Giacomo Leopardi

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Giacomo Leopardi
Domenico Morelli, Ritratto di Giacomo Leopardi, 1842-1845, ritenuto dai conoscenti come il più fedele all'aspetto fisico del poeta, basato sulla maschera mortuaria e sul disegno di Leopardi morente, 1837, opere di Angelini, e sulle descrizioni precise di Antonio e Paolina Ranieri; olio su tela, Recanati, Centro Nazionale di Studi Leopardiani
Nobile dei conti Leopardi
Stemma
Stemma
Nome completoGiacomo Taldegardo Francesco Salesio Saverio Pietro Leopardi
NascitaRecanati, 29 giugno 1798
MorteNapoli, 14 giugno 1837 (38 anni)
Luogo di sepolturaParco Vergiliano a Piedigrotta
DinastiaLeopardi
PadreMonaldo Leopardi
MadreAdelaide Antici
Firma

Giacomo Taldegardo Francesco Salesio Saverio Pietro Leopardi (Recanati, 29 giugno 1798 – Napoli, 14 giugno 1837) è stato un poeta, filosofo, scrittore e filologo italiano.

Stanislao Ferrazzi, Ritratto di Giacomo Leopardi, con l'aspetto che aveva intorno al 1820 circa (secondo Roberto Tanoni intorno al 1825-26) eseguito postumo in diverse copie nel 1896-1897, a volte ritenuto erroneamente coevo e attribuito a tale A. Ferrazzi o anche al figlio di Stanislao, Ferruccio Ferrazzi, collaboratore del padre. È basato sul ritratto di Luigi Lolli del 1826, inciso su rame da Gaetano Guadagnini nel 1830. Olio su tela, Recanati, Palazzo Leopardi.
Ritratto postumo di Leopardi eseguito da Giovanni Gallucci, 1860 circa, copia in olio su tela del ritratto di Lolli del 1826 (periodo bolognese), unico ritratto coevo eseguito dal vivo. Museo Civico di Recanati, donazione di Teresa Teja moglie di Carlo Leopardi.

È ritenuto tra i maggiori poeti italiani dell'Ottocento e una delle più importanti figure della letteratura mondiale, nonché uno dei principali esponenti del romanticismo letterario e tra i precursori dell'esistenzialismo. La profondità della sua riflessione sull'esistenza e sulla condizione umana — di ispirazione sensista, materialista e anti-idealista — ne fa anche un filosofo di spessore. La qualità lirica della sua poesia lo ha reso un protagonista centrale nel panorama letterario e culturale internazionale, con ricadute che vanno molto oltre la sua epoca.

Leopardi, intellettuale dalla vastissima cultura, fu inizialmente sostenitore del classicismo, ispirato alla concezione del Monti e alle opere dell'antichità greco-romana, ammirata tramite le letture e le traduzioni di Mosco, Lucrezio, Epitteto, Luciano e altri; approdò al Romanticismo dopo la scoperta dei poeti romantici e preromantici europei, quali Byron, Goethe, Chateaubriand, Foscolo, Alfieri, divenendone un esponente principale, pur non volendo mai definirsi romantico ma sempre classicista, pur riprendendo elementi ideologici sia dal barocco che dalla filosofia del Vico. Le sue posizioni filosofiche materialistiche, derivate invece principalmente dall'Illuminismo, ma sviluppatesi successivamente in un compiuto sistema filosofico e poetico, si formarono invece sulla lettura di filosofi come il barone d'Holbach, Verri, Voltaire e Condillac, a cui egli unisce però il proprio pessimismo, originariamente probabile effetto di una grave patologia che lo affliggeva. Morì nel 1837 poco prima di compiere 39 anni, di edema polmonare o scompenso cardiaco, durante la grande epidemia di colera a Napoli.

Il dibattito sull'opera leopardiana a partire dal Novecento, specialmente in relazione al pensiero degli anni trenta e cinquanta del Novecento, ha portato gli esegeti ad approfondire l'analisi filosofica dei contenuti e significati dei suoi testi; per quanto resi specialmente nelle opere in prosa, essi trovano precise corrispondenze a livello lirico in una linea unitaria di atteggiamento esistenziale: riflessione filosofica ed empito poetico fanno sì che Leopardi, al pari di Blaise Pascal, Schopenhauer (con il cui pensiero e filosofia della vita sono state rilevate forti analogie), Kierkegaard, Nietzsche e più tardi di Kafka, possa essere visto come un esistenzialista o almeno un precursore dell'esistenzialismo, oltre che avvicinato al nichilismo.

Biografia

Infanzia

I genitori di Giacomo: la contessa Adelaide dei marchesi Antici e il conte Monaldo Leopardi

Nacque il 29 giugno 1798 a Recanati, nello Stato pontificio (oggi in provincia di Macerata, nelle Marche), in quel periodo sotto l'amministrazione della Repubblica Romana nata dall'occupazione francese napoleonica, primo dei dieci figli di una delle più nobili famiglie del paese. Quelli che arrivarono all'età adulta, oltre a Giacomo, furono Carlo (1799-1878), Paolina (1800-1869), Luigi (1804-1828, unico non vivente alla morte di Giacomo) e Pierfrancesco (1813-1851). Il padre, conte Monaldo, figlio del conte Giacomo e di Virginia dei marchesi Mosca, nobili di Pesaro, era un reazionario amante degli studi; la madre, la nobildonna Adelaide Antici, era una donna energica, molto religiosa fino alla superstizione, legata alle convenzioni sociali e a un concetto profondo di dignità della famiglia, motivo di sofferenza per il giovane Giacomo che non ricevette tutto l'affetto di cui sentiva il bisogno. I genitori erano cugini fra di loro.

In conseguenza di alcune speculazioni azzardate fatte dal marito, la contessa Adelaide prese in mano un patrimonio familiare fortemente indebitato, riuscendo a rimetterlo in sesto solo grazie a una rigida economia domestica. La rigidità della madre, i sacrifici economici e i pregiudizi nobiliari pesarono sul giovane Giacomo, che fino al termine dell'infanzia crebbe comunque allegro, giocando volentieri con i suoi fratelli, soprattutto con Carlo e Paolina che erano più vicini a lui d'età e che amava intrattenere con racconti ricchi di fervida fantasia.

Destinato dal padre alla carriera ecclesiastica per la sua fragile salute, rifiuterà di intraprendere questa strada, mantenendo il maggiorascato come primogenito. Durante la sua vita Leopardi usò talvolta il titolo di cortesia di conte, anche se il titolo nobiliare era ancora detenuto dal padre, e fu concesso, in seguito alla morte di Giacomo e alla perdita del maggiorascato di Carlo, ereditato da Giacomo ma revocatogli dal padre per aver contratto un matrimonio sgradito alla famiglia, solo nel 1837 al fratello Pierfrancesco (che succederà ufficialmente a Monaldo come conte di San Leopardo solo nel 1847).

Formazione giovanile

La casa natale, Palazzo Leopardi

Ricevette la prima educazione, come da tradizione familiare, da due precettori ecclesiastici, il gesuita don Giuseppe Torres fino al 1808 e l'abate don Sebastiano Sanchini fino al 1812, che influirono sulla sua prima formazione con metodi improntati alla scuola gesuitica. Tali metodi erano incentrati non solo sullo studio del latino, della teologia e della filosofia, ma anche su una formazione scientifica di buon livello contenutistico e metodologico. Nel Museo leopardiano a Recanati è conservato, infatti, il frontespizio di un trattatello sulla chimica, da lui composto insieme al fratello Carlo. I momenti significativi delle sue attività di studio, che si svolgono all'interno del nucleo familiare, sono da rintracciare nei saggi finali, nei componimenti letterari da donare al padre in occasione delle feste natalizie, la stesura di quaderni molto ordinati e accurati e qualche composizione di carattere religioso da recitare in occasione della riunione della Congregazione dei nobili.

Il ruolo avuto dai precettori non impedì, comunque, al giovane Leopardi di intraprendere un suo personale percorso di studi avvalendosi della biblioteca paterna molto fornita (oltre ventimila volumi) e di altre biblioteche recanatesi, come quella degli Antici, dei Roberti e probabilmente da quella di Giuseppe Antonio Vogel, letterato alsaziano esule in Italia in seguito alla Rivoluzione francese giunto a Recanati tra il 1806 e il 1809 come membro onorario della cattedrale della cittadina. Nel 1809 il giovane Giacomo compone il sonetto ispirato all'Iliade intitolato La morte di Ettore che, come lui stesso scrive nell'Indice delle produzioni di me Giacomo Leopardi dall'anno 1809 in poi, è da considerarsi la sua prima composizione poetica. Da questi anni ha inizio la produzione di tutti quegli scritti chiamati "puerili".

Produzione dei "puerili"

Puerili e abbozzi vari

Il corpus delle opere cosiddette "puerili" dimostra come il giovane Leopardi sapesse scrivere in latino sin dall'età di nove-dieci anni e padroneggiare i metodi di versificazione italiana in voga nel Settecento, come la metrica barbara di Fantoni, oltre ad avere una passione per le burle in versi dirette al precettore e ai fratelli.

Nel 1810 iniziò lo studio della filosofia e due anni dopo, come sintesi della sua formazione giovanile, scrisse le Dissertazioni filosofiche che riguardano argomenti di logica, filosofia, morale, fisica teorica e sperimentale (astronomia, gravitazione, idrodinamica, teoria dell'elettricità, eccetera). Tra queste si ricorda la Dissertazione sopra l'anima delle bestie. Nel 1812, con la presentazione pubblica del suo saggio di studi che discusse davanti a esaminatori di vari ordini religiosi e al vescovo, si può far concludere il periodo della sua prima formazione, che è soprattutto di tipo sei-settecentesco ed evidenzia l'amore per l'erudizione oltre che uno spiccato gusto arcadico.

Formazione personale

Primi due volumi di Opere

Dal 1809 al 1816 Leopardi si immerse totalmente in uno "studio matto e disperatissimo", espressione da lui stesso coniata, che assorbì tutte le sue energie e che avrebbe recato gravi danni alla sua salute.

Apprese perfettamente il latino (sebbene si considerasse sempre "poco inclinato a tradurre" da questa lingua in italiano) e, senza l'aiuto di maestri, il greco antico. Seppure in modo più sommario apprese anche altre lingue: l'ebraico, il francese, l'inglese, lo spagnolo e il tedesco (nello Zibaldone si trovano inoltre cenni ad altre lingue antiche, come il sanscrito). Nel frattempo, nel 1812 cessa la formazione dell'abate Sanchini, il quale ritenne inutile continuare la formazione del giovane che ne sapeva ormai più di lui. Risalgono a questi anni la Storia dell'astronomia del 1813, il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi del 1815, diversi discorsi su scrittori classici, alcune traduzioni poetiche, alcuni versi e tre tragedie, mai rappresentate durante la sua vita, La virtù indiana, Pompeo in Egitto e Maria Antonietta (rimasta incompiuta).

Per quanto riguarda la compilazione della Storia dell'astronomia Leopardi si avvalse di numerose fonti: il testo di base fu sicuramente la Storia dell’astronomia di Bailly, ridotta in compendio dal signor Francesco Milizia, a partire dalle Histoires del celebre astronomo francese Jean Sylvain Bailly. L'opera, pubblicata nel 1791, terminava con la scoperta del pianeta Urano da parte di Herschel. Invece, il lavoro di Leopardi presenta ulteriori aggiornamenti, come ad esempio la scoperta di Cerere, Pallade, Giunone e della cometa del 1811. Per l'elaborazione del suo testo, Leopardi fece uso anche dell'Abrégé d’astronomie di Jérôme Lalande (presente nella biblioteca di casa Leopardi nell’edizione del 1775), del Dictionnaire de Physique di Aimé-Henri Paulian e delle storie di matematica inserite nel Tacquet e nel Wolff. Inoltre Leopardi adoperò diverse opere generali come la Storia della letteratura italiana di Girolamo Tiraboschi, gli Scrittori d’Italia di Mazzuchelli e varie raccolte biografiche di alcuni ordini religiosi: Wadding per i francescani, Quétif e Échard per i domenicani e così via. L'elenco di questi testi dimostra l’erudizione raggiunta dal giovane Leopardi. Nella Storia dell'astronomia Leopardi lasciò anche trasparire i limiti del suo interesse per la matematica. Nulla, probabilmente, sapeva a proposito dei logaritmi (ai quali invece il Bailly-Milizia aveva dedicato due pagine illustratrici) e sull'argomento si limitò a scrivere che «Enrico Briggs (…) avendo udita la invenzione de' logaritmi fatta da Giovanni Neper» aveva pubblicato un’opera al riguardo. Probabilmente, infatti, Leopardi non studiò mai i logaritmi, così come si arrestò alla geometria cartesiana e al calcolo differenziale.

Iniziò nello stesso periodo anche le prime pubblicazioni e lavorò alle traduzioni dal latino e dal greco, dimostrando sempre di più il suo interesse per l'attività filologica. Le traduzioni erano spesso corredate da discorsi introduttivi e note: si ricordano gli Scherzi epigrammatici, tradotti dal greco nel 1814 e pubblicati in occasione delle nozze Santacroce-Torre dalla Tipografia Frattini di Recanati nel 1816, la Batracomiomachia nel 1815 e pubblicata su Lo Spettatore italiano il 30 novembre 1816, gli idilli di Mosco, il Saggio di traduzioni dell'Odissea, la Traduzione del libro secondo dell'Eneide, il Moretum (un poemetto pseudo-virgiliano), e la Titanomachia di Esiodo, pubblicata su «Lo Spettatore italiano» il 1º giugno 1817.

Nello stesso anno aveva di fatto esordito come poeta, pubblicando, sempre sulle pagine de Lo Spettatore Italiano, un giovanile Inno a Nettuno, e due odi greche corredate di traduzione latina; il giovane Leopardi presentò le opere come tratte dai lacerti di un manoscritto del XIV secolo, segnalatogli da un amico romano, che gli avrebbe inviato i testi, corredandoli delle traduzioni latine delle due odi (l'Inno a Nettuno era invece presentato come versione italiana dello stesso Leopardi sulla base del testo greco, di cui vengono stampati solo il primo e l'ultimo verso). Si trattava di un gioco di finzione letteraria (essendo Leopardi autore di tutti e tre i testi), analogo a quello del Foscolo con Le grazie negli stessi anni.

Conversione letteraria: dall'erudizione al bello

Tra il 1815 e il 1816 si avverte in Leopardi un forte cambiamento, frutto di una profonda crisi spirituale, che lo porterà ad abbandonare l'erudizione per dedicarsi alla poesia. Egli si rivolge, pertanto, ai classici non più come ad arido materiale adatto a considerazioni filologiche, ma come a modelli di poesia da studiare. Seguiranno le letture di autori moderni come Alfieri (letta la vita, compilò nel 1817 il sonetto Letta la vita scritta da esso che toccava i temi della gloria e della fama, e lo ricorderà in seguito in una strofa della canzone Ad Angelo Mai del 1820), Parini, Foscolo (che ispirerà con Petrarca le canzoni All'Italia e Sopra il monumento di Dante, e due Operette), e Vincenzo Monti, che serviranno a maturare la sua sensibilità romantica, pur continuando a dirsi classicista. Ben presto egli legge I dolori del giovane Werther di Goethe, le opere di Chateaubriand, di Byron, di Madame de Staël, forse di Shelley. In questo modo Leopardi inizia a liberarsi dall'educazione paterna accademica e sterile, a rendersi conto della ristrettezza della cultura recanatese e a porre le basi per liberarsi dai condizionamenti familiari. Appartengono a questo periodo alcune poesie significative come Le Rimembranze, L'appressamento della morte e l'Inno a Nettuno, nonché la celebre e non pubblicata Lettera ai Sigg. compilatori della Biblioteca Italiana, indirizzata nel luglio 1816 ai redattori della rivista milanese, in risposta alla lettera Sulla maniera e utilità delle traduzioni di Madame de Staël, apparsa sul primo numero, nel gennaio dello stesso anno.

Problemi di salute

La biblioteca di Casa Leopardi

Nel 1814-1816 Leopardi fu colpito da alcuni seri problemi fisici di tipo reumatico, disagi psicologici che egli attribuì almeno in parte — come la presunta scoliosi — all'eccessivo studio, isolamento e immobilità in posizioni scomode delle lunghe giornate passate nella biblioteca di Monaldo.

«Mi sono rovinato infelicemente e senza rimedio per tutta la vita, e rendutomi l'aspetto miserabile e dispregevolissima tutta quella gran parte dell’uomo, che è la sola a cui guardino i più.»

La malattia esordì con infezione delle vie urinarie, polmonite e febbre, e in seguito gli causò la deviazione della spina dorsale (da cui la doppia "gobba"), con dolore e conseguenti problemi cardiaci, circolatori, gastrointestinali e respiratori (asma e tosse), una crescita stentata, problemi neurologici alle gambe (parestesia con freddo intenso), alle braccia e alla vista, disturbi disparati e stanchezza continua; nel 1816 Leopardi era convinto di essere sul punto di morire. Un'altra malattia di Leopardi fu un forte disturbo della vista, che causò il parziale abbandono dei suoi studi intensi. Tutti questi sintomi sono descritti nelle lettere e nel testo pubblicato da Antonio Ranieri ma se ne trova traccia anche nell'autobiografia postuma del padre. Alcuni di questi sintomi, come il disturbo visivo e i problemi intestinali e respiratori, presentarono sempre un andamento recidivante-remittente.

Il marchese Filippo Solari di Loreto scrive poco dopo a Monaldo Leopardi:

«L'ho lasciato sano e dritto, lo trovo dopo cinque anni consunto e scontorto, con avanti e dietro qualcosa di veramente orribile.»

Egli stesso si ispira a questi seri problemi di salute, di cui parlerà anche a Pietro Giordani, per la lunga cantica L'appressamento della morte ("frequenti mi occorrono febbri maligne, catarri e sputi di sangue") e, anni dopo, per Le ricordanze, in cui ripensa a questo e definisce la sua malattia come un "cieco malor", cioè un male di non chiara origine, che gli fa pensare al suicidio assieme all'angusto ambiente:

«Mi sedetti colà su la fontana / Pensoso di cessar dentro quell'acque / La speme e il dolor mio. Poscia, per cieco / Malor, condotto della vita in forse, / Piansi la bella giovanezza, e il fiore / De' miei poveri dì, che sì per tempo / Cadeva…»

L'ipotesi più accreditata per lungo tempo (diffusa già nel XIX secolo e sostenuta da medici di Recanati e da Pietro Citati) è che Leopardi soffrisse della malattia di Pott (gli studiosi scartano la diagnosi dell'epoca, più volte riproposta anche nel Novecento, di una normale scoliosi dell'età evolutiva, nonché quella del rachitismo), cioè tubercolosi ossea o spondilite tubercolare; mentre secondo una diagnosi retrospettiva più recente avrebbe sofferto di spondilite anchilosante giovanile (secondo Erik P. Sganzerla), una sindrome reumatica autoimmune (artrite) - spesso seguente (in soggetti geneticamente predisposti) a infezione respiratoria polmonare, come quella descritta da Leopardi stesso nell'Appressamento e nelle lettere o a infezione urinaria di cui parla Monaldo - che porta a una progressiva ossificazione dei legamenti vertebrali con deformazione, rigidità del rachide e compressione della gabbia toracica, e una serie di sintomi sistemici extrarticolari (irite, colite ulcerosa, aortite e fibrosi polmonare). La salute malferma fu un tratto famigliare: la maggioranza dei fratelli (sei su undici figli) morì in età infantile, così come le due figlie di Carlo, il fratello Pierfrancesco a 38 anni, il fratello Luigi a 24, la zia Ferdinanda (sorella di Monaldo) a 45, il nonno Giacomo a 40, il discendente indiretto Giacomo figlio di Ettore a 26, e diversi altri.

Nel decennio seguente l'apparire dei disturbi, alcuni medici fiorentini, come altri medici consultati in gioventù, a parte la deformità fisica asseriranno — probabilmente in maniera erronea — che numerosi disturbi del Leopardi erano dovuti a nevrastenia di origine psicologica (sempre in questo periodo comincia a soffrire di malinconia, presunte crisi depressive che taluni attribuiscono all'impatto psicologico della malattia fisica e all'isolamento sociale), come lui stesso a tratti sostenne, anche contro il parere di numerosi dottori.

«Ma io non aveva appena vent’anni, quando da quella infermità di nervi e di viscere, che privandomi della mia vita, non mi dà speranza della morte, quel mio solo bene mi fu ridotto a meno che a mezzo; poi, due anni prima dei trenta, mi è stato tolto del tutto, e credo oramai per sempre.»

Secondo il neurologo Sganzerla, propositore della tesi sulla spondilite al posto della tubercolosi, Leopardi non mostrava invece alcun segno di "depressione psicotica", sfatando il mito sostenuto da Citati e dai lombrosiani come Patrizi e Sergi.

Queste patologie comunque, se non condizionarono il suo pensiero in maniera diretta (come ribadito spesso da Leopardi), influenzarono comunque il suo pessimismo filosofico e lo spinsero a indagare le cause della sofferenza umana e il significato della vita da una prospettiva originale, divenendo, come affermato dal critico Sebastiano Timpanaro, "un formidabile strumento conoscitivo".

Aspetto e personalità

Busto di Giacomo Leopardi op. 1 o delle "Rimembranze", uno dei due busti (l'altro è detto "della Ginestra") del poeta di Michele Tripisciano (1898), realizzato sul modello della statua monumentale di Recanati (volto ricavato dalla maschera mortuaria), ed esposto nel museo Tripisciano di Caltanissetta

Secondo Antonio Ranieri, Leopardi "fu di statura mediocre, chinata ed esile di colore bianco che volgeva al pallido, di testa grossa, di fronte quadra e larga, d’occhi cilesti e languidi, di naso profilato, di lineamenti delicatissimi" e nel Sodalizio lo descrive con "ampissima fronte"; sugli occhi celeste chiaro, tratto degli Antici, sull'assenza di barba a parte le basette, e sulla somiglianza fisica e caratteriale con la zia Ferdinanda Leopardi Melchiorri (1777-1822), con cui ebbe una lunga affettuosa corrispondenza, insistono altre descrizioni. Il dottor Cioni, medico curante a Recanati ed amico della famiglia Leopardi, che accompagnò il poeta in un viaggio a Firenze e Pisa lo descrisse come "esile, pallido, gobbo avanti e dietro, parea un tisico". Lo stesso Leopardi descrive la sua gobba come "un baule, pesante e greve, che mi porto sulle spalle".

Il passaporto pontificio del 1819 lo descrive così:

«Età 21 anni. Statura piccola. Capelli neri. Sopracciglia nere. Occhi cerulei. Naso ordinario. Bocca regolare. Mento simile. Carnagione pallida. Professione possidente.»

Giacomo Leopardi aveva un carattere concentrato, meditativo, ironico e profondamente sensibile, segnato da una forte tensione tra il bisogno d'amore, come reazione all'anafettività e rigidità materna, e di illusioni, e una lucidità intellettuale spietata. Contrariamente all'immagine stereotipata del poeta solo, cupo e vittimista, Leopardi possedeva un'ironia sottile e tagliente (ben visibile nelle Operette morali), a volte un feroce sarcasmo che emerge ad esempio nelle lettere e nelle opere satiriche, che usava come filtro e difesa contro la noia, le delusioni e la sofferenza quotidiana, pur essendo definito da tutti come solitamente gentile nei modi. Pur apparendo schivo e riservato, legò profondamente con diverse persone ed ebbe molte amicizie. Secondo Francesco De Sanctis «parlava gentile e modesto», con voce che, ricorda Ranieri, divenne negli ultimi anni debole a causa della salute compromessa.

Conversione filosofica: dal bello al vero

Dopo il primo passo verso il distacco dall'ambiente giovanile e con la maturazione di una nuova ideologia e sensibilità che lo portò a scoprire il bello in senso non arcaico, ma neoclassico, si annuncia nel 1819 quel passaggio dalla poesia di immaginazione degli antichi alla poesia sentimentale che il poeta definì l'unica ricca di riflessioni e convincimenti filosofici.

Mutamenti profondi del 1817 e "teoria del piacere"

Il 1817 fu per Leopardi, che giunto alle soglie dei diciannove anni aveva avvertito, in tutta la sua intensità, il peso dei suoi mali e della condizione infelice che ne derivava, un anno decisivo che determinò nel suo animo profondi mutamenti. Consapevole ormai del suo desiderio di gloria e insofferente dell'angusto confine in cui, fino a quel momento, era stato costretto a vivere, sentì l'urgente desiderio di uscire, in qualche modo, dall'ambiente recanatese. Gli avvenimenti seguenti incideranno sulla sua vita e sulla sua attività intellettuale in modo determinante.

In questo periodo è anche la prima formulazione della "teoria del piacere", una concezione filosofica postulata da Leopardi nel corso della sua vita. La maggior parte della teorizzazione di tale concezione è contenuta nello Zibaldone, in cui il poeta cerca di esporre in modo organico la sua visione delle passioni umane. Il lavoro di sviluppo del pensiero leopardiano in questi termini avviene dal 12 al 25 luglio 1820.

«Da fanciulli, se una veduta, una campagna, una pittura, un suono ec. un racconto, una descrizione, una favola, un'immagine poetica, un sogno, ci piace e diletta, quel piacere e quel diletto è sempre vago e indefinito: l'idea che ci si desta è sempre indeterminata e senza limiti: ogni consolazione, ogni piacere, ogni aspettativa, ogni disegno, illusione ec. (quasi anche ogni concezione) di quell'età tien sempre all'infinito: e ci pasce e ci riempie l'anima indicibilmente, anche mediante i minimi oggetti. Da grandi, o siano piaceri e oggetti maggiori, o quei medesimi che ci allettavano da fanciulli, come una bella prospettiva, campagna, pittura ec. proveremo un piacere, ma non sarà più simile in nessun modo all'infinito, o certo non sarà così intensamente, sensibilmente, durevolemente ed essenzialmente vago e indeterminato. Il piacere di quella sensazione si determina subito e si circoscrive: appena comprendiamo qual fosse la strada che prendeva l'immaginazione nostra da fanciulli, per arrivare con quelli stessi mezzi, e in quelle stesse circostanze, o anche in proporzione, all'idea e al piacere indefinito, e dimorarvi. Anzi osservate che forse la massima parte delle immagini e sensazioni indefinite che noi proviamo pure dopo la fanciullezza e nel resto della vita, non sono altro che una rimembranza della fanciullezza, si riferiscono a lei, dipendono e derivano da lei, sono come un influsso e una conseguenza di lei; o in genere, o anche in ispecie; vale a dire, proviamo quella tal sensazione, idea, piacere ec. perché ci ricordiamo e ci si rappresenta alla fantasia quella stessa sensazione immagine ec. provata da fanciulli, e come la provammo in quelle stesse circostanze. Così che la sensazione presente non deriva immediatamente dalle cose, non è un'immagine degli oggetti, ma della immagine fanicullesca; una ricordanza, una ripetizione, una ripercussione o riflesso della immagine antica.»

Corrispondenza con Pietro Giordani

Pietro Giordani

Sempre nel 1817 egli scrisse al classicista Pietro Giordani che aveva letto la traduzione leopardiana del II libro dell'Eneide e, avendo compreso la grandezza del giovane, lo aveva incoraggiato. Ebbero inizio così una fitta corrispondenza e un rapporto di amicizia che durerà nel tempo. In una delle prime lettere scritte al nuovo amico, datata 30 aprile 1817, il giovane Leopardi sfogherà il suo malessere non con atteggiamento remissivo, ma polemico e aggressivo:

«Mi ritengono un ragazzo, e i più ci aggiungono i titoli di saccentuzzo, di filosofo, di eremita, e che so io. Di maniera che s'io m'arrischio di confortare chicchessia a comprare un libro, o mi risponde con una risata, o mi si mette in sul serio e mi dice che non è più quel tempo [...] Unico divertimento in Recanati è lo studio: unico divertimento è quello che mi ammazza: tutto il resto è noia»

Zibaldone e primo amore

«Io non ho mai sentito tanto di vivere quanto amando, benché tutto il resto del mondo fosse per me come morto.»

Egli vuole uscire da quel "centro dell'inciviltà e dell'ignoranza europea" perché sa che al di fuori c'è quella vita alla quale egli si è preparato ad inserirsi con impegno e con studio profondo.

Nell'estate 1817 fissa le prime osservazioni all'interno di un diario di pensiero che prenderà poi il nome di Zibaldone, in dicembre si innamorerà della cugina, provando per la prima volta il sentimento d'amore. Pietro Giordani riconosce l'abilità di scrittura di Leopardi e lo incita a dedicarsi alla scrittura; inoltre lo presenta all'ambiente del periodico «Biblioteca Italiana» e lo fa partecipare al dibattito culturale tra classicisti e romantici. Leopardi difende la cultura classica e ringrazia Dio di aver incontrato Giordani che reputa l'unica persona che riesce a comprenderlo.

Geltrude Cassi Lazzari con i figli, illustrazione di Giuseppe Chiarini per la Vita di Giacomo Leopardi (1905)
«Oimè, se quest'è amor, com'ei travaglia!»

Nel luglio del 1817 Leopardi iniziò a compilare lo Zibaldone, nel quale registrerà fino al 1832 le sue riflessioni, le note filologiche e gli spunti di opere.

Alla fine del 1817 un altro avvenimento lo colpì profondamente: l'incontro, nel dicembre dello stesso anno, con Geltrude Cassi Lazzari, una cugina di Monaldo, che fu ospite presso la famiglia per alcuni giorni, e per la quale Giacomo provò un amore inespresso. Egli scrisse in questa occasione il "Diario del primo amore" e l'"Elegia I", che verrà in seguito inclusa nei "Canti" con il titolo "Il primo amore".

Presa di posizione anti-romantica

Fra il 1816 e il 1818 la posizione di Leopardi verso il Romanticismo, che stava suscitando in quegli anni forti polemiche e aveva ispirato la pubblicazione del Conciliatore, va maturando e se ne possono avvertire le tracce in numerosi passi dello Zibaldone e in due saggi, la Lettera ai Sigg. compilatori della "Biblioteca italiana", scritta nel 1816 in risposta a quella di Madama de Staël, e il Discorso di un italiano attorno alla poesia romantica, scritto in risposta alle Osservazioni di Di Breme sul Giaurro di Byron.

Le due opere mostrano l'avversione, sul piano più strettamente concettuale, al Romanticismo. La posizione di Leopardi rimane fondamentalmente montiana e neoclassica. Tuttavia, come si vedrà, quello che professava sulla pagina critica si rivelerà, poi, profondamente diverso dai risultati ottenuti nella poesia dove i temi e lo spirito saranno, invece, perfettamente in sintonia con la mentalità romantica.

Aveva, intanto, scritto le due canzoni ispirate a motivi patriottici All'Italia e Sopra il monumento di Dante, che stanno ad attestare il suo spirito liberale e la sua adesione a quel tipo di letteratura di impegno civile che aveva appreso dal Giordani.

Il suo materialismo ateo si pone in contrapposizione al Romanticismo cattolico predominante, dal quale lo separavano notevolmente anche il suo rifiuto di ogni speranza di progresso nella conquista della libertà politica e dell'unità nazionale, la sua mancanza di interesse per una visione storicistica del passato e per le esigenze di popolarità e di realismo nei contenuti e nella lingua.

Prima fase dell'ideologia leopardiana

«E il naufragar m'è dolce in questo mare.»

Nel 1819 si riacutizzarono i problemi agli occhi. Tra il luglio e l'agosto, ormai maggiorenne, progettò la fuga e cercò di procurarsi un passaporto per il Regno Lombardo-Veneto da un amico di famiglia, il conte Saverio Broglio d'Ajano, ma il padre lo venne a sapere e il progetto di fuga fallì. Se mai avesse lasciato la casa paterna senza il permesso della famiglia, avrebbe dovuto mantenersi a proprie spese. Fu nei mesi di depressione che seguirono che Leopardi elaborò le prime basi della sua filosofia e, riflettendo sulla vanità delle speranze e l'ineluttabilità del dolore, scoprì la nullità delle cose e del dolore stesso. Iniziò intanto la composizione di quei canti che verranno in seguito pubblicati con il titolo di Idilli e scrisse L'infinito, La sera del dì di festa, Alla luna (originariamente, i titoli di queste ultime erano La sera del giorno festivo e La ricordanza), La vita solitaria, Il sogno, Lo spavento notturno. Sono i cosiddetti "primi idilli" o "piccoli idilli". Qui confluirono i rimpianti per la giovinezza perduta e la presa di coscienza dell'impossibilità di essere felici.

Manoscritto autografo de L'infinito. (Visso, Archivio comunale)

Soggiorno a Roma e ritorno a Recanati

Nell'autunno del 1822 ottenne dai genitori il permesso di recarsi a Roma, dove rimase dal novembre all'aprile dell'anno successivo, ospite dello zio materno, Carlo Antici. A Leopardi Roma apparve squallida e modesta al confronto con l'immagine idealizzata che egli si era figurata studiando i classici. Lo colpì in particolare la corruzione dilagante della Curia, come scrive in una lettera al fratello Carlo del 6 dicembre.

Rimase invece entusiasta della tomba di Torquato Tasso, al quale si sentiva accomunato dall'innata infelicità (verso il Tasso, che renderà protagonista di una delle Operette morali, sarà debitore a livello stilistico e nella scelta di alcuni nomi più famosi dei suoi componimenti, come "Nerina" e "a Silvia", tratti dall'Aminta).

Nell'ambiente culturale romano Leopardi visse isolato e frequentò solamente studiosi stranieri, tra cui Christian Bunsen (ministro del regno di Prussia e poi fondatore dell'Instituto di corrispondenza archeologica, successivamente divenuto Istituto archeologico germanico) e Barthold Niebuhr; quest'ultimo si interessò per farlo entrare nella carriera dell'amministrazione pontificia, ma Leopardi rifiutò.

Il 31 gennaio del 1823, nella Basilica dei Santi XII Apostoli in Roma, ascoltò l'orazione funebre per la morte di Antonio Canova, scritta e declamata da Melchiorre Missirini, già segretario dello scultore. Leopardi criticò l'orazione, ma tra lui e Missirini nacque comunque una duratura amicizia, testimoniata anche dai rispettivi epistolari.

Nell'aprile del 1823 Leopardi ritornò a Recanati dopo aver constatato che il mondo al di fuori di esso non era quello da lui sperato. Tornato a Recanati, Leopardi si dedicò alle canzoni di contenuto filosofico o dottrinale e, tra il gennaio e il novembre del 1824, compose buona parte delle Operette morali.

Lontano da Recanati: Milano, Bologna, Firenze, Pisa

Leopardi nel ritratto da Luigi Lolli (1826), unico realizzato con Leopardi in vita assieme allo schizzo di profilo di Biagio Martini reso noto solo nel 1996 (risalente al 1825; altri ritratti presunti non sono autenticati); il disegno di Lolli (richiesto dallo stampatore Pietro Brighenti per un'edizione poetica poi non realizzata) è la base per quasi tutti i ritratti postumi. È conservato a Palazzo Leopardi

Nel 1825 il poeta, invitato dall'editore Antonio Fortunato Stella, si recò a Milano con l'incarico di dirigere l'edizione completa delle opere di Cicerone e altre edizioni di classici latini e italiani. A Milano, però, egli non rimase a lungo perché il clima troppo freddo e umido gli era dannoso alla salute e l'ambiente culturale, troppo polarizzato intorno al Monti, gli recava noia.

Decise, così, di trasferirsi a Bologna dove visse (al numero 33 di via Santo Stefano), tranne una breve permanenza a Recanati nell'inverno del 1827, sino al giugno di quello stesso anno mantenendosi con l'assegno mensile dello Stella e dando lezioni private. Nell'ambiente bolognese Leopardi conobbe il conte Carlo Pepoli, patriota e letterato, al quale dedicò un'epistola in versi intitolata Al conte Carlo Pepoli, che lesse il 28 marzo 1826 nell'Accademia dei Felsinei. Nell'autunno iniziò a compilare, per ordine di Stella, una "Crestomazia", antologia di prosatori italiani dal Trecento al Settecento che venne pubblicata nel 1827 alla quale fece seguito, l'anno successivo, una "Crestomazia" poetica. Uscivano intanto presso Stella le Operette morali. Frequentò anche la casa del medico Giacomo Tommasini e strinse amicizia con la moglie, Antonietta Ferroni Tommasini, patriota, e la figlia Adelaide (coniugata Maestri), sue ammiratrici, con la famiglia Brighenti (Anna, Marianna e Pietro, stampatore) e la cantante modenese Rosa Simonazzi Padovani, e frequentando i salotti di Teresa Carniani Malvezzi, di cui si innamora, e di Cornelia Rossi Martinetti, già ispiratrice di Foscolo.

Nel giugno dello stesso anno si trasferì a Firenze, dove conobbe il gruppo di letterati appartenenti al circolo Vieusseux tra i quali Gino Capponi, Giovanni Battista Niccolini (amico e corrispondente di Ugo Foscolo esule a Londra), Pietro Colletta, Niccolò Tommaseo, Vincenzo Gioberti e anche Alessandro Manzoni, che si trovava a Firenze per rivedere dal punto di vista linguistico i suoi Promessi Sposi. Divenne amico particolarmente del Colletta, ma fu in buoni rapporti anche con Capponi e Manzoni, sebbene quest'ultimo non condividesse le idee di Leopardi. Fu invece conflittuale il rapporto con Tommaseo, cattolico liberale fortemente avverso al razionalismo e al materialismo, il quale giunse a provare una forte avversione personale per Leopardi, attaccandolo ripetutamente su vari giornali (anche se ne riconosceva l'abilità stilistica nella prosa). Tommaseo arrivò a denigrare Leopardi per il suo aspetto fisico (cosa che farà, benché solo in corrispondenze private, anche il Capponi, irritato per la Palinodia). Leopardi risponderà nel 1836 con un epigramma diretto contro Tommaseo, oltre che nell'ottava strofa della detta Palinodia. Al marchese Gino Capponi (1835), un attacco aperto alla filosofia e perfino all'aspetto del Tommaseo.

Nel novembre del 1827 si recò a Pisa, dove rimase fino alla metà del 1828. Grazie alla mitezza di quell'inverno, la salute di Leopardi ebbe dei miglioramenti che gli permisero di tornare alla poesia, che taceva dal 1823 (con l'eccezione della poco riuscita epistola in versi Al conte Carlo Pepoli e del Coro di morti nello studio di Federico Ruysch contenuto nel Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie delle Operette morali); strinse amicizia con Teresa Lucignani, a cui dedicò una lirica non pubblicata, e compose la canzonetta in strofe metastasiane Il risorgimento e il canto A Silvia, inaugurando il periodo creativo detto dei Canti "pisano-recanatesi", chiamati anche "grandi idilli", in cui il poeta si cimenta nella cosiddetta canzone libera o leopardiana, il cui primo sperimentatore era stato Alessandro Guidi, dalla cui lettura ne era venuto a conoscenza.

Ritorno a Recanati

«Vaghe stelle dell'orsa, io non credea
tornare ancor per uso a contemplarvi»

Il periodo di benessere era finito e il poeta, colpito nuovamente dalle sofferenze e dall'aggravarsi del disturbo agli occhi, fu costretto a sciogliere il contratto con Stella e già durante l'estate del '28 si recò a Firenze nella speranza di riuscire a vivere in modo indipendente. Chiese aiuto ad alcuni amici: Tommasini gli propose una cattedra di mineralogia e zoologia a Milano, ma il compenso era troppo basso e la materia poco consona alle conoscenze di Leopardi; Bunsen gli offrì la possibilità di una cattedra a Bonn o Berlino, ma il poeta dovette subito declinare l'invito, poiché il clima tedesco era troppo rigido e freddo per la sua salute malferma. Leopardi allora progettò di mantenersi con un lavoro qualsiasi o di realizzare una pubblicazione letteraria, ma le sue condizioni di salute non gli permisero nemmeno questo e fu quindi costretto a ritornare a Recanati, dove rimase fino al 1830.

In questi «sedici mesi di notte orribile» Leopardi si dedicò nuovamente alla poesia e scrisse alcune delle sue liriche più importanti, tra cui Le ricordanze (la cui ultima parte è dedicata a una giovane recanatese morta poco prima, Maria Belardinelli, da Leopardi chiamata Nerina), La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, Il passero solitario (forse su un abbozzo giovanile) e il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia. Queste poesie, a lungo denominate dai critici "grandi idilli" o anche "secondi idilli", sono ora conosciute, insieme ad A Silvia anche come "canti pisano-recanatesi". In questo periodo l'insofferenza per la sua città natale, da lui definita "natio borgo selvaggio", aumenta, proporzionalmente all'avversione per i recanatesi (gente zotica, vil), che lo ritenevano un intellettuale superbo, tanto che anche i ragazzini del paese, secondo testimonianze postume, cantavano in sua presenza canzoncine denigranti del tipo: "Gobbus esto / fammi un canestro, / fammelo cupo / gobbo fottuto".

A Firenze dal 1830 al 1833

Ritratto postumo a stampa di Leopardi a metà degli anni trenta, di fine XIX secolo, basato sul ritratto di Morelli e sulle descrizioni, a volte descritto erroneamente come un dagherrotipo o una riproduzione tramite eliografia di un'incisione. Recanati, casa Leopardi.

Intanto, nell'aprile del 1830, il Colletta, al quale il poeta scriveva della sua vita infelice ("ho perduto tutto: sono un tronco che sente e pena"), gli offrì, grazie a una sottoscrizione degli "amici di Toscana", a cui contribuirono i confratelli in massoneria di Colletta, l'opportunità di tornare a Firenze, dove il 27 dicembre 1831 fu eletto socio dell'Accademia della Crusca. Nel febbraio del '30 l'Accademia della Crusca indice un premio letterario a cui Leopardi partecipa con le Operette morali, le quali però ottengono la preferenza del solo Gino Capponi. Il premio viene vinto dalla Storia d'Italia di Carlo Botta.

Per mantenersi accettò la sottoscrizione e progettò un giornale che avrebbe curato quasi da solo, Lo spettatore fiorentino, ma che non realizzerà a causa della burocrazia e del timore della censura. Nello stesso 1831 a Firenze curò la prima edizione dei suoi versi recante il titolo di Canti, partecipò ai convegni dei liberali fiorentini e strinse infine una salda amicizia con Antonio Ranieri, giovane napoletano esule e massone (conosciuto nel 1827), futuro senatore del Regno d'Italia, che durerà fino alla morte, nel famoso "sodalizio". Passa un breve periodo di nuovo a Roma tra ottobre 1831 d marzo 1832, prima di trasferirsi stabilmente a Firenze.

Nel 1831, grazie alla fama di personalità liberale, fu eletto deputato dell'assemblea del governo provvisorio di Bologna (sorto dai moti del 1831), su designazione del Pubblico Consiglio di Recanati, ma non fa in tempo ad accettare la nomina (da lui mai richiesta e rifiutata per lettera) che gli austriaci restaurano il governo pontificio. I genitori decidono infine di concedergli un modesto assegno mensile che gli permette di sopravvivere; Leopardi accetta ma, reputandolo umiliante, decide di non tornare mai più a Recanati. Lo stesso anno conosce Maddalena Signorini Pelzet (amante principale del Ranieri) e la principessa Carlotta Bonaparte, figlia dell'ex re di Spagna e di Napoli Giuseppe, nipote di Napoleone e cognata del futuro Napoleone III, con cui inizierà una corrispondenza in francese fino a quasi alla morte di lei, avvenuta pochi mesi prima di quella di Leopardi.

Fanny Targioni Tozzetti e conclusione delle Operette

«Perì l'inganno estremo,
ch'eterno io mi credei.»
Fanny Targioni Tozzetti
Pietro Tenerani, busto di Carlotta de' Medici Lenzoni (1822), simile nelle fattezze al busto greco di Aspasia

Risale sempre a questo periodo la forte passione amorosa per Fanny Targioni Tozzetti (terzo e ultimo amore secondo i biografi, dopo Geltrude Cassi Lazzari e Teresa Malvezzi), moglie del chimico e botanico fiorentino Antonio Targioni Tozzetti e forse amante di Ranieri, conclusasi in una delusione, che gli ispirò il cosiddetto "ciclo di Aspasia", una raccolta di cinque poesie scritte tra il 1831 e il 1835 e che contiene: Il pensiero dominante, Amore e morte, Consalvo (in cui l'amore è visto ancora positivamente), la drammatica e scarna A se stesso e Aspasia. In questa raccolta si manifestò il Leopardi più disilluso e disperato, orfano anche di quella tristezza nostalgica degli Idilli, nella perdita dell'ultima illusione che gli era rimasta, quella dell'amore (l'inganno estremo). Aspasia, seppur piena di rancore e sarcasmo contro Fanny, è considerata l'unica poesia d'amore (seppur per un amore ormai finito) scritta per una donna che egli frequentò realmente e intimamente, anche se solo in maniera romantica e intellettiva (per parte di lui; lei lo descrisse sempre come un amico e dopo la morte come una persona "disgraziata" a cui non voleva dare alcuna illusione); tuttavia nei primi versi, contenenti la descrizione fisica e caratteriale della Targioni, presentata come una "donna fatale", si nota anche una tensione erotica molto rara in Leopardi, il quale ribadisce ripetutamente il fascino esteriore esercitato dalla nobildonna. L'identificazione della donna con l'Aspasia poetica è data, più che dalle lettere di Leopardi, dalle affermazioni di Ranieri nei Sette anni di sodalizio e da alcune lettere tra lui e la Targioni Tozzetti. Tuttavia, se Aspasia accenna anche a toni polemici, in cui Leopardi si dice felice di essersi perlomeno liberato della dipendenza affettiva verso l'amica, che descrive quasi come un servilismo morale di cui si vergogna, un "giogo" ormai spezzato, in una lettera a Fanny dei primi tempi si scorgono invece le riflessioni sull'amore e la morte del periodo, che trovano l'esatta corrispondenza con alcuni versi di Consalvo e con Amore e morte:

«E pure certamente l'amore e la morte sono le sole cose belle che ha il mondo, e le sole solissime degne di essere desiderate. Pensiamo, se l'amore fa l'uomo infelice, che faranno le altre cose che non sono né belle né degne dell'uomo. Ranieri da Bologna mi aveva chiesto più volte le vostre nuove: gli spedii la vostra letterina subito ierlaltro. Addio, bella e graziosa Fanny. Appena ardisco pregarvi di comandarmi, sapendo che non posso nulla. Ma se, come si dice, il desiderio e la volontà danno valore, potete stimarmi attissimo ad ubbidirvi. Ricordatemi alle bambine, e credetemi sempre vostro.»
«Due cose belle ha il mondo: / amore e morte. All'una il ciel mi guida / in sul fior dell'età; nell'altro, assai / fortunato mi tengo.»

Lo spostamento del Consalvo nei Canti molto precedenti al ciclo, avvenuto dall'edizione napoletana, ha fatto pensare che il personaggio di Elvira sia ispirato anche alla bolognese Teresa Carniani Malvezzi e non solo a Fanny. Per circa quattro anni frequenta molto spesso casa Targioni, cercando di avvicinarsi alla padrona di casa procurandole moltissimi autografi di scrittori e personaggi famosi, che lei collezionava. In questo periodo Leopardi diviene amico anche della contessa Carlotta de' Medici Lenzoni, affascinata dalla grandezza intellettuale del poeta e conosciuta nel 1827, ma poi se ne allontanò. Secondo un'opinione minoritaria, la donna descritta negativamente come Aspasia sarebbe stata Lenzoni.

Nell'autunno del 1831 si recò a Roma con Ranieri per poi tornare a Firenze nel 1832; nel corso di questo anno scrisse i due ultimi dialoghi delle "Operette", Il Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere e il Dialogo di Tristano e di un amico. Continuò a corrispondere epistolarmente per un periodo con la Targioni Tozzetti, seppure in maniera più fredda e distaccata. Anche nei Pensieri si troverà traccia dell'avvenimento con le riflessioni sull'amore risalenti a questo periodo.

Anni a Napoli (1833-1837)

Quando Ranieri tornò a Napoli, tra i due iniziò una fitta corrispondenza che ha fatto numerosi studiosi ritenere che tra Leopardi e Ranieri vi fosse un rapporto amoroso.

Pietro Citati però ritiene che si sarebbe trattato di un semplice e intenso affetto "platonico" assai diffuso nel XIX secolo, senza traccia di omosessualità, come quello rivolto a suo tempo al Giordani.

Antonio Ranieri, tra gli anni '40 e '60

In una di queste lettere il poeta scrive a Ranieri:

«Ranieri mio, tu non mi abbandonerai però mai, né ti raffredderai nell'amarmi. Io non voglio che tu ti sacrifichi per me, anzi desidero ardentemente che tu provvegga prima d'ogni cosa al tuo benessere; ma qualunque partito tu pigli, tu disporrai le cose in modo che noi viviamo l'uno per l'altro, o almeno io per te, sola ed ultima mia speranza. Addio, anima mia. Ti stringo al mio cuore, che in ogni evento possibile e non possibile, sarà eternamente tuo.»

Nel settembre del 1833 Leopardi, dopo aver ottenuto il modesto assegno dalla famiglia, partì per Napoli con Ranieri, sperando che il clima mite di quella città potesse giovare alla sua salute. Sugli anni a Napoli, Antonio Ranieri dichiarò:

«Quivi Leopardi, mentre che io, lasciatone il mio antico letto, dormiva in una camera non mia (cosa che, nelle consuetudini del paese, massime in quei tempi, toccava quasi lo scandalo), per dormire accanto a lui, ebbe, una notte, la strana allucinazione, che la signora di casa avesse fatto disegno sopra una sua cassetta, nella quale egli non riponeva mai altro che non nettissimi arnesi da ravviare i capelli, e le cesoie [...]»

Pare infatti che la padrona di casa volesse cacciarli, per timore che Leopardi fosse portatore di tubercolosi polmonare infettiva; Leopardi sosteneva, invece, che la donna volesse rubargli oggetti di sua proprietà, mentre Ranieri credeva che soffrisse di paranoie e non ci faceva caso.

Nell'aprile 1834 Leopardi ricevette visita da August von Platen, che nel suo diario scrisse:

(tedesco)
«Leopardi ist klein und bucklicht, sein Gesicht bleich und leidend [...] er den Tag zur Nacht macht und umgekehrt [...] führt er allerdings ein trauriges Leben. Bei näherer Bekanntschaft verschwindet jedoch alles [...] die Feinheit seiner klassischen Bildung und das Gemütliche seines Wesens nehmen für ihn ein.»
(italiano)
«Leopardi è piccolo e gobbo, il viso ha pallido e sofferente [...] fa del giorno notte e viceversa [...] conduce una delle più miserevoli vite che si possano immaginare. Tuttavia, conoscendolo più da vicino [...] la finezza della sua educazione classica e la cordialità del suo fare dispongon l'animo in suo favore.»

Queste abitudini sono riportate anche da Ranieri ("durante tutta la sua vita, egli fece, appresso a poco, della notte giorno, e viceversa") e da Stanislao Gatteschi:

«È stravagantissimo nelle abitudini del vivere. Si leva verso le due pomeridiane, mangia ad orari irregolari, va a letto verso il fare del giorno. La sua vita non può esser longeva per i complicati mali onde è gravato.»
Busto del poeta presente a Villa Doria d'Angri

Intanto le Operette morali subirono una nuova censura da parte delle autorità borboniche, a cui seguì la messa all'Indice dei libri proibiti dopo la censura pontificia, a causa delle idee materialiste esposte in alcuni "dialoghi". Leopardi così ne parlava in una lettera a Luigi De Sinner: «La mia filosofia è dispiaciuta ai preti, i quali e qui e in tutto il mondo, sotto un nome o sotto un altro, possono ancora e potranno eternamente tutto».

Busto realizzato da Giulio Monteverde

Durante gli anni trascorsi a Napoli si dedicò alla stesura dei Pensieri, che raccolse probabilmente tra il 1831 e il 1835 riprendendo molti appunti già scritti nello Zibaldone, e riprese i Paralipomeni della Batracomiomachia che, iniziati nel 1831, aveva interrotto. A quest'ultima opera lavorò fino agli ultimi giorni di vita, assistito dal Ranieri. Di quest'opera incompiuta, in ottave, ampiamente influenzata sia dalla pseudo-omerica Batracomiomachia (che già Leopardi aveva tradotta in gioventù, e di cui continua la trama) che dal poema Gli animali parlanti di Giovanni Battista Casti, rimane autografo solo il primo canto. Ranieri affermò sempre che i successivi sette, di sua mano, furono scritti sotto dettatura di Leopardi. Le ultime ottave sarebbero state dettate da Leopardi morente poco dopo aver terminato l'ultima poesia, Il tramonto della luna. Tuttavia, alla luce del fatto che Ranieri investì soldi dopo la morte del poeta per farli pubblicare (peraltro con poco successo finanziario), alcuni hanno espresso dubbi. Nel 1836 visita la scuola di Basilio Puoti a Napoli, incontrando gli allievi tra cui Francesco de Sanctis, futuro politico e critico letterario che scriverà poi di Leopardi in numerosi testi.

Nel 1836, quando a Napoli scoppiò un'epidemia di colera, Leopardi si recò con Ranieri e la sorella di questi, Paola detta Paolina (1817-1878), nella Villa Ferrigni a Torre del Greco, "su l'arida schiena del formidabil monte sterminator Vesevo", dove rimase dall'estate di quell'anno al febbraio del 1837 e dove scrisse La ginestra o il fiore del deserto. Paolina Ranieri (trasferita nel 1835 nella casa di vico Pero dopo aver ottenuto il permesso paterno, con lo zio Domenico, vicino di casa, a garantirne la "reputazione") assistette personalmente, con profondo affetto, Leopardi nei suoi ultimi anni, segnati dall'aggravamento delle sue condizioni fisiche. Paolina fu «l'unica donna che lo amò, sebbene si trattasse di un amore fraterno». Benché Ranieri in seguito cercò di sostenere il contrario, Leopardi in questi anni mantenne economicamente Paolina e Antonio con la scarsa rendita inviatagli dal padre.

A Napoli, nonostante la salute in peggioramento, Leopardi lavorava incessantemente componendo liriche e satire. Non seguendo le raccomandazioni dei medici, conduceva una vita abbastanza sregolata per una persona dalla salute fragile come la sua: dormiva di giorno, si alzava il pomeriggio e stava sveglio di notte; mangiava molti dolci (particolarmente sorbetti e gelati), talvolta frequentava la mensa pubblica (anche durante il periodo del colera) e beveva moltissimi caffè.

La morte

Leopardi sul letto di morte, 1837, di Giuseppe Ciaranfi, dal ritratto a matita eseguito da Tito Angelini, simile alla maschera mortuaria eseguita dallo stesso Angelini e quindi molto realistico e verosimile dell'aspetto di Leopardi nei suoi ultimi giorni. Ne esiste una versione a colori dipinta a olio realizzata da Giovanni Gallucci negli anni 1860

A Torre del Greco egli compose gli ultimi Canti: La ginestra o il fiore del deserto (il suo testamento poetico, nel quale si coglie l'invocazione a una fraterna solidarietà contro l'oppressione della natura) e Il tramonto della luna (compiuto solo poche ore prima di morire). Progettava anche di tornare a Recanati per vedere il padre, o di partire per la Francia. Leopardi aveva infatti intenzione di riconciliarsi umanamente col padre di persona: il tono delle lettere a Monaldo diventò molto affettuoso negli ultimi tempi, dal formale e nobiliare "signor padre" e al voi delle lettere giovanili passò all'incipit "carissimo papà" e al tu. In questo periodo cominciò a ignorare le prescrizioni, pensando che non potesse comunque decidere il suo destino. In una lettera al conte Leopardi, una delle ultime di Giacomo, il poeta avverte la morte come imminente e spera che avvenga, non sopportando più i suoi mali.

Nel febbraio del 1837, dopo aver sofferto di febbre e reumatismi in inverno, ritornò a Napoli con Ranieri e la sorella, ma le sue condizioni si aggravarono verso maggio, anche se non in modo tale da far sospettare ai medici o a Ranieri il reale stato di salute.

Cartolina di fine ottocento-inizio novecento circa, raffigurante un'immagine di Leopardi e una fotografia della maschera mortuaria opera di Tito Angelini

Il 14 giugno di quell'anno, Leopardi si sentì male al termine di un pranzo (che abitualmente consumava all'inconsueto orario delle 17); quel pomeriggio, aveva divorato circa un chilo e mezzo di confetti cannellini di Sulmona, comprati da Paolina Ranieri in occasione dell'onomastico di Antonio, e bevuto una cioccolata, poi una minestra calda e una limonata (o granita fredda) verso sera. Fu colpito da malore poco prima di partire per Villa Carafa d'Andria Ferrigni, come era stato programmato: nonostante l'intervento del medico, l'asma peggiorò e poche ore dopo il poeta morì. Secondo la testimonianza di Antonio Ranieri, Leopardi si spense alle ore 21 fra le sue braccia. Le sue ultime parole furono "Addio, Totonno, non veggo più luce".

La morte fu dichiarata all'ufficio dello stato civile il giorno successivo da Giuseppe e Lucio Ranieri, i quali fecero registrare l'indirizzo del decesso (vico Pero 2, nel territorio della parrocchia della SS. Annunziata a Fonseca) e indicarono che il fatto era avvenuto "alle ore venti".

Tre giorni dopo il decesso, Antonio Ranieri pubblicò un necrologio sul giornale Il Progresso.

La morte del poeta è stata analizzata da studiosi di medicina già a partire dall'inizio del XX secolo. Molte sono state le ipotesi, dalla più accreditata (pericardite acuta con conseguente scompenso, oppure scompenso cardiorespiratorio dovuto a cuore polmonare e cardiomiopatia, seguite a problemi polmonari e reumatici cronici) a quelle più fantasiose (cibo avariato, coma diabetico o congestione con indigestione), fino al colera stesso. Nessuna delle tesi alternative, tuttavia, è riuscita a smentire il referto ufficiale diffuso dall'amico Antonio Ranieri: idropisia polmonare ("idropisia di cuore" o idropericardio).

La sepoltura

Leopardi era morto all'età di quasi 39 anni, in un periodo in cui il colera stava colpendo la città di Napoli. Grazie ad Antonio Ranieri, che fece interessare della questione prima l'ex Ministro degli Interni marchese di Pietracatella, e poi secondo il suo racconto il ministro di Polizia del Regno, Francesco Saverio del Carretto (unico a poter concedere una deroga), le sue spoglie (secondo la versione accettata dalla maggioranza dei biografi) non furono gettate in una fossa comune, come le severe norme igieniche richiedevano a causa dell'epidemia, ma inumate prima nella cripta e poi (nel 1844, dopo una breve riesumazione alla presenza di Ranieri, che volle anche aprire la cassa, in realtà un mobile di casa, lungo 143 cm, adattato allo scopo clandestino dai fratelli Ranieri, e le cui chiavi furono affidate a Paolina) nell'atrio della chiesa di San Vitale Martire, sulla via di Pozzuoli presso Fuorigrotta (la chiesa originale fu demolita nel 1939 ed oggi è ricostruita).

La lapide originale, traslata nel parco Vergiliano

La lapide del nuovo monumento, spostata poi con la tomba, fu dettata da Pietro Giordani:

«Al conte Giacomo Leopardi recanatese
filologo ammirato fuori d'Italia
scrittore di filosofia e di poesie altissimo
da paragonare solamente coi greci
che finì di XXXIX anni la vita
per continue malattie miserissima
fece Antonio Ranieri
per sette anni fino all'estrema ora congiunto
all'amico adorato MDCCCXXXVII

»

Il ministro avrebbe accettato la richiesta del Ranieri solo dopo che un chirurgo militare messinese, non il medico curante Mannella ma il professor Stefano Mollica, patriota antiborbonico combattente nel 1848 e poi garibaldino, ebbe eseguita una sorta di sommaria autopsia, per poter dichiarare che la morte non fu dovuta a colera. Mollica sottoscrisse un documento dove dichiarava che la morte era stata causata da idropisia.

Fin dall'inizio il racconto di Ranieri era apparso pieno di contraddizioni e molti furono i dubbi su quanto aveva dichiarato, perché le sue versioni furono diverse a seconda dell'interlocutore, facendo sospettare che il corpo del poeta fosse finito nelle fosse comuni più utilizzate nell'epidemia del cimitero delle Fontanelle (rione Sanità), o più probabilmente in quello dei colerosi a Poggioreale (assieme al vicino cimitero delle 366 Fosse), attigui all'attuale grande zona cimiteriale di Napoli (cimitero monumentale di Poggioreale, cimitero di Santa Maria del Pianto), tutti destinati in quel periodo ai morti per colera o per altre cause; ciò è attestato dal registro delle sepolture della chiesa della SS. Annunziata a Fonseca di Napoli (riportante la dicitura "cimitero dei colerosi" e accanto al nome e generalità "sepolto idem"), documento reso pubblico nel primo Novecento da padre Gioacchino Taglialatela; o addirittura occultate nella casa di vico Pero. Si è pensato che Ranieri avesse inscenato, per un motivo recondito o per accreditarsi come il custode della memoria di Leopardi presso i famigliari, un funerale a bara vuota o tramite l'utilizzo di poche ossa estranee, con la partecipazione dei suoi fratelli, del chirurgo e di un parroco compiacente, a cui avrebbe regalato dei pesci freschi (Ranieri stesso afferma di aver convinto il parroco di San Vitale in questo modo ad accogliere la sepoltura clandestina). Un'ipotesi poco probabile di Agostino Acampora, basata su lettere del gesuita Francesco Scarpa che sosteneva di aver confessato e convertito il poeta (cosa sempre negata da Ranieri e ritenuta una falsa agiografia sulla "conversione" dalla critica letteraria; nonostante il parroco annoti che Leopardi avesse ricevuto i sacramenti, come detto da Ranieri a Monaldo per lettera, il racconto successivo del Ranieri e le note di padre Felice da Cerignola rivelano che egli arrivò quando era già morto) e riportata dal confratello Carlo Maria Curci, vuole Leopardi morto di colera a Castellammare di Stabia, riportato dal Ranieri a Napoli e fatto dichiarare morto lì per tentare di evitare la fossa comune.

Ranieri continuò ad affermare che le ossa erano nell'atrio della chiesa di San Vitale (pur avendo scritto che dopo soli sette anni era rimasto poco) e che il certificato d'inumazione fosse un falso, redatto dal parroco su richiesta dei fratelli Ranieri onde aggirare formalmente la legge sulle sepolture in tempo di epidemia, ovviamente previa autorizzazione del Ministro. Nel 1888 Ranieri morì, e nel 1898 avvenne una prima ricognizione; forse fu durante i lavori di restauro di alcuni anni prima che i manovali, che avevano portato alla luce la cassa erroneamente, la danneggiarono: un muratore avrebbe rotto inavvertitamente la bara improvvisata, danneggiata dalla troppa umidità, facendo cadere un argano; le ossa sarebbero state frantumate, provocando la perdita di parte dei resti contenuti, che forse erano stati gettati nell'ossario della chiesa o addirittura con i calcinacci, mescolando i resti di Leopardi con altre ossa. La tomba fu dichiarata monumento nazionale nel 1897.

La tomba di Leopardi nel Parco Vergiliano a Piedigrotta

Il 21 luglio 1900, alla presenza dei rappresentanti regi e del comune di Napoli, venne effettuata la ricognizione ufficiale delle spoglie del poeta recanatese: secondo il verbale firmato dai testimoni Filippo Mariotti, senatore, Ettore Todisco e Alberto Avena, presenti anche Enrico Cocchia e Francesco Moroncini, nella cassa, troppo piccola per contenere lo scheletro di un uomo con doppia gibbosità, vennero rinvenuti soltanto frammenti d'ossa (tra cui residui delle costole, vertebre recanti segni di deformità, un femore sinistro intero, forse troppo lungo per una persona di bassa statura, un altro femore a pezzi, alcune ossa dei piedi), una tavola di legno nella parte superiore (con cui gli operai avevano tentato di riparare il danno alla cassa), terriccio, resti di una scarpa col tacco e alcuni stracci (residui di abiti, tra cui un panno verde che risulta essere uno dei vestiti usati da Leopardi secondo Ranieri), ma nessuna traccia vi era del cranio, per cui in seguito si arrivò anche a formulare la teoria di un suo trafugamento da parte di studiosi lombrosiani di frenologia amici del Ranieri o da parte degli operai.

Nonostante i dubbi, la questione venne ben presto chiusa, e i resti posti in una nuova cassa che fu sigillata. Secondo l'incaricato medico legale professor Zuccarelli, era plausibile che quelli fossero parte dei resti di Leopardi: il medico disse di aver rinvenuto una parte di rachide e una di sterno, entrambe deviate. Alcuni, pur pensando a un'effettiva morte per colera, credettero che Ranieri fosse riuscito davvero nell'intento di salvare il corpo dalla fossa comune corrompendo, se non il ministro, perlomeno dei funzionari incaricati. La scarpa ritrovata, o quello che ne rimaneva, venne poi acquistata dal tenore Beniamino Gigli, concittadino di Leopardi, e donata alla città di Recanati.

Targa in marmo precedentemente a san Vitale, riportante il regio decreto di Umberto I di Savoia che dichiara il sepolcro monumento nazionale

Altre reliquie, come i frammenti di abiti, andarono al Museo nazionale di San Martino, ma verranno smarriti. Dopo vari tentativi di traslare i presunti resti a Recanati, o a Firenze nella basilica di Santa Croce accanto a quelli di grandi italiani del passato, nel 1939, in occasione della demolizione della chiesa di S. Vitale nell'ambito dei lavori di risanamento di Fuorigrotta per la costruzione di una grande strada, la cassa, per volontà di Benito Mussolini che esaudì una richiesta dell'Accademia d'Italia, con regio decreto di Vittorio Emanuele III che ne stabiliva l'identificazione, venne riesumata di nuovo e solennemente spostata al Parco Vergiliano a Piedigrotta (altrimenti detto Parco della tomba di Virgilio), nel quartiere Mergellina (luogo poi dichiarato anch'esso monumento nazionale), dove tuttora sorge il terzo e definitivo sepolcro del poeta, eretto quello stesso anno. Della cerimonia esistono fotografie e un filmato. Nei pressi venne traslata la lapide originale, mentre altre parti del monumento di San Vitale furono portate a Recanati. Il 7 luglio 1942 la cassa fu forse nuovamente riesumata, ufficiosamente, per proteggere le spoglie dai bombardamenti e trasferita a Recanati, dove un'altra ricognizione avrebbe rivelato la sola presenza di terra e pietre. Fu riportata comunque a Mergellina alla fine della seconda guerra mondiale.

Nel 2004 lo studioso leonardiano Silvano Vinceti, che si è occupato della riesumazione e della identificazione dei resti di Caravaggio dall'ossario comune di Porto Ercole, Boiardo, Pico della Mirandola e Monna Lisa), chiese di fare una terza riesumazione, onde verificare se quei resti siano davvero di Leopardi tramite l'esame del DNA e del mtDNA, comparato con quello degli attuali eredi dei conti Leopardi (Vanni Leopardi e la figlia Olimpia, discendenti diretti di Pierfrancesco, fratello minore del poeta) e dei marchesi Antici. La richiesta, promossa da un comitato comprendente Vinceti e la scrittrice Loretta Marcon autrice di diversi saggi leopardiani, però fu respinta sia dalla Soprintendenza sia dalla famiglia Leopardi (tramite la contessa Anna del Pero-Leopardi, vedova del conte Pierfrancesco II "Franco" Leopardi, e suo figlio Vanni).

La posizione ufficiale dei rappresentanti del Centro Nazionale di Studi Leopardiani, della famiglia Leopardi, esplicitata dal 1898 in poi e della Fondazione Casa Leopardi da loro presieduta (di cui è stato presidente fino al 2019 il conte Vanni Leopardi, oggi diretta da Olimpia che è anche vicepresidente del CNSL) è, invece, che i resti nel parco Vergiliano non siano probabilmente del poeta e che Ranieri abbia mentito, che il corpo quindi si trovi alle Fontanelle o al cimitero dei colerosi, e la riesumazione sia inutile, dovendo altresì rispettare la tomba-cenotafio lì situata. Nel 2014 un altro membro della famiglia, il conte Pierfrancesco III, si è invece detto disponibile a fornire il proprio DNA in caso di riesumazione, ma solo se i cittadini di Recanati si fossero detti d'accordo; tale esame non è stato finora autorizzato.

Poetica e pensiero

Lo stesso argomento in dettaglio: Pensiero e poetica di Giacomo Leopardi.
Giacomo Leopardi, incisione su rame di Gaetano Guadagnini (1830), dal ritratto di Luigi Lolli del 1826
«Cantare il dolore fu per lui rimedio al dolore, cantare la disperazione salvezza dalla disperazione, cantare l'infelicità fu per lui, e non per gioco di parole, l'unica felicità. [...] In quei canti veramente divini il Leopardi trasformò l'angoscia in contemplativa dolcezza, il lamento in musica soave, il rimpianto dei giorni morti in visioni di splendore.»

Il pensiero di Leopardi è caratterizzato, attraverso le fasi del suo pessimismo, dall'ambivalenza tra l'aspetto lirico-ascetico della sua poetica, che lo spinge a credere nelle «illusioni» e lusinghe della natura, e la razionalità speculativo-teorica presente nelle sue riflessioni filosofiche, che invece considera vane quelle illusioni, negando ad esse qualunque contenuto ontologico.

La contraddizione tra anelito alla vita e disillusione, tra sentimento e ragione, tra «filosofia del sì» e «filosofia del no», era del resto ben presente allo stesso Leopardi, il quale, secondo Karl Vossler, si adoperò costantemente per ricomporle, non rassegnandosi mai allo scetticismo, convinto che la vera filosofia dovesse in ogni caso mantenere i legami con l'immaginazione e la poesia. Come ha rilevato De Sanctis:

«[Leopardi] non crede al progresso, e te lo fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l'amore, la gloria, la virtù, e te ne accende in petto un desiderio inesausto. [...] È scettico e ti fa credente; e mentre non crede possibile un avvenire men triste per la patria comune, ti desta in seno un vivo amore per quella e t'infiamma a nobili fatti.»

Lo stesso Schopenhauer definì Leopardi come il suo "fratello meridionale" (anche per le affinità con le sue Operette morali).

Luoghi leopardiani

A Recanati

Targa della piazzuola del Sabato del Villaggio
Monumento a Giacomo Leopardi (1898): la statua del poeta fu realizzata da Ugolino Panichi nel 1864 su bronzo di Giovanni Dupré; Piazza Leopardi a Recanati, di fronte alla sede comunale
Dettaglio della statua. Il volto è modellato sulla maschera mortuaria di Angelini

Altrove

Targa sull'ultimo domicilio di Leopardi a Napoli

Opere

Lo stesso argomento in dettaglio: Opere di Giacomo Leopardi.
Copertina della prima edizione dello Zibaldone di pensieri

Opere in prosa

Epistolario

Di Giacomo Leopardi ci sono rimaste oltre novecento lettere, composte nell'arco di una vita e indirizzate a circa cento destinatari, tra amici e familiari (soprattutto al padre e al fratello Carlo). L'intero corpus epistolare di Leopardi è raccolto dall'Epistolario, che malgrado le origini si può leggere come un'opera autonoma: questa raccolta di prose private, infatti, costituisce un fondamentale documento non solo per seguire le vicende biografiche del poeta, ma anche per comprendere l'evoluzione del suo pensiero, dei suoi stati d'animo e delle sue riflessioni culturali.

Gli interventi nel dibattito classico-romantico

Nel 1816 il giovane Leopardi prese parte all'acceso dibattito culturale innescato dalla pubblicazione del saggio Sulla maniera e utilità delle traduzioni di Madame de Staël: questa polemica vide schierarsi da una parte i difensori del classicismo, quali Pietro Giordani, e dall'altra i sostenitori della nuova poetica romantica.

Leopardi, amico del Giordani, si allineò alle tesi classiciste, mettendo per iscritto il proprio pensiero nella Lettera ai compositori della Biblioteca italiana (1816) e nel Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, rimasti entrambi inediti sino al 1906. Nella prima Leopardi, pur riconoscendo la bontà dell'intervento dell'autrice ginevrina, assume una posizione contraria alle istanze della lettera, nella quale si invitava il popolo italiano ad aprirsi alle nuove letterature europee. Secondo il poeta di Recanati, infatti, si tratta di un «vanissimo consiglio», essendo la letteratura italiana quella più vicina alle uniche letterature universalmente valide, ovvero quella greca e quella latina. Nel Discorso, invece, Leopardi approfondì la sua riflessione poetica in merito al dibattito, introducendo temi che poi diverranno centrali della poesia leopardiana, come l'opposizione tra i concetti di «natura» e «civilizzazione».

Litografia del 1864
Ritratto (litografia) del 1905, illustrazione dal libro Vita di Giacomo Leopardi di Giuseppe Chiarini

Zibaldone

Lo Zibaldone di pensieri è una raccolta di 4526 pagine autografe compilate dal luglio 1817 al dicembre 1832, nelle quali Leopardi depositò ragionamenti e brevi scritti sugli argomenti più vari. Inizialmente l'opera non era dotata dell'organicità di un testo letterario, essendo semplicemente il frutto di una scrittura immediata, di getto: Leopardi iniziò a datare i singoli testi solo a partire dal 1820, così da orientarsi agevolmente nel mare magnum di appunti (da lui definiti un «immenso scartafaccio»), arrivando perfino a stilare due indici (nel 1824 e nel 1827).

Il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'italiani

Il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'italiani, composto a Recanati tra la primavera e l’estate del 1824 e rimasto inedito fino al 1906, è un breve trattato filosofico dove Leopardi analizza le peculiarità che contraddistinguono la società italiana, e le compara con il carattere, la mentalità e la moralità delle altre nazioni d'Europa. Alla fine dell'opera Leopardi giunge all'amara conclusione che l'Italia, dilaniata da un esasperato individualismo, è troppo poco civile per godere dei benefici del progresso (come in Francia, Germania e Regno Unito), ma troppo civile per godere dei benefici dello «stato di natura», come accadeva nelle nazioni meno sviluppate, quali Portogallo, Spagna e Russia.

Operette morali

Le Operette morali, per usare le parole dello stesso poeta, sono un «libro di sogni poetici, d’invenzioni e di capricci malinconici»: è ancora Leopardi a descrivere la propria opera in una lettera del 1826 indirizzata all'editore Stella, sottolineando «quel tuono ironico che regna in esse» e specificando che Timandro ed Eleandro sono «una specie di prefazione, e un’apologia dell’opera contro i filosofi moderni».

Le Operette, oggi considerate la più alta espressione del pensiero leopardiano, racchiudono l'essenza del pessimismo del poeta, trattando argomenti quali la condizione esistenziale dell'uomo, la tristezza, la gloria, la morte e l'indifferenza della Natura.

L'Operetta che sancisce il passaggio dal pessimismo storico al pessimismo cosmico è il Dialogo tra la Natura e un Islandese, in cui la natura viene descritta per la prima volta come "matrigna" e malvagia.

Le opere poetiche

Leopardi di Raffaele Faccioli, da L'illustrazione Italiana, n° 17, aprile 1883.

I Canti

I Canti, considerati il capolavoro di Leopardi, racchiudono trentasei liriche composte da Leopardi tra il 1817 e il 1836. Tra i componimenti poetici inclusi nei Canti ricordiamo Sopra il monumento di Dante, l'Ultimo canto di Saffo, Il passero solitario, La sera del dì di festa, Alla luna, Il risorgimento, A Silvia, il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, Il sabato del villaggio, La ginestra e infine L'infinito, uno dei testi più rappresentativi della poetica leopardiana.

Le ultime opere

Durante gli anni napoletani Leopardi scrisse due opere, i Paralipomeni della Batracomiomachia e I nuovi credenti. Il primo è un poemetto in ottave con protagonisti animali: «Paralipomeni», infatti, significa «continuazione» mentre «Batracomiomachia» è «battaglia dei topi e delle rane», ovvero un'opera pseudo-omerica che Leopardi aveva tradotto in gioventù. Dietro la finzione comica Leopardi qui stigmatizza il fallimento dei moti rivoluzionari napoletani del 1820-21: i topi infatti, simboleggiano i liberali, generosi ma velleitari, mentre le rane sono i conservatori papalini, che non esitano a chiamare a sé i granchi-austriaci, feroci e stupidi.

I nuovi credenti, invece, sono un capitolo satirico in terza rima composto nel 1835 dove Leopardi esprime una spietata satira contro gli esponenti dello spiritualismo napoletano, dei quali condanna la religiosità di facciata e lo sciocco ottimismo.

Parole d'autore

A Giacomo Leopardi si devono numerosi neologismi divenuti patrimonio diffuso (perlomeno in un linguaggio colto e sorvegliato), come "erompere", "fratricida", "improbo", "incombere", risalenti al 1824. Al suo tempo, questa vena creativa di Leopardi non fu apprezzata e fu oggetto degli strali di un atteggiamento purista che opponeva resistenze all'adozione, e all'accoglimento nei lessici, di neologismi d'uso forgiati in epoca successiva all'«aureo Trecento».

In un caso, un frutto della sua creatività, "procombere", gli guadagnò accuse postume mossegli da Niccolò Tommaseo, coautore del Dizionario della lingua italiana.

Poesia e musica

Epistolario

Lo stesso argomento in dettaglio: Epistolario di Giacomo Leopardi.

Nella cultura di massa

Il fatto che l'opera di Leopardi sia stata e sia ogni anno oggetto dello studio di migliaia di studenti ha determinato (come per Dante) che molte locuzioni delle sue opere siano divenute d'uso corrente. Fra le principali:

Leopardi nell'arte figurativa

Falconara Marittima, CART - Centro permanente per la Documentazione dell'Arte Contemporanea, Valeriano Trubbiani, serie di 12 pirografie "Viaggi e transiti" dedicate ai viaggi di Giacomo Leopardi

Tra il 1994 e il 1998 il pittore e scultore maceratese Valeriano Trubbiani realizzò una serie di 12 pirografie sul tema Viaggi e transiti, dedicata ai viaggi del poeta nelle varie città della penisola: Recanati (2), Macerata (2), Roma, Bologna, Pisa, Firenze, Milano, Napoli (3).

Un dipinto a Palazzo Venieri a Recanati

Tali opere sono esposte nel CART - Centro permanente per la Documentazione dell'Arte Contemporanea di Falconara Marittima, che conserva anche altre opere di Trubbiani dedicate a Leopardi:

L'ispirazione prodotta in Trubbiani dall'opera leopardiana è raccontata dall'artista nel breve documentario Le Marche di Leopardi, patrocinato dalla Regione Marche.

Leopardi nella letteratura

I personaggi di Tardegardo Giacomo e della sua famiglia, protagonisti del romanzo fantastico Io venìa pien d'angoscia a rimirarti (1990) di Michele Mari, sono ispirati a Leopardi e alla famiglia del poeta.

Leopardi nella musica pop italiana

Leopardi è citato nella Canzone per Piero di Francesco Guccini e in Stai bene lì di Renato Zero; i suoi versi sono citati anche nei titoli di Canto notturno (di un pastore errante dell'aria) e Il cielo capovolto (ultimo canto di Saffo), entrambe di Roberto Vecchioni.

Giorgio Gaber, nella canzone Benvenuto il luogo dove, contenuto nell'album Gaber del 1984, dedicata all'Italia, parla della penisola come il luogo "dove i poeti sono nati tutti a Recanati".

Franco Battiato, nella canzone Frammenti, contenuta nell'album Patriots, cita doppiamente Leopardi nei versi «La donzelletta vien dalla campagna in sul calar del sole» e «D'in su la vetta della torre antica / Passero solitario alla campagna cantando vai».

Leopardi viene citato indirettamente nella canzone Canto del servo pastore del concept album di Fabrizio De André L'indiano, ispirata al componimento di Giacomo Leopardi Canto notturno di un pastore errante dell'Asia.

I Baustelle citano indirettamente Leopardi e La ginestra nella canzone La morte (non esiste più) dall'album Fantasma (2013): "Come la ginestra nata sulla pietra lavica".

Opere cinematografiche su Leopardi

Serie televisive

Video in rete su Leopardi

Inoltre, sono pubblicate in rete numerose letture/interpretazioni dei principali canti leopardiani da parte dei più importanti attori italiani. Fra questi si possono ascoltare:

Il Centro Nazionale di Studi Leopardiani

Il 1 luglio 1937, nel primo centenario della morte del poeta, fu istituito a Recanati il Centro Nazionale di Studi Leopardiani.

Esso ha come scopo la promozione di ricerche e studi su Giacomo Leopardi in campo storico, biografico, critico, linguistico, filologico, artistico, filosofico.

Note

Esplicative

  1. ↑ Commissionato da Antonio Ranieri nel 1842, il dipinto venne realizzato sulla base della maschera mortuaria, del ritratto di Leopardi sul letto di morte di Angelini e delle descrizioni fisiche fatte dal Ranieri e da sua sorella Paolina; Domenico Morelli lavorò per molto tempo al ritratto, a causa delle insistenze di Ranieri sui più piccoli particolari dell’aspetto del poeta e perciò, dallo stesso Ranieri e da altri testimoni, venne definito come il più fedele e realistico fra i ritratti di Leopardi, raffigurato con l'aspetto che aveva negli anni della sua vita, sia nei tratti somatici che nel vestiario e nell’acconciatura; tuttavia, alcuni critici hanno però argomentato che sia un ritratto comunque "idealizzato", in quanto Morelli (quattordicenne nel 1837) non vide mai Leopardi dal vivo.
  2. ↑ Precedentemente Chiesa di San Vitale Martire (Napoli), o secondo molti cimitero dei colerosi di Napoli, o cimitero delle Fontanelle, o cimitero delle 366 fosse; cfr. paragrafo sulla sepoltura
  3. ↑ Lo studio di Tanoni del Centro Nazionale Studi Leopardiani su L'aspetto fisico di Giacomo Leopardi inserisce una correzione cronologica di alcune importanti opere iconografiche leopardiane. Ad esempio, il celebre dipinto di Stanislao Ferrazzi (Ritratto di Giacomo Leopardi con l'aspetto che aveva intorno al 1820), eseguito in realtà postumo alla fine dell'Ottocento, viene retrodatato nell'analisi di Tanoni come la rappresentazione delle sembianze che il poeta doveva avere più verosimilmente intorno al 1825-1826, basandosi sul confronto con il profilo di Luigi Lolli (l'unico ritratto dal vivo accertato, eseguito a Bologna nel 1826
  4. ↑ "Nel 1896 Stanislao Ferrazzi riceve l'incarico da parte del Conte Giacomo Leopardi [ndr: figlio di Pierfrancesco Leopardi] di eseguire i ritratti dei membri della sua famiglia, allo scopo di ridarne lustro alla fama. Stanislao si trasferisce a Recanati con la famiglia dove rimane per tre anni. Sono sei i ritratti che Stanislao esegue in quel triennio e sono tutt'oggi conservati presso Villa Recanati. Oltre al ritratto di Leopardi, realizzato sulla base di un ritratto coevo al Poeta, Stanislao esegue quello dei genitori Monaldo e Adelaide Antici. Viene richiamato a Recanati nel 1903, e reca con sé i figli Ferruccio e Riccardo (Benvenuto)" Fonte: Benvenuto Ferrazzi (1892 - 1969), "Il Realismo fantastico tra le avanguardie del Novecento", a cura di Laura Moreschini, ARTEMIDE, 2016
  5. ↑
    «Questo io conosco e sento, / Che degli eterni giri,
    Che dell'esser mio frale, / Qualche bene o contento
    Avrà fors'altri; a me la vita è male»
  6. ↑ Il padre Monaldo lo vide parlare, con sorpresa, in questa lingua con un rabbino di Ancona, secondo quanto riportato dallo storico Lucio Villari nella trasmissione RAI Il tempo e la storia di Massimo Bernardini (puntata Leopardi, il rivoluzionario, 15 ottobre 2014, RaiTre-RaiStoria).
  7. ↑ Sarà la lingua utilizzata nelle lettere allo Jacopssen e a Charlotte Bonaparte.
  8. ↑ Un episodio della sua vita, ispirato a una lettera dell'Ortis foscoliano, farà da spunto a una delle Operette morali, Il Parini ovvero della gloria
  9. ↑ Il Parini ovvero della gloria e i Detti memorabili di Filippo Ottonieri
  10. ↑ Spesso nell'epistolario afferma di soffrire il freddo e di coprirsi le gambe con una coperta di lana.
  11. ↑ «Di contenti, d'angosce e di desio, / Morte chiamai più volte, e lungamente / Mi sedetti colà su la fontana / Pensoso di cessar dentro quell'acque / La speme e il dolor mio. Poscia, per cieco / Malor, condotto della vita in forse, / Piansi la bella giovanezza, e il fiore / De' miei poveri dì, che sì per tempo / Cadeva: e spesso all'ore tarde, assiso / Sul conscio letto, dolorosamente / Alla fioca lucerna poetando, / Lamentai co' silenzi e con la notte / Il fuggitivo spirto, ed a me stesso / In sul languir cantai funereo canto» (Le ricordanze, vv. 104-118)
  12. ↑ Giuseppe Sergi e Giovanni Pascoli furono i primi a ipotizzare la malattia, "diagnosi" ripresa poi da Pietro Citati e altri, e considerata probabile causa della deformità fisica e dei problemi di salute di Leopardi anche da una ricerca scientifica condotta nel 2005 da due medici pediatri recanatesi, Edoardo Bartolotta e Sergio Beccacece.
  13. ↑ «Lasciando da parte lo spirito e la letteratura, di cui vi parlerò altra volta (avendo già conosciuto non pochi letterati di Roma), mi ristringerò solamente alle donne, e alla fortuna che voi forse credete che sia facile di far con esse nelle città grandi. V'assicuro che è propriamente tutto il contrario. Al passeggio, in Chiesa, andando per le strade, non trovate una befana che vi guardi. (...) Trattando, è così difficile il fermare una donna in Roma come a Recanati, anzi molto più, a cagione dell'eccessiva frivolezza e dissipatezza di queste bestie femminine, che oltre di ciò non ispirano un interesse al mondo, sono piene d'ipocrisia, non amano altro che il girare e divertirsi non si sa come, non... (omissis) (credetemi) se non con quelle infinite difficoltà che si provano negli altri paesi. Il tutto si riduce alle donne pubbliche, le quali trovo ora che sono molto più circospette d'una volta, e in ogni modo sono così pericolose come sapete.» Il passo omesso dalla pubblicazione dell'epistolario venne censurato alla prima edizione (1937), ed è stato ripristinato solo in edizioni recenti, come quella dei Meridiani del 2006, poiché troppo esplicito ("non la danno"); cfr. Il senso di Leopardi per la donna di città (archiviato dall'url originale il 27 marzo 2014).
  14. ↑ Per lui scrisse, nel 1835, la celebre Palinodia al marchese Gino Capponi
  15. ↑ Niccolini era già stato l'ispiratore del personaggio di Lorenzo Alderani delle Ultime lettere di Jacopo Ortis
  16. ↑ Tommaseo mal sopportava ed avversava Leopardi e le sue idee, definendolo "il Gobbo", "il conte crostaceo" e "pipistrello", scrivendo - in una lettera inviata a Gino Capponi nell'agosto 1833: «Feci stanotte un sogno bellissimo […] Poi, parevami di essere, quasi libero, nell'anticamera delle carceri; e v'era più gonfio in viso e più leggiadretto che mai, l'uomo che ha il genio del Tasso in fondo alla gobba, come il Tasso l'aveva in fondo al bicchiere». Quest'odio, che portò Sebastiano Timpanaro a definirlo "livore clericale", scaturiva dal fatto che non gradiva «la [di Leopardi] bestemmia fredda e la sventura noiosa»; d'altronde disse anche: «che io abbassi troppo il L.[eopardi] e il Giordani, può essere; ma vi confesso che le opinioni religiose e morali hanno gran peso nel giudicare, ch'io fo, degl'ingegni: l'uomo che neghi Dio e la bellezza, eziandio umana, del Cristianesimo, parmi natura gretta e dannata in questa vita a gelo perpetuo» (dalla risposta del 13 ottobre 1836 ad Alessandro Poerio)
  17. ↑ «Ora bisogna che io scriva a quel maledetto gobbo, che s'è messo in capo di coglionarmi, e per quella volta almeno, Dio sa s'io me lo meritavo, che è proprio un'idea storia. Ma vo' ringraziarlo, perché egli se la piglia meco, come anche con Domeneddio» (Lettera di Gino Capponi a Gian Pietro Vieusseux). Capponi scrisse apertamente a Leopardi ringraziandolo per i "nobili versi", ma in privato continuò a irritarsene: «Il Leopardi m'ha scaricato addosso certi suoi sciolti, dove gentilmente mi cogliona come credente a' giornali, a' baffi, a' sigari, alla sapienza ed alla beatitudine del secolo. E poi prova al solito, come quattro e quattr'otto, che la natura ci attanaglia, e chi l'ha fatta è un boja.» (Lettera al Tommaseo del 1835) Le riserve verso Leopardi continuarono ben oltre la sua morte, accusando Pietro Giordani di avergli insegnato una filosofia sbagliata: in un pensiero scrisse "Io per me credo proprio [...] che le anime nostre non sieno infelici se non in quanto sono esse piccole. Il povero Leopardi aveva scusa nell'esser gobbo; ma non è forse una piccolezza il non sapere vivere gobbi? Avrebbe saputo (perché nell'anima sua e nell'ingegno era del grande), se il Giordani e tutto il secolo dei letterati di quella scuola (saecla ferarum) non gli avessero contro suo genio messa addosso una sciaurata filosofia". Questo giudizio si spiega leggendo il testo della Palinodia, nel quale Leopardi è in forte polemica con la fiducia nel progresso ottocentesco, vicina agli ambienti fiorentini: e per mostrare la sua contrarietà, il poeta recanatese imbastisce 279 endecasillabi sciolti, contenenti una pesante satira e un'aperta decisione contro i progressisti. L'epigrafe, tratta da Petrarca, "Il sempre sospirar nulla rileva", anticipa un Leopardi non più rinunciatario né illuso, ma combattivo, come si vedrà anche nella Ginestra. Mentre fu più meditato e indulgente il giudizio dato dal Capponi stesso, in tarda età, sulla poesia e su Leopardi stesso. Ancor meglio si spiega la distanza d'idee tra Leopardi e i fiorentini dell'Antologia, leggendo le parole di Pietro Colletta, intellettuale della cerchia progressista di Capponi, amico del Leopardi ma che arrivò a riferire "Ho riletto parecchi dei [suoi] componimenti antichi, alcuni de' nuovi e ti dico che niente mi è piaciuto. La medesima eterna, ormai non sopportabile malinconia: gli stessi argomenti: nessuna idea, nessun concetto nuovo, tristezza aggettata e qualche seicentismo: bello stile"
  18. ↑ [gente] che m'odia e fugge, / per invidia non già, che non mi tiene / maggior di sé, ma perché tale estima / ch'io mi tenga in cor mio, in Le ricordanze, vv. 33-36.
  19. ↑ In alternativa incisione realizzata con la tecnica della camera oscura da artista, tramite bulino. L'eliografia, metodo di riproduzione messo a punto da Joseph Nicéphore Niépce nel 1822, fu da questi usato per la prima fotografia nel 1826 (precedente di 13 anni il dagherrotipo).
  20. ↑ Frase che riecheggia la lettera giovanile al Giordani dove si definiva "come una canna secca", e una ripresa dell'espressione di Pascal "una canna che pensa"
  21. ↑ "Tu vivi / bella non solo ancor, ma bella tanto, / al parer mio, che tutte l'altre avanzi" (Aspasia, vv. 73-75)
  22. ↑ Giovanni Mèstica, Gli amori di G. Leopardi, in Fanfulla della domenica, 4 aprile 1880. (Fonte DBI). Altri ritengono che il canto alluda piuttosto alla sola Fanny Targioni Tozzetti, tra questi, Giovanni Iorio nel commento ai Canti, edizione Signorelli, Roma 1967.
  23. ↑ Carlotta de' Medici, coniugata Lenzoni, figlia di Francesco Orazio de' Medici, ultimo del ramo cadetto dei Medici di Francesco di Giovenco detti "di Lungarno"; cfr. Carlotta de' Medici
  24. ↑ Tra cui Schopenhauer e Leopardi, Studio su Giacomo Leopardi e la Storia della letteratura italiana
  25. ↑ Si trattava della fase finale della cosiddetta "seconda pandemia di colera" (1826-1837)
  26. ↑ "Io, grazie a dio, sono salvo dal colera, ma a gran costo. Dopo aver passato in campagna più mesi tra incredibili agonie, correndo ciascun giorno sei pericoli di vita ben contati, imminenti e realizzabili di ora in ora; e dopo aver sofferto un freddo tale, che mai nessun altro, se non quello di Bologna, io ho mai provato di simile; la mia povera macchina, con dieci anni più che a Bologna, non ha resistito, e fino dal principio di dicembre, quando la peste ha cominciato a declinare, il ginocchio con la gamba dritta mi è diventato grosso il doppio dell'altro, facendosi di un colore spaventevole. Né ho potuto consultare medici, perché una visita di medico in quella campagna lontana costa non meno di 15 ducati. Così mi sono portato questo male fino alla metà di febbraio, nel quale tempo, per il rigore della stagione, benché non sono uscito di casa, mi sono ammalato di petto con febbre, pure senza poter consultare nessuno. Passata la febbre da sé, sono tornato in città, dove subito mi son riposto a letto, come convalescente, quale sono, si può dire, ancora, non avendo da quel giorno, a causa dell'orrenda stagione, potuto mai uscire di casa per recuperare le forze con l'aria e il moto." (Lettera a Monaldo Leopardi del 9 marzo 1837)
  27. ↑ Teorie alternative sulla morte del conte Giacomo Leopardi sono state trattate e documentate negli studi condotti dal Prof. Gennaro Cesaro (cfr. Sfrondando gli allori della poesia dell'800 e del '900). Cesaro ha sostenuto che la causa della morte fu congestione, seguita da problemi cardiaci e respiratori, causata da indigestione di confetti e assunzione di cibo caldo e freddo
  28. ↑ Al momento della morte di Giacomo Leopardi, Antonio Ranieri fece chiamare d'urgenza un frate agostiniano scalzo (padre Felice) per assistere il poeta negli ultimi istanti e sbrigare le pratiche burocratiche per la registrazione del decesso, ma il prete giunse troppo tardi e si limitò a constatare la morte e benedire la salma, permettendo l'inumazione. I volumi di Marcello D'Orta e Loretta Marcon approfondiscono la vicenda
  29. ↑ «Il cadavere fu salvato dalla confusione del camposanto cholerico. Ed assettato in una cassa di noce impiombata [ndr: circostanza che si rivelò inesatta], e raccolto pietosamente in una sepoltura di ecclesiastici sotto l’altare a destra della chiesetta suburbana di San Vitale; fu quindi, non meno pietosamente, trasferito a suo tempo nel vestibolo della medesima, dove gli fu posta la pietra ch’ora si vede [...] Il suo cadavere, salvato, come per miracolo, dalla pubblica e indistinta sepoltura dove la dura legge della stagione condannava, o appestati o non, i grandissimi e i piccolissimi, fu seppellito nella chiesetta suburbana di San Vitale su la via di Pozzuoli, nel cui vestibolo una pietra, ritratta nella seconda tavola posta dinanzi all’edizione precitata, ne fa modesto e pietoso ricordo al passaggiero» (A. Ranieri, Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi)
  30. ↑ «I muratori in fretta e furia raccolsero le ossa, ch'erano uscite fuori della cassa. Però, per timore che il Parroco fosse ritornato presto, non poterono avere quella cura, che la circostanza richiedeva. Si aggiunga che proprio li vicino si trovarono radunate parecchie altre ossa umane, che si dovevano trasportare al cimitero, per deporle nell'ossuario comune» (Lettera del sacerdote don Salvatore Triunfio al vescovo di Pozzuoli Alfonso Castaldo, 10 dicembre 1938)
  31. ↑ Da non confondere con il Parco Virgiliano di Posillipo o "Parco della Rimembranza"

Bibliografiche

  1. ↑ Buon compleanno Leopardi, su liberliber.it.
  2. 1 2 Qua una delle copie
  3. ↑ Il ritratto del CNSL, su centrostudileopardiani.it.
  4. ↑ Atto di battesimo di Giacomo Leopardi (JPG), su rete.comuni-italiani.it. URL consultato l'11 maggio 2021.
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  21. ↑ Citati, pp. 4-10.
  22. ↑ Renato Minore, op. cit., p. 13.
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  24. ↑ Emilio Cecchi e Natalino Sapegno, Storia della letteratura italiana. Milano 1969, vol. VII, L'Ottocento, p. 737.
  25. ↑ Citati, pp. 18-35.
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  47. ↑ Cecchi, Sapegno, op. cit. p. 741.
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  51. ↑ Citati, pp. 30-31, 33 e ss.
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  71. ↑ Un'analisi critica del Discorso, insieme a un saggio sui Paralipomeni alla Batracomiomachia si trova in: Riccardo Bonavita, Leopardi : Descrizione di una battaglia, Nino Aragno Ed., Torino, 2012
  72. ↑ Citati, p. 142 e segg.
  73. ↑ Aldo Giudice, Giovanni Bruni, Problemi e scrittori della letteratura italiana, vol. 3, tomo 1, Paravia, 1978, pag. 341.
  74. ↑ Cfr. pag. 118 del ms. dello Zibaldone, con pensiero del 2 luglio 1820: "[...] nel 1819 dove privato dell'uso della vista, e della continua distrazione della lettura, cominciai a sentire la mia infelicità in un modo assai più tenebroso [...]".
  75. ↑ Citati, p. 82 e segg.
  76. ↑ Citati, p. 85-95.; 171-210.
  77. ↑ Cecchi, Sapegno, op. cit., p. 803.
  78. ↑ Pierluigi Panza, La casa di Silvia (amata da Leopardi) restaurata e aperta, in Corriere della Sera, 29 giugno 2017.
  79. 1 2 Citati, pp. 214-225.
  80. ↑ Citati, pp. 222-225.
  81. ↑ Il ritratto di Giacomo Leopardi, su igiornidiparma.it.
  82. ↑ Ad esempio qui
  83. ↑ Citati, pp. 275-280.
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  85. ↑ Paolo Ruffilli, Introduzione alle Operette morali, Garzanti
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  88. ↑ Una stroncatura per il Leopardi (archiviato dall'url originale il 26 febbraio 2014).
  89. ↑ Introduzione alla Palinodia (PDF) (archiviato dall'url originale il 4 novembre 2014).
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  91. ↑ Citati, pp. 298-308.
  92. ↑ Cfr. lettera di G. Leopardi (Recanati) a Pietro Colletta (Livorno), 16 gennaio 1829, in cui dichiara di aver percepito venti scudi romani (diciannove fiorentini) al mese.
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    «Era in casa una vaga memoria delle cambiali che Giacomo bimestralmente traeva. Si fecero le più diligenti ricerche, e in un angolo riposto dello scrittoio di Monaldo si rinvenne intiero il mazzetto di queste tratte. Ed ora solennemente rivendico la verità, che taciuta è poco men che negata; e dico che quelle lettere di cambio scritte di mano di Ranieri, tratte a suo favore, non hanno del Leopardi che la sola firma.»
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  152. ↑ Biografia di Stefano Mollica, su giornaledilipari.it.
  153. ↑ Un'immagine del certificato è presente in: Stefano Certa e Angela Marchica, Leopardi e il suo mondo, 2021
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  163. 1 2 3 4 È vuota la tomba di Leopardi. Guerra sulla riesumazione dei resti, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 16 febbraio 2014 (archiviato il 21 ottobre 2013).
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  168. ↑ Cfr. in proposito anche gli studi che il filosofo Giovanni Gentile ha dedicato a Leopardi, in particolare: Manzoni e Leopardi: saggi critici (Milano, Treves, 1928, pp. 31-217); Poesia e filosofia di Giacomo Leopardi (Firenze, Sansoni, 1939).
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    «Le affinità con le Operette morali di Giacomo Leopardi (che Schopenhauer definirà poi il “fratello meridionale”)...»
  174. ↑ Pierluigi Panza, Il colle dell’«Infinito» rinasce col Fai. Mattarella e Franceschini all’apertura, su Corriere della Sera. URL consultato il 1º marzo 2022 (archiviato il 7 agosto 2020).
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  177. ↑ Tutte le indicazioni su luoghi e viaggi sono prese da Attilio Brilli, In viaggio con Leopardi, Il Mulino, Bologna 2000. Tra virgolette le parole di Leopardi, tratte da sue lettere.
  178. 1 2 3 Marta Sambugar, Gabriella Sarà, Visibile parlare, da Leopardi a Ungaretti, Milano, RCS Libri, 2012, p. 7, ISBN 978-88-221-7256-3.
  179. ↑ Marta Sambugar, Gabriella Sarà, Visibile parlare, da Leopardi a Ungaretti, Milano, RCS Libri, 2012, p. 9, ISBN 978-88-221-7256-3.
  180. 1 2 Operette morali, su internetculturale.it. URL consultato il 19 ottobre 2016 (archiviato dall'url originale il 14 giugno 2016).
  181. 1 2 3 Marta Sambugar, Gabriella Sarà, Visibile parlare, da Leopardi a Ungaretti, Milano, RCS Libri, 2012, p. 10, ISBN 978-88-221-7256-3.
  182. 1 2 3 Fabio Marri, Neologismi (archiviato dall'url originale il 9 settembre 2017)., Enciclopedia dell'Italiano (2011), Istituto dell'Enciclopedia italiana.
  183. ↑ Catalogo della mostra "Viaggi e transiti opere leopardiane di Valeriano Trubbiani" realizzata in occasione dell'inaugurazione del Centro culturale "Pergoli" di Falconara Marittima dal 20 dicembre 2004, Comune di Falconara Marittima, Aniballi Grafiche, Ancona, 2005
  184. ↑ Vedi la scheda dedicata al CART - Centro permanente per la Documentazione dell'Arte Contemporanea di Falconara Marittima nel sito "La memoria dei luoghi" del Sistema Museale della Provincia di Ancona: CART - Centro permanente per la documentazione dell'Arte contemporanea, su Associazione "Sistema Museale della Provincia di Ancona". URL consultato il 26 aprile 2020 (archiviato il 7 settembre 2017).
  185. 1 2 Le Marche di Leopardi., breve documentario diretto da Alessandro Scilitani, patrocinato dalla Regione Marche.
  186. ↑ ascolta la canzone nel sito della Fondazione Giorgio Gaber (archiviato dall'url originale il 6 settembre 2017).
  187. ↑ Vedi il testo dell'Operetta morale in Wikisource (archiviato dall'url originale il 15 settembre 2017).
  188. ↑ Il cortometraggio di Ermanno Olmi Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggiere.
  189. ↑ Il cortometraggio di Ermanno Olmi Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggiere è inoltre visibile all'interno del programma Leopardi, il rivoluzionario (archiviato dall'url originale il 7 settembre 2017). di Giancarlo Mancini, puntata della rubrica televisiva di Rai Storia Il tempo e la storia con Massimo Bernardini e lo storico Lucio Villari:
  190. ↑ Vedi il trailer del film (archiviato dall'url originale il 14 febbraio 2018). Il giovane favoloso di Mario Martone interpretato da Elio Germano:
  191. ↑ Leopardi, il rivoluzionario di Giancarlo Mancini, puntata della rubrica Il tempo e la storia con Massimo Bernardini e lo storico Lucio Villari: http://www.raistoria.rai.it/articoli/leopardi-il-rivoluzionario/25794/default.aspx Archiviato il 7 settembre 2017 in Internet Archive.
  192. ↑ Leopardi, il rivoluzionario di Giancarlo Mancini, puntata della rubrica Il tempo e la storia con Massimo Bernardini e lo storico Lucio Villari: http://www.raistoria.rai.it/articoli/leopardi-il-rivoluzionario/25794/default.aspx Archiviato il 7 settembre 2017 in Internet Archive.
  193. ↑ Rai Storia, Giacomo Leopardi e l'importanza di Recanati: http://www.raiscuola.rai.it/articoli/giacomo-leopardi-parte-prima/3205/default.aspx Archiviato l'8 settembre 2017 in Internet Archive.
  194. ↑ Nel sito web de La Stampa, Francesco Guzzini del Centro Studi Leopardiani mostra l'itinerario che il Poeta compiva per recarsi dalla propria abitazione al punto di osservazione del paesaggio che gli ispirò L'infinito: http://www.lastampa.it/2017/07/16/multimedia/societa/viaggi/ecco-il-vero-colle-dellinfinito-descritto-da-giacomo-leopardi-fncjkba7fEJyVoUSrazy1H/pagina.html Archiviato l'8 settembre 2017 in Internet Archive.
  195. ↑ Lo spot turistico sulle Marche con Dustin Hoffman con la regia di Giampiero Solari: https://www.youtube.com/watch?v=gEndornqlHo Archiviato il 22 agosto 2015 in Internet Archive.
  196. ↑ A casa di Giacomo Leopardi, intervista di Pippo Baudo alla contessa Olimpia Leopardi all'interno del Palazzo Leopardi di Recanati: https://www.youtube.com/watch?v=oNsBnlkBu0E
  197. ↑ Un Leopardi inedito raccontato da Novella Bellucci e Franco D'Intino nella puntata di Visionari del 15 giugno 2015, programma televisivo condotto da Corrado Augias su Rai 3: https://www.youtube.com/watch?v=KwFnKv0TBaI
  198. ↑ Intervista allo scrittore Alessandro D'Avenia sul suo libro e spettacolo teatrale L'arte di essere fragili - come Leopardi può salvarti la vita nel sito di RepubblicaTv. (2016).
  199. ↑ Vittorio Gassman interpreta L'infinito, su youtube.com. URL consultato il 15 settembre 2017 (archiviato il 23 maggio 2019).
  200. ↑ Vittorio Gassman interpreta A Silvia: https://www.youtube.com/watch?v=7hEbvxBi2ZQ Archiviato il 29 marzo 2016 in Internet Archive.
  201. ↑ Vittorio Gassman interpreta La sera del dì di festa: https://www.youtube.com/watch?v=TPpCs6tws_U
  202. ↑ Vittorio Gassman interpreta Amore e Morte: https://www.youtube.com/watch?v=o22AJ5PPdGI
  203. ↑ Vittorio Gassman interpreta La quiete dopo la tempesta: https://www.youtube.com/watch?v=-8jasZDrV2U Archiviato il 23 ottobre 2014 in Internet Archive.
  204. ↑ Vittorio Gassman interpreta A se stesso: https://www.youtube.com/watch?v=F0lhF2s_5s4
  205. ↑ Carmelo Bene interpreta L'infinito: https://www.youtube.com/watch?v=UhsHYRORcyE Archiviato il 3 ottobre 2018 in Internet Archive.
  206. ↑ Carmelo Bene interpreta Passero solitario: https://www.youtube.com/watch?v=IZzQbnzpaok
  207. ↑ Carmelo Bene interpreta La ginestra (o Il fiore del deserto): https://www.youtube.com/watch?v=ZqzVXF3Fx4Y
  208. ↑ Carmelo Bene interpreta Alla luna: https://www.youtube.com/watch?v=v9IriaUNWQk
  209. ↑ Carmelo Bene interpreta La sera del dì di festa: https://www.youtube.com/watch?v=qydGUiV1wwI
  210. ↑ Carmelo Bene interpreta Il sabato del villaggio: https://www.youtube.com/watch?v=vI9PJfCtWw4
  211. ↑ Carmelo Bene interpreta Le ricordanze: https://www.youtube.com/watch?v=jyB0eM9AOoM
  212. ↑ Carmelo Bene interpreta Canto notturno di un pastore errante dell'Asia: https://www.youtube.com/watch?v=y7PaXzp2Zh8 Archiviato il 26 aprile 2014 in Internet Archive.
  213. ↑ Carmelo Bene interpreta Inno ad Arimane: https://www.youtube.com/watch?v=f2-QAubKbLE
  214. ↑ vedi su Inno ad Arimane: https://it.wikiversity.org/wiki/Canti_(superiori)#Le_posizioni_contro_l.27ottimismo_progressista Archiviato il 15 settembre 2017 in Internet Archive.
  215. ↑ leggi il testo di Inno ad Arimane in Wikisource: https://it.wikisource.org/wiki/Puerili_(Leopardi)/Ad_Arimane Archiviato il 15 settembre 2017 in Internet Archive.
  216. ↑ Carmelo Bene interpreta Amore e Morte: https://www.youtube.com/watch?v=epYU4-n2jGw
  217. ↑ Arnoldo Foà interpreta L'infinito: https://www.youtube.com/watch?v=19VuLCmHocI Archiviato il 23 febbraio 2020 in Internet Archive.
  218. ↑ Arnoldo Foà interpreta Passero solitario: https://www.youtube.com/watch?v=nOr3Qbceuhg
  219. ↑ Arnoldo Foà interpreta A Silvia: https://www.youtube.com/watch?v=5qODyZtfvZA Archiviato il 29 febbraio 2020 in Internet Archive.
  220. ↑ Arnoldo Foà interpreta Il sabato del villaggio: https://www.youtube.com/watch?v=kmk_gd-48XE
  221. ↑ Arnoldo Foà interpreta La sera del dì di festa: https://www.youtube.com/watch?v=aWOJfMZeCVo
  222. ↑ Arnoldo Foà interpreta Canto notturno di un pastore errante dell'Asia: https://www.youtube.com/watch?v=9TyHwWkFt70 Archiviato il 14 giugno 2017 in Internet Archive.
  223. ↑ Arnoldo Foà interpreta Le ricordanze: https://www.youtube.com/watch?v=hL855FC_juA Archiviato l'11 marzo 2019 in Internet Archive.
  224. ↑ Arnoldo Foà interpreta La ginestra (o Il fiore del deserto): https://www.youtube.com/watch?v=zBnDqu8X5fk
  225. ↑ Arnoldo Foà interpreta Il tramonto della luna: https://www.youtube.com/watch?v=Au4hXAoKqlw
  226. ↑ Arnoldo Foà interpreta All'Italia: https://www.youtube.com/watch?v=iNHqhHiIqok
  227. ↑ Arnoldo Foà interpreta Alla luna: https://www.youtube.com/watch?v=oxzCzwR05WE
  228. ↑ Giorgio Albertazzi interpreta L'infinito: https://www.youtube.com/watch?v=BLmhOx6IuCw Archiviato il 1º giugno 2016 in Internet Archive.
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  232. ↑ Alberto Lupo interpreta Ultimo canto di Saffo: https://www.youtube.com/watch?v=o1Q_AcJ1TtA
  233. ↑ Elio Germano, nel film Il giovane favoloso di Mario Martone, interpreta L'infinito: https://www.youtube.com/watch?v=jIvzQvi75rQ
  234. ↑ Elio Germano, nel film Il giovane favoloso di Mario Martone, interpreta La ginestra (o Il fiore del deserto): https://www.youtube.com/watch?v=U5e___IGHm4
  235. ↑ Elio Germano, nel film Il giovane favoloso di Mario Martone, interpreta la prima parte de La sera del dì di festa: https://www.youtube.com/watch?v=NgI8uekF6H4
  236. ↑ Elio Germano, nel film Il giovane favoloso di Mario Martone, interpreta un brano di Amore e Morte: https://www.youtube.com/watch?v=VD_6V0YXc8I
  237. ↑ Elio Germano, nel film Il giovane favoloso di Mario Martone, interpreta l'ultima parte di Aspasia: https://www.youtube.com/watch?v=gcoJ3eQ_pr4

Bibliografia

Lo stesso argomento in dettaglio: Bibliografia su Giacomo Leopardi.

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