tipo N. persone Categoria Entrate annuali (in lire)
66 Monasteri nel continente 772 monaci 770 000
46 Monasteri nel continente 1085 suore 592 000
40 Monasteri in Sardegna 489 monaci e monache 369 000
182 Conventi spirituali 3145 monaci —
65 edifici ecclesiastici 680 preti 550 000
1700 benefici ecclesiastici 1700 ecclesiastici 1 370 000
Fonte: Frederick Martin, The Statesman's Year-Book, Macmillan And Co., 1866. p. 316.

Secondo i dati riportati dalla fonte citata, i provvedimenti interessarono complessivamente 2 099 enti o benefici ecclesiastici e 7 871 religiosi ed ecclesiastici, con rendite annue valutate complessivamente in 3 641 000 lire. Le misure provocarono una forte opposizione della Santa Sede e di una parte considerevole del mondo cattolico e costituirono uno dei principali temi di conflitto politico interno degli anni cinquanta.

L'ascesa di Cavour e la politica economica

Lo stesso argomento in dettaglio: Camillo Benso conte di Cavour.
Camillo Benso, conte di Cavour, fotografato da Lodovico Tuminello.

​Nell'ottobre 1850 il Camillo Benso, conte di Cavour entrò nel governo d'Azeglio come ministro dell'Agricoltura, Commercio e Marina, assumendo ben presto un ruolo centrale nella vita politica del Regno. Nel 1852 Cavour realizzò una convergenza politica strategica, nota come "connubio", tra l'ala più progressista della maggioranza moderata (il Centro-destra) e la componente più moderata della Sinistra guidata da Urbano Rattazzi. Forte di tale alleanza, nel novembre 1852 Cavour ricevette l'incarico di formare il suo primo governo. ​In ambito economico e finanziario, Cavour impresse una profonda trasformazione capitalistico-liberale:

La crisi Calabiana e la stabilizzazione parlamentare

Lo stesso argomento in dettaglio: Crisi Calabiana.

​L'affermazione della prassi parlamentare incontrò momenti di forte tensione. Tra la fine del 1854 e la prima metà del 1855, la presentazione del disegno di legge Rattazzi per l'incameramento dei beni delle corporazioni religiose non contemplative suscitò la ferma opposizione di Vittorio Emanuele II e della Santa Sede. ​Il tentativo del re di sostituire Cavour con un esecutivo conservatore guidato da Ottavio Thaon di Revel o dal generale Giacomo Durando fallì di fronte alla fermezza della maggioranza parlamentare. Tale esito consolidò definitivamente la centralità del Parlamento nel sistema politico sardo.

La Guerra di Crimea e il Congresso di Parigi

​In ambito internazionale, Cavour cercò di trasformare la vertenza italiana da questione eversiva e cospirativa interna a problema diplomatico di rilievo europeo. L'occasione fu offerta dallo scoppio della Guerra di Crimea. Nel 1855 il Regno di Sardegna entrò nel conflitto a fianco di Francia e Gran Bretagna spedendo un corpo di spedizione di circa 15.000 uomini al comando del generale Alfonso La Marmora. L'apporto delle truppe piemontesi fu rilevante, in particolare nella Battaglia della Cernaia (16 agosto 1855). Grazie alla partecipazione alla guerra, Cavour ottenne di poter sollevare ufficialmente la questione italiana durante il Congresso di Parigi (febbraio-aprile 1856). Nella seduta dell'8 aprile 1856, pur senza ottenere immediati ingrandimenti territoriali, il primo ministro piemontese denunciò di fronte alle potenze europee il malgoverno dello Stato Pontificio e del Regno delle Due Sicilie e i pericoli derivanti dall'occupazione militare austriaca nella penisola.

La Società Nazionale

​I successi diplomatici e la tenuta delle istituzioni costituzionali fecero del Piemonte il punto di riferimento imprescindibile del movimento nazionale. Nel 1857 nacque la Società nazionale italiana, fondata da Giuseppe La Farina, Daniele Manin e Giorgio Pallavicino (con l'adesione di Giuseppe Garibaldi). La Società Nazionale si adoperò per incanalare le diverse forze patriottiche verso il programma dell'unità d'Italia sotto la guida politica di Cavour e la dinastia sabauda.

La Seconda guerra d'indipendenza e il processo unificatore

Lo stesso argomento in dettaglio: Seconda guerra d'indipendenza italiana.

Gli accordi di Plombières e l'alleanza sardo-francese

Lo stesso argomento in dettaglio: Accordi di Plombières e Alleanza sardo-francese.

L'attentato subito da Napoleone III il 14 gennaio 1858 ad opera del patriota Felice Orsini, anziché compromettere i rapporti con Parigi, accelerò le intese tra la Francia e il Regno di Sardegna. Il 20 luglio 1858, in un incontro segreto a Plombières, Cavour e l'imperatore francese stipularono un accordo verbale che prevedeva un'alleanza militare difensiva in caso di aggressione austriaca. Gli intesi di Plombières ipotizzavano il riassetto della penisola in quattro Stati confederati sotto la presidenza del Papa:

  • Un Regno dell'Alta Italia al Re di Sardegna (comprendente Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna);
  • Un Regno dell'Italia centrale;
  • Lo Stato pontificio ridotto al solo territorio circostante Roma;
  • Il Regno delle Due Sicilie.

In cambio del sostegno militare (200.000 francesi a fianco di 100.000 piemontesi), il Piemonte avrebbe ceduto alla Francia la Savoia e la provincia di Nizza. Il patto fu ufficializzato nel gennaio 1859 e suggellato dal matrimonio tra il principe Napoleone Gerolamo e la principessa Maria Clotilde.

La guerra e l'armistizio di Villafranca

Lo stesso argomento in dettaglio: Grido di dolore e Armistizio di Villafranca.
Vittorio Emanuele II di Savoia, re di Sardegna dal 1849 al 1861.

Il 10 gennaio 1859, aprendo la sessione parlamentare, Vittorio Emanuele II dichiarò di non essere «insensibile al grido di dolore» proveniente da molte parti d'Italia. ​Inoltre, per provocare la dichiarazione di guerra da parte austriaca, il governo sardo aveva avviato anche manovre militari e il concentramento di volontari (tra cui i Cacciatori delle Alpi guidati da Garibaldi) lungo il confine del Ticino. Il 23 aprile 1859 l'Austria inviò un ultimatum che esigeva il disarmo piemontese e il congedo dei volontari. Il rifiuto di Cavour determinò l'apertura delle ostilità il 29 aprile, fecendo scattare le clausole dell'alleanza francese. Le operazioni belliche videro la controffensiva franco-piemontese respingere l'esercito austriaco guidato dal maresciallo Ferenc Gyulay: dopo lo scontro di Montebello e le vittorie a Palestro e Magenta (4 giugno), le truppe di Vittorio Emanuele II e Napoleone III entrarono trionfalmente a Milano l'8 giugno 1859. Contestualmente, le formazioni di Garibaldi liberarono Como, Bergamo e Brescia. Il conflitto culminò il 24 giugno 1859 con le sanguinose battaglie di Solferino e San Martino, che costrinsero gli Austriaci a ritirarsi oltre il Mincio.

L'assistenza improvvisata prestata ai feriti dalla popolazione locale colpì profondamente Henry Dunant, la cui successiva attività contribuì alla nascita del Comitato internazionale della Croce Rossa. Di fronte al costo umano della guerra, ai pericoli di complicazioni diplomatiche con Prussia e Gran Bretagna e alle insurrezioni pacifiche nell'Italia centrale che vanificavano gli assetti di Plombières, Napoleone III decise tuttavia di interrompere la campagna e avviò autonomamente trattative con l'imperatore Francesco Giuseppe I d'Austria, in contrasto con la clausola dell'alleanza franco-sarda che prevedeva una consultazione preventiva prima della cessazione delle ostilità. L'11 luglio 1859 l'imperatore francese firmò con Francesco Giuseppe l'armistizio di Villafranca. In base ai preliminari di pace, la Lombardia veniva ceduta al Regno di Sardegna tramite la Francia, mentre il Veneto rimaneva all'Austria e si prevedeva la restaurazione dei sovrani deposti nell'Italia centrale sotto una confederazione presieduta dal Papa. Indignato per la decisione unilaterale e in aperto scontro con Vittorio Emanuele II, Cavour rassegnò le dimissioni. Gli accordi furono successivamente precisati dai trattati di Zurigo del 10 novembre 1859.

​I plebisciti dell'Italia centrale e la cessione di Nizza e Savoia

Giuseppe Garibaldi, nato a Nizza, fu uno dei più decisi oppositori della cessione della città alla Francia.

​Nonostante l'armistizio, i governi provvisori sorti in Toscana, Emilia e Romagna (guidati da figure come Bettino Ricasoli e Carlo Farini) si organizzarono in una lega militare presieduta da un governatore unico e rifiutarono il ritorno dei vecchi regnanti, chiedendo l'annessione al Piemonte. Nel gennaio 1860 Cavour, richiamato alla presidenza del consiglio, sbloccò lo stallo diplomatico grazie al sostegno della Gran Bretagna e all'accordo con Napoleone III. Nel marzo 1860, mediante appositi plebisciti, le popolazioni dell'Emilia, della Romagna e della Toscana votarono a schiacciante maggioranza per l'unione al Regno di Sardegna. Contestualmente, il 24 marzo 1860, con il trattato di Torino, il governo sardo formalizzò la cessione della Savoia e del circondario di Nizza alla Francia (ratificata anch'essa da successivi plebisciti ad aprile). La cessione ebbe un particolare valore simbolico per la monarchia sabauda, poiché la Savoia costituiva il territorio originario della dinastia, mentre la perdita di Nizza determinò un duraturo motivo di contrasto fra Cavour e Garibaldi; critiche furono formulate anche da Urbano Rattazzi, Giuseppe Ferrari, da settori della stampa e dell'opinione pubblica europea.

I plebisciti si svolsero il 15 e 16 aprile 1860 nel Nizzardo e il 22 e 23 aprile in Savoia. I risultati ufficiali attribuirono una larghissima maggioranza alla riunione con la Francia. Dopo l'approvazione parlamentare, il trattato fu promulgato a Torino l'11 giugno 1860.

Dai Mille all'annessione dell'Italia meridionale

L'Impresa dei Mille

Lo stesso argomento in dettaglio: Spedizione dei Mille.

Nella primavera del 1860 la crisi del Regno delle Due Sicilie aprì una nuova fase del processo unitario. Nel maggio 1860, a seguito delle rivolte scoppiate in Sicilia (tra cui l'insurrezione della Gancia a Palermo ad opera di Francesco Riso), il Partito d'Azione guidato da Francesco Crispi e Rosolino Pilo organizzò una spedizione di volontari sotto il comando di Giuseppe Garibaldi. Nella notte fra il 5 e il 6 maggio 1860 poco più di mille volontari salparono da Quarto, presso Genova, a bordo dei piroscafi Piemonte e Lombardo. Sbarcati a Marsala l'11 maggio, i garibaldini sconfissero le truppe borboniche nella battaglia di Calatafimi del 15 maggio e riuscirono successivamente a occupare Palermo. Garibaldi assunse la dittatura della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II. Durante l'estate le forze garibaldine completarono la conquista dell'isola e attraversarono lo stretto di Messina. Di fronte al travolgente successo garibaldino, l'atteggiamento del governo di Torino fu duplice: se Cavour mantenne un atteggiamento di vigile diffidenza - temendo gli sviluppi repubblicani e complicazioni internazionali - Vittorio Emanuele II incoraggiò riservatamente l'iniziativa. Ospedato il tentativo cavouriano di promuovere una rivoluzione moderata preventiva a Napoli, Garibaldi sbarcò, così, in Calabria nell'agosto 1860 ed entrò a Napoli il 7 settembre.

L'intervento regio e l'incontro di Teano

Lo stesso argomento in dettaglio: Campagna piemontese in Italia centrale e Incontro di Teano.

​Cavour, per riprendere il controllo del processo unificatore e impedire un'avanzata garibaldina verso Roma, preoccupato dalle conseguenze internazionali che ne sarebbero potute derivare, ottenne il benestare informale di Napoleone III per far intervenire direttamente l'esercito regio. Nel settembre 1860 le truppe sarde comandate dai generali Manfredo Fanti e Enrico Cialdini invasero lo Stato Pontificio, sconfiggendo l'esercito papale guidato da Christophe de Lamoricière nella battaglia di Castelfidardo (18 settembre) e occupando le Marche e l'Umbria. Nel frattempo, il 1° ottobre 1860, le forze garibaldine respingevano il contrattacco borbonico nella battaglia del Volturno. Il 21 ottobre 1860 si tennero i plebisciti nel Regno delle Due Sicilie, che sancirono l'annessione al Regno di Sardegna. Il 26 ottobre 1860, presso Vairano Patenora/Teano, avvenne lo storico incontro di Teano tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II: il condottiero consegnò al sovrano i territori liberati, ritirandosi successivamente nell'isola di Caprera. Il 4 novembre anche Umbria e Marche votarono l'annessione. Il 7 novembre Vittorio Emanuele II entrò a Napoli insieme a Garibaldi.

La resistenza borbonica proseguì, intanto, nelle fortezze. Capua capitolò il 2 novembre 1860, mentre Francesco II delle Due Sicilie resistette a Gaeta fino al 13 febbraio 1861, quando si concluse l'assedio della fortezza.

Il Regno di Sardegna durante le annessioni del 1860.

La proclamazione del Regno d'Italia

Lo stesso argomento in dettaglio: Proclamazione del Regno d'Italia.

Le annessioni realizzate fra il 1859 e il 1860 trasformarono profondamente l'estensione territoriale e la composizione dello Stato sabaudo. La Lombardia, gli Stati dell'Italia centrale, le Marche, l'Umbria e i territori dell'ex Regno delle Due Sicilie furono progressivamente incorporati, mentre lo Statuto Albertino, le istituzioni parlamentari e gran parte dell'ordinamento amministrativo e legislativo sabaudo furono estesi ai nuovi territori.

Il 27 gennaio 1861 si svolsero le elezioni per il nuovo Parlamento, convocato a Torino. La legislatura fu inaugurata da Vittorio Emanuele II il 18 febbraio e mantenne la numerazione delle precedenti legislature del Parlamento subalpino, assumendo la denominazione di VIII legislatura.

Il governo presentò quindi alle Camere un progetto di legge relativo alla nuova titolatura del sovrano. Dopo l'approvazione parlamentare, il 17 marzo 1861 fu promulgata la legge n. 4671, composta da un solo articolo:

«Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d'Italia.»

Tale legge, considerata l'atto formale con cui nacque il nuovo Stato, diede ufficialmente a Vittorio Emanuele II il titolo di Re d'Italia. La continuità istituzionale con il precedente Regno di Sardegna fu evidenziata dal mantenimento dello Statuto Albertino, della numerazione delle legislature e dal numerale dinastico del sovrano, che rimase Vittorio Emanuele II.

Il processo di unificazione territoriale non era tuttavia ancora concluso. Nel 1866, in seguito alla terza guerra d'indipendenza italiana, il Regno d'Italia acquisì il Veneto e una parte del Friuli; Roma e il Lazio rimasto sotto lo Stato Pontificio furono invece incorporati dopo la presa di Roma del 20 settembre 1870.

Territorio

Al momento della promulgazione dello Statuto Albertino, il 4 marzo 1848, lo Stato sabaudo comprendeva il Piemonte, la Valle d'Aosta, la Liguria, la Sardegna, il Ducato di Savoia e la Contea di Nizza, oltre ad alcuni territori oggi compresi in altre regioni italiane. Fra questi figuravano la Lomellina e l'Oltrepò Pavese, successivamente aggregati alla Lombardia, nonché il Bobbiese e l'alta Val Trebbia, i cui territori sono oggi ripartiti fra Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Liguria.

La Liguria era entrata definitivamente nei domini sabaudi in seguito al Congresso di Vienna: l'antica Repubblica di Genova, ricostituita provvisoriamente nel 1814, fu infatti incorporata nel Regno di Sardegna alla fine dello stesso anno e il sistema amministrativo sabaudo vi fu esteso nel 1815.

La configurazione territoriale dello Stato mutò profondamente fra il 1859 e il 1860, durante il processo di unificazione italiana. In seguito alla seconda guerra d'indipendenza italiana furono acquisiti la Lombardia e, attraverso le successive annessioni, gran parte dell'Italia centrale; contemporaneamente, in esecuzione degli accordi con la Francia e dopo i plebisciti del 1860, la Savoia e Nizza furono ceduti al Secondo Impero francese. Nel corso del 1860 furono quindi incorporati anche i territori dell'ex Regno delle Due Sicilie, le Marche e l'Umbria. Alla vigilia della proclamazione del Regno d'Italia, lo Stato governato da Vittorio Emanuele II comprendeva pertanto la maggior parte della penisola italiana, con l'eccezione principalmente del Veneto ancora soggetto all'Impero austriaco e del territorio laziale rimasto allo Stato Pontificio.

Ordinamento

Politica

Lo stesso argomento in dettaglio: Statuto Albertino e Parlamento del Regno di Sardegna.

Sotto il profilo dell'assetto istituzionale delineato dallo Statuto Albertino, lo Stato sabaudo si configurava come una monarchia rappresentativa in cui il potere legislativo era esercitato dal Senato di nomina regia e dalla Camera dei deputati eletta, cui si aggiungeva il contributo del re mediante il potere della sanzione, senza la quale gli atti approvati dalle Camere non potevano acquisire efficacia. Il sistema presentava una centralità della figura regia e delle sue prerogative politiche, trattandosi fondamentalmente di una monarchia costituzionale pura evolutasi progressivamente verso dinamiche di tipo parlamentare. La struttura degli articoli statutari riguardanti il Capo dello Stato evidenziava la fretta redazionale dei costituenti e rifletteva, inoltre, una concezione ancora legata all'Antico Regime; l'articolo 4, infatti, dichiarava la persona del Re «sacra e inviolabile». Per bilanciare l'inviolabilità reale rispetto ai suoi atti politici si stabilì la prassi della controfirma ministeriale, ovvero ogni atto regio doveva essere controfirmato da un ministro, che ne assumeva la responsabilità giuridica e politica davanti alle istituzioni.

​Ai sensi degli articoli 5 e 6, il potere esecutivo spettava esclusivamente al Re, al quale competevano il comando delle forze armate, la dichiarazione di guerra e la stipula dei trattati internazionali. La Corona mantenne un legame privilegiato con l'esercito e con la politica estera. La scelta dei Ministri della Guerra e degli Esteri rimase quasi costantemente sotto l'influenza diretta del sovrano. Lo Statuto menzionava all'art. 65 solo la facoltà del Re di nominare e revocare i singoli ministri, tacendo del tutto sull'organo collegiale del Consiglio dei Ministri, sulla figura del Presidente del Consiglio e sul rapporto di fiducia con il Parlamento, affermatisi per prassi sin da subito. L'articolo 67, infatti, sanciva la responsabilità dei ministri senza specificare se essa fosse rivolta verso le Camere o verso la Corona; inoltre, la mancata affermazione della prassi della fiducia preventiva lasciò ampio margine d'azione al monarca. In virtù di quanto detto, l'immagine di una Corona passiva e notarile non corrispondeva alla realtà. Vittorio Emanuele II fece un uso energico delle prerogative reali per condizionare l'indirizzo politico dello Stato. I proclami rappresentavano un canale di comunicazione diretta tra sovrano e sudditi (vedi Proclama di Moncalieri). Stabilì direttamente scelte di governo in passaggi chiave, come la nomina del Gabinetto De Launay, la gestione autonoma della Crisi Calabiana (che portò alle temporanee dimissioni di Cavour) e la nomina del generale Alfonso La Marmora a seguito dell'armistizio di Villafranca (1859).

Legge elettorale

La legge elettorale per l'elezione della Camera dei deputati, emanata da Carlo Alberto il 17 marzo 1848, era stata elaborata anteriormente all'apertura del Parlamento da una commissione presieduta da Cesare Balbo. L'elettorato poteva essere esercitato solamente dai maschi in possesso di una serie di requisiti: età non inferiore ai 25 anni, saper leggere e scrivere, pagamento di un censo di 40 lire. Al voto erano ammessi, anche non pagando l'imposta stabilita, i cittadini che rientravano in determinate categorie: magistrati, professori, ufficiali. I deputati, in numero di 204, erano eletti in altrettanti collegi uninominali, eletti in un sistema a doppio turno. Su una popolazione di 22 182 377 persone, i nuovi governanti concessero il diritto di voto a 418 696 abitanti (circa l'1,9%) e, di questi, soltanto 239 583 (circa l'1,1%) avrebbero esercitato tale diritto; alla fine i voti validi si ridussero a 170 567, dei quali oltre 70 000 erano di impiegati statali. A consultazioni concluse, vennero eletti 135 avvocati, 85 nobili, 53 professionisti, 23 ufficiali e 5 abati. Questa normativa elettorale, parzialmente modificata dalla legge del 20 novembre 1859, n. 3778, emanata durante la seconda guerra di indipendenza dal governo Rattazzi in virtù dei pieni poteri, rimase sostanzialmente inalterata dal 1848 al 1882, per le sette legislature del Regno di Sardegna dal 1848 al 1861 e per sette successive legislature del Regno d'Italia dal 1861 al 1882.

Suddivisioni amministrative

Lo stesso argomento in dettaglio: Suddivisione amministrativa del Regno di Sardegna.

Prima dell'unificazione amministrativa della monarchia, i territori sabaudi non erano sottoposti a un ordinamento territoriale completamente uniforme. Negli Stati di terraferma la sistemazione amministrativa introdotta dopo la Restaurazione era articolata principalmente in divisioni, province, mandamenti e comuni. L'ordinamento fu definito attraverso diversi provvedimenti, fra i quali l'editto del 10 novembre 1818, mentre le Regie patenti del 14 dicembre dello stesso anno disciplinarono la classificazione delle intendenze e dei relativi uffici.

La divisione costituiva la maggiore circoscrizione territoriale ed era composta da più province; queste comprendevano a loro volta diversi mandamenti, ciascuno formato da uno o più comuni. All'amministrazione delle divisioni e delle province erano preposti rispettivamente gli intendenti generali e gli intendenti.

Nel corso del regno di Carlo Alberto l'ordinamento fu oggetto di ulteriori riforme. Con le Regie patenti del 25 agosto 1842 furono riorganizzate le intendenze generali e provinciali; le Regie patenti del 30 ottobre 1847 attribuirono formalmente ai circondari delle intendenze generali il nome di «divisioni amministrative», mentre il regio editto del 27 novembre 1847 riformò l'amministrazione comunale e provinciale e riconobbe alle province e alle divisioni una propria amministrazione.

Alla vigilia delle riforme del 1847-1848, gli Stati di terraferma erano organizzati nelle seguenti grandi circoscrizioni amministrative:

La ripartizione non rimase tuttavia immutata: le Regie patenti del 30 ottobre 1847 soppressero, fra l'altro, alcune intendenze generali e modificarono l'appartenenza di diverse province. Bobbio fu trasferita alla divisione amministrativa di Alessandria, mentre la Lomellina rimase compresa nella divisione di Novara.

Estensione dell'ordinamento alla Sardegna

La Sardegna, fino alla fusione perfetta, conservava un ordinamento amministrativo distinto da quello degli Stati di terraferma. Nell'isola operava un'Intendenza generale di Sardegna, istituita all'inizio del periodo sabaudo e avente sede a Cagliari; dal 1825 gli intendenti delle singole province dipendevano gerarchicamente dall'intendente generale.

Dopo la fusione e la successiva trasformazione costituzionale dello Stato, il sistema delle intendenze vigente sul continente fu esteso alla Sardegna con il regio decreto del 12 agosto 1848, n. 776. L'isola fu ripartita in tre divisioni amministrative, rette dalle intendenze generali di Cagliari, Sassari e Nuoro, dalle quali dipendevano complessivamente altre otto intendenze.

Le tre divisioni erano:

L'estensione alla Sardegna dell'ordinamento amministrativo continentale costituì quindi una delle conseguenze della progressiva unificazione istituzionale iniziata nel 1847 e completata sul piano costituzionale con lo Statuto Albertino del 4 marzo 1848. La successiva legge del 7 ottobre 1848, n. 807, nota come legge Pinelli, intervenne ulteriormente sull'amministrazione locale, introducendo il principio della rappresentanza elettiva nei consigli provinciali e divisionali.

L'assetto fu nuovamente modificato dalla legge 23 ottobre 1859, n. 3702, nota come legge Rattazzi, che riorganizzò profondamente l'amministrazione territoriale dello Stato in vista dell'unificazione italiana. Immediatamente prima di tale riforma gli Stati sardi comprendevano complessivamente 14 divisioni amministrative con altrettante intendenze generali e 36 intendenze provinciali.

Forze armate

Lo stesso argomento in dettaglio: Armata sarda e Corpo dei Reali Carabinieri.

Le forze armate del Regno erano costituite principalmente dall'Armata sarda, alla quale si affiancavano i Reali Carabinieri, corpo militare con compiti sia di polizia sia di sicurezza pubblica. Il Corpo dei Carabinieri Reali era stato istituito da re Vittorio Emanuele I di Savoia con Regie Patenti del 13 luglio 1814, sul modello delle gendarmerie, con il compito di garantire l'ordine pubblico, la sicurezza delle persone e delle strade e l'osservanza delle leggi.

Nel sistema della Restaurazione le funzioni di polizia erano inizialmente strettamente connesse all'organizzazione militare. Con le Regie Patenti del 13 luglio 1814 fu istituita anche la Direzione generale del Buon Governo, posta alle dipendenze della Segreteria di Stato per gli affari interni; dopo la sua soppressione, il 15 gennaio 1815, le competenze furono progressivamente riorganizzate e, con le Regie Patenti del 15 ottobre 1816, fu istituito il Ministero di polizia.

La situazione della Sardegna propriamente detta presentò per lungo tempo alcune peculiarità. Nell'isola operarono diversi corpi militari destinati anche al mantenimento della sicurezza pubblica: ai Dragoni di Sardegna succedettero, fra il XVIII e il XIX secolo, i Cavalleggeri di Sardegna, i Moschettieri di Sardegna e quindi i Cacciatori Reali di Sardegna. Questi ultimi furono costituiti il 2 giugno 1819 dall'unificazione dei precedenti reparti e nel 1822 furono inseriti nell'organizzazione dei Reali Carabinieri. Dopo una successiva riorganizzazione, il regio decreto di re Vittorio Emanuele II di Savoia del 21 aprile 1853, n. 1505, soppresse i Cavalleggeri di Sardegna e ricostituì nell'isola un autonomo Corpo dei Carabinieri Reali di Sardegna, dotato delle medesime prerogative del corpo di terraferma.

Con la trasformazione costituzionale del 1848 iniziò parallelamente la costruzione di una vera amministrazione civile della pubblica sicurezza, distinta dall'organizzazione militare. Un primo passaggio fu rappresentato dall'istituzione della Guardia nazionale, derivata dalla precedente Milizia comunale e disciplinata nel quadro delle riforme costituzionali del 1848; essa aveva il compito di concorrere alla difesa delle istituzioni, dell'ordine pubblico e della proprietà nei comuni.

La vera organizzazione moderna dell'Amministrazione della pubblica sicurezza fu però introdotta con la legge di re Carlo Alberto di Savoia del 30 settembre 1848, n. 798. Essa pose la pubblica sicurezza alle dipendenze del Ministero dell'interno, attribuendole il compito di vigilare preventivamente sull'ordine pubblico e sull'osservanza delle leggi. L'amministrazione era affidata agli intendenti generali nelle divisioni, agli intendenti nelle province, ai delegati nei mandamenti e ai sindaci nei comuni; nei capoluoghi di divisione operavano inoltre questori coadiuvati da funzionari e agenti di pubblica sicurezza.

Con la legge di re Vittorio Emanuele II di Savoia dell'11 luglio 1852, n. 1404, l'amministrazione fu nuovamente riorganizzata e venne istituito il Corpo delle guardie di pubblica sicurezza, forza dipendente dal Ministero dell'interno e organizzata secondo criteri di tipo militare. Il Corpo disponeva inizialmente di compagnie nelle principali città, fra cui Torino e Genova, oltre a distaccamenti e stazioni periferiche, e costituì il nucleo dal quale si sarebbe successivamente sviluppata l'amministrazione civile di pubblica sicurezza del Regno d'Italia.

Una nuova riforma fu introdotta dal regio decreto di re Vittorio Emanuele II del 13 novembre 1859, n. 3720, «contenente l'ordinamento dell'Amministrazione di Pubblica Sicurezza, ed attribuzioni degli Ufficiali ed Agenti». Il provvedimento estese il nuovo ordinamento ai territori progressivamente incorporati nello Stato durante la seconda guerra d'indipendenza italiana e stabilì la presenza di questori nei capoluoghi di provincia con almeno 60 000 abitanti; introdusse inoltre una più articolata gerarchia degli ufficiali e degli agenti di pubblica sicurezza, comprendente anche gli ispettori.

Alla vigilia dell'unificazione italiana il sistema sabaudo presentava quindi una struttura duale destinata a essere ereditata dal Regno d'Italia: da una parte i Reali Carabinieri, corpo militare dell'Armata con estese funzioni di polizia e presidio territoriale; dall'altra l'Amministrazione e il Corpo delle guardie di pubblica sicurezza, dipendenti dal Ministero dell'interno e dalle autorità civili. Tale duplice organizzazione costituì il fondamento storico del successivo pluralismo delle forze di polizia italiane.

Simboli

Lo stesso argomento in dettaglio: Simboli degli Stati sabaudi.

I simboli dello Stato sabaudo subirono importanti modificazioni durante il 1848, parallelamente alla trasformazione costituzionale della monarchia e all'affermazione del tricolore italiano come emblema del movimento nazionale. Prima di tale data gli stemmi e le bandiere utilizzati dal sovrano e dalle amministrazioni derivavano dalla tradizione araldica della Casa Savoia e dalla complessa simbologia dei diversi territori della monarchia; dal 1848, invece, lo scudo sabaudo e il tricolore furono progressivamente associati fino a costituire i principali simboli dello Stato.

Stemma

Prima del 1848 veniva impiegata negli atti ufficiali un'arma dinastica complessa derivata dal grande stemma della Casa Savoia, analoga a quella già utilizzata negli Stati sardi di terraferma.

Con la trasformazione politica del 1848 si impose progressivamente una simbologia più semplice, incentrata sul tradizionale scudo di Savoia, di rosso alla croce d'argento. Il 23 marzo 1848, entrando in guerra contro l'Impero austriaco, Carlo Alberto di Savoia ordinò alle proprie truppe di portare «l'arma di Savoia sovrapposta alla bandiera tricolore italiana»; il successivo regio decreto dell'11 aprile estese la medesima combinazione alle navi da guerra e della marina mercantile.

Negli atti pubblicati nella Raccolta degli atti del Governo di Sua Maestà il Re di Sardegna è possibile seguire anche l'evoluzione grafica dell'emblema ufficiale. Una prima variante con lo scudo sabaudo accompagnato da bandiere tricolori compare nell'intestazione degli atti almeno dal 1º agosto 1848, senza che sia noto uno specifico provvedimento normativo destinato a disciplinarne formalmente la composizione.

Una successiva configurazione è documentata negli atti del 18 novembre 1848. Il modello, costituito essenzialmente dallo scudo sabaudo coronato e accompagnato dalle bandiere tricolori, fu conservato anche dopo la proclamazione del Regno d'Italia e rimase in uso, con varianti grafiche, fino alla nuova disciplina araldica del 1870.

Bandiere

Prima del 1848 la monarchia sabauda utilizzava differenti bandiere dinastiche, militari e marittime, generalmente fondate sulla croce bianca in campo rosso e, nelle insegne reali più complesse, sul grande stemma dinastico.

Il passaggio al tricolore avvenne durante la prima guerra d'indipendenza italiana. Con il proclama del 23 marzo 1848, rivolto ai popoli della Lombardia e del Veneto, Carlo Alberto stabilì che le truppe sabaude impegnate nella guerra contro l'Austria portassero lo scudo di Savoia sovrapposto al tricolore italiano.

L'adozione come vera e propria bandiera nazionale fu precisata dal regio decreto di re Carlo Alberto di Savoia dell'11 aprile 1848, emanato dal quartier generale di Volta. Il provvedimento disponeva che le navi da guerra e quelle della marina mercantile inalberassero «la bandiera tricolore italiana (verde, bianco e rosso) collo Scudo di Savoia al centro»; per le navi da guerra lo scudo doveva inoltre essere sormontato dalla corona reale.

La disciplina distingueva quindi già nel 1848 la bandiera mercantile da quella militare: entrambe erano tricolori e recavano lo scudo sabaudo nella fascia bianca, ma quella delle navi da guerra aveva lo scudo coronato. La stessa impostazione fu successivamente perfezionata e rimase alla base delle bandiere del Regno d'Italia.

Nel 1851 la foggia delle insegne navali fu ulteriormente regolamentata, consolidando la distinzione fra bandiera nazionale e mercantile, con lo scudo sabaudo semplice, e bandiera di Stato e della marina militare, nella quale lo stemma era sormontato dalla corona. Tali vessilli furono mantenuti sostanzialmente immutati al momento della proclamazione del Regno d'Italia nel 1861.

Lo stendardo personale del sovrano, adottato nel 1848, conservò invece il tradizionale fondo bianco bordato d'azzurro e recava al centro lo stemma reale accompagnato da quattro bandiere tricolori; rimase in uso sotto Vittorio Emanuele II anche dopo il 1861, fino alla modifica degli stendardi reali avvenuta nel 1880.

Economia

L'economia dello Stato sabaudo rimase a lungo prevalentemente agricola, con forti differenze fra le diverse regioni che lo componevano. Accanto all'agricoltura e alle tradizionali attività manifatturiere, nella prima metà del XIX secolo iniziarono tuttavia a svilupparsi alcuni importanti nuclei industriali, soprattutto in Piemonte e Liguria. Il processo conobbe una significativa accelerazione durante il decennio cavouriano, favorito dall'espansione della rete ferroviaria, dall'apertura commerciale e dalla crescita dell'industria meccanica.

Agricoltura

L'agricoltura costituiva una delle principali attività economiche dello Stato e presentava produzioni fortemente differenziate secondo le caratteristiche dei diversi territori. In Liguria rivestiva particolare importanza la coltivazione dell'olivo: nella prima metà del XIX secolo il valore annuale della produzione di olio era stimato fra quattro e cinque milioni di lire piemontesi.

Nel Monferrato erano particolarmente diffuse la viticoltura e la cerealicoltura, mentre nelle pianure irrigue del Piemonte orientale assunsero notevole importanza la risicoltura e la produzione della seta. La coltivazione del riso era particolarmente sviluppata nella Lomellina, nel Vercellese e nel Novarese, territori caratterizzati dalla presenza di una fitta rete di corsi d'acqua e canali destinati all'irrigazione. Nella pianura novarese il valore complessivo della produzione e del commercio di riso e seta superava mediamente i quaranta milioni di lire piemontesi.

La produzione serica rivestiva una particolare importanza anche per le attività manifatturiere, poiché alla coltivazione del gelso e all'allevamento del baco da seta si collegavano le operazioni di trattura e filatura, contribuendo alla formazione di uno dei principali settori protoindustriali del Piemonte.

Industria

Nella prima metà del XIX secolo il settore manifatturiero era costituito prevalentemente da attività tessili, cartarie, alimentari, metallurgiche e minerarie, alle quali si affiancarono progressivamente stabilimenti meccanici di maggiori dimensioni.

L'industria estrattiva comprendeva miniere e attività di lavorazione dei minerali distribuite nelle diverse province dello Stato. Nel 1835 il complesso delle attività estrattive occupava circa 20 000 addetti.

Anche l'industria cartaria aveva raggiunto una diffusione considerevole: nel solo Piemonte erano censite quaranta cartiere, alle quali se ne aggiungevano quattro in Savoia e cinquanta in Liguria. Fra le altre attività manifatturiere figuravano la raffineria di zucchero di Carignano, le manifatture di specchi e cristalli di Domodossola e della Savoia, le filature meccaniche di cotone e quelle di seta diffuse in Piemonte, Liguria e Savoia, la fabbrica d'armi di Torino e circa un centinaio di lanifici.

A partire dagli anni quaranta si manifestarono più chiaramente i primi elementi di una moderna industrializzazione, particolarmente nell'area genovese. Lo sviluppo delle infrastrutture ferroviarie contribuì a creare una crescente domanda di materiale meccanico e ferroviario. Nel 1846 ebbe inizio la costruzione della ferrovia Torino-Genova, completata nel 1853, che ridusse considerevolmente i tempi e i costi dei collegamenti fra il principale porto dello Stato e il Piemonte.

Industria meccanica e Ansaldo

Un ruolo particolarmente importante nello sviluppo della moderna industria meccanica fu assunto da Genova e dai centri del suo immediato circondario. Nel 1846 l'ingegnere britannico Philip Taylor e l'imprenditore Fortunato Prandi fondarono a Sampierdarena lo stabilimento meccanico Taylor & Prandi, realizzato anche grazie al sostegno finanziario del governo sabaudo. L'impresa, destinata principalmente alla costruzione di materiale ferroviario e macchinari, incontrò tuttavia gravi difficoltà economiche e fu infine ceduta allo Stato.

Nel 1852 lo stabilimento fu rilevato da una nuova compagine imprenditoriale formata da Giovanni Ansaldo, Carlo Bombrini, Raffaele Rubattino e Giacomo Filippo Penco. Dall'operazione nacque nel 1853 la società in accomandita semplice Gio. Ansaldo & C., della quale Giovanni Ansaldo assunse la direzione.

La società nacque principalmente per la costruzione e la riparazione di materiale ferroviario, in un settore nel quale lo Stato dipendeva ancora in larga misura dalle importazioni straniere. Lo stabilimento di Sampierdarena occupava circa duecento operai nel 1853 e superò i settecentocinquanta nel 1857, diventando in pochi anni una delle maggiori imprese industriali dello Stato sabaudo.

Nel 1854 le officine produssero la locomotiva Sampierdarena, una delle prime locomotive progettate e costruite interamente in Italia. L'Ansaldo divenne così uno dei principali nuclei della nascente industria metalmeccanica italiana, inizialmente concentrandosi soprattutto sulle locomotive, sul materiale ferroviario e sulle costruzioni meccaniche.

Cantieristica navale

Genova, principale porto dello Stato dopo l'incorporazione della Liguria, ospitava anche importanti attività cantieristiche. Fra queste figurava il Cantiere della Foce, le cui origini erano precedenti all'annessione della Liguria agli Stati sabaudi.

Il cantiere aveva conosciuto un primo significativo sviluppo durante la Repubblica Ligure e il successivo periodo napoleonico. Il 16 novembre 1804 vi furono varate la fregata L'Incorruptible e il brick Le Cyclope, seguiti nel marzo 1805 dalla fregata La Pomone.

Dopo l'incorporazione della Liguria nei domini sabaudi il cantiere entrò in una nuova fase di sviluppo. La disponibilità del porto di Genova modificò infatti profondamente la posizione marittima dello Stato, che fino ad allora aveva disposto sulla terraferma soprattutto degli approdi della Contea di Nizza. Genova divenne la principale base della marina sabauda e il cantiere della Foce fu utilizzato anche per la costruzione di unità militari.

Lo stabilimento fu ampliato occupando parte dell'area dell'antico lazzaretto e raggiunse una superficie di circa 70 000 m² sulla sponda sinistra della foce del Bisagno. Di proprietà municipale, fu affidato nel corso del XIX secolo a diversi imprenditori, fra i quali i fratelli Westermann e successivamente i fratelli Orlando.

L'attività dei fratelli Orlando appartiene tuttavia prevalentemente alla fase successiva alla proclamazione del Regno d'Italia: nel 1862, quando il Regno di Sardegna aveva già cessato di esistere, nel cantiere fu impostato l'avviso a elica Vedetta, varato nel 1866. Per tale ragione questo episodio, pur significativo nella successiva evoluzione della cantieristica italiana, non rientra propriamente nella storia economica del Regno di Sardegna.

Società

La società del Regno di Sardegna presentava caratteristiche notevolmente differenti fra le diverse regioni che componevano lo Stato. Alla popolazione prevalentemente rurale delle campagne piemontesi, sarde e savoiarde si affiancavano importanti centri urbani e commerciali, fra i quali soprattutto Torino e Genova. Nel corso della prima metà del XIX secolo, e in particolare dopo le riforme degli anni quaranta, lo sviluppo dell'amministrazione pubblica, dell'istruzione e delle attività commerciali e industriali contribuì alla crescita dei ceti borghesi e delle professioni liberali.

Le trasformazioni istituzionali seguite allo Statuto Albertino interessarono anche l'accesso ai diritti civili e politici. Con le regie lettere patenti del 17 febbraio 1848 Carlo Alberto di Savoia riconobbe ai valdesi i diritti civili e politici e il diritto di frequentare le scuole e le università e di conseguire i gradi accademici. Analoghi provvedimenti adottati nelle settimane successive estesero l'emancipazione civile agli ebrei.

Istruzione

L'organizzazione dell'istruzione conobbe una profonda trasformazione durante gli ultimi decenni di esistenza del Regno. Alla rete scolastica formatasi precedentemente alle riforme costituzionali si sovrappose, soprattutto dopo il 1848, una crescente attività dello Stato nel governo e nell'organizzazione dell'insegnamento, culminata nella legge Casati del 13 novembre 1859.

Istruzione primaria

Nella prima metà del XIX secolo scuole elementari maschili erano presenti in quasi tutti i comuni dello Stato. Meno sviluppata risultava invece l'istruzione primaria femminile, affidata in misura considerevole a istituzioni e conservatori religiosi.

La situazione dell'istruzione popolare rimaneva tuttavia fortemente differenziata fra i territori e dipendeva anche dalle capacità finanziarie delle amministrazioni locali. Una riorganizzazione complessiva fu avviata con la legislazione scolastica del 1848 e completata, alla vigilia dell'unificazione italiana, dalla legge 13 novembre 1859, n. 3725, che articolò l'istruzione elementare in due gradi, inferiore e superiore. Il grado inferiore comprendeva l'insegnamento religioso, la lettura, la scrittura, l'aritmetica elementare, la lingua italiana e nozioni sul sistema metrico; quello superiore aggiungeva, fra le altre materie, composizione, calligrafia, tenuta dei libri, geografia, storia nazionale e nozioni di scienze fisiche e naturali.

La legge prevedeva la gratuità dell'istruzione elementare e poneva la gestione delle scuole primarie principalmente a carico dei comuni; il primo grado elementare era obbligatorio. Nei comuni con più di 4 000 abitanti e in quelli nei quali esistevano istituti di istruzione secondaria doveva inoltre essere istituita la scuola elementare superiore.

Istruzione secondaria

La rete dell'istruzione secondaria maschile era relativamente estesa già prima delle riforme del 1848. Nel 1840 erano presenti nel Regno 286 istituti maschili, comprendenti collegi reali, collegi comunali, scuole di latinità inferiore, convitti e pensionati; soltanto 23 di questi erano diretti da corporazioni religiose. In rapporto alla popolazione, secondo Matteo Bianchi, ciò rendeva il Regno di Sardegna lo Stato italiano preunitario con la maggiore densità di istituti di istruzione secondaria.

Molto diversa era la situazione dell'istruzione secondaria femminile, sostanzialmente affidata alle congregazioni religiose. Bianchi censiva quindici istituti delle Suore di San Giuseppe, otto delle Salesiane, sei delle Suore di Carità, sei delle Suore Bigie, tre delle Orsoline, due delle Dame del Sacro Cuore di Gesù e due delle Dame Pie.

Una prima importante riorganizzazione dell'intero sistema fu realizzata durante il regno di Carlo Alberto con la cosiddetta legge Boncompagni, promulgata il 4 ottobre 1848. Il provvedimento sottopose l'amministrazione dell'istruzione pubblica alla direzione del Ministero della pubblica istruzione, assistito da un Consiglio superiore, e intervenne sull'organizzazione delle scuole primarie, secondarie e universitarie.

La riforma Boncompagni non introdusse tuttavia né la gratuità né l'obbligatorietà generale dell'istruzione elementare e lasciò ai comuni una parte considerevole degli oneri finanziari. Parallelamente furono istituiti corsi destinati agli studenti che non seguivano il tradizionale percorso classico, anticipando lo sviluppo dell'istruzione tecnica.

Il processo di riforma culminò nella legge 13 novembre 1859, n. 3725, emanata da Vittorio Emanuele II su proposta del ministro della pubblica istruzione Gabrio Casati. Il nuovo ordinamento disciplinò organicamente l'amministrazione scolastica, l'istruzione superiore, quella secondaria classica, quella tecnica e quella elementare, costituendo successivamente la base dell'organizzazione scolastica del Regno d'Italia.

Università e istruzione superiore

Il principale centro universitario dello Stato era l'Università degli Studi di Torino, alla quale erano collegati istituti scientifici e culturali quali musei di fisica, storia naturale e archeologia, l'orto botanico, l'osservatorio astronomico e una vasta biblioteca.

Accanto all'ateneo torinese operavano l'Università degli Studi di Cagliari, l'Università degli Studi di Sassari e l'Università degli Studi di Genova. Quest'ultima, già esistente sotto precedenti ordinamenti, fu inserita nel sistema universitario sabaudo dopo l'annessione della Liguria: è pertanto improprio affermare che fosse stata «fondata» dopo l'unione della Liguria agli Stati sabaudi.

Esistevano inoltre scuole universitarie secondarie nelle quali era possibile frequentare parte dei corsi delle facoltà, soprattutto di medicina e diritto. Tali istituzioni erano presenti a Chambéry, Asti, Mondovì, Nizza, Novara, Saluzzo e Vercelli.

La struttura dell'istruzione superiore fu più volte modificata negli ultimi anni del Regno. La legge Casati del 1859 riconobbe nell'ordinamento riformato quattro università statali — Torino, Pavia, Genova e Cagliari — alle quali si affiancavano l'Accademia scientifico-letteraria di Milano e l'Istituto superiore di Chambéry.

L'Università di Sassari, pur appartenendo alla tradizione universitaria del Regno e attiva durante gran parte del periodo sabaudo, fu interessata dalle riorganizzazioni dell'istruzione superiore della seconda metà degli anni cinquanta e non figurò quindi fra le quattro università previste dal nuovo ordinamento del 1859.

Istituti militari e scuole speciali

Accanto all'istruzione ordinaria esisteva una rete di istituti destinati alla formazione militare, tecnica e professionale. Fra questi figuravano la Regia Accademia Militare di Torino, destinata alla formazione degli ufficiali, la Scuola d'Equitazione di Venaria Reale e le scuole nautiche di Genova, Savona e La Spezia.

La crescente importanza attribuita alla preparazione tecnica nella fase finale del Regno si collegava alle trasformazioni economiche in corso, all'espansione della rete ferroviaria e allo sviluppo dell'industria meccanica. Le riforme avviate nel 1848 introdussero percorsi alternativi all'istruzione classica e prepararono il terreno all'organizzazione dell'istruzione tecnica stabilita dalla legge Casati.

Note

  1. ↑ Regno di Sardegna, Codice di procedura civile per gli Stati di S. M. il Re di Sardegna, Torino, Stamperia Reale, 1859. Ospitato su Google Libri.
  2. ↑ Annuario militare ufficiale dello Stato sardo. Ospitato su Google Libri.
  3. ↑ Atti costitutivi dell'Unità d'Italia (PDF), su Archivio di Diritto e Storia Costituzionali, Università degli Studi di Torino. URL consultato il 27 agosto 2026.
  4. ↑ Sono altresì riscontrabili denominazioni quali Regno costituzionale di S. M. Sarda, Monarchia di Casa Savoia/Monarchia costituzionale di Casa Savoia oppure Monarchia costituzionale del Re Vittorio Emanuele II.
  5. ↑ L'italiano era diventata lingua ufficiale nella parte subalpina degli Stati sardi di terraferma in seguito all'editto di Rivoli del 1561 (che viceversa aveva sancito quale lingua ufficiale il francese per la parte franco-provenzale), mentre in Sardegna lo è diventato nel 1760
  6. ↑ The phonology of Campidanian Sardinian : a unitary account of a self-organizing structure, Roberto Bolognesi, The Hague : Holland Academic Graphics
  7. ↑ S'italianu in Sardìnnia , Amos Cardia, Iskra Edizioni, 2006
  8. ↑ Lo Statuto Albertino del 1848, all'articolo 62, recita: "La lingua italiana è la lingua ufficiale delle Camere. È però facoltativo di servirsi della francese ai membri che appartengono ai paesi in cui questa è in uso e in risposta ai medesimi". Questo articolo, al tempo, fu così commentato: Parlandosi nella maggior parte degli Stati sardi la lingua italiana, era naturale che questa dovesse essere la lingua officiale. Essendovi però in alcune provincie in uso la lingua francese, lo Statuto per facilitare ai membri delle Camere che ad esse appartengono la libera espressione delle loro opinioni ha autorizzato in loro favore anche l'uso della lingua francese. Stante però la dichiarazione della lingua italiana come lingua officiale, tutte le comunicazioni officiali del governo devono esser fatte in lingua italiana. Peverelli (1849), p. 128
  9. ↑ Aldo Alessandro Mola, Storia della monarchia in Italia, Milano, Bompiani, 2002, ISBN 88-452-5294-9., p. 340
  10. ↑ Paolo Colombo, Storia costituzionale della monarchia italiana, Roma-Bari, Editori Laterza, 2001, ISBN 9788842063414.
  11. ↑ Il sistema di governo non giunse mai a configurarsi come una vera e propria monarchia parlamentare. Il Re mantenne infatti ampie ed effettive prerogative, tra cui:
    • designare i ministri della guerra e degli esteri;
    • influenza nella politica estera del governo;
    • nomina di esecutivi privi dell'appoggio parlamentare ("Governi del Re").
  12. ↑ ex art. 1 Statuto Albertino
  13. ↑ Castiglioni, 1862, p. 286
  14. ↑ Alice Raviola Blythe, Il Piemonte sabaudo. Dal ducato transalpino all'Unità. Gli antichi stati italiani, Il Mulino, 2025.
  15. ↑ Silvio Bertoldi, Il re che tentò di fare l'Italia. Vita di Carlo Alberto di Savoia, Milano, Rizzoli, 2000, p. 233.
  16. ↑ Bianchi, Merlotti, 2017, cap. Introduzione: ««Stati sabaudi» [...] fu l'espressione con cui gli stessi sovrani definirono i propri domini sino al 1848. Solo allora, con lo Statuto, si ebbe il passaggio da «Stati» a «Stato»».
  17. ↑ Legge 17 marzo 1861, n. 4671 (PDF), su senato.it. URL consultato il 29 giugno 2026. pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia Parte 1 n. 68 del 18-03-1861, su gazzettaufficiale.it. URL consultato il 29 giugno 2026.
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Bibliografia

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