| Giacomo Leopardi | |
|---|---|
| Nobile dei conti Leopardi | |
| Nome completo | Giacomo Taldegardo Francesco Salesio Saverio Pietro Leopardi |
| Nascita | Recanati, 29 giugno 1798 |
| Morte | Napoli, 14 giugno 1837 (38 anni) |
| Luogo di sepoltura | Parco Vergiliano a Piedigrotta |
| Dinastia | Leopardi |
| Padre | Monaldo Leopardi |
| Madre | Adelaide Antici |
| Firma | |
Giacomo Taldegardo Francesco Salesio Saverio Pietro Leopardi (Recanati, 29 giugno 1798 – Napoli, 14 giugno 1837) è stato un poeta, filosofo, scrittore e filologo italiano.


È ritenuto tra i maggiori poeti italiani dell'Ottocento e una delle più importanti figure della letteratura mondiale, nonché uno dei principali esponenti del romanticismo letterario e tra i precursori dell'esistenzialismo. La profondità della sua riflessione sull'esistenza e sulla condizione umana — di ispirazione sensista, materialista e anti-idealista — ne fa anche un filosofo di spessore. La qualità lirica della sua poesia lo ha reso un protagonista centrale nel panorama letterario e culturale internazionale, con ricadute che vanno molto oltre la sua epoca.
Leopardi, intellettuale dalla vastissima cultura, fu inizialmente sostenitore del classicismo, ispirato alla concezione del Monti e alle opere dell'antichità greco-romana, ammirata tramite le letture e le traduzioni di Mosco, Lucrezio, Epitteto, Luciano e altri; approdò al Romanticismo dopo la scoperta dei poeti romantici e preromantici europei, quali Byron, Goethe, Chateaubriand, Foscolo, Alfieri, divenendone un esponente principale, pur non volendo mai definirsi romantico ma sempre classicista, pur riprendendo elementi ideologici sia dal barocco che dalla filosofia del Vico. Le sue posizioni filosofiche materialistiche, derivate invece principalmente dall'Illuminismo, ma sviluppatesi successivamente in un compiuto sistema filosofico e poetico, si formarono invece sulla lettura di filosofi come il barone d'Holbach, Verri, Voltaire e Condillac, a cui egli unisce però il proprio pessimismo, originariamente probabile effetto di una grave patologia che lo affliggeva. Morì nel 1837 poco prima di compiere 39 anni, di edema polmonare o scompenso cardiaco, durante la grande epidemia di colera a Napoli.
Il dibattito sull'opera leopardiana a partire dal Novecento, specialmente in relazione al pensiero degli anni trenta e cinquanta del Novecento, ha portato gli esegeti ad approfondire l'analisi filosofica dei contenuti e significati dei suoi testi; per quanto resi specialmente nelle opere in prosa, essi trovano precise corrispondenze a livello lirico in una linea unitaria di atteggiamento esistenziale: riflessione filosofica ed empito poetico fanno sì che Leopardi, al pari di Blaise Pascal, Schopenhauer (con il cui pensiero e filosofia della vita sono state rilevate forti analogie), Kierkegaard, Nietzsche e più tardi di Kafka, possa essere visto come un esistenzialista o almeno un precursore dell'esistenzialismo, oltre che avvicinato al nichilismo.
Nacque il 29 giugno 1798 a Recanati, nello Stato pontificio (oggi in provincia di Macerata, nelle Marche), in quel periodo sotto l'amministrazione della Repubblica Romana nata dall'occupazione francese napoleonica, primo dei dieci figli di una delle più nobili famiglie del paese. Quelli che arrivarono all'età adulta, oltre a Giacomo, furono Carlo (1799-1878), Paolina (1800-1869), Luigi (1804-1828, unico non vivente alla morte di Giacomo) e Pierfrancesco (1813-1851). Il padre, conte Monaldo, figlio del conte Giacomo e di Virginia dei marchesi Mosca, nobili di Pesaro, era un reazionario amante degli studi; la madre, la nobildonna Adelaide Antici, era una donna energica, molto religiosa fino alla superstizione, legata alle convenzioni sociali e a un concetto profondo di dignità della famiglia, motivo di sofferenza per il giovane Giacomo che non ricevette tutto l'affetto di cui sentiva il bisogno. I genitori erano cugini fra di loro.
In conseguenza di alcune speculazioni azzardate fatte dal marito, la contessa Adelaide prese in mano un patrimonio familiare fortemente indebitato, riuscendo a rimetterlo in sesto solo grazie a una rigida economia domestica. La rigidità della madre, i sacrifici economici e i pregiudizi nobiliari pesarono sul giovane Giacomo, che fino al termine dell'infanzia crebbe comunque allegro, giocando volentieri con i suoi fratelli, soprattutto con Carlo e Paolina che erano più vicini a lui d'età e che amava intrattenere con racconti ricchi di fervida fantasia.
Destinato dal padre alla carriera ecclesiastica per la sua fragile salute, rifiuterà di intraprendere questa strada, mantenendo il maggiorascato come primogenito. Durante la sua vita Leopardi usò talvolta il titolo di cortesia di conte, anche se il titolo nobiliare era ancora detenuto dal padre, e fu concesso, in seguito alla morte di Giacomo e alla perdita del maggiorascato di Carlo, ereditato da Giacomo ma revocatogli dal padre per aver contratto un matrimonio sgradito alla famiglia, solo nel 1837 al fratello Pierfrancesco (che succederà ufficialmente a Monaldo come conte di San Leopardo solo nel 1847).
Ricevette la prima educazione, come da tradizione familiare, da due precettori ecclesiastici, il gesuita don Giuseppe Torres fino al 1808 e l'abate don Sebastiano Sanchini fino al 1812, che influirono sulla sua prima formazione con metodi improntati alla scuola gesuitica. Tali metodi erano incentrati non solo sullo studio del latino, della teologia e della filosofia, ma anche su una formazione scientifica di buon livello contenutistico e metodologico. Nel Museo leopardiano a Recanati è conservato, infatti, il frontespizio di un trattatello sulla chimica, da lui composto insieme al fratello Carlo. I momenti significativi delle sue attività di studio, che si svolgono all'interno del nucleo familiare, sono da rintracciare nei saggi finali, nei componimenti letterari da donare al padre in occasione delle feste natalizie, la stesura di quaderni molto ordinati e accurati e qualche composizione di carattere religioso da recitare in occasione della riunione della Congregazione dei nobili.
Il ruolo avuto dai precettori non impedì, comunque, al giovane Leopardi di intraprendere un suo personale percorso di studi avvalendosi della biblioteca paterna molto fornita (oltre ventimila volumi) e di altre biblioteche recanatesi, come quella degli Antici, dei Roberti e probabilmente da quella di Giuseppe Antonio Vogel, letterato alsaziano esule in Italia in seguito alla Rivoluzione francese giunto a Recanati tra il 1806 e il 1809 come membro onorario della cattedrale della cittadina. Nel 1809 il giovane Giacomo compone il sonetto ispirato all'Iliade intitolato La morte di Ettore che, come lui stesso scrive nell'Indice delle produzioni di me Giacomo Leopardi dall'anno 1809 in poi, è da considerarsi la sua prima composizione poetica. Da questi anni ha inizio la produzione di tutti quegli scritti chiamati "puerili".

Il corpus delle opere cosiddette "puerili" dimostra come il giovane Leopardi sapesse scrivere in latino sin dall'età di nove-dieci anni e padroneggiare i metodi di versificazione italiana in voga nel Settecento, come la metrica barbara di Fantoni, oltre ad avere una passione per le burle in versi dirette al precettore e ai fratelli.
Nel 1810 iniziò lo studio della filosofia e due anni dopo, come sintesi della sua formazione giovanile, scrisse le Dissertazioni filosofiche che riguardano argomenti di logica, filosofia, morale, fisica teorica e sperimentale (astronomia, gravitazione, idrodinamica, teoria dell'elettricità, eccetera). Tra queste si ricorda la Dissertazione sopra l'anima delle bestie. Nel 1812, con la presentazione pubblica del suo saggio di studi che discusse davanti a esaminatori di vari ordini religiosi e al vescovo, si può far concludere il periodo della sua prima formazione, che è soprattutto di tipo sei-settecentesco ed evidenzia l'amore per l'erudizione oltre che uno spiccato gusto arcadico.

Dal 1809 al 1816 Leopardi si immerse totalmente in uno "studio matto e disperatissimo", espressione da lui stesso coniata, che assorbì tutte le sue energie e che avrebbe recato gravi danni alla sua salute.
Apprese perfettamente il latino (sebbene si considerasse sempre "poco inclinato a tradurre" da questa lingua in italiano) e, senza l'aiuto di maestri, il greco antico. Seppure in modo più sommario apprese anche altre lingue: l'ebraico, il francese, l'inglese, lo spagnolo e il tedesco (nello Zibaldone si trovano inoltre cenni ad altre lingue antiche, come il sanscrito). Nel frattempo, nel 1812 cessa la formazione dell'abate Sanchini, il quale ritenne inutile continuare la formazione del giovane che ne sapeva ormai più di lui. Risalgono a questi anni la Storia dell'astronomia del 1813, il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi del 1815, diversi discorsi su scrittori classici, alcune traduzioni poetiche, alcuni versi e tre tragedie, mai rappresentate durante la sua vita, La virtù indiana, Pompeo in Egitto e Maria Antonietta (rimasta incompiuta).
Per quanto riguarda la compilazione della Storia dell'astronomia Leopardi si avvalse di numerose fonti: il testo di base fu sicuramente la Storia dell’astronomia di Bailly, ridotta in compendio dal signor Francesco Milizia, a partire dalle Histoires del celebre astronomo francese Jean Sylvain Bailly. L'opera, pubblicata nel 1791, terminava con la scoperta del pianeta Urano da parte di Herschel. Invece, il lavoro di Leopardi presenta ulteriori aggiornamenti, come ad esempio la scoperta di Cerere, Pallade, Giunone e della cometa del 1811. Per l'elaborazione del suo testo, Leopardi fece uso anche dell'Abrégé d’astronomie di Jérôme Lalande (presente nella biblioteca di casa Leopardi nell’edizione del 1775), del Dictionnaire de Physique di Aimé-Henri Paulian e delle storie di matematica inserite nel Tacquet e nel Wolff. Inoltre Leopardi adoperò diverse opere generali come la Storia della letteratura italiana di Girolamo Tiraboschi, gli Scrittori d’Italia di Mazzuchelli e varie raccolte biografiche di alcuni ordini religiosi: Wadding per i francescani, Quétif e Échard per i domenicani e così via. L'elenco di questi testi dimostra l’erudizione raggiunta dal giovane Leopardi. Nella Storia dell'astronomia Leopardi lasciò anche trasparire i limiti del suo interesse per la matematica. Nulla, probabilmente, sapeva a proposito dei logaritmi (ai quali invece il Bailly-Milizia aveva dedicato due pagine illustratrici) e sull'argomento si limitò a scrivere che «Enrico Briggs (…) avendo udita la invenzione de' logaritmi fatta da Giovanni Neper» aveva pubblicato un’opera al riguardo. Probabilmente, infatti, Leopardi non studiò mai i logaritmi, così come si arrestò alla geometria cartesiana e al calcolo differenziale.
Iniziò nello stesso periodo anche le prime pubblicazioni e lavorò alle traduzioni dal latino e dal greco, dimostrando sempre di più il suo interesse per l'attività filologica. Le traduzioni erano spesso corredate da discorsi introduttivi e note: si ricordano gli Scherzi epigrammatici, tradotti dal greco nel 1814 e pubblicati in occasione delle nozze Santacroce-Torre dalla Tipografia Frattini di Recanati nel 1816, la Batracomiomachia nel 1815 e pubblicata su Lo Spettatore italiano il 30 novembre 1816, gli idilli di Mosco, il Saggio di traduzioni dell'Odissea, la Traduzione del libro secondo dell'Eneide, il Moretum (un poemetto pseudo-virgiliano), e la Titanomachia di Esiodo, pubblicata su «Lo Spettatore italiano» il 1º giugno 1817.
Nello stesso anno aveva di fatto esordito come poeta, pubblicando, sempre sulle pagine de Lo Spettatore Italiano, un giovanile Inno a Nettuno, e due odi greche corredate di traduzione latina; il giovane Leopardi presentò le opere come tratte dai lacerti di un manoscritto del XIV secolo, segnalatogli da un amico romano, che gli avrebbe inviato i testi, corredandoli delle traduzioni latine delle due odi (l'Inno a Nettuno era invece presentato come versione italiana dello stesso Leopardi sulla base del testo greco, di cui vengono stampati solo il primo e l'ultimo verso). Si trattava di un gioco di finzione letteraria (essendo Leopardi autore di tutti e tre i testi), analogo a quello del Foscolo con Le grazie negli stessi anni.
Tra il 1815 e il 1816 si avverte in Leopardi un forte cambiamento, frutto di una profonda crisi spirituale, che lo porterà ad abbandonare l'erudizione per dedicarsi alla poesia. Egli si rivolge, pertanto, ai classici non più come ad arido materiale adatto a considerazioni filologiche, ma come a modelli di poesia da studiare. Seguiranno le letture di autori moderni come Alfieri (letta la vita, compilò nel 1817 il sonetto Letta la vita scritta da esso che toccava i temi della gloria e della fama, e lo ricorderà in seguito in una strofa della canzone Ad Angelo Mai del 1820), Parini, Foscolo (che ispirerà con Petrarca le canzoni All'Italia e Sopra il monumento di Dante, e due Operette), e Vincenzo Monti, che serviranno a maturare la sua sensibilità romantica, pur continuando a dirsi classicista. Ben presto egli legge I dolori del giovane Werther di Goethe, le opere di Chateaubriand, di Byron, di Madame de Staël, forse di Shelley. In questo modo Leopardi inizia a liberarsi dall'educazione paterna accademica e sterile, a rendersi conto della ristrettezza della cultura recanatese e a porre le basi per liberarsi dai condizionamenti familiari. Appartengono a questo periodo alcune poesie significative come Le Rimembranze, L'appressamento della morte e l'Inno a Nettuno, nonché la celebre e non pubblicata Lettera ai Sigg. compilatori della Biblioteca Italiana, indirizzata nel luglio 1816 ai redattori della rivista milanese, in risposta alla lettera Sulla maniera e utilità delle traduzioni di Madame de Staël, apparsa sul primo numero, nel gennaio dello stesso anno.

Nel 1814-1816 Leopardi fu colpito da alcuni seri problemi fisici di tipo reumatico, disagi psicologici che egli attribuì almeno in parte — come la presunta scoliosi — all'eccessivo studio, isolamento e immobilità in posizioni scomode delle lunghe giornate passate nella biblioteca di Monaldo.
La malattia esordì con infezione delle vie urinarie, polmonite e febbre, e in seguito gli causò la deviazione della spina dorsale (da cui la doppia "gobba"), con dolore e conseguenti problemi cardiaci, circolatori, gastrointestinali e respiratori (asma e tosse), una crescita stentata, problemi neurologici alle gambe (parestesia con freddo intenso), alle braccia e alla vista, disturbi disparati e stanchezza continua; nel 1816 Leopardi era convinto di essere sul punto di morire. Un'altra malattia di Leopardi fu un forte disturbo della vista, che causò il parziale abbandono dei suoi studi intensi. Tutti questi sintomi sono descritti nelle lettere e nel testo pubblicato da Antonio Ranieri ma se ne trova traccia anche nell'autobiografia postuma del padre. Alcuni di questi sintomi, come il disturbo visivo e i problemi intestinali e respiratori, presentarono sempre un andamento recidivante-remittente.
Il marchese Filippo Solari di Loreto scrive poco dopo a Monaldo Leopardi:
Egli stesso si ispira a questi seri problemi di salute, di cui parlerà anche a Pietro Giordani, per la lunga cantica L'appressamento della morte ("frequenti mi occorrono febbri maligne, catarri e sputi di sangue") e, anni dopo, per Le ricordanze, in cui ripensa a questo e definisce la sua malattia come un "cieco malor", cioè un male di non chiara origine, che gli fa pensare al suicidio assieme all'angusto ambiente:
L'ipotesi più accreditata per lungo tempo (diffusa già nel XIX secolo e sostenuta da medici di Recanati e da Pietro Citati) è che Leopardi soffrisse della malattia di Pott (gli studiosi scartano la diagnosi dell'epoca, più volte riproposta anche nel Novecento, di una normale scoliosi dell'età evolutiva, nonché quella del rachitismo), cioè tubercolosi ossea o spondilite tubercolare; mentre secondo una diagnosi retrospettiva più recente avrebbe sofferto di spondilite anchilosante giovanile (secondo Erik P. Sganzerla), una sindrome reumatica autoimmune (artrite) - spesso seguente (in soggetti geneticamente predisposti) a infezione respiratoria polmonare, come quella descritta da Leopardi stesso nell'Appressamento e nelle lettere o a infezione urinaria di cui parla Monaldo - che porta a una progressiva ossificazione dei legamenti vertebrali con deformazione, rigidità del rachide e compressione della gabbia toracica, e una serie di sintomi sistemici extrarticolari (irite, colite ulcerosa, aortite e fibrosi polmonare). La salute malferma fu un tratto famigliare: la maggioranza dei fratelli (sei su undici figli) morì in età infantile, così come le due figlie di Carlo, il fratello Pierfrancesco a 38 anni, il fratello Luigi a 24, la zia Ferdinanda (sorella di Monaldo) a 45, il nonno Giacomo a 40, il discendente indiretto Giacomo figlio di Ettore a 26, e diversi altri.
Nel decennio seguente l'apparire dei disturbi, alcuni medici fiorentini, come altri medici consultati in gioventù, a parte la deformità fisica asseriranno — probabilmente in maniera erronea — che numerosi disturbi del Leopardi erano dovuti a nevrastenia di origine psicologica (sempre in questo periodo comincia a soffrire di malinconia, presunte crisi depressive che taluni attribuiscono all'impatto psicologico della malattia fisica e all'isolamento sociale), come lui stesso a tratti sostenne, anche contro il parere di numerosi dottori.
Secondo il neurologo Sganzerla, propositore della tesi sulla spondilite al posto della tubercolosi, Leopardi non mostrava invece alcun segno di "depressione psicotica", sfatando il mito sostenuto da Citati e dai lombrosiani come Patrizi e Sergi.
Queste patologie comunque, se non condizionarono il suo pensiero in maniera diretta (come ribadito spesso da Leopardi), influenzarono comunque il suo pessimismo filosofico e lo spinsero a indagare le cause della sofferenza umana e il significato della vita da una prospettiva originale, divenendo, come affermato dal critico Sebastiano Timpanaro, "un formidabile strumento conoscitivo".
Secondo Antonio Ranieri, Leopardi "fu di statura mediocre, chinata ed esile di colore bianco che volgeva al pallido, di testa grossa, di fronte quadra e larga, d’occhi cilesti e languidi, di naso profilato, di lineamenti delicatissimi" e nel Sodalizio lo descrive con "ampissima fronte"; sugli occhi celeste chiaro, tratto degli Antici, sull'assenza di barba a parte le basette, e sulla somiglianza fisica e caratteriale con la zia Ferdinanda Leopardi Melchiorri (1777-1822), con cui ebbe una lunga affettuosa corrispondenza, insistono altre descrizioni. Il dottor Cioni, medico curante a Recanati ed amico della famiglia Leopardi, che accompagnò il poeta in un viaggio a Firenze e Pisa lo descrisse come "esile, pallido, gobbo avanti e dietro, parea un tisico". Lo stesso Leopardi descrive la sua gobba come "un baule, pesante e greve, che mi porto sulle spalle".
Il passaporto pontificio del 1819 lo descrive così:
Giacomo Leopardi aveva un carattere concentrato, meditativo, ironico e profondamente sensibile, segnato da una forte tensione tra il bisogno d'amore, come reazione all'anafettività e rigidità materna, e di illusioni, e una lucidità intellettuale spietata. Contrariamente all'immagine stereotipata del poeta solo, cupo e vittimista, Leopardi possedeva un'ironia sottile e tagliente (ben visibile nelle Operette morali), a volte un feroce sarcasmo che emerge ad esempio nelle lettere e nelle opere satiriche, che usava come filtro e difesa contro la noia, le delusioni e la sofferenza quotidiana, pur essendo definito da tutti come solitamente gentile nei modi. Pur apparendo schivo e riservato, legò profondamente con diverse persone ed ebbe molte amicizie. Secondo Francesco De Sanctis «parlava gentile e modesto», con voce che, ricorda Ranieri, divenne negli ultimi anni debole a causa della salute compromessa.
Dopo il primo passo verso il distacco dall'ambiente giovanile e con la maturazione di una nuova ideologia e sensibilità che lo portò a scoprire il bello in senso non arcaico, ma neoclassico, si annuncia nel 1819 quel passaggio dalla poesia di immaginazione degli antichi alla poesia sentimentale che il poeta definì l'unica ricca di riflessioni e convincimenti filosofici.
Il 1817 fu per Leopardi, che giunto alle soglie dei diciannove anni aveva avvertito, in tutta la sua intensità, il peso dei suoi mali e della condizione infelice che ne derivava, un anno decisivo che determinò nel suo animo profondi mutamenti. Consapevole ormai del suo desiderio di gloria e insofferente dell'angusto confine in cui, fino a quel momento, era stato costretto a vivere, sentì l'urgente desiderio di uscire, in qualche modo, dall'ambiente recanatese. Gli avvenimenti seguenti incideranno sulla sua vita e sulla sua attività intellettuale in modo determinante.
In questo periodo è anche la prima formulazione della "teoria del piacere", una concezione filosofica postulata da Leopardi nel corso della sua vita. La maggior parte della teorizzazione di tale concezione è contenuta nello Zibaldone, in cui il poeta cerca di esporre in modo organico la sua visione delle passioni umane. Il lavoro di sviluppo del pensiero leopardiano in questi termini avviene dal 12 al 25 luglio 1820.

Sempre nel 1817 egli scrisse al classicista Pietro Giordani che aveva letto la traduzione leopardiana del II libro dell'Eneide e, avendo compreso la grandezza del giovane, lo aveva incoraggiato. Ebbero inizio così una fitta corrispondenza e un rapporto di amicizia che durerà nel tempo. In una delle prime lettere scritte al nuovo amico, datata 30 aprile 1817, il giovane Leopardi sfogherà il suo malessere non con atteggiamento remissivo, ma polemico e aggressivo:
Egli vuole uscire da quel "centro dell'inciviltà e dell'ignoranza europea" perché sa che al di fuori c'è quella vita alla quale egli si è preparato ad inserirsi con impegno e con studio profondo.
Nell'estate 1817 fissa le prime osservazioni all'interno di un diario di pensiero che prenderà poi il nome di Zibaldone, in dicembre si innamorerà della cugina, provando per la prima volta il sentimento d'amore. Pietro Giordani riconosce l'abilità di scrittura di Leopardi e lo incita a dedicarsi alla scrittura; inoltre lo presenta all'ambiente del periodico «Biblioteca Italiana» e lo fa partecipare al dibattito culturale tra classicisti e romantici. Leopardi difende la cultura classica e ringrazia Dio di aver incontrato Giordani che reputa l'unica persona che riesce a comprenderlo.

Nel luglio del 1817 Leopardi iniziò a compilare lo Zibaldone, nel quale registrerà fino al 1832 le sue riflessioni, le note filologiche e gli spunti di opere.
Alla fine del 1817 un altro avvenimento lo colpì profondamente: l'incontro, nel dicembre dello stesso anno, con Geltrude Cassi Lazzari, una cugina di Monaldo, che fu ospite presso la famiglia per alcuni giorni, e per la quale Giacomo provò un amore inespresso. Egli scrisse in questa occasione il "Diario del primo amore" e l'"Elegia I", che verrà in seguito inclusa nei "Canti" con il titolo "Il primo amore".
Fra il 1816 e il 1818 la posizione di Leopardi verso il Romanticismo, che stava suscitando in quegli anni forti polemiche e aveva ispirato la pubblicazione del Conciliatore, va maturando e se ne possono avvertire le tracce in numerosi passi dello Zibaldone e in due saggi, la Lettera ai Sigg. compilatori della "Biblioteca italiana", scritta nel 1816 in risposta a quella di Madama de Staël, e il Discorso di un italiano attorno alla poesia romantica, scritto in risposta alle Osservazioni di Di Breme sul Giaurro di Byron.
Le due opere mostrano l'avversione, sul piano più strettamente concettuale, al Romanticismo. La posizione di Leopardi rimane fondamentalmente montiana e neoclassica. Tuttavia, come si vedrà, quello che professava sulla pagina critica si rivelerà, poi, profondamente diverso dai risultati ottenuti nella poesia dove i temi e lo spirito saranno, invece, perfettamente in sintonia con la mentalità romantica.
Aveva, intanto, scritto le due canzoni ispirate a motivi patriottici All'Italia e Sopra il monumento di Dante, che stanno ad attestare il suo spirito liberale e la sua adesione a quel tipo di letteratura di impegno civile che aveva appreso dal Giordani.
Il suo materialismo ateo si pone in contrapposizione al Romanticismo cattolico predominante, dal quale lo separavano notevolmente anche il suo rifiuto di ogni speranza di progresso nella conquista della libertà politica e dell'unità nazionale, la sua mancanza di interesse per una visione storicistica del passato e per le esigenze di popolarità e di realismo nei contenuti e nella lingua.
Nel 1819 si riacutizzarono i problemi agli occhi. Tra il luglio e l'agosto, ormai maggiorenne, progettò la fuga e cercò di procurarsi un passaporto per il Regno Lombardo-Veneto da un amico di famiglia, il conte Saverio Broglio d'Ajano, ma il padre lo venne a sapere e il progetto di fuga fallì. Se mai avesse lasciato la casa paterna senza il permesso della famiglia, avrebbe dovuto mantenersi a proprie spese. Fu nei mesi di depressione che seguirono che Leopardi elaborò le prime basi della sua filosofia e, riflettendo sulla vanità delle speranze e l'ineluttabilità del dolore, scoprì la nullità delle cose e del dolore stesso. Iniziò intanto la composizione di quei canti che verranno in seguito pubblicati con il titolo di Idilli e scrisse L'infinito, La sera del dì di festa, Alla luna (originariamente, i titoli di queste ultime erano La sera del giorno festivo e La ricordanza), La vita solitaria, Il sogno, Lo spavento notturno. Sono i cosiddetti "primi idilli" o "piccoli idilli". Qui confluirono i rimpianti per la giovinezza perduta e la presa di coscienza dell'impossibilità di essere felici.

Nell'autunno del 1822 ottenne dai genitori il permesso di recarsi a Roma, dove rimase dal novembre all'aprile dell'anno successivo, ospite dello zio materno, Carlo Antici. A Leopardi Roma apparve squallida e modesta al confronto con l'immagine idealizzata che egli si era figurata studiando i classici. Lo colpì in particolare la corruzione dilagante della Curia, come scrive in una lettera al fratello Carlo del 6 dicembre.
Rimase invece entusiasta della tomba di Torquato Tasso, al quale si sentiva accomunato dall'innata infelicità (verso il Tasso, che renderà protagonista di una delle Operette morali, sarà debitore a livello stilistico e nella scelta di alcuni nomi più famosi dei suoi componimenti, come "Nerina" e "a Silvia", tratti dall'Aminta).
Nell'ambiente culturale romano Leopardi visse isolato e frequentò solamente studiosi stranieri, tra cui Christian Bunsen (ministro del regno di Prussia e poi fondatore dell'Instituto di corrispondenza archeologica, successivamente divenuto Istituto archeologico germanico) e Barthold Niebuhr; quest'ultimo si interessò per farlo entrare nella carriera dell'amministrazione pontificia, ma Leopardi rifiutò.
Il 31 gennaio del 1823, nella Basilica dei Santi XII Apostoli in Roma, ascoltò l'orazione funebre per la morte di Antonio Canova, scritta e declamata da Melchiorre Missirini, già segretario dello scultore. Leopardi criticò l'orazione, ma tra lui e Missirini nacque comunque una duratura amicizia, testimoniata anche dai rispettivi epistolari.
Nell'aprile del 1823 Leopardi ritornò a Recanati dopo aver constatato che il mondo al di fuori di esso non era quello da lui sperato. Tornato a Recanati, Leopardi si dedicò alle canzoni di contenuto filosofico o dottrinale e, tra il gennaio e il novembre del 1824, compose buona parte delle Operette morali.

Nel 1825 il poeta, invitato dall'editore Antonio Fortunato Stella, si recò a Milano con l'incarico di dirigere l'edizione completa delle opere di Cicerone e altre edizioni di classici latini e italiani. A Milano, però, egli non rimase a lungo perché il clima troppo freddo e umido gli era dannoso alla salute e l'ambiente culturale, troppo polarizzato intorno al Monti, gli recava noia.
Decise, così, di trasferirsi a Bologna dove visse (al numero 33 di via Santo Stefano), tranne una breve permanenza a Recanati nell'inverno del 1827, sino al giugno di quello stesso anno mantenendosi con l'assegno mensile dello Stella e dando lezioni private. Nell'ambiente bolognese Leopardi conobbe il conte Carlo Pepoli, patriota e letterato, al quale dedicò un'epistola in versi intitolata Al conte Carlo Pepoli, che lesse il 28 marzo 1826 nell'Accademia dei Felsinei. Nell'autunno iniziò a compilare, per ordine di Stella, una "Crestomazia", antologia di prosatori italiani dal Trecento al Settecento che venne pubblicata nel 1827 alla quale fece seguito, l'anno successivo, una "Crestomazia" poetica. Uscivano intanto presso Stella le Operette morali. Frequentò anche la casa del medico Giacomo Tommasini e strinse amicizia con la moglie, Antonietta Ferroni Tommasini, patriota, e la figlia Adelaide (coniugata Maestri), sue ammiratrici, con la famiglia Brighenti (Anna, Marianna e Pietro, stampatore) e la cantante modenese Rosa Simonazzi Padovani, e frequentando i salotti di Teresa Carniani Malvezzi, di cui si innamora, e di Cornelia Rossi Martinetti, già ispiratrice di Foscolo.
Nel giugno dello stesso anno si trasferì a Firenze, dove conobbe il gruppo di letterati appartenenti al circolo Vieusseux tra i quali Gino Capponi, Giovanni Battista Niccolini (amico e corrispondente di Ugo Foscolo esule a Londra), Pietro Colletta, Niccolò Tommaseo, Vincenzo Gioberti e anche Alessandro Manzoni, che si trovava a Firenze per rivedere dal punto di vista linguistico i suoi Promessi Sposi. Divenne amico particolarmente del Colletta, ma fu in buoni rapporti anche con Capponi e Manzoni, sebbene quest'ultimo non condividesse le idee di Leopardi. Fu invece conflittuale il rapporto con Tommaseo, cattolico liberale fortemente avverso al razionalismo e al materialismo, il quale giunse a provare una forte avversione personale per Leopardi, attaccandolo ripetutamente su vari giornali (anche se ne riconosceva l'abilità stilistica nella prosa). Tommaseo arrivò a denigrare Leopardi per il suo aspetto fisico (cosa che farà, benché solo in corrispondenze private, anche il Capponi, irritato per la Palinodia). Leopardi risponderà nel 1836 con un epigramma diretto contro Tommaseo, oltre che nell'ottava strofa della detta Palinodia. Al marchese Gino Capponi (1835), un attacco aperto alla filosofia e perfino all'aspetto del Tommaseo.
Nel novembre del 1827 si recò a Pisa, dove rimase fino alla metà del 1828. Grazie alla mitezza di quell'inverno, la salute di Leopardi ebbe dei miglioramenti che gli permisero di tornare alla poesia, che taceva dal 1823 (con l'eccezione della poco riuscita epistola in versi Al conte Carlo Pepoli e del Coro di morti nello studio di Federico Ruysch contenuto nel Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie delle Operette morali); strinse amicizia con Teresa Lucignani, a cui dedicò una lirica non pubblicata, e compose la canzonetta in strofe metastasiane Il risorgimento e il canto A Silvia, inaugurando il periodo creativo detto dei Canti "pisano-recanatesi", chiamati anche "grandi idilli", in cui il poeta si cimenta nella cosiddetta canzone libera o leopardiana, il cui primo sperimentatore era stato Alessandro Guidi, dalla cui lettura ne era venuto a conoscenza.
Il periodo di benessere era finito e il poeta, colpito nuovamente dalle sofferenze e dall'aggravarsi del disturbo agli occhi, fu costretto a sciogliere il contratto con Stella e già durante l'estate del '28 si recò a Firenze nella speranza di riuscire a vivere in modo indipendente. Chiese aiuto ad alcuni amici: Tommasini gli propose una cattedra di mineralogia e zoologia a Milano, ma il compenso era troppo basso e la materia poco consona alle conoscenze di Leopardi; Bunsen gli offrì la possibilità di una cattedra a Bonn o Berlino, ma il poeta dovette subito declinare l'invito, poiché il clima tedesco era troppo rigido e freddo per la sua salute malferma. Leopardi allora progettò di mantenersi con un lavoro qualsiasi o di realizzare una pubblicazione letteraria, ma le sue condizioni di salute non gli permisero nemmeno questo e fu quindi costretto a ritornare a Recanati, dove rimase fino al 1830.
In questi «sedici mesi di notte orribile» Leopardi si dedicò nuovamente alla poesia e scrisse alcune delle sue liriche più importanti, tra cui Le ricordanze (la cui ultima parte è dedicata a una giovane recanatese morta poco prima, Maria Belardinelli, da Leopardi chiamata Nerina), La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, Il passero solitario (forse su un abbozzo giovanile) e il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia. Queste poesie, a lungo denominate dai critici "grandi idilli" o anche "secondi idilli", sono ora conosciute, insieme ad A Silvia anche come "canti pisano-recanatesi". In questo periodo l'insofferenza per la sua città natale, da lui definita "natio borgo selvaggio", aumenta, proporzionalmente all'avversione per i recanatesi (gente zotica, vil), che lo ritenevano un intellettuale superbo, tanto che anche i ragazzini del paese, secondo testimonianze postume, cantavano in sua presenza canzoncine denigranti del tipo: "Gobbus esto / fammi un canestro, / fammelo cupo / gobbo fottuto".

Intanto, nell'aprile del 1830, il Colletta, al quale il poeta scriveva della sua vita infelice ("ho perduto tutto: sono un tronco che sente e pena"), gli offrì, grazie a una sottoscrizione degli "amici di Toscana", a cui contribuirono i confratelli in massoneria di Colletta, l'opportunità di tornare a Firenze, dove il 27 dicembre 1831 fu eletto socio dell'Accademia della Crusca. Nel febbraio del '30 l'Accademia della Crusca indice un premio letterario a cui Leopardi partecipa con le Operette morali, le quali però ottengono la preferenza del solo Gino Capponi. Il premio viene vinto dalla Storia d'Italia di Carlo Botta.
Per mantenersi accettò la sottoscrizione e progettò un giornale che avrebbe curato quasi da solo, Lo spettatore fiorentino, ma che non realizzerà a causa della burocrazia e del timore della censura. Nello stesso 1831 a Firenze curò la prima edizione dei suoi versi recante il titolo di Canti, partecipò ai convegni dei liberali fiorentini e strinse infine una salda amicizia con Antonio Ranieri, giovane napoletano esule e massone (conosciuto nel 1827), futuro senatore del Regno d'Italia, che durerà fino alla morte, nel famoso "sodalizio". Passa un breve periodo di nuovo a Roma tra ottobre 1831 d marzo 1832, prima di trasferirsi stabilmente a Firenze.
Nel 1831, grazie alla fama di personalità liberale, fu eletto deputato dell'assemblea del governo provvisorio di Bologna (sorto dai moti del 1831), su designazione del Pubblico Consiglio di Recanati, ma non fa in tempo ad accettare la nomina (da lui mai richiesta e rifiutata per lettera) che gli austriaci restaurano il governo pontificio. I genitori decidono infine di concedergli un modesto assegno mensile che gli permette di sopravvivere; Leopardi accetta ma, reputandolo umiliante, decide di non tornare mai più a Recanati. Lo stesso anno conosce Maddalena Signorini Pelzet (amante principale del Ranieri) e la principessa Carlotta Bonaparte, figlia dell'ex re di Spagna e di Napoli Giuseppe, nipote di Napoleone e cognata del futuro Napoleone III, con cui inizierà una corrispondenza in francese fino a quasi alla morte di lei, avvenuta pochi mesi prima di quella di Leopardi.


Risale sempre a questo periodo la forte passione amorosa per Fanny Targioni Tozzetti (terzo e ultimo amore secondo i biografi, dopo Geltrude Cassi Lazzari e Teresa Malvezzi), moglie del chimico e botanico fiorentino Antonio Targioni Tozzetti e forse amante di Ranieri, conclusasi in una delusione, che gli ispirò il cosiddetto "ciclo di Aspasia", una raccolta di cinque poesie scritte tra il 1831 e il 1835 e che contiene: Il pensiero dominante, Amore e morte, Consalvo (in cui l'amore è visto ancora positivamente), la drammatica e scarna A se stesso e Aspasia. In questa raccolta si manifestò il Leopardi più disilluso e disperato, orfano anche di quella tristezza nostalgica degli Idilli, nella perdita dell'ultima illusione che gli era rimasta, quella dell'amore (l'inganno estremo). Aspasia, seppur piena di rancore e sarcasmo contro Fanny, è considerata l'unica poesia d'amore (seppur per un amore ormai finito) scritta per una donna che egli frequentò realmente e intimamente, anche se solo in maniera romantica e intellettiva (per parte di lui; lei lo descrisse sempre come un amico e dopo la morte come una persona "disgraziata" a cui non voleva dare alcuna illusione); tuttavia nei primi versi, contenenti la descrizione fisica e caratteriale della Targioni, presentata come una "donna fatale", si nota anche una tensione erotica molto rara in Leopardi, il quale ribadisce ripetutamente il fascino esteriore esercitato dalla nobildonna. L'identificazione della donna con l'Aspasia poetica è data, più che dalle lettere di Leopardi, dalle affermazioni di Ranieri nei Sette anni di sodalizio e da alcune lettere tra lui e la Targioni Tozzetti. Tuttavia, se Aspasia accenna anche a toni polemici, in cui Leopardi si dice felice di essersi perlomeno liberato della dipendenza affettiva verso l'amica, che descrive quasi come un servilismo morale di cui si vergogna, un "giogo" ormai spezzato, in una lettera a Fanny dei primi tempi si scorgono invece le riflessioni sull'amore e la morte del periodo, che trovano l'esatta corrispondenza con alcuni versi di Consalvo e con Amore e morte:
Lo spostamento del Consalvo nei Canti molto precedenti al ciclo, avvenuto dall'edizione napoletana, ha fatto pensare che il personaggio di Elvira sia ispirato anche alla bolognese Teresa Carniani Malvezzi e non solo a Fanny. Per circa quattro anni frequenta molto spesso casa Targioni, cercando di avvicinarsi alla padrona di casa procurandole moltissimi autografi di scrittori e personaggi famosi, che lei collezionava. In questo periodo Leopardi diviene amico anche della contessa Carlotta de' Medici Lenzoni, affascinata dalla grandezza intellettuale del poeta e conosciuta nel 1827, ma poi se ne allontanò. Secondo un'opinione minoritaria, la donna descritta negativamente come Aspasia sarebbe stata Lenzoni.
Nell'autunno del 1831 si recò a Roma con Ranieri per poi tornare a Firenze nel 1832; nel corso di questo anno scrisse i due ultimi dialoghi delle "Operette", Il Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere e il Dialogo di Tristano e di un amico. Continuò a corrispondere epistolarmente per un periodo con la Targioni Tozzetti, seppure in maniera più fredda e distaccata. Anche nei Pensieri si troverà traccia dell'avvenimento con le riflessioni sull'amore risalenti a questo periodo.
Quando Ranieri tornò a Napoli, tra i due iniziò una fitta corrispondenza che ha fatto numerosi studiosi ritenere che tra Leopardi e Ranieri vi fosse un rapporto amoroso.
Pietro Citati però ritiene che si sarebbe trattato di un semplice e intenso affetto "platonico" assai diffuso nel XIX secolo, senza traccia di omosessualità, come quello rivolto a suo tempo al Giordani.

In una di queste lettere il poeta scrive a Ranieri:
Nel settembre del 1833 Leopardi, dopo aver ottenuto il modesto assegno dalla famiglia, partì per Napoli con Ranieri, sperando che il clima mite di quella città potesse giovare alla sua salute. Sugli anni a Napoli, Antonio Ranieri dichiarò:
Pare infatti che la padrona di casa volesse cacciarli, per timore che Leopardi fosse portatore di tubercolosi polmonare infettiva; Leopardi sosteneva, invece, che la donna volesse rubargli oggetti di sua proprietà, mentre Ranieri credeva che soffrisse di paranoie e non ci faceva caso.
Nell'aprile 1834 Leopardi ricevette visita da August von Platen, che nel suo diario scrisse:
Queste abitudini sono riportate anche da Ranieri ("durante tutta la sua vita, egli fece, appresso a poco, della notte giorno, e viceversa") e da Stanislao Gatteschi:

Intanto le Operette morali subirono una nuova censura da parte delle autorità borboniche, a cui seguì la messa all'Indice dei libri proibiti dopo la censura pontificia, a causa delle idee materialiste esposte in alcuni "dialoghi". Leopardi così ne parlava in una lettera a Luigi De Sinner: «La mia filosofia è dispiaciuta ai preti, i quali e qui e in tutto il mondo, sotto un nome o sotto un altro, possono ancora e potranno eternamente tutto».

Durante gli anni trascorsi a Napoli si dedicò alla stesura dei Pensieri, che raccolse probabilmente tra il 1831 e il 1835 riprendendo molti appunti già scritti nello Zibaldone, e riprese i Paralipomeni della Batracomiomachia che, iniziati nel 1831, aveva interrotto. A quest'ultima opera lavorò fino agli ultimi giorni di vita, assistito dal Ranieri. Di quest'opera incompiuta, in ottave, ampiamente influenzata sia dalla pseudo-omerica Batracomiomachia (che già Leopardi aveva tradotta in gioventù, e di cui continua la trama) che dal poema Gli animali parlanti di Giovanni Battista Casti, rimane autografo solo il primo canto. Ranieri affermò sempre che i successivi sette, di sua mano, furono scritti sotto dettatura di Leopardi. Le ultime ottave sarebbero state dettate da Leopardi morente poco dopo aver terminato l'ultima poesia, Il tramonto della luna. Tuttavia, alla luce del fatto che Ranieri investì soldi dopo la morte del poeta per farli pubblicare (peraltro con poco successo finanziario), alcuni hanno espresso dubbi. Nel 1836 visita la scuola di Basilio Puoti a Napoli, incontrando gli allievi tra cui Francesco de Sanctis, futuro politico e critico letterario che scriverà poi di Leopardi in numerosi testi.
Nel 1836, quando a Napoli scoppiò un'epidemia di colera, Leopardi si recò con Ranieri e la sorella di questi, Paola detta Paolina (1817-1878), nella Villa Ferrigni a Torre del Greco, "su l'arida schiena del formidabil monte sterminator Vesevo", dove rimase dall'estate di quell'anno al febbraio del 1837 e dove scrisse La ginestra o il fiore del deserto. Paolina Ranieri (trasferita nel 1835 nella casa di vico Pero dopo aver ottenuto il permesso paterno, con lo zio Domenico, vicino di casa, a garantirne la "reputazione") assistette personalmente, con profondo affetto, Leopardi nei suoi ultimi anni, segnati dall'aggravamento delle sue condizioni fisiche. Paolina fu «l'unica donna che lo amò, sebbene si trattasse di un amore fraterno». Benché Ranieri in seguito cercò di sostenere il contrario, Leopardi in questi anni mantenne economicamente Paolina e Antonio con la scarsa rendita inviatagli dal padre.
A Napoli, nonostante la salute in peggioramento, Leopardi lavorava incessantemente componendo liriche e satire. Non seguendo le raccomandazioni dei medici, conduceva una vita abbastanza sregolata per una persona dalla salute fragile come la sua: dormiva di giorno, si alzava il pomeriggio e stava sveglio di notte; mangiava molti dolci (particolarmente sorbetti e gelati), talvolta frequentava la mensa pubblica (anche durante il periodo del colera) e beveva moltissimi caffè.

A Torre del Greco egli compose gli ultimi Canti: La ginestra o il fiore del deserto (il suo testamento poetico, nel quale si coglie l'invocazione a una fraterna solidarietà contro l'oppressione della natura) e Il tramonto della luna (compiuto solo poche ore prima di morire). Progettava anche di tornare a Recanati per vedere il padre, o di partire per la Francia. Leopardi aveva infatti intenzione di riconciliarsi umanamente col padre di persona: il tono delle lettere a Monaldo diventò molto affettuoso negli ultimi tempi, dal formale e nobiliare "signor padre" e al voi delle lettere giovanili passò all'incipit "carissimo papà" e al tu. In questo periodo cominciò a ignorare le prescrizioni, pensando che non potesse comunque decidere il suo destino. In una lettera al conte Leopardi, una delle ultime di Giacomo, il poeta avverte la morte come imminente e spera che avvenga, non sopportando più i suoi mali.
Nel febbraio del 1837, dopo aver sofferto di febbre e reumatismi in inverno, ritornò a Napoli con Ranieri e la sorella, ma le sue condizioni si aggravarono verso maggio, anche se non in modo tale da far sospettare ai medici o a Ranieri il reale stato di salute.

Il 14 giugno di quell'anno, Leopardi si sentì male al termine di un pranzo (che abitualmente consumava all'inconsueto orario delle 17); quel pomeriggio, aveva divorato circa un chilo e mezzo di confetti cannellini di Sulmona, comprati da Paolina Ranieri in occasione dell'onomastico di Antonio, e bevuto una cioccolata, poi una minestra calda e una limonata (o granita fredda) verso sera. Fu colpito da malore poco prima di partire per Villa Carafa d'Andria Ferrigni, come era stato programmato: nonostante l'intervento del medico, l'asma peggiorò e poche ore dopo il poeta morì. Secondo la testimonianza di Antonio Ranieri, Leopardi si spense alle ore 21 fra le sue braccia. Le sue ultime parole furono "Addio, Totonno, non veggo più luce".
La morte fu dichiarata all'ufficio dello stato civile il giorno successivo da Giuseppe e Lucio Ranieri, i quali fecero registrare l'indirizzo del decesso (vico Pero 2, nel territorio della parrocchia della SS. Annunziata a Fonseca) e indicarono che il fatto era avvenuto "alle ore venti".
Tre giorni dopo il decesso, Antonio Ranieri pubblicò un necrologio sul giornale Il Progresso.
La morte del poeta è stata analizzata da studiosi di medicina già a partire dall'inizio del XX secolo. Molte sono state le ipotesi, dalla più accreditata (pericardite acuta con conseguente scompenso, oppure scompenso cardiorespiratorio dovuto a cuore polmonare e cardiomiopatia, seguite a problemi polmonari e reumatici cronici) a quelle più fantasiose (cibo avariato, coma diabetico o congestione con indigestione), fino al colera stesso. Nessuna delle tesi alternative, tuttavia, è riuscita a smentire il referto ufficiale diffuso dall'amico Antonio Ranieri: idropisia polmonare ("idropisia di cuore" o idropericardio).
Leopardi era morto all'età di quasi 39 anni, in un periodo in cui il colera stava colpendo la città di Napoli. Grazie ad Antonio Ranieri, che fece interessare della questione prima l'ex Ministro degli Interni marchese di Pietracatella, e poi secondo il suo racconto il ministro di Polizia del Regno, Francesco Saverio del Carretto (unico a poter concedere una deroga), le sue spoglie (secondo la versione accettata dalla maggioranza dei biografi) non furono gettate in una fossa comune, come le severe norme igieniche richiedevano a causa dell'epidemia, ma inumate prima nella cripta e poi (nel 1844, dopo una breve riesumazione alla presenza di Ranieri, che volle anche aprire la cassa, in realtà un mobile di casa, lungo 143 cm, adattato allo scopo clandestino dai fratelli Ranieri, e le cui chiavi furono affidate a Paolina) nell'atrio della chiesa di San Vitale Martire, sulla via di Pozzuoli presso Fuorigrotta (la chiesa originale fu demolita nel 1939 ed oggi è ricostruita).
La lapide del nuovo monumento, spostata poi con la tomba, fu dettata da Pietro Giordani:
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Il ministro avrebbe accettato la richiesta del Ranieri solo dopo che un chirurgo militare messinese, non il medico curante Mannella ma il professor Stefano Mollica, patriota antiborbonico combattente nel 1848 e poi garibaldino, ebbe eseguita una sorta di sommaria autopsia, per poter dichiarare che la morte non fu dovuta a colera. Mollica sottoscrisse un documento dove dichiarava che la morte era stata causata da idropisia.
Fin dall'inizio il racconto di Ranieri era apparso pieno di contraddizioni e molti furono i dubbi su quanto aveva dichiarato, perché le sue versioni furono diverse a seconda dell'interlocutore, facendo sospettare che il corpo del poeta fosse finito nelle fosse comuni più utilizzate nell'epidemia del cimitero delle Fontanelle (rione Sanità), o più probabilmente in quello dei colerosi a Poggioreale (assieme al vicino cimitero delle 366 Fosse), attigui all'attuale grande zona cimiteriale di Napoli (cimitero monumentale di Poggioreale, cimitero di Santa Maria del Pianto), tutti destinati in quel periodo ai morti per colera o per altre cause; ciò è attestato dal registro delle sepolture della chiesa della SS. Annunziata a Fonseca di Napoli (riportante la dicitura "cimitero dei colerosi" e accanto al nome e generalità "sepolto idem"), documento reso pubblico nel primo Novecento da padre Gioacchino Taglialatela; o addirittura occultate nella casa di vico Pero. Si è pensato che Ranieri avesse inscenato, per un motivo recondito o per accreditarsi come il custode della memoria di Leopardi presso i famigliari, un funerale a bara vuota o tramite l'utilizzo di poche ossa estranee, con la partecipazione dei suoi fratelli, del chirurgo e di un parroco compiacente, a cui avrebbe regalato dei pesci freschi (Ranieri stesso afferma di aver convinto il parroco di San Vitale in questo modo ad accogliere la sepoltura clandestina). Un'ipotesi poco probabile di Agostino Acampora, basata su lettere del gesuita Francesco Scarpa che sosteneva di aver confessato e convertito il poeta (cosa sempre negata da Ranieri e ritenuta una falsa agiografia sulla "conversione" dalla critica letteraria; nonostante il parroco annoti che Leopardi avesse ricevuto i sacramenti, come detto da Ranieri a Monaldo per lettera, il racconto successivo del Ranieri e le note di padre Felice da Cerignola rivelano che egli arrivò quando era già morto) e riportata dal confratello Carlo Maria Curci, vuole Leopardi morto di colera a Castellammare di Stabia, riportato dal Ranieri a Napoli e fatto dichiarare morto lì per tentare di evitare la fossa comune.
Ranieri continuò ad affermare che le ossa erano nell'atrio della chiesa di San Vitale (pur avendo scritto che dopo soli sette anni era rimasto poco) e che il certificato d'inumazione fosse un falso, redatto dal parroco su richiesta dei fratelli Ranieri onde aggirare formalmente la legge sulle sepolture in tempo di epidemia, ovviamente previa autorizzazione del Ministro. Nel 1888 Ranieri morì, e nel 1898 avvenne una prima ricognizione; forse fu durante i lavori di restauro di alcuni anni prima che i manovali, che avevano portato alla luce la cassa erroneamente, la danneggiarono: un muratore avrebbe rotto inavvertitamente la bara improvvisata, danneggiata dalla troppa umidità, facendo cadere un argano; le ossa sarebbero state frantumate, provocando la perdita di parte dei resti contenuti, che forse erano stati gettati nell'ossario della chiesa o addirittura con i calcinacci, mescolando i resti di Leopardi con altre ossa. La tomba fu dichiarata monumento nazionale nel 1897.

Il 21 luglio 1900, alla presenza dei rappresentanti regi e del comune di Napoli, venne effettuata la ricognizione ufficiale delle spoglie del poeta recanatese: secondo il verbale firmato dai testimoni Filippo Mariotti, senatore, Ettore Todisco e Alberto Avena, presenti anche Enrico Cocchia e Francesco Moroncini, nella cassa, troppo piccola per contenere lo scheletro di un uomo con doppia gibbosità, vennero rinvenuti soltanto frammenti d'ossa (tra cui residui delle costole, vertebre recanti segni di deformità, un femore sinistro intero, forse troppo lungo per una persona di bassa statura, un altro femore a pezzi, alcune ossa dei piedi), una tavola di legno nella parte superiore (con cui gli operai avevano tentato di riparare il danno alla cassa), terriccio, resti di una scarpa col tacco e alcuni stracci (residui di abiti, tra cui un panno verde che risulta essere uno dei vestiti usati da Leopardi secondo Ranieri), ma nessuna traccia vi era del cranio, per cui in seguito si arrivò anche a formulare la teoria di un suo trafugamento da parte di studiosi lombrosiani di frenologia amici del Ranieri o da parte degli operai.
Nonostante i dubbi, la questione venne ben presto chiusa, e i resti posti in una nuova cassa che fu sigillata. Secondo l'incaricato medico legale professor Zuccarelli, era plausibile che quelli fossero parte dei resti di Leopardi: il medico disse di aver rinvenuto una parte di rachide e una di sterno, entrambe deviate. Alcuni, pur pensando a un'effettiva morte per colera, credettero che Ranieri fosse riuscito davvero nell'intento di salvare il corpo dalla fossa comune corrompendo, se non il ministro, perlomeno dei funzionari incaricati. La scarpa ritrovata, o quello che ne rimaneva, venne poi acquistata dal tenore Beniamino Gigli, concittadino di Leopardi, e donata alla città di Recanati.
Altre reliquie, come i frammenti di abiti, andarono al Museo nazionale di San Martino, ma verranno smarriti. Dopo vari tentativi di traslare i presunti resti a Recanati, o a Firenze nella basilica di Santa Croce accanto a quelli di grandi italiani del passato, nel 1939, in occasione della demolizione della chiesa di S. Vitale nell'ambito dei lavori di risanamento di Fuorigrotta per la costruzione di una grande strada, la cassa, per volontà di Benito Mussolini che esaudì una richiesta dell'Accademia d'Italia, con regio decreto di Vittorio Emanuele III che ne stabiliva l'identificazione, venne riesumata di nuovo e solennemente spostata al Parco Vergiliano a Piedigrotta (altrimenti detto Parco della tomba di Virgilio), nel quartiere Mergellina (luogo poi dichiarato anch'esso monumento nazionale), dove tuttora sorge il terzo e definitivo sepolcro del poeta, eretto quello stesso anno. Della cerimonia esistono fotografie e un filmato. Nei pressi venne traslata la lapide originale, mentre altre parti del monumento di San Vitale furono portate a Recanati. Il 7 luglio 1942 la cassa fu forse nuovamente riesumata, ufficiosamente, per proteggere le spoglie dai bombardamenti e trasferita a Recanati, dove un'altra ricognizione avrebbe rivelato la sola presenza di terra e pietre. Fu riportata comunque a Mergellina alla fine della seconda guerra mondiale.
Nel 2004 lo studioso leonardiano Silvano Vinceti, che si è occupato della riesumazione e della identificazione dei resti di Caravaggio dall'ossario comune di Porto Ercole, Boiardo, Pico della Mirandola e Monna Lisa), chiese di fare una terza riesumazione, onde verificare se quei resti siano davvero di Leopardi tramite l'esame del DNA e del mtDNA, comparato con quello degli attuali eredi dei conti Leopardi (Vanni Leopardi e la figlia Olimpia, discendenti diretti di Pierfrancesco, fratello minore del poeta) e dei marchesi Antici. La richiesta, promossa da un comitato comprendente Vinceti e la scrittrice Loretta Marcon autrice di diversi saggi leopardiani, però fu respinta sia dalla Soprintendenza sia dalla famiglia Leopardi (tramite la contessa Anna del Pero-Leopardi, vedova del conte Pierfrancesco II "Franco" Leopardi, e suo figlio Vanni).
La posizione ufficiale dei rappresentanti del Centro Nazionale di Studi Leopardiani, della famiglia Leopardi, esplicitata dal 1898 in poi e della Fondazione Casa Leopardi da loro presieduta (di cui è stato presidente fino al 2019 il conte Vanni Leopardi, oggi diretta da Olimpia che è anche vicepresidente del CNSL) è, invece, che i resti nel parco Vergiliano non siano probabilmente del poeta e che Ranieri abbia mentito, che il corpo quindi si trovi alle Fontanelle o al cimitero dei colerosi, e la riesumazione sia inutile, dovendo altresì rispettare la tomba-cenotafio lì situata. Nel 2014 un altro membro della famiglia, il conte Pierfrancesco III, si è invece detto disponibile a fornire il proprio DNA in caso di riesumazione, ma solo se i cittadini di Recanati si fossero detti d'accordo; tale esame non è stato finora autorizzato.

Il pensiero di Leopardi è caratterizzato, attraverso le fasi del suo pessimismo, dall'ambivalenza tra l'aspetto lirico-ascetico della sua poetica, che lo spinge a credere nelle «illusioni» e lusinghe della natura, e la razionalità speculativo-teorica presente nelle sue riflessioni filosofiche, che invece considera vane quelle illusioni, negando ad esse qualunque contenuto ontologico.
La contraddizione tra anelito alla vita e disillusione, tra sentimento e ragione, tra «filosofia del sì» e «filosofia del no», era del resto ben presente allo stesso Leopardi, il quale, secondo Karl Vossler, si adoperò costantemente per ricomporle, non rassegnandosi mai allo scetticismo, convinto che la vera filosofia dovesse in ogni caso mantenere i legami con l'immaginazione e la poesia. Come ha rilevato De Sanctis:
Lo stesso Schopenhauer definì Leopardi come il suo "fratello meridionale" (anche per le affinità con le sue Operette morali).




Di Giacomo Leopardi ci sono rimaste oltre novecento lettere, composte nell'arco di una vita e indirizzate a circa cento destinatari, tra amici e familiari (soprattutto al padre e al fratello Carlo). L'intero corpus epistolare di Leopardi è raccolto dall'Epistolario, che malgrado le origini si può leggere come un'opera autonoma: questa raccolta di prose private, infatti, costituisce un fondamentale documento non solo per seguire le vicende biografiche del poeta, ma anche per comprendere l'evoluzione del suo pensiero, dei suoi stati d'animo e delle sue riflessioni culturali.
Nel 1816 il giovane Leopardi prese parte all'acceso dibattito culturale innescato dalla pubblicazione del saggio Sulla maniera e utilità delle traduzioni di Madame de Staël: questa polemica vide schierarsi da una parte i difensori del classicismo, quali Pietro Giordani, e dall'altra i sostenitori della nuova poetica romantica.
Leopardi, amico del Giordani, si allineò alle tesi classiciste, mettendo per iscritto il proprio pensiero nella Lettera ai compositori della Biblioteca italiana (1816) e nel Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, rimasti entrambi inediti sino al 1906. Nella prima Leopardi, pur riconoscendo la bontà dell'intervento dell'autrice ginevrina, assume una posizione contraria alle istanze della lettera, nella quale si invitava il popolo italiano ad aprirsi alle nuove letterature europee. Secondo il poeta di Recanati, infatti, si tratta di un «vanissimo consiglio», essendo la letteratura italiana quella più vicina alle uniche letterature universalmente valide, ovvero quella greca e quella latina. Nel Discorso, invece, Leopardi approfondì la sua riflessione poetica in merito al dibattito, introducendo temi che poi diverranno centrali della poesia leopardiana, come l'opposizione tra i concetti di «natura» e «civilizzazione».


Lo Zibaldone di pensieri è una raccolta di 4526 pagine autografe compilate dal luglio 1817 al dicembre 1832, nelle quali Leopardi depositò ragionamenti e brevi scritti sugli argomenti più vari. Inizialmente l'opera non era dotata dell'organicità di un testo letterario, essendo semplicemente il frutto di una scrittura immediata, di getto: Leopardi iniziò a datare i singoli testi solo a partire dal 1820, così da orientarsi agevolmente nel mare magnum di appunti (da lui definiti un «immenso scartafaccio»), arrivando perfino a stilare due indici (nel 1824 e nel 1827).
Il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'italiani, composto a Recanati tra la primavera e l’estate del 1824 e rimasto inedito fino al 1906, è un breve trattato filosofico dove Leopardi analizza le peculiarità che contraddistinguono la società italiana, e le compara con il carattere, la mentalità e la moralità delle altre nazioni d'Europa. Alla fine dell'opera Leopardi giunge all'amara conclusione che l'Italia, dilaniata da un esasperato individualismo, è troppo poco civile per godere dei benefici del progresso (come in Francia, Germania e Regno Unito), ma troppo civile per godere dei benefici dello «stato di natura», come accadeva nelle nazioni meno sviluppate, quali Portogallo, Spagna e Russia.
Le Operette morali, per usare le parole dello stesso poeta, sono un «libro di sogni poetici, d’invenzioni e di capricci malinconici»: è ancora Leopardi a descrivere la propria opera in una lettera del 1826 indirizzata all'editore Stella, sottolineando «quel tuono ironico che regna in esse» e specificando che Timandro ed Eleandro sono «una specie di prefazione, e un’apologia dell’opera contro i filosofi moderni».
Le Operette, oggi considerate la più alta espressione del pensiero leopardiano, racchiudono l'essenza del pessimismo del poeta, trattando argomenti quali la condizione esistenziale dell'uomo, la tristezza, la gloria, la morte e l'indifferenza della Natura.
L'Operetta che sancisce il passaggio dal pessimismo storico al pessimismo cosmico è il Dialogo tra la Natura e un Islandese, in cui la natura viene descritta per la prima volta come "matrigna" e malvagia.

I Canti, considerati il capolavoro di Leopardi, racchiudono trentasei liriche composte da Leopardi tra il 1817 e il 1836. Tra i componimenti poetici inclusi nei Canti ricordiamo Sopra il monumento di Dante, l'Ultimo canto di Saffo, Il passero solitario, La sera del dì di festa, Alla luna, Il risorgimento, A Silvia, il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, Il sabato del villaggio, La ginestra e infine L'infinito, uno dei testi più rappresentativi della poetica leopardiana.
Durante gli anni napoletani Leopardi scrisse due opere, i Paralipomeni della Batracomiomachia e I nuovi credenti. Il primo è un poemetto in ottave con protagonisti animali: «Paralipomeni», infatti, significa «continuazione» mentre «Batracomiomachia» è «battaglia dei topi e delle rane», ovvero un'opera pseudo-omerica che Leopardi aveva tradotto in gioventù. Dietro la finzione comica Leopardi qui stigmatizza il fallimento dei moti rivoluzionari napoletani del 1820-21: i topi infatti, simboleggiano i liberali, generosi ma velleitari, mentre le rane sono i conservatori papalini, che non esitano a chiamare a sé i granchi-austriaci, feroci e stupidi.
I nuovi credenti, invece, sono un capitolo satirico in terza rima composto nel 1835 dove Leopardi esprime una spietata satira contro gli esponenti dello spiritualismo napoletano, dei quali condanna la religiosità di facciata e lo sciocco ottimismo.
A Giacomo Leopardi si devono numerosi neologismi divenuti patrimonio diffuso (perlomeno in un linguaggio colto e sorvegliato), come "erompere", "fratricida", "improbo", "incombere", risalenti al 1824. Al suo tempo, questa vena creativa di Leopardi non fu apprezzata e fu oggetto degli strali di un atteggiamento purista che opponeva resistenze all'adozione, e all'accoglimento nei lessici, di neologismi d'uso forgiati in epoca successiva all'«aureo Trecento».
In un caso, un frutto della sua creatività, "procombere", gli guadagnò accuse postume mossegli da Niccolò Tommaseo, coautore del Dizionario della lingua italiana.
Il fatto che l'opera di Leopardi sia stata e sia ogni anno oggetto dello studio di migliaia di studenti ha determinato (come per Dante) che molte locuzioni delle sue opere siano divenute d'uso corrente. Fra le principali:

Tra il 1994 e il 1998 il pittore e scultore maceratese Valeriano Trubbiani realizzò una serie di 12 pirografie sul tema Viaggi e transiti, dedicata ai viaggi del poeta nelle varie città della penisola: Recanati (2), Macerata (2), Roma, Bologna, Pisa, Firenze, Milano, Napoli (3).

Tali opere sono esposte nel CART - Centro permanente per la Documentazione dell'Arte Contemporanea di Falconara Marittima, che conserva anche altre opere di Trubbiani dedicate a Leopardi:
L'ispirazione prodotta in Trubbiani dall'opera leopardiana è raccontata dall'artista nel breve documentario Le Marche di Leopardi, patrocinato dalla Regione Marche.
I personaggi di Tardegardo Giacomo e della sua famiglia, protagonisti del romanzo fantastico Io venìa pien d'angoscia a rimirarti (1990) di Michele Mari, sono ispirati a Leopardi e alla famiglia del poeta.
Leopardi è citato nella Canzone per Piero di Francesco Guccini e in Stai bene lì di Renato Zero; i suoi versi sono citati anche nei titoli di Canto notturno (di un pastore errante dell'aria) e Il cielo capovolto (ultimo canto di Saffo), entrambe di Roberto Vecchioni.
Giorgio Gaber, nella canzone Benvenuto il luogo dove, contenuto nell'album Gaber del 1984, dedicata all'Italia, parla della penisola come il luogo "dove i poeti sono nati tutti a Recanati".
Franco Battiato, nella canzone Frammenti, contenuta nell'album Patriots, cita doppiamente Leopardi nei versi «La donzelletta vien dalla campagna in sul calar del sole» e «D'in su la vetta della torre antica / Passero solitario alla campagna cantando vai».
Leopardi viene citato indirettamente nella canzone Canto del servo pastore del concept album di Fabrizio De André L'indiano, ispirata al componimento di Giacomo Leopardi Canto notturno di un pastore errante dell'Asia.
I Baustelle citano indirettamente Leopardi e La ginestra nella canzone La morte (non esiste più) dall'album Fantasma (2013): "Come la ginestra nata sulla pietra lavica".
Inoltre, sono pubblicate in rete numerose letture/interpretazioni dei principali canti leopardiani da parte dei più importanti attori italiani. Fra questi si possono ascoltare:
Il 1 luglio 1937, nel primo centenario della morte del poeta, fu istituito a Recanati il Centro Nazionale di Studi Leopardiani.
Esso ha come scopo la promozione di ricerche e studi su Giacomo Leopardi in campo storico, biografico, critico, linguistico, filologico, artistico, filosofico.
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