| Regno delle Due Sicilie | |
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| Dati amministrativi | |
| Nome completo | Regno delle Due Sicilie |
| Nome ufficiale | (IT) Regno delle Due Sicilie (LA) Regnum Utriusque Siciliæ |
| Lingue ufficiali | italiano, latino |
| Lingue parlate |
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| Inno | Inno al Re (Giovanni Paisiello) |
| Capitale | Napoli (484 026 ab. / 1861) |
| Altre capitali | Palermo (1816 - 1817) |
| Politica | |
| Forma di Stato | Stato assoluto |
| Forma di governo | Monarchia assoluta |
| Re del Regno delle Due Sicilie | Ferdinando I (1816-1825) Francesco I (1825-1830) Ferdinando II (1830-1859) Francesco II (1859-1861) |
| Presidente del Consiglio dei Ministri | Vedi elenco |
| Organi deliberativi | Parlamento (1820-1821; 1848-1849; 1860) |
| Nascita | 8 dicembre 1816 con Ferdinando I |
| Causa | Unione dei Regni di Napoli e di Sicilia a seguito del Congresso di Vienna |
| Fine | 13 febbraio 1861 con Francesco II |
| Causa | Capitolazione di Gaeta ed annessione al Regno di Sardegna |
| Territorio e popolazione | |
| Bacino geografico | Le attuali regioni di Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia per intero, Campania (eccetto Benevento), il Lazio Orientale (con riferimento alle zone di Leonessa, Amatrice, Cittaducale e al Cicolano), il Lazio meridionale (con riferimento all'arcipelago delle Isole Ponziane ed a tutta l'area che va da Sperlonga fino a Sora, eccetto Pontecorvo, e che comprende centri più importanti come Fondi, Itri, Formia, Gaeta, Aquino, Cassino, Atina) e l'arcipelago di Pelagosa. |
| Territorio originale | Sicilia, Italia meridionale. |
| Massima estensione | 111557 km² nel 1856 |
| Popolazione | 9 117 050 ab. nel 1856 |
| Suddivisione | 22 province, 76 distretti, 684 circondari |
| Economia | |
| Valuta | ducato delle Due Sicilie |
| Produzioni | zolfo, olio d'oliva, vino, agrumi, zafferano, liquirizia, grano, prodotti edibili, sapone, tessuti in seta, cotone, lino, prodotti conciari, prodotti di gioielleria, porcellana, ceramica, manufatti in ferro, opere in ghisa, materiale rotabile. |
| Commerci con | Impero britannico, Impero austriaco, Impero ottomano, Impero russo, Impero del Brasile, Regno di Francia, Regno di Spagna, Regno del Portogallo, Indonesia, Stati Uniti d'America, Stati Uniti delle Isole Ionie, Stati della Lega Anseatica, Stati italiani |
| Esportazioni | zolfo, olio d'oliva, vino, agrumi, zafferano, liquirizia, grano, prodotti edibili, sapone, tessuti in seta, cotone, lino, prodotti conciari, pelli. |
| Importazioni | ferro, carbone, legno, prodotti edibili, prodotti conciari, prodotti coloniali. |
| Religione e società | |
| Religioni preminenti | cattolicesimo |
| Religione di Stato | cattolicesimo |
| Religioni minoritarie | ortodossia, ebraismo |
| Classi sociali | nobiltà, clero, borghesia, contadini, proletariato |
| Evoluzione storica | |
| Preceduto da | |
| Succeduto da | |
| Ora parte di | |
Il Regno delle Due Sicilie fu uno Stato preunitario dell'Italia meridionale, esistito dal 1816 al 1861, comprendente i territori dell'antico Regno di Napoli e del Regno di Sicilia.
Nato all'indomani della Restaurazione europea, esso rappresentò il maggiore Stato italiano per estensione territoriale e popolazione fino alla proclamazione del Regno d'Italia. La sua capitale fu Napoli, mentre Palermo mantenne un ruolo di primaria importanza quale principale centro amministrativo e politico della Sicilia.
La dinastia dei Borbone governava già entrambi i regni dal 1734, quando la conquista borbonica delle Due Sicilie condotta dall'infante Carlo di Borbone pose fine al dominio austriaco nell'Italia meridionale.La conquista si concluse con la vittoria borbonica nella battaglia di Bitonto (1734), cui seguì il riconoscimento internazionale della nuova dinastia con il trattato di Vienna (1738). Sebbene uniti nella persona del sovrano, il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia conservarono fino al 1816 ordinamenti, istituzioni e titoli distinti.
In seguito al Congresso di Vienna e alla restaurazione dell'autorità borbonica dopo il decennio francese, Ferdinando di Borbone, già re di Napoli con il nome di Ferdinando IV e re di Sicilia con quello di Ferdinando III, promulgò l'8 dicembre 1816 la Legge fondamentale del Regno delle Due Sicilie, con la quale i due Stati furono riuniti in un'unica entità politica e amministrativa sotto il nome di Regno delle Due Sicilie. La nuova denominazione riprendeva l'antico titolo di rex utriusque Siciliæ, utilizzato fin dal XV secolo dai sovrani aragonesi che avevano riunito sotto la propria corona i due regni.
Nel corso della sua esistenza il regno attraversò profonde trasformazioni politiche, economiche e sociali: dai moti costituzionali del 1820 e del 1848, alla progressiva modernizzazione delle infrastrutture, fino alla spedizione dei Mille del 1860, che determinò il crollo della monarchia borbonica. Dopo la lunga resistenza di Francesco II durante l'assedio di Gaeta, conclusosi con la capitolazione del 13 febbraio 1861, e la successiva resa delle ultime piazzeforti borboniche di Messina e Civitella del Tronto, il Regno delle Due Sicilie cessò definitivamente di esistere. I suoi territori confluirono nel Regno d'Italia, proclamato il 17 marzo 1861.
L'espressione «Due Sicilie» affonda le proprie origini nella complessa evoluzione istituzionale del Mezzogiorno medievale. Dopo i Vespri siciliani del 1282, il Regno di Sicilia si divise infatti in due entità politiche distinte: il regno insulare, controllato dalla dinastia aragonese con capitale Palermo, e il regno peninsulare, governato dagli Angioini con capitale Napoli. Nonostante la separazione politica, entrambe le monarchie continuarono a rivendicare il titolo di Regnum Siciliae, dando origine alla distinzione tra Sicilia ultra Pharum (oltre il Faro di Messina) e Sicilia citra Pharum (al di qua del Faro).
La formula latina rex utriusque Siciliæ ("re di entrambe le Sicilie") si sviluppò progressivamente nella diplomatica pontificia e nella cancelleria regia per indicare il sovrano che rivendicava la legittimità su entrambi i regni. Tale denominazione fu definitivamente consacrata dopo la riunificazione personale delle due corone sotto Alfonso V d'Aragona nel XV secolo e rimase in uso presso la monarchia aragonese e, successivamente, presso quella spagnola.
La ricostruzione tradizionale dell'origine della denominazione fu illustrata già tra il XVI e il XVII secolo da Giovanni Antonio Summonte nella sua Historia della città e Regno di Napoli. Secondo lo storico napoletano, la distinzione fra le due Sicilie derivava dalla bolla pontificia con cui papa Clemente IV, nel 1265, investì Carlo I d'Angiò del regno, utilizzando le espressioni Sicilia citra Pharum e Sicilia ultra Pharum per distinguere i due territori.
Un'interpretazione analoga venne successivamente sostenuta da Pietro Giannone nella sua Istoria civile del Regno di Napoli (1723). Lo storico individuò nella medesima investitura pontificia il fondamento giuridico della formula rex utriusque Siciliæ, pur osservando come Carlo d'Angiò non adottasse sistematicamente tale titolo nella propria cancelleria, preferendo continuare a utilizzare la tradizionale titolatura dei sovrani normanni e svevi.
Quando, l'8 dicembre 1816, Ferdinando I delle Due Sicilie unificò definitivamente il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia nel nuovo Regno delle Due Sicilie, la denominazione riprese una tradizione giuridica e diplomatica plurisecolare, ormai consolidata nella prassi delle cancellerie europee e della Santa Sede, assumendo per la prima volta il valore di denominazione ufficiale di uno Stato unitario.

L'espressione «Due Sicilie» trae origine dalla complessa evoluzione istituzionale del Mezzogiorno medievale. Il Regno di Sicilia, fondato nel 1130 da Ruggero II, comprendeva inizialmente sia l'isola sia i territori continentali dell'Italia meridionale. Dopo la conquista angioina e l'incoronazione di Carlo I d'Angiò a re di Sicilia nel 1266, la capitale politica del regno fu progressivamente trasferita a Napoli, mentre in Sicilia crebbe l'opposizione alla dominazione angioina.
La frattura definitiva avvenne con i Vespri siciliani del 1282, quando l'isola si ribellò agli Angioini e offrì la corona a Pietro III d'Aragona, marito di Costanza II di Sicilia e genero di Manfredi di Sicilia. La conseguente guerra del Vespro terminò formalmente con la pace di Caltabellotta del 1302, che sancì la separazione tra il regno insulare, governato dagli Aragonesi, e quello continentale, rimasto agli Angioini. Secondo gli accordi, alla morte di Federico III di Sicilia l'isola sarebbe dovuta tornare agli Angioini, ma tale clausola non ebbe applicazione effettiva.
Da questa divisione nacque la distinzione tra Sicilia citra Pharum e Sicilia ultra Pharum, cioè «al di qua» e «al di là» del Faro di Messina, espressioni utilizzate nelle cancellerie medievali e moderne per distinguere il regno continentale da quello insulare. Nel corso dei secoli l'uso dei termini non fu sempre uniforme, ma nella prassi amministrativa borbonica il dominio continentale fu indicato come al di qua del Faro e la Sicilia come al di là del Faro.
La prima affermazione politica del titolo di rex utriusque Siciliae si ebbe con Alfonso V d'Aragona, che nel 1442, conquistato il Regno di Napoli, riunì personalmente sotto la propria corona i due regni. L'unione alfonsina non comportò tuttavia la fusione istituzionale dei due Stati, che continuarono a conservare ordinamenti distinti, capitali separate e strutture amministrative proprie. Dopo la morte di Alfonso, il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia tornarono nuovamente a essere governati separatamente, pur restando spesso collegati alla medesima dinastia.


Nel 1734, durante la guerra di successione polacca, Carlo di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese, conquistò il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia, ponendo fine al dominio austriaco sull'Italia meridionale. Entrato a Napoli il 10 maggio 1734, sconfisse gli Austriaci nella battaglia di Bitonto del 25 maggio e, il 2 gennaio 1735, assunse il titolo di re di Napoli. Dopo il completamento della conquista dell'isola, nel luglio dello stesso anno fu incoronato a Palermo re di Sicilia.
Il nuovo sovrano mantenne distinti i due regni. A Napoli esercitò un potere monarchico accentrato, secondo i modelli del riformismo settecentesco; in Sicilia, invece, dovette confrontarsi con la permanenza delle istituzioni tradizionali dell'isola, tra cui il Parlamento siciliano. Le capitali rimasero formalmente due, Napoli e Palermo, sebbene la corte risiedesse stabilmente a Napoli.
Il riconoscimento internazionale della nuova dinastia avvenne con il trattato di Vienna (1738), che concluse la guerra di successione polacca. L'Austria riconobbe a Carlo il possesso del Regno di Napoli, del Regno di Sicilia e dello Stato dei Presidii, mentre i due regni meridionali tornarono a costituire una monarchia autonoma dopo oltre due secoli di dipendenza da potenze straniere.
Nel 1759, quando Carlo salì al trono di Spagna, le corone di Napoli e Sicilia passarono al figlio Ferdinando, allora ancora minorenne. Durante la reggenza ebbero un ruolo centrale Domenico Cattaneo, principe di San Nicandro, e soprattutto Bernardo Tanucci, che proseguì l'indirizzo riformatore avviato in età carolina, promuovendo interventi in campo amministrativo, giurisdizionale ed ecclesiastico.
Nel quadro delle guerre napoleoniche, la posizione strategica del Regno di Napoli nel Mediterraneo rese sempre più difficile il mantenimento di una politica di neutralità. L'alleanza con la Gran Bretagna e l'adesione alla terza coalizione antifrancese posero il regno in aperto contrasto con la Francia napoleonica. Dopo la vittoria francese di Austerlitz del 2 dicembre 1805, Napoleone Bonaparte decise di eliminare definitivamente la presenza borbonica dal continente. Il 27 dicembre 1805 Napoleone dichiarò decaduta la dinastia borbonica e promosse l'invasione del Regno di Napoli, affidata alle truppe francesi comandate, tra gli altri, da Laurent de Gouvion-Saint-Cyr e Jean Reynier. Ferdinando IV abbandonò Napoli e si rifugiò nuovamente a Palermo, sotto la protezione britannica, mentre Napoleone nominò re di Napoli il fratello Giuseppe Bonaparte.

L'occupazione francese provocò una vasta resistenza armata nelle province meridionali, in particolare in Calabria, Basilicata e Terra di Lavoro. Tra i capi dell'insorgenza filoborbonica si distinsero Michele Pezza, detto Fra Diavolo, e il colonnello Alessandro Mandarini. La repressione fu affidata a comandanti francesi come André Massena e Jean Maximilien Lamarque, che ricorsero a metodi duri, culminati in episodi come il massacro di Lauria. Fra Diavolo fu catturato e impiccato a Napoli nel 1806. Il governo di Giuseppe Bonaparte avviò tuttavia anche una profonda trasformazione istituzionale. Furono introdotte riforme ispirate al modello francese, tra cui l'eversione della feudalità, la soppressione di numerosi ordini religiosi, la riorganizzazione fiscale e l'avvio di un nuovo sistema amministrativo.
La soppressione della feudalità fu affidata anche all'opera della Commissione feudale, presieduta da Davide Winspeare, incaricata di dirimere le controversie tra comuni e baroni. Il processo non eliminò tutti i problemi legati alla proprietà fondiaria, ma segnò una svolta decisiva nella trasformazione giuridica del regno e favorì l'affermazione della proprietà borghese. In campo amministrativo furono istituite province, distretti e circondari, retti rispettivamente da intendenti, sottintendenti e funzionari locali. Tale modello, di derivazione francese, avrebbe costituito la base dell'organizzazione territoriale mantenuta anche dopo la Restaurazione. Furono inoltre alienati molti beni ecclesiastici e feudali, attirando capitali di investitori francesi e di esponenti della nobiltà e della borghesia locale. Nel 1808 Giuseppe istituì anche l'Ordine reale delle Due Sicilie, destinato a premiare i funzionari e i militari distintisi nel nuovo Stato.


Nel 1808, dopo la nomina di Giuseppe Bonaparte a re di Spagna, Napoleone affidò il Regno di Napoli a Gioacchino Murat, che assunse il titolo di Gioacchino Napoleone, re di Napoli e di Sicilia, secondo la titolatura prevista dallo Statuto di Baiona. Il suo governo proseguì e ampliò molte riforme già avviate da Giuseppe Bonaparte, accentuando l'opera di modernizzazione amministrativa, militare e infrastrutturale.
Murat cercò di consolidare il consenso interno attraverso una politica più autonoma da Parigi e più attenta agli interessi del regno. Nel 1808 riconquistò Capri, occupata dagli Inglesi dal 1806, e promosse interventi pubblici di rilievo. Con decreto del 18 novembre 1808 istituì il Corpo degli ingegneri di ponti e strade, destinato a svolgere un ruolo centrale nella costruzione e manutenzione delle infrastrutture. A Napoli furono avviati lavori come il ponte della Sanità, la sistemazione di via Posillipo e nuovi scavi a Ercolano; nelle province furono promossi interventi di viabilità, illuminazione pubblica, edilizia civile e militare.
Il 1º gennaio 1809 entrò in vigore il Codice napoleonico, che introdusse nel regno un ordinamento civile moderno, fondato sull'uguaglianza giuridica dei cittadini, sulla laicizzazione del matrimonio e sulla disciplina del divorzio. Tali innovazioni suscitarono l'opposizione degli ambienti ecclesiastici più conservatori, poiché riducevano il controllo della Chiesa su aspetti fondamentali della vita familiare e civile.
Nel 1812, nel quadro della modernizzazione produttiva, fu impiantata a Isola del Liri una cartiera a sistema moderno, nell'edificio dell'ex convento dei Carmelitani, per iniziativa dell'industriale francese Carlo Antonio Beranger. Parallelamente, Murat affidò al generale Charles Antoine Manhès la repressione del brigantaggio e delle resistenze filoborboniche nelle province meridionali. L'azione di Manhès, particolarmente intensa in Basilicata e Calabria, fu efficace sul piano militare ma caratterizzata da metodi repressivi molto duri, che gli valsero presso le popolazioni locali il soprannome di «Sterminatore».
Nel 1810 Murat tentò senza successo di conquistare la Sicilia, dove Ferdinando continuava a regnare sotto protezione britannica. Il sovrano predispose un grande accampamento presso Piale, nel territorio di Villa San Giovanni, ma l'impresa fu abbandonata dopo alcuni mesi per le difficoltà militari e logistiche dell'operazione.
Negli ultimi anni del periodo napoleonico Murat cercò una politica estera autonoma. Dopo aver partecipato alle campagne napoleoniche fino al 1813, tentò di ottenere il riconoscimento delle potenze europee, avvicinandosi all'Austria e occupando temporaneamente Marche, Umbria ed Emilia durante la campagna del 1814. Tuttavia, l'ostilità britannica e la diffidenza della Francia restaurata impedirono il consolidamento internazionale della sua posizione.
Nel 1815, durante i Cento giorni, Murat tornò ad allearsi con Napoleone e attaccò l'Austria, dando inizio alla guerra austro-napoletana. Il 30 marzo lanciò il Proclama di Rimini, appello all'unione degli italiani che la tradizione risorgimentale avrebbe poi considerato uno dei primi manifesti politici dell'indipendenza nazionale.
La campagna murattiana si concluse con la sconfitta nella battaglia di Tolentino del 2-3 maggio 1815. Con il trattato di Casalanza, firmato il 20 maggio presso Capua, il Regno di Napoli tornò alla dinastia borbonica. Murat tentò successivamente una spedizione dalla Corsica verso il Mezzogiorno, ma fu catturato a Pizzo Calabro e fucilato il 13 ottobre 1815.
Durante l'occupazione francese del continente, Ferdinando IV rimase in Sicilia sotto la protezione britannica. Il soggiorno palermitano fu segnato da tensioni crescenti con l'aristocrazia e con il Parlamento siciliano, che rivendicavano la salvaguardia dell'autonomia istituzionale dell'isola. Nel 1810 il sovrano convocò il Parlamento per ottenere nuovi aiuti finanziari in difesa del regno, ma il contrasto con i ceti dirigenti siciliani si acuì rapidamente.
Sotto la pressione britannica, e in particolare dell'influenza di lord William Bentinck, il 12 luglio 1812 fu promulgata la Costituzione siciliana del 1812, ispirata al modello costituzionale britannico. Il figlio del re, Francesco, fu nominato reggente e fu formato un governo composto da notabili siciliani. La Costituzione limitava il potere monarchico, rafforzava il ruolo del Parlamento e sanciva formalmente l'autonomia del Regno di Sicilia.
Nel 1815, dopo la caduta di Murat, Ferdinando rientrò a Napoli. La Restaurazione borbonica non comportò un ritorno integrale all'assetto precedente al decennio francese. Molte riforme amministrative, giuridiche e fiscali introdotte durante il periodo napoleonico furono mantenute, sebbene adattate alla monarchia restaurata. Il Codice napoleonico fu sostituito dal Codice per lo Regno delle Due Sicilie, mentre il divorzio fu abolito e la Chiesa tornò a esercitare un'influenza più ampia sulla vita civile.
Il processo di integrazione tra personale amministrativo borbonico e funzionari formatisi durante il periodo francese fu guidato da Luigi de' Medici di Ottajano, nominato ministro nel giugno 1816. L'obiettivo era creare un'amministrazione stabile e funzionale, capace di incorporare le competenze maturate nel decennio francese senza compromettere il principio monarchico restaurato.

Dopo il Congresso di Vienna e il trattato di Casalanza, l'8 dicembre 1816 Ferdinando promulgò la Legge fondamentale del Regno delle Due Sicilie, con la quale il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia furono riuniti in un unico Stato. Il sovrano abbandonò le precedenti titolature di Ferdinando IV di Napoli e Ferdinando III di Sicilia, assumendo il nome di Ferdinando I delle Due Sicilie.
L'unificazione ebbe un significato politico e amministrativo decisivo. Essa pose fine all'unione personale tra i due regni e sancì la nascita di una monarchia unitaria, accentrata su Napoli. Per la Sicilia, tuttavia, l'atto comportò la perdita della Costituzione del 1812 e delle istituzioni parlamentari autonome, alimentando il malcontento di una parte significativa dell'aristocrazia e della classe dirigente isolana.

La decisione fu percepita da molti esponenti politici siciliani come una violazione dell'antica indipendenza del Regno di Sicilia, che per secoli aveva conservato istituzioni proprie, anche quando la corona era condivisa con Napoli. Palermo perse il ruolo di capitale di un regno autonomo, mentre l'isola fu affidata a un luogotenente generale. Alcuni privilegi locali furono conservati, tra cui il porto franco di Messina, l'esclusione dalla leva militare, la non applicazione dell'imposta sul sale e la libera coltivazione del tabacco. Dal 1820 fu inoltre istituito un Ministero per gli Affari di Sicilia.
La Restaurazione, pur condotta in continuità con molte riforme amministrative del periodo napoleonico, non riuscì a ricomporre il distacco tra la monarchia e una parte dei ceti liberali e costituzionali. In questo contesto si diffusero società segrete come la Carboneria, attive soprattutto tra ufficiali, professionisti, funzionari e settori della borghesia urbana, accomunati dalla richiesta di una costituzione e di un rinnovamento politico.


Nel 1820 il malcontento costituzionale esplose sia in Sicilia sia nel continente. A Palermo, il 15 giugno, scoppiò una rivolta contro il governo napoletano e contro la perdita dell'autonomia isolana. Il luogotenente generale Francesco di Borbone fu costretto a lasciare l'isola il 27 giugno, mentre a Palermo si formò un governo provvisorio favorevole al ripristino del Regno di Sicilia e di un Parlamento autonomo.
Nel continente, nella notte tra il 1º e il 2 luglio 1820, un gruppo di ufficiali di cavalleria guidati da Michele Morelli e Giuseppe Silvati diede avvio al pronunciamento di Nola, ispirato dalla rivoluzione costituzionale spagnola. Il movimento ottenne rapidamente l'appoggio della Carboneria e di una parte dell'esercito, tra cui il generale Guglielmo Pepe. Ferdinando I, constatata l'impossibilità di reprimere immediatamente il moto, il 7 luglio concesse una Costituzione modellata su quella spagnola del 1812 e nominò vicario il figlio Francesco.
Il nuovo Parlamento napoletano si riunì il 1º ottobre 1820. Vi prevalevano orientamenti liberali moderati, legati alla cultura politica formatasi durante il decennio francese. Tra i provvedimenti discussi vi furono la riorganizzazione delle amministrazioni provinciali e comunali e misure relative alla libertà di stampa e di culto.
La questione siciliana rimase però irrisolta. Il 16 luglio si insediò a Palermo un governo provvisorio indipendentista, che chiedeva il ripristino del Regno di Sicilia, pur sotto la dinastia borbonica. Il governo costituzionale napoletano inviò dapprima il generale Florestano Pepe, il quale concluse il 22 settembre l'accordo di Termini Imerese, concedendo ai siciliani la possibilità di eleggere una propria assemblea. L'accordo non fu tuttavia ratificato dal Parlamento di Napoli. Il governo napoletano decise quindi di inviare in Sicilia il generale Pietro Colletta, incaricato di imporre l'autorità centrale. La divisione tra le città siciliane, con Palermo favorevole all'autonomia e Messina e Catania più diffidenti verso l'egemonia palermitana, indebolì il governo provvisorio. Il 22 novembre 1820 la Sicilia tornò sotto il controllo del governo costituzionale di Napoli.
Le potenze della Restaurazione guardarono con ostilità all'esperimento costituzionale napoletano. Dopo il congresso di Troppau, l'Austria di Klemens von Metternich ottenne il mandato di intervenire militarmente per ristabilire l'assolutismo. Nel marzo 1821 le truppe austriache entrarono nel regno e sconfissero l'esercito costituzionale comandato da Guglielmo Pepe nella battaglia di Rieti-Antrodoco. Il 23 marzo 1821 Napoli fu occupata dagli Austriaci, la Costituzione fu sospesa e cominciò la repressione. Furono emesse condanne all'ergastolo e alla pena capitale; tra queste ultime vi furono quelle di Morelli e Silvati, giustiziati nel 1822. Guglielmo Pepe e Michele Carrascosa, anch'essi condannati, riuscirono invece a fuggire dal regno.


Alla morte di Ferdinando I, avvenuta il 4 gennaio 1825, gli succedette il figlio Francesco I, già luogotenente generale del Regno durante gli ultimi anni di governo del padre e protagonista, suo malgrado, delle vicende costituzionali del 1820. Il nuovo sovrano ereditò uno Stato profondamente segnato dalle conseguenze dei moti rivoluzionari, dall'occupazione militare austriaca e dal difficile processo di restaurazione avviato dopo il Congresso di Lubiana.
Sul piano politico Francesco I proseguì sostanzialmente l'indirizzo inaugurato dal padre dopo il 1821, mantenendo una stretta collaborazione con l'Impero austriaco e perseguendo una linea di governo improntata al consolidamento dell'autorità monarchica. Sebbene durante i moti costituzionali del 1820 avesse mostrato un atteggiamento relativamente più aperto rispetto a Ferdinando I, una volta salito al trono evitò qualsiasi iniziativa che potesse riaprire il confronto con i movimenti liberali e costituzionali.
Uno dei principali successi diplomatici del suo regno fu ottenuto nel 1827, quando il governo napoletano riuscì a ottenere il ritiro del corpo di occupazione austriaco presente nel Regno fin dal 1821. L'evacuazione delle truppe imperiali rappresentò un importante recupero della piena sovranità dello Stato borbonico e consentì al governo di riaffermare la propria autonomia nelle questioni interne.
Contestualmente fu avviata una profonda riorganizzazione delle forze armate. Il comando del Real Esercito venne affidato al principe ereditario Ferdinando, futuro Ferdinando II, mentre si procedette a riportare gli effettivi ai livelli precedenti ai moti del 1820. La riforma militare mirava soprattutto a garantire la fedeltà dell'esercito alla dinastia, eliminando progressivamente gli ufficiali compromessi con la Carboneria, con il decennio napoleonico o con l'esperienza costituzionale del 1820 e sostituendoli con personale ritenuto pienamente affidabile. In questo contesto furono inoltre costituiti quattro reggimenti svizzeri al servizio della monarchia, destinati a rappresentare uno dei principali elementi di stabilità dell'apparato militare borbonico.
La restaurazione dell'autorità statale non riuscì tuttavia a eliminare le tensioni politiche maturate negli anni precedenti. Nonostante il rafforzamento degli strumenti di controllo e di repressione, continuarono infatti a diffondersi società segrete e circoli liberali, mentre si sviluppò un vivace dibattito politico clandestino alimentato sia dagli esuli sia dagli ambienti intellettuali del Regno.
In questi anni acquisirono inoltre maggiore influenza diversi ambienti culturali e religiosi di orientamento conservatore, favorevoli al rafforzamento dell'alleanza tra monarchia e Chiesa quale fondamento dell'ordine politico restaurato. Parallelamente, tuttavia, continuarono a diffondersi idee liberali e costituzionali soprattutto negli ambienti della borghesia urbana, dell'esercito e delle professioni, rendendo sempre più difficile un ritorno alla situazione precedente al decennio francese. La nuova stagione rivoluzionaria non tardò infatti a manifestarsi. Nel giugno 1828 esplose nel Cilento una vasta insurrezione, organizzata da esponenti liberali e da numerosi protagonisti dell'esperienza costituzionale del 1820, che rivendicavano il ripristino della Costituzione sul modello francese. La rivolta ebbe origine nei centri di Bosco, Centola e Camerota e si estese rapidamente ad altri comuni del Cilento. Gli insorti proclamarono nuovamente la Costituzione e tentarono di coinvolgere anche altre province del Regno, confidando in un più ampio sollevamento militare e popolare che tuttavia non si verificò. Il governo reagì con estrema rapidità. La repressione fu affidata al colonnello Francesco Saverio del Carretto, comandante della Gendarmeria Reale, che soffocò l'insurrezione nel giro di poche settimane mediante una dura campagna militare. Numerosi partecipanti furono arrestati, condannati o costretti all'esilio, mentre alcuni dei principali centri coinvolti subirono pesanti rappresaglie.
La repressione del moto cilentano consolidò ulteriormente il carattere conservatore della Restaurazione borbonica e contribuì ad accentuare il distacco tra la monarchia e i settori liberali della società meridionale, che negli anni successivi avrebbero continuato a organizzarsi clandestinamente in vista di nuove iniziative rivoluzionarie.
Il regno di Francesco I fu tuttavia relativamente breve. Il sovrano morì l'8 novembre 1830, dopo poco meno di sei anni di governo. Gli succedette il figlio Ferdinando II delle Due Sicilie, appena ventenne, il cui lungo regno avrebbe rappresentato la fase di maggiore sviluppo economico e amministrativo dello Stato borbonico, ma anche quella in cui si sarebbero manifestate le più profonde tensioni politiche destinate a culminare negli eventi del 1848 e, infine, nella crisi del 1860.


Alla morte di Francesco I delle Due Sicilie, avvenuta l'8 novembre 1830, il trono passò al figlio ventenne Ferdinando II. Il giovane sovrano si presentò inizialmente come un monarca disposto a introdurre un programma di rinnovamento amministrativo ed economico, pur senza mettere in discussione l'impianto assolutistico dello Stato restaurato. I primi anni del suo regno furono caratterizzati da un atteggiamento relativamente conciliante nei confronti di parte della classe dirigente formatasi durante il decennio francese e da un deciso impegno nella razionalizzazione delle finanze pubbliche. Tra i primi provvedimenti del nuovo sovrano vi furono il richiamo in patria di numerosi esuli politici e militari, alcuni dei quali furono reintegrati nei rispettivi incarichi. Vennero inoltre riammessi nell'amministrazione diversi funzionari che avevano prestato servizio durante il regno di Gioacchino Murat, nella convinzione che l'esperienza amministrativa acquisita durante il decennio francese potesse risultare utile anche al nuovo corso politico. Analoga politica interessò parte degli ufficiali del Real Esercito, con l'obiettivo di rafforzarne la fedeltà alla monarchia restaurata e di ricomporre le fratture prodotte dagli eventi rivoluzionari del 1820-1821.
Parallelamente Ferdinando II avviò un programma di contenimento della spesa pubblica e di riequilibrio del bilancio statale. Furono ridotte le spese della corte, riorganizzati diversi dicasteri e soppresse alcune costose riserve di caccia reali, nel tentativo di eliminare progressivamente il disavanzo accumulatosi durante gli anni successivi alla Restaurazione.
Sul piano economico il regno conobbe una fase di significativa espansione delle infrastrutture civili e industriali. Il governo favorì il potenziamento degli arsenali militari, dei cantieri navali e degli stabilimenti meccanici, oltre alla costruzione di nuove strade, ponti e opere pubbliche. Particolare importanza assunse lo sviluppo delle officine di Pietrarsa, sorte presso Portici come grande complesso siderurgico e meccanico destinato alla costruzione e manutenzione delle locomotive e del materiale ferroviario. Lo stabilimento, tra i maggiori del suo genere nell'Europa mediterranea, divenne uno dei simboli della politica industriale borbonica e attirò l'attenzione di numerosi osservatori stranieri, tra i quali lo zar Nicola I di Russia, che visitò l'impianto durante il proprio soggiorno nel Regno delle Due Sicilie.

Durante il regno di Ferdinando II furono inoltre realizzate alcune delle principali innovazioni tecnologiche dell'Italia preunitaria. Nel 1839 venne inaugurata la Ferrovia Napoli-Portici, prima linea ferroviaria della penisola italiana, mentre negli anni successivi furono ampliati gli impianti ferroviari e le officine connesse alla nuova rete. Nello stesso periodo furono costruite importanti unità della Real Marina, tra cui la pirofregata Ettore Fieramosca, prima nave a vapore costruita integralmente nella penisola italiana.
Risalgono inoltre a questo periodo la fondazione dell'Osservatorio Vesuviano, primo osservatorio vulcanologico permanente del mondo, e il progressivo potenziamento degli arsenali navali di Napoli e Castellammare di Stabia, che costituivano alcuni dei principali poli produttivi del Mezzogiorno.
La politica economica ferdinandea fu caratterizzata da un forte intervento statale, volto a sostenere le attività produttive considerate strategiche e a favorire la crescita dell'apparato industriale del regno. La storiografia ha tuttavia espresso valutazioni differenti sull'effettiva portata di tale sviluppo: se alcuni studiosi ne hanno sottolineato il carattere innovativo nel contesto italiano dell'epoca, altri hanno evidenziato come esso rimanesse concentrato in pochi poli industriali e fortemente dipendente dall'iniziativa pubblica.
Anche in politica estera Ferdinando II perseguì una linea improntata all'autonomia rispetto alle grandi potenze europee. Secondo Harold Acton, il principio ispiratore della sua azione diplomatica fu l'«indipendenza», perseguita attraverso un difficile equilibrio tra Austria, Regno Unito e Francia.
Questa linea emerse chiaramente nella cosiddetta questione degli zolfi. Nel 1816 il governo britannico aveva ottenuto il monopolio dello sfruttamento dello zolfo siciliano, materia prima di notevole importanza strategica per l'industria europea. Ferdinando II decise successivamente di affidarne la concessione a una compagnia francese, ritenendo economicamente più vantaggiosa la nuova convenzione. La decisione provocò una grave crisi diplomatica con il governo britannico, che inviò una squadra navale nel golfo di Napoli per esercitare pressioni sul governo borbonico. La controversia si concluse grazie alla mediazione del re dei Francesi Luigi Filippo di Francia, evitando uno scontro armato ma imponendo al governo napoletano il pagamento di indennizzi sia agli interessi britannici sia a quelli francesi.
Alla vigilia del 1848 il Regno delle Due Sicilie appariva dunque profondamente trasformato rispetto agli anni immediatamente successivi alla Restaurazione. Pur mantenendo una struttura politica rigidamente monarchica e centralizzata, il governo aveva promosso una significativa modernizzazione amministrativa, infrastrutturale ed economica. Tuttavia, la mancata introduzione di riforme costituzionali e la crescente richiesta di partecipazione politica da parte dei ceti borghesi e liberali contribuirono ad alimentare un diffuso malcontento, destinato a manifestarsi apertamente con le rivoluzioni del 1848.


L'ondata rivoluzionaria che attraversò l'Europa nel 1848 ebbe origine proprio nel Regno delle Due Sicilie. Il primo grande moto della stagione rivoluzionaria italiana scoppiò infatti a Palermo il 12 gennaio 1848, anniversario della nascita di Ferdinando II, dando inizio a una crisi politica che avrebbe profondamente inciso sulla storia del regno e dell'intera penisola.
L'insurrezione ebbe inizio nella Fieravecchia di Palermo sotto la guida di Giuseppe La Masa e vide inizialmente una massiccia partecipazione delle classi popolari urbane, cui si unirono rapidamente gli esponenti della nobiltà e della borghesia liberale siciliana. Le richieste dei rivoluzionari andavano ben oltre una semplice riforma costituzionale: l'obiettivo principale era infatti il ripristino dell'autonomia della Sicilia mediante la restaurazione del Regno di Sicilia, abolito nel 1816, e della Costituzione siciliana del 1812, considerata il simbolo delle libertà politiche dell'isola.
Dopo alcuni giorni di aspri combattimenti, le truppe borboniche furono progressivamente costrette ad abbandonare gran parte della Sicilia occidentale. Palermo passò sotto il controllo degli insorti, che costituirono un Comitato generale rivoluzionario destinato a esercitare provvisoriamente il potere. La presidenza del nuovo governo fu affidata a Ruggero Settimo, figura autorevole del liberalismo moderato siciliano, mentre vennero costituiti i principali organi amministrativi necessari al funzionamento dello Stato insurrezionale. La rivoluzione siciliana ebbe un'immediata eco nella parte continentale del Regno. Anche a Napoli e nelle province si moltiplicarono le manifestazioni popolari e le richieste di concessione di una costituzione. Di fronte all'estendersi della protesta, Ferdinando II tentò inizialmente di contenere il movimento attraverso alcune limitate concessioni amministrative, ma la crescente pressione politica lo convinse ad adottare una soluzione più ampia.

Con il Regio decreto del 29 gennaio 1848 il sovrano annunciò la concessione di una nuova costituzione, promulgata ufficialmente il 10 febbraio e giurata il 24 febbraio successivo. Il testo, ispirato principalmente alla Carta costituzionale francese del 1830, prevedeva un Parlamento bicamerale, il riconoscimento di alcuni diritti civili e una limitazione dei poteri della Corona, pur mantenendo al sovrano la titolarità dell'esecutivo e un ruolo determinante nell'attività legislativa. Contestualmente Ferdinando II affidò la formazione del nuovo governo a personalità di orientamento moderato e liberale. Tra le riforme avviate in quei mesi particolare rilievo ebbe quella dell'istruzione pubblica, affidata a Francesco De Sanctis, destinato a divenire uno dei maggiori protagonisti della cultura italiana dell'Ottocento. Nel frattempo, anche in Sicilia il processo rivoluzionario proseguiva rapidamente. L'11 febbraio venne promulgata una nuova costituzione isolana, mentre il 25 marzo si riunì il Parlamento Generale di Sicilia, che proclamò formalmente la restaurazione del Regno di Sicilia. Il nuovo governo rivoluzionario, ancora presieduto da Ruggero Settimo, cercò di ottenere il riconoscimento internazionale dell'indipendenza dell'isola.
L'unità iniziale del fronte rivoluzionario siciliano si rivelò tuttavia fragile. Ben presto emersero profonde divergenze tra i liberali moderati, favorevoli a una monarchia costituzionale autonoma, e le componenti democratiche e mazziniane, sostenitrici di un più ampio processo unitario italiano e di riforme politiche più radicali. Tra i principali motivi di scontro vi furono l'istituzione della Guardia nazionale, l'estensione del suffragio universale e, soprattutto, il rapporto che il nuovo Stato siciliano avrebbe dovuto mantenere con il resto della penisola. Personalità come Pasquale Calvi sostennero una linea maggiormente democratica, mentre altri esponenti del governo ritenevano prioritario consolidare l'autonomia dell'isola prima di affrontare qualsiasi progetto unitario. Parallelamente le campagne siciliane conobbero un crescente stato di agitazione sociale. Le amministrazioni locali faticavano a mantenere l'ordine pubblico, mentre numerose rivolte contadine mettevano ulteriormente in difficoltà il governo rivoluzionario.
Nella parte continentale del Regno le elezioni parlamentari si svolsero nel mese di aprile 1848. Fin dall'apertura della nuova Camera emersero però profonde divergenze tra il sovrano e la maggioranza dei deputati. Ferdinando II considerava la Costituzione come un punto di equilibrio definitivo tra monarchia e rappresentanza nazionale; gran parte dell'assemblea, invece, riteneva che il primo compito del Parlamento dovesse essere proprio la revisione del testo costituzionale, ampliando i poteri dell'organo rappresentativo. La tensione culminò il 15 maggio 1848. Nel giorno successivo all'apertura ufficiale della Camera, a Napoli si verificarono violenti disordini tra dimostranti e truppe governative. Furono erette barricate nelle vie del centro cittadino e numerosi colpi d'arma da fuoco vennero esplosi contro i reparti dell'esercito incaricati di mantenere l'ordine. Gli scontri convinsero Ferdinando II che il movimento costituzionale stesse ormai assumendo carattere rivoluzionario. Il sovrano ordinò pertanto lo scioglimento della Camera dei deputati e affidò all'esercito il ripristino dell'ordine pubblico.

Nel mese di giugno furono convocate nuove elezioni legislative, ma la nuova Camera, composta in larga misura dagli stessi deputati della precedente, non riuscì mai a svolgere una regolare attività. Dopo ripetuti rinvii, il Parlamento fu aggiornato il 12 marzo 1849 «a tempo indeterminato», segnando di fatto la sospensione dell'esperienza costituzionale inaugurata pochi mesi prima. Nel frattempo Ferdinando II aveva deciso di ristabilire con la forza l'autorità della monarchia anche in Sicilia. Dopo aver richiamato nella penisola il corpo di spedizione inviato a combattere nella prima guerra d'indipendenza italiana, affidò al generale Carlo Filangieri il comando delle operazioni militari contro il governo rivoluzionario siciliano.
La campagna ebbe inizio nell'autunno del 1848 e si concluse nell'estate dell'anno successivo. Le truppe borboniche riconquistarono progressivamente l'intera isola, espugnando le principali piazzeforti e ponendo termine all'esperienza del Regno di Sicilia restaurato. Particolarmente noto rimase il bombardamento di Messina, episodio che contribuì alla diffusione, soprattutto nella stampa liberale europea, dell'appellativo di «Re Bomba» attribuito a Ferdinando II.
La definitiva riconquista della Sicilia nel maggio 1849 pose fine alla rivoluzione isolana e ristabilì il controllo borbonico su tutto il Regno delle Due Sicilie. L'esito della campagna militare segnò tuttavia una frattura ormai difficilmente sanabile tra la monarchia e gran parte della classe dirigente siciliana, contribuendo ad alimentare quel clima di diffidenza e ostilità che avrebbe favorito, poco più di un decennio dopo, il successo della spedizione dei Mille.
Al termine delle operazioni Ferdinando II nominò Carlo Filangieri duca di Taormina e luogotenente generale della Sicilia, affidandogli il compito di restaurare l'autorità dello Stato e di riorganizzare l'amministrazione isolana. Con decreto del 15 dicembre 1849 venne inoltre imposto alla Sicilia un debito pubblico di venti milioni di ducati, mentre il governo istituì la figura del Ministro Segretario di Stato per gli Affari di Sicilia, incaricato di seguire stabilmente le questioni amministrative dell'isola.

Il fallimento dell'esperienza costituzionale del 1848 e la riconquista della Sicilia nel 1849 determinarono una profonda svolta nella politica di Ferdinando II. Pur senza abrogare formalmente la Costituzione del 1848, che rimase semplicemente sospesa, il sovrano rinunciò definitivamente a qualsiasi progetto di evoluzione in senso rappresentativo dello Stato, tornando a un esercizio pienamente assolutistico del potere.
La restaurazione dell'autorità monarchica fu accompagnata da una vasta attività repressiva nei confronti degli ambienti liberali e democratici. Furono celebrati numerosi processi politici che portarono alla condanna di importanti esponenti del movimento costituzionale, tra i quali Luigi Settembrini, Filippo Agresti, Carlo Poerio e Silvio Spaventa. Molti altri oppositori furono costretti all'esilio oppure sottoposti a un costante controllo di polizia, mentre continuarono a essere severamente repressi i tentativi insurrezionali, come quelli promossi da Francesco Bentivegna e successivamente da Carlo Pisacane.
Nel tentativo di ristabilire un rapporto di collaborazione con le amministrazioni locali, il governo promosse una vasta raccolta di petizioni attraverso le quali i comuni del Regno chiedevano formalmente la sospensione della Costituzione del 1848 e il ritorno al precedente ordinamento assolutistico. Secondo gli ambienti liberali l'iniziativa sarebbe stata concepita dal presidente del Consiglio Giustino Fortunato, con l'intento di fornire una legittimazione politica alle decisioni già assunte dalla Corona.
L'iniziativa coinvolse progressivamente sia i territori continentali sia quelli siciliani. Nell'isola un ruolo determinante fu svolto dal luogotenente generale Carlo Filangieri, che si adoperò per convincere le amministrazioni comunali ad aderire alla petizione. Soltanto una limitata minoranza di sindaci rifiutò di sottoscriverla, andando incontro, nella maggior parte dei casi, alla destituzione dagli incarichi e a forme di sorveglianza da parte delle autorità di pubblica sicurezza.
Secondo lo storico Harold Acton, una parte significativa della popolazione rurale e dei grandi proprietari terrieri guardò con favore al ristabilimento dell'ordine, ritenendo conclusa la stagione rivoluzionaria e attribuendo ai moti del 1848 una fase di instabilità che aveva compromesso la sicurezza pubblica e le attività economiche.

La svolta politica del 1849 modificò profondamente anche l'immagine internazionale della monarchia borbonica. Se negli anni Trenta Ferdinando II era stato considerato da numerosi osservatori europei un sovrano riformatore e amministratore energico, dopo la repressione dei moti rivoluzionari egli divenne progressivamente il bersaglio di una vasta campagna di critica da parte della stampa liberale europea. Fra gli episodi che contribuirono maggiormente a deteriorare la reputazione internazionale del Regno vi furono gli scritti dell'economista Antonio Scialoja, rifugiatosi in Piemonte dopo il 1848, le cui analisi critiche sull'ordinamento politico borbonico ebbero ampia diffusione negli ambienti liberali europei. Ferdinando II reagì istituendo una commissione incaricata di confutare ufficialmente tali accuse mediante la pubblicazione di memorie e relazioni difensive.
Ancora maggiore risonanza ebbero le celebri Letters to the Earl of Aberdeen, pubblicate nel 1851 dal politico britannico William Ewart Gladstone. Dopo un soggiorno a Napoli, Gladstone denunciò le condizioni dei detenuti politici nelle carceri borboniche, definendo il governo delle Due Sicilie «la negazione di Dio eretta a sistema di governo». Le lettere ottennero un'enorme diffusione internazionale e contribuirono in maniera decisiva alla formazione di un'immagine fortemente negativa della monarchia napoletana nell'opinione pubblica europea. Il governo borbonico respinse con decisione tali accuse. Ferdinando II ritenne che le lettere fossero state ispirate dagli ambienti liberali napoletani in esilio e interpretò l'iniziativa come uno strumento di pressione politica esercitato dal Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda nei confronti del proprio governo.
Già prima della loro pubblicazione il primo ministro britannico Lord Aberdeen aveva più volte invitato l'ambasciatore napoletano a Londra, Paolo Ruffo di Castelcicala, a persuadere il governo delle Due Sicilie ad adottare una politica più liberale, lasciando intendere che, in caso contrario, il carteggio di Gladstone sarebbe stato reso pubblico. Secondo la ricostruzione di Raffaele de Cesare, il presidente del Consiglio Giustino Fortunato sottovalutò la portata diplomatica della vicenda, contribuendo indirettamente al successivo deterioramento delle relazioni anglo-borboniche. Lo scandalo internazionale provocato dalla pubblicazione delle lettere indusse infine Ferdinando II a sostituire Fortunato alla guida del governo, nel tentativo di rafforzare la propria posizione diplomatica, senza tuttavia riuscire a ricomporre il contrasto con Londra.
Ad accentuare ulteriormente l'intransigenza politica del sovrano contribuì anche il fallito attentato compiuto l'8 dicembre 1856 dal soldato calabrese Agesilao Milano, vicino agli ambienti mazziniani. Durante una rivista militare, Milano riuscì a colpire Ferdinando II con una baionetta, provocandogli una profonda ferita all'addome che, pur non risultando mortale, rafforzò nel re la convinzione che ogni apertura politica avrebbe favorito nuovi tentativi rivoluzionari.

L'anno successivo il Regno fu interessato da un nuovo tentativo insurrezionale promosso da Giuseppe Mazzini, il quale progettò una serie di spedizioni rivoluzionarie coordinate in diversi Stati italiani. Per il Mezzogiorno l'impresa fu affidata a Carlo Pisacane, ex ufficiale del Real Esercito, già protagonista della difesa della Repubblica Romana e sostenitore di posizioni socialiste rivoluzionarie. Il 25 giugno 1857 Pisacane salpò da Genova con il piroscafo Cagliari insieme a circa trecento volontari, sbarcando presso Sapri con l'intenzione di provocare un'insurrezione generale nel Mezzogiorno. Il piano si rivelò tuttavia un completo fallimento. Le autorità borboniche riuscirono rapidamente a isolare i rivoluzionari, mentre gran parte della popolazione locale, anziché unirsi agli insorti, collaborò con le truppe governative.
Dopo alcuni scontri avvenuti tra Padula e Sanza, la spedizione fu completamente dispersa. Ferito e ormai privo di ogni possibilità di fuga, Carlo Pisacane morì il 2 luglio 1857, probabilmente suicida secondo la ricostruzione tradizionale, sebbene la dinamica della sua morte sia stata oggetto di successive discussioni storiografiche. Nonostante il fallimento della spedizione, l'episodio contribuì ad accrescere la notorietà internazionale del movimento unitario italiano e confermò la crescente difficoltà del governo borbonico nel riconquistare il consenso degli ambienti liberali e democratici.
Ferdinando II morì il 22 maggio 1859, all'età di quarantanove anni, in seguito a una grave forma setticemica sviluppatasi dopo un'infiammazione insorta durante il viaggio verso Bari, dove era atteso l'arrivo della futura nuora Maria Sofia di Baviera, promessa sposa del duca di Calabria, il futuro Francesco II. Le cause precise della malattia rimasero oggetto di discussione già fra i contemporanei, dando origine anche a ipotesi mai dimostrate di avvelenamento, oggi generalmente escluse dalla storiografia.
Gli ultimi dieci anni del suo regno sono stati frequentemente definiti dalla storiografia come un «decennio di immobilismo». La scelta di sospendere definitivamente l'esperienza costituzionale del 1848, unita al crescente isolamento diplomatico nei confronti delle principali potenze europee, contribuì infatti a irrigidire l'assetto politico dello Stato proprio negli anni in cui il Regno di Sardegna consolidava invece il proprio sistema costituzionale e assumeva un ruolo sempre più centrale nel processo di unificazione italiana.
L'esodo di numerosi intellettuali, funzionari, militari e uomini politici verso Torino, favorito dalla permanenza dello Statuto Albertino, privò progressivamente il Regno delle Due Sicilie di una parte significativa della propria classe dirigente più innovatrice. Quando nel 1859 salì al trono Francesco II, il giovane sovrano ereditò così uno Stato ancora economicamente solido e amministrativamente efficiente, ma ormai fortemente isolato sul piano internazionale e attraversato da tensioni politiche che gli avvenimenti del 1860 avrebbero rapidamente fatto esplodere.
Desiderando di dare a' Nostri amatissimi sudditi un attestato della nostra Sovrana benevolenza, Ci siamo determinati di concedere gli ordini costituzionali e rappresentativi nel Regno in armonia co' principii italiani e nazionali in modo da garantire la sicurezza e prosperità in avvenire e da stringere sempre più i legami che Ci uniscono a' popoli che la Provvidenza Ci ha chiamati a governare.
A quest'oggetto siamo venuti nelle seguenti determinazioni:
1 - Accordiamo una generale amnistia per tutti i reati politici fino a questo giorno;
2 - Abbiamo incaricato il commendatore D. Antonio Spinelli della formazione d'un nuovo Ministero, il quale compilerà nel più breve termine possibile gli articoli dello Statuto sulla base delle istituzioni rappresentative italiane e nazionali;
3 - Sarà stabilito con S. M. il Re di Sardegna un accordo per gl'interessi comuni delle due Corone in Italia;
4 - La nostra bandiera sarà d'ora innanzi fregiata de' colori nazionali italiani in tre fasce verticali, conservando sempre nel mezzo le armi della nostra Dinastia;
5 - In quanto alla Sicilia, accorderemo analoghe istituzioni rappresentative che possano soddisfare i bisogni dell'Isola; ed uno de' Principi della nostra Real Casa ne sarà il Nostro Viceré.
Portici, 25 giugno 1860.
Firmato: FRANCESCO.

Alla morte di Ferdinando II, il 22 maggio 1859, il trono passò al figlio Francesco II, appena ventitreenne. Il nuovo sovrano salì al trono insieme alla moglie Maria Sofia di Baviera, sposata pochi mesi prima e destinata a diventare una delle figure più celebri della resistenza borbonica. Figlia del duca Massimiliano Giuseppe in Baviera e sorella dell'imperatrice Elisabetta d'Austria («Sissi»), Maria Sofia avrebbe svolto un ruolo di primo piano soprattutto durante l'assedio di Gaeta.
Francesco II ereditò uno Stato ancora amministrativamente efficiente e finanziariamente stabile, ma profondamente isolato sul piano diplomatico e attraversato da crescenti tensioni politiche. Il giovane re si trovò inoltre a governare in uno dei momenti più delicati della storia italiana, immediatamente dopo la seconda guerra d'indipendenza italiana, che aveva modificato gli equilibri della penisola e rafforzato il ruolo del Regno di Sardegna quale guida del movimento nazionale.
Di carattere riservato, profondamente religioso e poco incline alla vita politica, Francesco II si trovò quasi subito costretto ad affrontare una serie di crisi interne. Pochi giorni dopo l'ascesa al trono dovette infatti fronteggiare l'ammutinamento del 3º Reggimento svizzero di stanza a Napoli, episodio che evidenziò le difficoltà dell'apparato militare nel delicato momento della successione.
Il nuovo sovrano apparve inizialmente intenzionato a inaugurare una stagione di riforme. Diversamente dal padre, cercò di circondarsi di uomini politicamente più moderati e mostrò disponibilità verso un ritorno all'ordinamento costituzionale. Secondo una parte della storiografia, egli avrebbe avuto l'intenzione di recuperare il programma riformatore interrotto dopo il 1849, ma la rapidità degli eventi del 1860 impedì che tali progetti trovassero una concreta attuazione.
Tra i primi provvedimenti del nuovo regno vi fu il progressivo ricambio della classe dirigente. Molti funzionari legati alla precedente stagione politica ferdinandea vennero sostituiti da amministratori e uomini politici di orientamento liberale, mentre numerosi esuli rientrarono nel Regno dopo gli anni trascorsi a Torino, Firenze e in altre città italiane ed europee.
Questo profondo mutamento dell'apparato amministrativo ebbe conseguenze contrastanti. Da un lato contribuì ad attenuare le tensioni con gli ambienti moderati; dall'altro privò il governo, proprio nei mesi decisivi del 1860, di una parte consistente dell'esperienza amministrativa maturata durante il lungo regno di Ferdinando II. Secondo Raffaele de Cesare, la rapida sostituzione dei quadri dirigenti rese inoltre più difficile affrontare con decisione la crisi politica e militare che si stava rapidamente delineando.
Nel frattempo il clima politico in Sicilia stava nuovamente deteriorandosi. Dopo la repressione della rivoluzione del 1848 l'isola aveva conosciuto circa un decennio di relativa stabilità, favorita sia dall'energica azione repressiva sia dall'opera amministrativa dei luogotenenti Carlo Filangieri e Paolo Ruffo di Castelcicala. Tuttavia la morte di Ferdinando II riaccese rapidamente le speranze dei gruppi liberali e separatisti.
La nobiltà palermitana, ormai in larga parte favorevole alla causa nazionale italiana, intensificò i contatti con gli ambienti mazziniani e con gli esuli siciliani residenti nel Piemonte sabaudo. La vittoria franco-piemontese nella battaglia di Solferino e San Martino alimentò ulteriormente l'entusiasmo per il processo unitario e convinse molti patrioti che il momento fosse favorevole per una nuova insurrezione.
Nei primi mesi del 1860 numerosi esponenti del movimento rivoluzionario rivolsero ripetuti appelli a Giuseppe Garibaldi, invitandolo a guidare una spedizione nell'isola. Garibaldi rispose che sarebbe intervenuto soltanto dopo lo scoppio di una sollevazione popolare capace di dimostrare l'effettiva volontà dei siciliani di ribellarsi al governo borbonico.
Per provocare tale insurrezione, un gruppo di giovani aristocratici e liberali palermitani organizzò la cosiddetta Rivolta della Gancia, programmata per il 4 aprile 1860. Le armi destinate agli insorti furono nascoste all'interno del convento della Gancia, ma il piano venne scoperto dalla polizia borbonica, diretta dal prefetto Salvatore Maniscalco, che fece irruzione nel convento sequestrando gli armamenti e arrestando numerosi congiurati.
In seguito alla scoperta della congiura il Distretto di Palermo fu posto in stato d'assedio. I consigli di guerra condannarono a morte tredici dei partecipanti all'insurrezione, le cui esecuzioni contribuirono ulteriormente ad alimentare il malcontento nei confronti del governo borbonico.
Sebbene la rivolta della Gancia fosse stata rapidamente repressa, l'episodio ebbe importanti conseguenze politiche. Esso dimostrò infatti che in Sicilia continuava a esistere una vasta rete cospirativa favorevole all'intervento garibaldino e convinse definitivamente Garibaldi e i suoi collaboratori che le condizioni per organizzare una spedizione militare nell'isola fossero ormai mature.
Mentre il governo di Napoli riteneva di avere ristabilito l'ordine, i preparativi della futura spedizione dei Mille erano già in fase avanzata. Nel giro di poche settimane la crisi siciliana si sarebbe trasformata nella più grave minaccia mai affrontata dalla monarchia borbonica dalla sua fondazione nel 1816.


La repressione della Rivolta della Gancia non pose fine all'attività dei gruppi rivoluzionari siciliani. Al contrario, convinse definitivamente Giuseppe Garibaldi che nell'isola esistessero le condizioni per una spedizione militare capace di provocare il crollo del dominio borbonico. Il progetto fu sostenuto dagli esuli siciliani residenti nel Regno di Sardegna, in particolare Francesco Crispi e Giuseppe La Farina, e poté svilupparsi grazie all'ambiguo atteggiamento del governo piemontese guidato da Camillo Benso, conte di Cavour, che pur evitando un coinvolgimento ufficiale non ostacolò concretamente l'iniziativa.
Le autorità borboniche erano informate dell'esistenza di preparativi insurrezionali. La polizia e i servizi informativi del Regno avevano raccolto notizie circa una possibile spedizione organizzata in Liguria e il governo dispose un rafforzamento della sorveglianza navale lungo le coste siciliane mediante unità della Real Marina e presidi dell'esercito. Nonostante tali precauzioni, la spedizione riuscì ugualmente a prendere il mare. Nella notte tra il 5 e il 6 maggio 1860 Garibaldi salpò da Quarto, presso Genova, con i piroscafi Piemonte e Lombardo, trasportando poco più di un migliaio di volontari. Dopo una breve sosta a Talamone, dove furono imbarcate ulteriori armi e munizioni, la spedizione fece rotta verso la Sicilia.
L'11 maggio 1860 i Mille sbarcarono nel porto di Marsala. La riuscita dell'operazione fu favorita da una serie di circostanze favorevoli. Le unità borboniche incaricate della vigilanza giunsero infatti sul posto soltanto quando lo sbarco era ormai quasi ultimato. Tra esse vi erano il piroscafo Stromboli, la Partenope e il Capri, che poterono effettuare soltanto un bombardamento tardivo e di scarsa efficacia. Un ruolo importante ebbe anche la presenza nel porto di alcune navi mercantili britanniche, la cui vicinanza rese particolarmente prudente l'azione della marina borbonica per evitare incidenti diplomatici con il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda. Nel frattempo l'ufficio telegrafico di Marsala aveva già trasmesso a Palermo la notizia dello sbarco e il governo di Napoli, il giorno successivo, indirizzò una dura protesta diplomatica al governo sabaudo, accusandolo di avere favorito un atto di aperta aggressione contro uno Stato sovrano.
La direzione delle operazioni militari in Sicilia rappresentò fin dall'inizio uno dei principali problemi del governo borbonico. Francesco II cercò inutilmente di convincere alcuni dei più autorevoli generali del Regno, tra cui Carlo Filangieri, ad assumere il comando delle forze impegnate contro Garibaldi. Di fronte al loro rifiuto, il comando venne affidato al generale Ferdinando Lanza, che assunse l'incarico il 15 maggio 1860. La situazione militare appariva inizialmente favorevole ai Borbone. In Sicilia erano infatti dislocati circa ventiquattromila soldati regolari, largamente superiori ai volontari garibaldini sia per numero sia per armamento. Tuttavia tale superiorità non venne sfruttata efficacemente. Già dopo la battaglia di Calatafimi il generale Francesco Landi ordinò la ritirata delle proprie truppe, decisione destinata a suscitare dure polemiche sia tra i contemporanei sia nella successiva storiografia.
Una volta assunto il comando, Lanza preferì attestarsi a Palermo piuttosto che organizzare un'immediata offensiva contro Garibaldi. Convinto che il capoluogo costituisse il punto decisivo della campagna, rinunciò a contrastare l'avanzata garibaldina nelle campagne siciliane, permettendo così ai volontari di raccogliere progressivamente nuove adesioni tra la popolazione locale e tra le bande armate dell'interno. Il 27 maggio Garibaldi attaccò Palermo. Per tre giorni si combatté intensamente nelle vie della città, dove le truppe borboniche opposero una resistenza tenace e riuscirono in più occasioni a mettere in grave difficoltà gli insorti. L'arrivo della colonna comandata dal generale Johann Lucas von Mechel sembrò addirittura poter ribaltare le sorti della battaglia. In tale situazione Ferdinando Lanza decise tuttavia di avviare trattative con Garibaldi e concluse un armistizio che consentì ai volontari di consolidare il controllo sulla città. L'accordo comportò l'evacuazione delle truppe borboniche da Palermo e rappresentò una svolta decisiva dell'intera campagna siciliana.
La caduta del capoluogo provocò una grave crisi politica a Napoli. Il principe Filangieri, interpretando anche gli orientamenti diplomatici di Napoleone III di Francia, suggerì a Francesco II un radicale mutamento della linea politica seguita sino a quel momento. Egli propose di riavvicinarsi alla Francia, concedere una costituzione di tipo liberale e occupare preventivamente lo Stato Pontificio, sottraendolo al controllo francese e impedendo così un futuro intervento piemontese. Francesco II respinse tale proposta. Profondamente legato al pontefice, il sovrano giudicò incompatibile con i propri principi morali qualsiasi azione militare contro i territori della Santa Sede. Preferì invece limitarsi alla concessione di una nuova costituzione e a un ampio programma di riforme, annunciato con il celebre Atto Sovrano del 25 giugno 1860. Le divergenze portarono alle dimissioni di Filangieri, che si ritirò definitivamente dalla vita politica e militare. Nel frattempo la spedizione garibaldina assumeva proporzioni sempre maggiori. Ai Mille originari si unirono progressivamente migliaia di volontari provenienti dalla Sicilia, dalle altre regioni italiane e dall'estero, fino a costituire un esercito di circa cinquantamila uomini.
Parallelamente, nelle province continentali del Regno si sviluppò un vasto movimento insurrezionale coordinato da numerosi esponenti liberali, tra i quali Silvio Spaventa. Pur dopo la concessione della Costituzione da parte di Francesco II, gran parte della borghesia meridionale scelse ormai di sostenere apertamente il progetto dell'Unità d'Italia, ritenendo irreversibile il processo politico avviato dal Piemonte.


L'appoggio fornito dalle élite locali costituì uno degli elementi determinanti del successo della spedizione. Come osservò lo storico Raffaele de Cesare, i protagonisti delle insurrezioni del 1860 appartenevano in larga misura alla borghesia professionale, ai grandi proprietari e agli ambienti intellettuali delle province meridionali, più che agli strati popolari della società.
Le prime province a insorgere furono quelle della Basilicata, dove il 16 agosto scoppiò la rivolta di Corleto Perticara, culminata due giorni dopo con la presa di Potenza e la proclamazione di un governo provvisorio in nome di Garibaldi e di Vittorio Emanuele II.
Nel giro di poche settimane seguirono le insurrezioni di Altamura, Cosenza, Catanzaro, Auletta, Benevento e di numerosi altri centri dell'Italia meridionale, mentre anche negli Abruzzi vennero costituiti governi provvisori favorevoli all'annessione al Piemonte.
La rapida estensione delle rivolte segnò il definitivo passaggio della crisi dal piano esclusivamente militare a quello politico, aprendo la fase conclusiva della storia del Regno delle Due Sicilie.
La dissoluzione del Regno delle Due Sicilie non fu un evento improvviso, bensì il risultato di un processo politico, militare e giuridico sviluppatosi tra l'autunno del 1860 e la primavera del 1861, successivamente alla spedizione dei Mille e all'intervento del Regno di Sardegna. In pochi mesi lo Stato borbonico cessò progressivamente di esercitare la propria sovranità, mentre i territori continentali e insulari venivano incorporati nel nascente Stato unitario italiano.
Sul piano politico, il momento decisivo fu rappresentato dai plebisciti del 21 ottobre 1860, celebrati separatamente nelle province napoletane e nelle province siciliane. Gli elettori furono chiamati a pronunciarsi sull'annessione delle Due Sicilie al Regno di Sardegna sotto il governo di Vittorio Emanuele II.
La consultazione, organizzata nei territori già occupati dalle forze garibaldine e piemontesi, si concluse con un larghissimo consenso ufficiale a favore dell'unione. I risultati furono recepiti mediante i Regi decreti del 17 dicembre 1860, nn. 4498 e 4499, con i quali Vittorio Emanuele II dichiarava rispettivamente:
«Le province siciliane fanno parte del Regno d'Italia.»»
La scelta dell'annessione immediata, senza prevedere forme di autonomia o una preventiva Assemblea costituente, rifletteva la linea politica perseguita dal presidente del Consiglio Camillo Benso, conte di Cavour. Il governo piemontese intendeva infatti impedire che nei territori conquistati da Giuseppe Garibaldi potessero affermarsi soluzioni di carattere democratico-repubblicano o federale e mirava a garantire una rapida integrazione amministrativa e istituzionale del Mezzogiorno nello Stato sabaudo.
In tale prospettiva il governo ricercò il sostegno di una parte significativa della classe dirigente meridionale, comprendente esponenti dell'antica amministrazione borbonica, come Liborio Romano, oltre ai maggiori proprietari terrieri e agli ambienti liberali, ritenuti essenziali per assicurare la stabilità politica dei territori annessi.
L'annessione politica non coincise tuttavia con la cessazione immediata delle operazioni militari. Mentre i plebisciti sancivano formalmente l'unione al Regno di Sardegna, le ultime piazzeforti rimaste fedeli a Francesco II continuarono infatti a resistere ancora per diversi mesi.

L'assedio di Gaeta, iniziato il 13 novembre 1860, costituì l'episodio militare più significativo della fase conclusiva della guerra. Nella fortezza si erano rifugiati Francesco II, la regina Maria Sofia di Baviera, parte della corte e circa tredicimila soldati del Real Esercito, decisi a proseguire la resistenza contro le armate piemontesi comandate dal generale Enrico Cialdini.
Per oltre tre mesi la piazzaforte fu sottoposta a un intenso bombardamento terrestre e navale. La resistenza fu favorita, almeno nelle prime settimane, dalla presenza della squadra navale francese, che impedì temporaneamente un blocco completo dal mare. Solo dopo il ritiro delle unità francesi l'assedio poté essere portato a termine.
La capitolazione fu firmata il 13 febbraio 1861, mentre il 17 febbraio le truppe piemontesi entrarono ufficialmente nella fortezza. Con la caduta di Gaeta cessò di fatto l'autorità territoriale esercitata da Francesco II sul continente italiano.
La resistenza borbonica proseguì tuttavia ancora per alcune settimane. La cittadella di Messina capitolò il 12 marzo 1861, mentre l'ultima bandiera del Regno delle Due Sicilie fu ammainata il 20 marzo 1861, quando la fortezza di Civitella del Tronto, difesa da circa quattrocento soldati borbonici, si arrese alle truppe del Regno di Sardegna dopo un lungo assedio.
Nel frattempo il processo di unificazione aveva ormai assunto una dimensione nazionale.
Il 27 gennaio 1861 si svolsero, anche nelle province meridionali annesse, le elezioni del nuovo Parlamento del Regno d'Italia. Il Parlamento si riunì a Torino il 18 febbraio successivo e, pochi giorni dopo, il governo presentò il disegno di legge destinato a sancire formalmente la nascita del nuovo Stato italiano. Il 17 marzo 1861 fu approvata la legge n. 4671, con la quale Vittorio Emanuele II di Savoia assunse il titolo di re d'Italia «per grazia di Dio e volontà della Nazione». Con tale atto il Regno delle Due Sicilie cessò definitivamente di esistere anche sul piano giuridico e istituzionale, entrando a far parte del nuovo Regno d'Italia.
L'integrazione delle province meridionali nello Stato unitario fu accompagnata da profonde trasformazioni amministrative, politiche, economiche e sociali.
Numerosi contemporanei sottolinearono come l'unificazione fosse stata realizzata mediante una rapida estensione degli ordinamenti piemontesi all'intero territorio nazionale, senza una sostanziale differenziazione tra realtà storiche profondamente diverse.
Tra le interpretazioni più influenti vi fu quella dello storico Raffaele de Cesare, che nella sua opera La fine di un Regno espresse un giudizio fortemente critico sulle modalità dell'annessione e sulle conseguenze prodotte nel Mezzogiorno.
Il nuovo diritto non rifece l'uomo, anzi lo pervertì. [...] Si mutano gli odi in amori e gli amori in odi, e si smarrisce la coscienza del bene e del male. A farlo apposta non si sarebbe potuto immaginare un sistema peggiore per guastare la gente.
[...] Le province dell'antico regno ebbero leggi e ordinamenti contrari al loro carattere e alle loro tradizioni. Non si tenne conto di nulla; ma tutto fu confuso in un'unità meccanica, che, a considerarla bene, è la causa dei presenti malanni e dei pericoli che minacciano il regno.»»
Su posizioni differenti ma ugualmente attente alle condizioni economiche del Mezzogiorno si collocava invece Giustino Fortunato, il quale evidenziò come le province meridionali fossero entrate nel nuovo Regno d'Italia con strutture economiche profondamente diverse rispetto a quelle delle regioni settentrionali.

Nei primi anni successivi all'unificazione numerosi comparti produttivi dell'ex Stato borbonico attraversarono una fase di profonda difficoltà. L'abolizione del sistema doganale del Regno delle Due Sicilie, l'apertura alla concorrenza nazionale ed europea e la progressiva uniformazione legislativa determinarono importanti mutamenti negli equilibri economici del Mezzogiorno.
Secondo una parte della storiografia tali trasformazioni contribuirono alla crisi di numerose imprese che, durante il periodo borbonico, avevano operato in un mercato fortemente protetto. Altri studiosi hanno invece interpretato tali fenomeni come il risultato di fattori strutturali di lungo periodo, destinati a confluire nella cosiddetta questione meridionale, uno dei principali temi del dibattito politico ed economico italiano tra XIX e XX secolo.
Il Regno delle Due Sicilie fu una monarchia ereditaria governata dalla dinastia dei Borbone-Due Sicilie, nata nel 1816 dall'unificazione formale del Regno di Napoli e del Regno di Sicilia. Il sovrano concentrava nelle proprie mani il potere esecutivo e una parte rilevante dell'indirizzo legislativo e amministrativo, avvalendosi dei ministeri centrali con sede a Napoli e, per la Sicilia, della luogotenenza generale.
Nel corso della sua esistenza il regno mantenne un ordinamento prevalentemente assolutistico, interrotto dai brevi periodi costituzionali del 1820-1821 e del 1848-1849. Dopo la restaurazione dell'autorità regia, il sistema politico tornò a fondarsi sull'accentramento amministrativo, sul controllo dell'ordine pubblico e sul ruolo della monarchia quale centro dell'intero apparato statale.
I sovrani del Regno delle Due Sicilie furono:

Il regno comprendeva gran parte dell'Italia meridionale e la Sicilia, corrispondendo in larga misura agli attuali territori di Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia, oltre a porzioni dell'odierno Lazio meridionale, tra cui i distretti di Sora e Gaeta, e all'area di Cittaducale. Apparteneva inoltre al regno l'arcipelago di Pelagosa, amministrativamente compreso nella Capitanata e oggi parte della Croazia.
Le città di Benevento e Pontecorvo costituivano invece enclavi dello Stato Pontificio. Il confine settentrionale con lo Stato pontificio fu definito in modo stabile con l'accordo del 1840 e successivamente materializzato, tra il 1846 e il 1847, mediante la posa di una serie di cippi confinari recanti da un lato le chiavi pontificie e dall'altro il giglio borbonico. La principale distinzione territoriale, pur non costituendo una vera divisione amministrativa autonoma, era quella tra i Reali Dominii al di qua del Faro, corrispondenti alla parte continentale del regno, e i Reali Dominii al di là del Faro, cioè la Sicilia, con riferimento al Faro di Messina. Dal punto di vista amministrativo il regno era suddiviso in province, a loro volta ripartite in distretti e circondari. Nel 1816 le province erano ventidue: quindici nei domini continentali e sette in Sicilia.

Comprendevano le seguenti province:
Comprendevano le seguenti province:


Le forze armate del regno erano articolate nel Real Esercito e nella Real Marina, dipendenti dal Ministero della Guerra e della Marina. Il sovrano ne era il comandante supremo con il grado di capitano generale.
Alla vigilia della crisi del 1860 il Real Esercito comprendeva truppe di linea, reparti della Guardia Reale, artiglieria, genio, cavalleria, gendarmeria e corpi territoriali. Secondo le stime generalmente riportate dalla storiografia militare, esso disponeva di circa 70.000 soldati di professione e a ferma prolungata, cui si aggiungevano militari di leva e riservisti richiamabili in caso di necessità.
La Real Marina costituiva una delle componenti più rilevanti dell'apparato militare borbonico. Essa disponeva di naviglio a vela e a vapore, arsenali, cantieri e personale specializzato, con basi principali a Napoli, Castellammare di Stabia, Palermo e Messina. Negli ultimi anni del regno poteva contare su alcune decine di unità, tra navi a vela, piroscafi e naviglio ausiliario, oltre a diverse migliaia di marinai.
Le spese militari assorbivano una quota consistente del bilancio statale. Negli anni Cinquanta dell'Ottocento esse ammontavano mediamente a circa tredici milioni di ducati annui, cifra che rifletteva sia l'importanza attribuita dal governo borbonico alla difesa interna ed esterna, sia il peso dell'indotto militare sull'economia del regno. Armamenti, uniformi, munizioni, cantieristica, artiglierie e forniture erano infatti collegati a stabilimenti statali e privati, sottoposti al controllo degli organi di amministrazione dell'esercito e della marina.
La sicurezza interna era affidata alla gendarmeria, alla polizia e alle autorità amministrative provinciali, coordinate dal governo centrale. Il mantenimento dell'ordine pubblico costituiva una delle principali preoccupazioni della monarchia borbonica, soprattutto dopo i moti del 1820-1821, del 1837 e del 1848. Il brigantaggio rappresentò un fenomeno ricorrente in diverse aree del regno, in particolare nelle zone montuose e interne dell'Abruzzo, della Basilicata, della Calabria, del Cilento, della Capitanata e della Sicilia. Le autorità borboniche intervennero con leggi speciali, tra cui il decreto di Ferdinando I del 30 agosto 1821 e il decreto di Francesco II del 24 ottobre 1859, diretti a reprimere le bande armate e a rafforzare la sicurezza delle strade.

La storiografia ha interpretato il brigantaggio preunitario come un fenomeno complesso, legato non soltanto alla criminalità comune, ma anche alla debolezza del controllo statale in alcune aree periferiche, alla povertà rurale, alla struttura della proprietà fondiaria e alla difficoltà di integrare le campagne nel sistema amministrativo centrale. Secondo Raffaele de Cesare, ancora negli ultimi decenni del regno alcune direttrici viarie, tra cui il Vallo di Bovino, il Piano delle Cinquemiglia, la Sila e il Cilento, conservavano una fama di insicurezza, sebbene la situazione fosse migliorata negli anni finali del regno di Ferdinando II.
Francesco Saverio Nitti individuò nel brigantaggio uno dei fenomeni storici più persistenti dell'Italia meridionale, radicato nelle condizioni sociali ed economiche del Mezzogiorno e destinato a riemergere con particolare intensità dopo l'unificazione italiana. Per tale ragione, nelle ricostruzioni più recenti, il brigantaggio viene generalmente distinto sia dalla semplice delinquenza rurale sia dal successivo brigantaggio postunitario, che ebbe caratteri politici, sociali e militari più ampi.
Con una popolazione di circa nove milioni di abitanti alla vigilia dell'unità d'Italia, il Regno delle Due Sicilie era lo Stato italiano preunitario più popoloso e uno dei maggiori d'Europa. La distribuzione della popolazione risultava tuttavia fortemente disomogenea: le aree costiere e le pianure della Campania, della Terra di Bari, della Conca d'Oro palermitana e della Sicilia orientale presentavano densità demografiche elevate, mentre vaste zone dell'Appennino meridionale, della Basilicata, della Calabria e dell'entroterra siciliano conservavano una popolazione più rada, distribuita in centri rurali di media e piccola dimensione.
Le principali città del regno erano Napoli, una delle maggiori metropoli europee dell'epoca, Palermo, Messina, Catania, Bari, Foggia, Salerno, Lecce, Reggio Calabria e Catanzaro. La capitale Napoli, con una popolazione superiore ai 400.000 abitanti già nella prima metà del XIX secolo, rappresentava il principale centro amministrativo, economico e culturale dello Stato.
Dal punto di vista sociale il regno conservava una prevalente struttura rurale. La maggioranza della popolazione era impiegata nell'agricoltura, mentre le attività manifatturiere e commerciali risultavano concentrate soprattutto nei maggiori centri urbani e nelle città portuali. Accanto ai grandi proprietari fondiari e alla nobiltà sopravviveva un articolato ceto di professionisti, funzionari pubblici, ecclesiastici, artigiani e commercianti, cui si affiancava un vasto proletariato urbano e rurale.
Il panorama linguistico del Regno delle Due Sicilie rifletteva la complessa stratificazione storica e culturale dell'Italia meridionale. L'italiano costituiva la lingua della legislazione, dell'amministrazione, dell'università, della diplomazia e della produzione letteraria, in continuità con la tradizione cancelleresca del Regno di Napoli e con la lingua della cultura italiana consolidatasi tra il Rinascimento e l'età moderna. Nella comunicazione quotidiana la popolazione utilizzava prevalentemente le varietà linguistiche locali. Nei territori continentali era diffuso il complesso delle parlate meridionali intermedie, tradizionalmente ricondotte all'area linguistica napoletana, comprendenti le varietà campane, abruzzesi meridionali, molisane, pugliesi, lucane e gran parte di quelle calabresi. In Sicilia predominava invece la lingua siciliana, caratterizzata da una propria evoluzione storica e da una significativa tradizione letteraria sviluppatasi fin dal XIII secolo con la Scuola siciliana.
Il regno ospitava inoltre numerose minoranze linguistiche storiche. Nella Bovesia e nella Grecìa Salentina sopravvivevano comunità di lingua greca, eredi della lunga presenza bizantina nell'Italia meridionale. In Calabria, Basilicata, Molise, Puglia e Sicilia erano presenti numerosi centri arbëreshë, fondati tra il XV e il XVI secolo da profughi albanesi fuggiti dall'avanzata ottomana, che conservarono la propria lingua e il rito bizantino. Comunità franco-provenzali erano insediate a Faeto e Celle di San Vito, mentre a Guardia Piemontese sopravviveva una storica comunità occitanofona.
L'impiego delle lingue locali nella documentazione ufficiale rimase limitato. Gli atti amministrativi, notarili e giudiziari erano redatti quasi esclusivamente in italiano, mentre il latino continuò a essere utilizzato nella liturgia cattolica e in parte della documentazione ecclesiastica e giuridica. La ricostruzione dell'evoluzione storica delle varietà dialettali si fonda pertanto soprattutto sulle testimonianze letterarie, sulla documentazione privata e sugli studi di linguistica storica e comparata.
Il cattolicesimo rappresentava la religione professata dalla quasi totalità della popolazione e costituiva la religione ufficiale dello Stato. I rapporti tra la monarchia borbonica e la Santa Sede furono ridefiniti dal Concordato del 1818, che riorganizzò l'assetto ecclesiastico del nuovo Regno delle Due Sicilie nato dall'unificazione amministrativa dei precedenti Regni di Napoli e di Sicilia.
L'organizzazione ecclesiastica comprendeva numerose arcidiocesi, diocesi e abbazie territoriali distribuite nei domini continentali e insulari. Gli enti religiosi svolgevano un ruolo di primo piano non soltanto nella vita spirituale, ma anche nell'istruzione, nell'assistenza ai poveri, nella gestione degli ospedali, degli orfanotrofi e delle opere pie. Le confraternite laicali costituivano inoltre un elemento fondamentale della vita religiosa e sociale delle comunità locali, organizzando attività caritative, processioni e celebrazioni patronali.
Accanto alla maggioranza cattolica di rito latino erano presenti comunità della Chiesa cattolica italo-albanese, concentrate soprattutto in Calabria e in Sicilia, che conservarono la liturgia bizantina pur rimanendo in piena comunione con la Chiesa di Roma. Erano inoltre presenti piccole comunità ebraiche, ricostituite nel corso dell'età moderna dopo le espulsioni del XVI secolo, e gruppi protestanti, la cui consistenza aumentò lievemente soprattutto negli ultimi decenni del regno in seguito alla graduale diffusione di missioni evangeliche straniere.
La religione cattolica esercitò una profonda influenza sulla vita civile del regno. Il calendario delle festività religiose scandiva il ritmo della vita pubblica e privata, mentre il culto dei santi patroni, i pellegrinaggi e le feste popolari rappresentavano importanti momenti di coesione sociale, contribuendo alla formazione dell'identità delle comunità locali e alla trasmissione delle tradizioni religiose e culturali del Mezzogiorno.
L'ordinamento scolastico del Regno delle Due Sicilie fu progressivamente riorganizzato dopo la Restaurazione, ereditando in parte le riforme introdotte durante il decennio francese e adattandole al nuovo assetto amministrativo dello Stato borbonico. L'istruzione era sottoposta alla vigilanza del Ministero degli Affari Ecclesiastici e della Pubblica Istruzione, mentre in Sicilia le relative competenze erano esercitate dal Luogotenente generale attraverso le autorità amministrative locali. Accanto all'intervento statale continuò a svolgere un ruolo determinante la Chiesa cattolica, che amministrava numerosi istituti scolastici, collegi e opere educative. L'organizzazione dell'istruzione comprendeva scuole primarie, scuole secondarie, Reali Collegi, Reali Licei, istituti tecnici, accademie specialistiche e università. Nelle principali città erano inoltre presenti numerosi collegi e istituti privati, spesso gestiti da congregazioni religiose, destinati prevalentemente ai ceti più agiati.
La scuola primaria costituiva il primo livello dell'istruzione pubblica. Pur essendo disciplinata da una normativa relativamente articolata, la sua diffusione risultava disomogenea e risentiva delle profonde differenze economiche e sociali tra le diverse province del regno. Le aree urbane, e in particolare Napoli, disponevano di una rete scolastica significativamente più sviluppata rispetto ai centri rurali dell'Appennino meridionale e dell'entroterra siciliano. L'insegnamento elementare era gratuito ma non obbligatorio ed era rivolto quasi esclusivamente ai maschi. L'istruzione femminile rimase affidata in larga misura agli istituti religiosi e alle diocesi, con risultati molto variabili a seconda delle realtà locali. L'insegnamento seguiva prevalentemente il metodo del mutuo insegnamento o lancasteriano, già introdotto durante il periodo napoleonico, e comprendeva lettura, scrittura, aritmetica, dottrina cristiana e primi elementi di grammatica italiana. I comuni erano tenuti a mantenere almeno una scuola elementare e a proporre una terna di candidati all'insegnamento, sottoposta all'approvazione delle autorità civili ed ecclesiastiche. Il sistema prevedeva ispezioni periodiche e la possibilità di sospendere o destituire gli insegnanti ritenuti non idonei sotto il profilo morale o professionale. Tra il 1850 e il 1860 il governo cercò di ampliare la rete delle scuole pubbliche mediante l'assunzione di nuovi maestri e l'apertura di istituti in numerosi comuni che ne erano ancora privi, senza tuttavia riuscire a colmare le profonde disparità territoriali.
L'istruzione secondaria era organizzata attraverso una rete di Reali Collegi e Scuole Secondarie distribuiti nei capoluoghi provinciali e nei principali centri del regno. I Reali Collegi offrivano un insegnamento prevalentemente classico e preparavano agli studi universitari, mentre le Scuole Secondarie comprendevano anche discipline scientifiche, tecniche e professionali destinate alla formazione degli impiegati dell'amministrazione e delle professioni intermedie. Alla vigilia dell'Unità erano attivi almeno un Real Collegio in ciascun capoluogo di provincia e cinquantotto Scuole Secondarie, cui si affiancavano numerosi istituti privati, particolarmente diffusi in Sicilia e nelle maggiori città del continente. Una posizione di rilievo occupavano inoltre gli istituti militari, tra i quali la Reale Accademia Militare della Nunziatella, considerata uno dei più prestigiosi collegi militari europei dell'epoca, nella quale insegnarono figure quali Francesco de Sanctis.
Il principale ateneo del regno era l'Università degli Studi di Napoli Federico II, fondata nel 1224 e considerata una delle più antiche università statali del mondo. Essa rappresentava il centro della formazione superiore del Mezzogiorno e costituiva un importante punto di riferimento per gli studi giuridici, medici, scientifici e filosofici. Accanto all'Università di Napoli operavano le università di Palermo, Catania e Messina, alle quali si affiancavano numerosi Reali Licei autorizzati al rilascio di titoli accademici preparatori all'esercizio delle professioni liberali.
Tra le principali istituzioni scientifiche e culturali figuravano inoltre l'Accademia Pontaniana, la Società Reale Borbonica, il Reale Istituto d'Incoraggiamento di Napoli, il Conservatorio di San Pietro a Majella, l'Orto botanico di Napoli, l'Osservatorio astronomico di Capodimonte e la Regia Scuola di Veterinaria. In tali istituzioni operarono studiosi di primo piano quali il botanico Michele Tenore, il chimico Raffaele Piria e l'ingegnere Luigi Giura, protagonisti dello sviluppo scientifico del Mezzogiorno nel XIX secolo.
L'assetto dell'istruzione subì numerose modifiche nel corso della Restaurazione. Con il decreto del 10 gennaio 1843 Ferdinando II attribuì ai vescovi ampie competenze nella direzione dell'istruzione primaria, rafforzando il ruolo della Chiesa nell'organizzazione scolastica. Durante il breve periodo costituzionale del 1848 furono avviati tentativi di riforma in senso più laico, culminati nell'istituzione del Ministero della Pubblica Istruzione e nella predisposizione di un progetto di riordino dell'istruzione elementare. La restaurazione dell'assolutismo, pochi mesi dopo, determinò tuttavia il ripristino del precedente assetto amministrativo.
Alla vigilia dell'Unità d'Italia il sistema scolastico presentava ancora notevoli criticità. Nel 1859 erano censite poco più di duemila scuole primarie, frequentate complessivamente da circa 67.000 alunni e alunne, a fronte di una popolazione superiore ai nove milioni di abitanti. Il tasso di analfabetismo risultava pertanto molto elevato, soprattutto nelle aree rurali e tra la popolazione femminile, riflettendo una condizione comune a gran parte dell'Europa mediterranea dell'epoca, sebbene particolarmente accentuata nelle province meridionali.
L'assistenza sanitaria nel Regno delle Due Sicilie era affidata a un sistema misto, nel quale convivevano strutture pubbliche, istituzioni ecclesiastiche, opere pie e iniziative filantropiche private. Gli ospedali maggiori erano concentrati nelle principali città del regno, in particolare a Napoli, Palermo, Messina, Bari e Catania, mentre nei centri minori l'assistenza era spesso garantita dagli enti religiosi e dalle confraternite. Tra gli istituti ospedalieri più importanti figuravano il Real Albergo dei Poveri, l'Ospedale degli Incurabili, l'Ospedale della Santissima Annunziata di Napoli, l'Ospedale di San Giacomo degli Spagnoli e numerosi ospedali civili e militari distribuiti nelle province. Tali istituzioni svolgevano non soltanto funzioni assistenziali, ma anche attività di formazione medica e chirurgica, strettamente collegate all'Università di Napoli e agli altri atenei del regno.
L'organizzazione sanitaria risultava tuttavia fortemente disomogenea. Se le maggiori città disponevano di ospedali relativamente moderni e di personale specializzato, vaste aree rurali continuavano a soffrire della carenza di strutture sanitarie permanenti e dell'insufficiente presenza di medici condotti e farmacisti. Durante il XIX secolo il governo promosse campagne di vaccinazione contro il vaiolo, potenziò progressivamente i servizi sanitari militari e sostenne l'attività delle scuole mediche e chirurgiche, senza tuttavia riuscire a superare le profonde differenze territoriali nell'accesso alle cure. L'assistenza ai poveri, agli orfani, agli anziani e agli infermi rimase affidata prevalentemente alle opere pie, alle confraternite religiose e agli istituti caritativi, che costituivano uno degli elementi fondamentali del sistema assistenziale del regno.
La società del Regno delle Due Sicilie era caratterizzata da una marcata differenziazione economica e territoriale. Accanto ai grandi centri urbani, nei quali si concentravano attività amministrative, manifatturiere e commerciali, permaneva un'estesa realtà rurale fondata sul latifondo, soprattutto nelle province continentali meridionali e nell'entroterra siciliano. Le condizioni di vita variavano sensibilmente da un territorio all'altro. Nelle principali città erano presenti infrastrutture, ospedali, istituti scolastici e servizi pubblici relativamente sviluppati, mentre molti comuni rurali disponevano di risorse economiche limitate e di un'organizzazione municipale ancora modesta.
Secondo numerosi osservatori contemporanei, tra cui Raffaele de Cesare, soprattutto nelle province interne permanevano diffuse carenze sotto il profilo dell'igiene urbana, dell'approvvigionamento idrico, della rete fognaria e della manutenzione delle strade comunali. Tali testimonianze, pur risentendo del dibattito politico successivo all'unificazione italiana, trovano parziale riscontro nella documentazione amministrativa dell'epoca e negli studi della storiografia contemporanea, che evidenziano il persistente divario infrastrutturale tra le principali città e molte aree rurali del Mezzogiorno.
Le finanze dello Stato destinavano quote rilevanti del bilancio al mantenimento della corte, dell'amministrazione civile, del servizio del debito pubblico e delle forze armate. Gli investimenti in istruzione, sanità e opere pubbliche risultavano generalmente più contenuti, secondo un'impostazione comune a numerosi Stati europei della Restaurazione, ma oggetto di differenti valutazioni da parte della storiografia successiva.
Alla vigilia dell'Unità il Regno delle Due Sicilie presentava pertanto un quadro sociale complesso: accanto a importanti istituzioni culturali, scientifiche e amministrative concentrate nelle maggiori città, permanevano diffuse criticità nell'alfabetizzazione, nelle infrastrutture civili e nelle condizioni economiche di ampi settori della popolazione rurale, elementi che avrebbero continuato a caratterizzare il Mezzogiorno anche nei decenni successivi all'unificazione nazionale.
L'unificazione amministrativa del Regno di Napoli e del Regno di Sicilia consentì al Regno delle Due Sicilie di ereditare un patrimonio culturale formatosi nel corso di molti secoli. In particolare Napoli conservò il ruolo di uno dei maggiori centri artistici, musicali e scientifici dell'Europa mediterranea, mentre Palermo continuò a rappresentare uno dei principali poli culturali della Sicilia. Accanto alle due capitali storiche, anche città come Salerno, Bari, Catania, Messina e Lecce ospitavano istituzioni scolastiche, accademie, biblioteche e teatri che contribuirono alla vita culturale del regno.


La vita musicale del regno ruotava principalmente attorno al Real Teatro di San Carlo, inaugurato nel 1737 e considerato uno dei più prestigiosi teatri d'opera d'Europa. Durante il periodo borbonico il teatro continuò a essere uno dei principali centri della produzione melodrammatica italiana, ospitando prime rappresentazioni e richiamando compositori, cantanti e direttori d'orchestra di fama internazionale. Fra i musicisti che operarono stabilmente o presentarono proprie opere al San Carlo figurano Gioachino Rossini, che ne fu direttore musicale dal 1815 al 1822, Gaetano Donizetti, Vincenzo Bellini, Saverio Mercadante e, negli ultimi anni del regno, Giuseppe Verdi. La stagione teatrale napoletana esercitò un'influenza determinante sull'evoluzione dell'opera italiana del XIX secolo. Accanto al San Carlo operavano numerosi altri teatri, fra cui il Teatro del Fondo, il Teatro Nuovo, il Teatro dei Fiorentini e il Teatro Mercadante, contribuendo a fare di Napoli uno dei principali centri europei dello spettacolo.
Un ruolo significativo ebbe anche l'impresario e giornalista Vincenzo Torelli, fondatore della rivista Omnibus, che contribuì alla diffusione della critica teatrale e musicale. L'insegnamento musicale era affidato ai conservatori napoletani, eredi della tradizione avviata nel Seicento, dai quali uscirono numerosi compositori, direttori e strumentisti destinati a operare nei principali teatri italiani ed europei.
Nel corso dell'Ottocento Napoli divenne uno dei principali centri della pittura paesaggistica europea. Le vedute del Golfo di Napoli, del Vesuvio e della Costiera amalfitana, mete privilegiate del Grand Tour, attirarono numerosi artisti italiani e stranieri. In questo contesto nacque la Scuola di Posillipo, corrente pittorica fondata da Anton Sminck van Pitloo e sviluppata da artisti quali Giacinto Gigante, Teodoro Duclère, Achille Vianelli e Gabriele Smargiassi, caratterizzata da una particolare attenzione alla resa luministica del paesaggio e alla pittura dal vero. Alla formazione degli artisti contribuiva l'Accademia di belle arti di Napoli, una delle più prestigiose istituzioni artistiche della penisola, frequentata da numerosi pittori e scultori italiani.
L'interesse dei sovrani borbonici per l'archeologia favorì lo sviluppo di una moderna politica di tutela delle antichità. Gli scavi sistematici di Ercolano, Pompei e Stabia, iniziati già nel XVIII secolo e proseguiti durante tutto il periodo del Regno delle Due Sicilie, suscitarono l'interesse degli studiosi europei e contribuirono in maniera decisiva alla diffusione del gusto neoclassico. Le collezioni provenienti dagli scavi confluirono nel Real Museo Borbonico, oggi Museo archeologico nazionale di Napoli, che divenne uno dei più importanti musei archeologici del mondo grazie alla raccolta Farnese, ai reperti vesuviani e alle collezioni egizie, numismatiche ed epigrafiche.
Nel regno operarono importanti personalità del mondo letterario e storiografico, tra cui Carlo Troya, Basilio Puoti, Francesco de Sanctis, Bertrando Spaventa, Giuseppe Poerio e Luigi Settembrini, protagonisti del dibattito culturale italiano dell'Ottocento. Napoli ospitava inoltre numerose tipografie, librerie, gabinetti di lettura e periodici che contribuirono alla diffusione delle idee liberali, romantiche e risorgimentali, nonostante la censura esercitata dal governo borbonico.
L'istruzione superiore faceva capo principalmente alla Università degli Studi di Napoli Federico II, fondata nel 1224 da Federico II di Svevia e considerata una delle più antiche università statali del mondo. Ad essa si affiancavano l'Università degli Studi di Palermo, l'Università degli Studi di Catania, l'Università degli Studi di Messina e altri istituti superiori presenti nelle principali città del regno. Particolare rilievo assunsero inoltre l'Osservatorio astronomico di Capodimonte, l'Orto botanico di Napoli, l'Accademia Pontaniana e la Società Reale Borbonica, che favorirono lo sviluppo degli studi scientifici, naturalistici e storici.

Il sistema monetario del Regno era monometallico e basato sul ducato delle Due Sicilie d'argento, suddiviso in 100 grana. La circolazione comprendeva monete di rame, argento e oro. Al momento dell'unità d'Italia, nel territorio del Regno circolavano monete d'oro e d'argento per un valore complessivo di circa 443 milioni di lire, pari a circa il 65,7% dell'intera massa monetaria metallica degli antichi Stati italiani. L'ampia disponibilità di moneta metallica è stata ricondotta sia a un orientamento economico di carattere mercantilista, favorevole alla conservazione e alla circolazione dei metalli preziosi, sia all'incremento delle esportazioni agricole verificatosi durante la prima metà del XIX secolo. Vi contribuirono inoltre una gestione finanziaria improntata al contenimento della spesa, un debito pubblico relativamente limitato, una pressione fiscale contenuta e un numero ridotto di dipendenti statali. Tale impostazione comportò tuttavia una spesa pubblica ridotta in settori quali le infrastrutture, i trasporti e l'istruzione, mentre una parte considerevole delle risorse veniva destinata all'apparato militare.

Gli istituti di credito del Regno derivavano dagli otto banchi pubblici napoletani e dai monti frumentari, pecuniari e di pietà attivi nelle province. Nel 1808, durante il decennio francese, Gioacchino Murat riunì i banchi pubblici nel Banco delle Due Sicilie, dotandolo di un capitale azionario secondo un modello ispirato alla Banca di Francia. Uno degli strumenti principali del sistema bancario era costituito dalle fedi di credito, titoli rappresentativi di depositi che potevano circolare come surrogati della moneta metallica e che agevolavano le transazioni commerciali. Dopo la Restaurazione, il governo borbonico mantenne l'assetto generale dell'istituto, articolandolo nella Cassa di Corte e nella Cassa dei Privati; nel 1816 venne inoltre istituita la Cassa di Sconto, destinata al sostegno delle attività commerciali e industriali. Sebbene l'amministrazione del Banco fosse fortemente accentrata a Napoli, l'istituto estese progressivamente la propria attività attraverso sedi a Palermo, Messina e Bari, operando a favore di privati, enti pubblici e società commerciali e industriali. La regolamentazione finanziaria e la centralizzazione amministrativa contribuirono all'incremento del patrimonio dell'istituto. Al reggente del Banco era inoltre affidata la direzione della zecca di Napoli, competente per la coniazione e per la determinazione del valore delle monete estere.
La Borsa di Napoli costituiva il principale mercato finanziario del Regno. Le contrattazioni riguardavano soprattutto la rendita pubblica, i cereali e l'olio, prodotti di particolare rilevanza per l'economia meridionale. La borsa fissava mediante listini giornalieri i prezzi delle merci destinate all'esportazione e ospitava operazioni relative ai raccolti futuri di grano e olio provenienti soprattutto dalla Puglia e dalla Calabria. Le case di commercio attive sulla piazza napoletana disponevano di magazzini lungo le coste e di corrispondenti o succursali all'estero, attraverso i quali veniva organizzata la commercializzazione internazionale dei prodotti agricoli.
Nella prima metà del XIX secolo lo sviluppo delle attività economiche fu favorito dalla contenuta pressione fiscale e da una graduale ripresa manifatturiera e agricola, sostenuta anche dalle sperimentazioni del Reale Istituto d'Incoraggiamento di Napoli e dalle iniziative delle società economiche provinciali. Il credito privato destinato al finanziamento delle imprese agricole rimase tuttavia limitato e non sempre adeguato alle esigenze del commercio. Un caso significativo fu quello della Banca del Tavoliere di Puglia, fondata con capitali belgi e olandesi per sostenere l'agricoltura locale. L'istituto entrò rapidamente in crisi in seguito alla promessa di rendimenti non sostenibili, provocando un incidente diplomatico che richiese l'intervento di Ferdinando II per evitare possibili conseguenze internazionali.

L'agricoltura costituiva il settore prevalente dell'economia del Regno ed era favorita, in numerose aree, da condizioni climatiche adatte alla coltivazione di cereali, olivi, agrumi e altre colture arboree. L'allevamento era incentrato soprattutto sugli ovini e sugli equini, mentre in Sicilia la pesca e la lavorazione del pescato raggiunsero in alcuni casi una dimensione industriale, anche grazie all'attività imprenditoriale di Vincenzo Florio. La produzione agricola era caratterizzata da marcate specializzazioni territoriali. La Campania si distingueva per le colture intensive e per alcune produzioni destinate alla trasformazione industriale; la Puglia per la produzione di grano e olio destinati anche ai mercati europei; la Sicilia per il vino, gli agrumi e altre colture d'esportazione, tra le quali acquistò particolare importanza il Marsala.
Il governo promosse opere di bonifica e di sistemazione idraulica in diverse zone, tra cui il Fucino, il Tavoliere delle Puglie, il Vallo di Diano e la piana del Sele. Vennero inoltre sostenuti insediamenti e aziende agricole sperimentali, come la Reale tenuta di Carditello, destinata anche all'allevamento e alla sperimentazione agronomica. La fondazione di nuovi centri, tra cui Battipaglia, fu collegata sia alla colonizzazione delle terre bonificate sia all'assistenza delle popolazioni colpite da calamità naturali.
Le riforme agrarie e amministrative introdotte durante il periodo francese continuarono a produrre effetti anche dopo la Restaurazione, favorendo la formazione di un ceto di proprietari e imprenditori agricoli di origine borghese, progressivamente affiancatosi alla tradizionale nobiltà fondiaria. Il governo borbonico mantenne infatti in vigore le leggi eversive della feudalità promulgate durante il decennio napoleonico. L'abolizione degli ordinamenti feudali non risolse tuttavia i problemi relativi alla distribuzione e alla compravendita delle terre. In numerose aree le riforme favorirono il consolidamento della proprietà borghese e la privatizzazione di terreni precedentemente soggetti a usi collettivi, rendendo più precaria la condizione di parte della popolazione contadina, privata degli usi civici oppure costretta a indebitarsi per acquistare appezzamenti di dimensioni insufficienti. Nelle zone interne della Sicilia e della parte continentale del Regno continuarono inoltre a essere diffuse grandi proprietà scarsamente produttive e forme di rendita fondiaria. La mancata o incompleta divisione dei latifondi e la permanenza di rapporti sociali derivati dall'ordinamento feudale influirono negativamente sulle condizioni dei braccianti. Le famiglie rurali integravano frequentemente il reddito agricolo mediante attività stagionali, artigianali e pastorali.
Il settore industriale, pur rimanendo subordinato all'agricoltura per rilevanza economica e numero di occupati, venne sostenuto dalla monarchia borbonica mediante politiche protezionistiche, commesse statali e incentivi all'afflusso di capitali e imprenditori stranieri. Tali interventi favorirono la nascita di opifici organizzati secondo metodi produttivi moderni e contribuirono alla graduale trasformazione del tessuto sociale e manifatturiero del Regno. Lo sviluppo industriale rimase tuttavia territorialmente circoscritto e inferiore, per consistenza dei capitali e diffusione delle imprese, a quello delle regioni maggiormente industrializzate dell'Italia centro-settentrionale. Nel 1864 il capitale delle società in accomandita registrate nell'Italia meridionale ammontava a circa 225 milioni di lire, contro oltre 1,1 miliardi nelle altre regioni del Regno d'Italia.

Napoli e la fascia costiera vesuviana costituivano il principale polo manifatturiero, con attività nella lavorazione delle pelli e del vetro e nella produzione tessile, cartaria e metalmeccanica. Tra gli stabilimenti più rilevanti figuravano le Officine di Pietrarsa, uno dei maggiori complessi metalmeccanici della penisola italiana. L'impianto era attrezzato per la produzione e la riparazione di locomotive, macchine a vapore, motori navali e materiale militare e ospitava una scuola per macchinisti, istituita anche allo scopo di formare maestranze locali specializzate. Al complesso di Pietrarsa si affiancavano l'officina dei Granili, il cantiere navale di Castellammare di Stabia e imprese private come gli stabilimenti Guppy e l'opificio Zino & Henry. Un contributo significativo allo sviluppo manifatturiero fu fornito dagli imprenditori stranieri, in particolare svizzeri, attratti dalla disponibilità di manodopera, dalle misure protezionistiche e dalle opportunità d'investimento. Famiglie e società elvetiche contribuirono alla formazione di distretti tessili meccanizzati nel Salernitano, nella valle del Sarno e nell'area di Piedimonte d'Alife. La Valle del Liri si specializzò nella produzione cartaria e laniera, mentre San Leucio conservò un ruolo di rilievo nella lavorazione della seta. Nel comparto alimentare ebbero particolare importanza i pastifici di Torre Annunziata e Gragnano, i cui prodotti di grano duro venivano esportati anche verso altri mercati europei e negli Stati Uniti.

Nelle altre province le attività manifatturiere erano generalmente collegate alle risorse locali. In Calabria operavano la Fonderia Ferdinandea e le Reali ferriere ed Officine di Mongiana, che fornivano semilavorati e manufatti destinati anche alle esigenze militari del Regno e alla Real Fabbrica d'Armi di Torre Annunziata. In Sicilia l'estrazione dello zolfo rappresentava una delle attività economiche principali. Le solfare siciliane fornivano circa l'80% della produzione mondiale, sebbene il settore fosse caratterizzato da condizioni di lavoro particolarmente gravose e da una forte dipendenza dalla domanda estera. Nella stessa isola si affermò la famiglia imprenditoriale dei Florio, attiva nel commercio, nella produzione vinicola, nella lavorazione del tonno e nei trasporti marittimi. In Puglia, Bari vide la crescita di officine meccaniche e saponifici, con il passaggio di alcune attività dalla dimensione artigianale a forme produttive più strutturate. Nelle altre città pugliesi si svilupparono soprattutto piccole manifatture legate alla trasformazione dei prodotti agricoli.
Nella seconda metà del XIX secolo i salari giornalieri degli operai del settore privato erano generalmente compresi tra 40 e 50 grana. Pur essendo comparabili a quelli corrisposti in altri Stati italiani, il loro valore reale era condizionato dai prezzi locali e dalla relativa stabilità del costo di alcuni beni di prima necessità. La legislazione borbonica non prevedeva un sistema organico di tutela del lavoro e lo sciopero era considerato un reato contro l'ordine pubblico. L'imprenditoria privata rimase inoltre poco diffusa rispetto ad altre aree italiane, anche per la scarsità di capitali investiti nelle attività produttive, la prevalenza della rendita fondiaria, la limitata disponibilità di alcune materie prime e l'insufficienza dell'istruzione tecnica. Gran parte della produzione continuava pertanto a essere svolta in ambito domestico o artigianale, con un largo impiego di manodopera femminile e minorile. Nel 1871, alcuni anni dopo l'unificazione, l'indice di industrializzazione della città di Napoli risultava comparabile a quello di alcuni centri del triangolo industriale settentrionale. Nel complesso, tuttavia, il reddito pro capite delle regioni meridionali era inferiore a quello delle aree settentrionali più sviluppate; il divario è stato stimato tra il 15% e il 25% ed è stato collegato alla minore capacità competitiva degli stabilimenti e alla carenza di infrastrutture economicamente strategiche.

Lo sviluppo della marina mercantile delle Due Sicilie ricevette un impulso durante il regno di Ferdinando I, attraverso incentivi alla cantieristica e alle esportazioni. Su iniziativa del ministro Luigi de' Medici di Ottajano, nel 1818 entrò in servizio il Ferdinando I, generalmente indicato come il primo piroscafo a vapore impiegato nel Mediterraneo. Il settore venne ulteriormente sostenuto durante il regno di Francesco I, mediante agevolazioni fiscali e accordi diplomatici, tra cui quello relativo al libero transito nel Bosforo. Sotto Ferdinando II la flotta mercantile conobbe un'ulteriore espansione e il porto di Napoli venne dotato, nel 1852, di un bacino di raddobbo in muratura, il secondo realizzato nella penisola italiana. Le navi del Regno raggiungevano porti europei, americani e asiatici, favorite anche dalla riduzione di numerosi dazi doganali nel 1846 e dalla conclusione di trattati commerciali con Stati Uniti, Russia, Prussia e altre potenze.
Nel 1859 la marina mercantile contava quasi 12000 imbarcazioni, per una stazza complessiva di circa 320000 tonnellate. La flotta era tuttavia composta in larga parte da piccoli velieri destinati alla pesca e al cabotaggio, mentre le navi di maggiore tonnellaggio costituivano una quota più limitata. A partire dal 1823 il basso costo delle materie prime e della manodopera favorì la cantieristica; tra il 1834 e il 1860 il tonnellaggio dei domini continentali passò da circa 120000 a 260000 tonnellate. Secondo alcune ricostruzioni, dopo l'unificazione le politiche del nuovo Stato e la concorrenza dei cantieri liguri contribuirono a una contrazione del settore marittimo meridionale. Alcune imprese, tra cui quelle successivamente confluite nelle Flotte Riunite Florio, e diversi armatori della penisola sorrentina conservarono tuttavia un ruolo rilevante anche nel nuovo contesto nazionale.

Gli scambi commerciali del Regno si svolgevano prevalentemente via mare ed erano diretti soprattutto verso i principali mercati europei. La bilancia dei pagamenti registrò in più periodi saldi attivi, sostenuti dagli introiti del turismo, dai noli marittimi e dall'esportazione di materie prime e prodotti agricoli, in particolare siciliani. La flotta del Regno trasportava una parte consistente delle merci esportate, fino a raggiungere nel 1845 una quota stimata intorno all'80%, e deteneva una posizione predominante nei traffici tra i porti nazionali. Nel 1852 le navi delle Due Sicilie raggiungevano 192 porti appartenenti a 21 Stati diversi, concorrendo con i vettori austriaci e francesi sulle principali rotte commerciali. Anche dopo i moti del 1848, il movimento delle merci si mantenne su livelli considerevoli. Alla vigilia dell'unificazione italiana il Regno registrava un volume assoluto di commercio estero valutato in circa 60 milioni di ducati, superiore a quello del Granducato di Toscana e dello Stato Pontificio, ma inferiore a quello del Regno di Sardegna. Il valore pro capite degli scambi risultava tuttavia il più basso tra gli Stati italiani, segnalando la concentrazione del commercio in pochi centri portuali e la limitata integrazione del mercato interno rispetto alle economie dell'Italia centro-settentrionale.
Fino al 1845 il Regno Unito beneficiò di privilegi doganali che ne favorirono la posizione nelle importazioni di metalli, lana, pesce e altri prodotti destinati alle Due Sicilie. La successiva revisione del trattato anglo-napoletano abolì tali privilegi e fu accompagnata da una crescita delle esportazioni meridionali di olio, seta e cereali, consolidando comunque il Regno Unito come uno dei principali partner commerciali. Il porto di Gallipoli svolse un ruolo particolarmente importante nell'esportazione dell'olio d'oliva. Nei commerci con la Francia, alcuni prodotti agricoli delle Due Sicilie transitavano attraverso il porto franco di Genova per beneficiare di condizioni doganali più favorevoli. Le merci francesi importate attraverso il porto di Napoli comprendevano tessuti, medicinali e porcellane. L'Impero austriaco assorbiva circa il 20% delle esportazioni del Regno, costituite soprattutto da frutta secca e oli, mentre forniva legname e prodotti in vetro. Gran parte di questi traffici veniva effettuata da navi napoletane. Gli scambi con gli altri Stati italiani rappresentavano una quota minore del commercio complessivo. Fino al 1858 il Regno di Sardegna fu il principale acquirente italiano di prodotti delle Due Sicilie, mentre il Granducato di Toscana presentava una bilancia commerciale attiva nei confronti del Regno, grazie soprattutto alle esportazioni di ferro e prodotti coloniali. Lo Stato Pontificio intratteneva scambi sia terrestri sia marittimi e faceva largo ricorso alla navigazione napoletana per il trasporto delle merci via mare.
La diffusione delle conoscenze scientifiche e tecniche nel Regno delle Due Sicilie fu limitata dall'elevato analfabetismo, dalla scarsa diffusione dell'istruzione primaria e tecnica e dalla debole partecipazione femminile al sistema educativo. Anche l'ambiente accademico e editoriale presentava una qualità disomogenea e una limitata capacità di diffondere le innovazioni al di fuori dei maggiori centri urbani. Gli interventi avviati dalla seconda metà del XVIII secolo attraverso l'Università di Napoli, l'Università degli Studi di Altamura e altri istituti scientifici contribuirono alla formazione di singoli studiosi, ma non furono sufficienti a creare un sistema d'istruzione scientifica esteso all'intera popolazione.
Il Regno espresse comunque personalità che ottennero riconoscimenti anche al di fuori dell'ambito locale. Tra queste figurano il matematico Annibale Giordano, il chimico Stanislao Cannizzaro e il medico Ferdinando Palasciano, gli ultimi due coinvolti anche negli avvenimenti politici del 1848. Altri studiosi di rilievo furono il naturalista Giuseppe Maria Giovene e Luca de Samuele Cagnazzi, attivi in diversi campi delle scienze naturali, della statistica, dell'economia e dell'agronomia e in contatto epistolare con studiosi e istituzioni europee.
Le condizioni generali della produzione scientifica rimasero tuttavia caratterizzate da un certo isolamento rispetto ai principali centri europei. Alcune pubblicazioni meridionali furono criticate dai compilatori della Biblioteca Italiana per la loro distanza dagli standard metodologici contemporanei. La partecipazione degli studiosi del Regno alle riunioni degli scienziati italiani fu inoltre limitata, anche per ragioni politiche e per il controllo esercitato dal governo sulle associazioni e sui congressi scientifici.
Il Regno delle Due Sicilie inaugurò il 3 ottobre 1839 la ferrovia Napoli-Portici, prima linea ferroviaria costruita nella penisola italiana. Voluta da Ferdinando II e progettata dall'ingegnere Armand Joseph Bayard, la linea collegava Napoli con il centro vesuviano e venne successivamente prolungata verso altri comuni dell'area. Nel 1840 vennero istituite le officine di Pietrarsa, destinate alla manutenzione e, successivamente, alla costruzione di materiale ferroviario e macchine a vapore. Lo sviluppo della rete procedette inizialmente lungo due direttrici: la linea privata gestita dalla società di Bayard, diretta da Napoli verso Castellammare di Stabia, Nocera e Vietri sul Mare, e la linea statale detta «Regia», orientata verso Caserta e Capua, raggiunta nel 1844. Negli anni cinquanta vennero approvati progetti per collegare la capitale con il versante adriatico e con le province orientali del Regno. Tra questi figuravano il prolungamento verso il confine pontificio, che nel 1860 era in costruzione in direzione di Ceprano, e la cosiddetta Strada Ferrata delle Puglie, progettata verso Foggia e Brindisi. Nell'ambito di questi lavori vennero realizzate opere come la galleria dell'Orco.
Al momento dell'unificazione il Regno disponeva di circa 128 km di linee ferroviarie in esercizio, quasi interamente concentrati in Campania, e di ulteriori tratte in costruzione o progettazione. La rete risultava meno estesa di quelle del Piemonte e della Lombardia. Il governo di Francesco II aveva approvato progetti di ampliamento verso le province continentali e la Sicilia, dove la prima ferrovia entrò tuttavia in servizio soltanto nel 1863, dopo la costituzione del Regno d'Italia.

Nel settore stradale Ferdinando II promosse la costruzione e il riassetto delle principali direttrici che collegavano Napoli con le province e con i confini del Regno. Il sistema viario aveva già ricevuto un impulso durante il decennio napoleonico, soprattutto per esigenze militari e amministrative; tra il 1828 e il 1855 la lunghezza delle strade rotabili sarebbe passata da circa 2800 a circa 8500 km. Tra le principali opere realizzate figuravano il ponte Real Ferdinando e il ponte Maria Cristina, tra i primi ponti sospesi in ferro costruiti in Italia. Furono inoltre potenziate le grandi strade regie dirette verso la Puglia, l'Abruzzo, la Basilicata, la Calabria e lo Stato Pontificio. In Sicilia il luogotenente Carlo Filangieri predispose progetti per l'ammodernamento della viabilità, ma la loro realizzazione procedette lentamente per difficoltà amministrative, finanziarie e tecniche. Vennero comunque migliorati alcuni collegamenti principali, tra cui quello tra Palermo e Messina.
La viabilità locale e comunale rimaneva insufficiente in ampie zone interne e montane. Circa 1300 comuni risultavano privi di adeguati collegamenti con i fondovalle, anche perché la Direzione generale di Ponti e Strade si occupava soprattutto delle arterie di interesse statale, lasciando ai comuni la costruzione delle strade secondarie. Alla vigilia dell'Unità il Mezzogiorno disponeva complessivamente di circa 14000 km di strade, con una densità inferiore a quella delle regioni più sviluppate dell'Italia settentrionale.
Nel settore delle comunicazioni il Regno conobbe una progressiva modernizzazione durante il regno di Ferdinando II. Il telegrafo ottico era stato introdotto già nel 1802, mentre nel 1853 venne attivata la prima linea telegrafica elettrica tra Napoli e Terracina. Nel 1858 il sistema venne ampliato mediante l'adozione degli apparati Henley e Morse e il servizio fu aperto anche ai privati. La rete telegrafica venne organizzata in sette divisioni e furono introdotte tariffe commisurate al numero delle parole trasmesse, criterio successivamente mantenuto anche dal servizio telegrafico del Regno d'Italia. Vennero inoltre posati collegamenti sottomarini tra Reggio Calabria e Messina nel 1858 e verso Malta e Valona nel 1859. Nel 1860 la rete comprendeva 86 stazioni e circa 2874 km di linee.
Il 1º gennaio 1858 furono introdotti i francobolli postali nei domini continentali, successivamente adottati anche in Sicilia. L'Officina centrale delle poste aveva sede a Palazzo Gravina a Napoli. Il trasporto della corrispondenza e dei passeggeri avveniva mediante diligenze postali lungo le principali strade regie. Le riforme adottate tra il 1857 e il 1858 introdussero collegamenti più rapidi e regolari tra la capitale e le province. Il servizio terrestre era affiancato da linee postali marittime a vapore dirette verso le isole e i porti esteri.
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