
Il sionismo (in ebraico ציונות?) è un'ideologia politica il cui fine è l'affermazione del diritto all'autodeterminazione del popolo ebraico e il supporto a uno Stato ebraico nella regione che, dal Tanakh e dalla Bibbia, è definita "Terra di Israele". Tale obiettivo è stato perseguito attraverso la colonizzazione della Palestina storica tentando, almeno a partire dagli anni 1930, di ottenerne un territorio il più esteso possibile e di ridurre al minimo la presenza di arabi palestinesi al suo interno.
Il sionismo emerse alla fine del XIX secolo nell'Europa centrale e orientale come effetto della Haskalah (illuminismo ebraico) e in reazione all'antisemitismo, inserendosi nel più vasto fenomeno del nazionalismo ottocentesco. Il movimento tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo si sviluppò in varie forme, tra le quali il sionismo socialista, quello religioso, quello revisionista e quello di ispirazione liberale dei Sionisti Generali. Esso favorì, a partire dalla fine del XIX secolo, flussi migratori verso la Palestina, prima sotto l'Impero ottomano e, dopo la prima guerra mondiale, affidata all'amministrazione britannica della Società delle Nazioni, che rafforzarono la presenza ebraica nella regione e contribuirono a formare un Nuovo Yishuv. Il sostegno al sionismo crebbe in particolare nel secondo dopoguerra, successivamente all'Olocausto e allo scadere del mandato britannico della Palestina: ciò portò a condizioni più favorevoli per una dichiarazione d'indipendenza israeliana. La nascita dello Stato di Israele nel 1948 e, soprattutto, la nakba che ne conseguì, provocarono il rafforzamento dell'antisionismo, epicentro politico dei conflitti tra Israele e il mondo arabo.
Nel corso dei secoli, vi è sempre stata una corrente migratoria ebraica verso la Palestina, motivata essenzialmente da ragioni religiose. Il sionismo trae le sue radici dal nuovo ambiente culturale generatosi nell'ambito dell'emancipazione degli ebrei europei, avviatasi a partire dalla Rivoluzione francese e proseguita per tutto il XIX secolo, e dalla Haskalah. Le prime espressioni di un protosionismo si sostanziano ad esempio nella fondazione dell'Alleanza israelitica universale nel 1860, organizzazione volta all'emancipazione delle comunità ebraiche in Medio Oriente e Nordafrica, e nella pubblicazione di varie opere, tra le quali Roma e Gerusalemme, redatta nel 1862 dal filosofo ebreo tedesco Moses Hess, Derishat Zion del rabbino polacco-prussiano Zvi Hirsch Kalischer, e l'inno Hatikvah, il cui testo venne scritto da Naftali Herz Imber e che divenne poi inno dello Stato di Israele.
L'idea di uno Stato ebraico in cui l'antisemitismo fosse assente per definizione circolava dagli anni 1880 con i movimenti del Bilu e del Hovevei Zion, i cui manifesti ideologici furono il laico Selbstemanzipation, scritto da Leon Pinsker nel 1882, e il religioso Aruchas Bas-Ammi, scritto dal rabbino Isaac Rülf nel 1883. Molti dei promotori di questa idea avevano come obiettivo la fondazione di un'entità statale nella regione storica definita "Terra di Israele", corrispondente geograficamente alla Palestina. Numerosi esponenti proposero invece altre regioni geografiche, come Argentina, Ecuador, Suriname, Amazzonia, Uganda, Kenya, Stati Uniti d'America, Canada, Australia. L'opzione di gran lunga più popolare restava però l'idea della Palestina, all'epoca regione governata dall'Impero ottomano, che sarebbe prevalsa a partire dal 1905.
Già nella seconda metà del XIX secolo vennero avviate iniziative finalizzate alla creazione di insediamenti ebraici nell'allora Palestina ottomana. Il filantropo Moses Montefiore finanziò nel 1861 la costruzione di un sobborgo ebraico a Gerusalemme, mentre nel 1870 venne fondata la Mikveh Israel, la prima scuola agraria ebraica, a cura di Charles Netter. A partire dal 1882 Edmond James de Rothschild divenne uno dei principali finanziatori del movimento sionista e acquistò il primo sito ebraico in Palestina, l'attuale Rishon LeZion; sempre dal 1882 anche Maurice de Hirsch fu un grande finanziatore d'insediamenti, sia sionisti sia territorialisti. Nel 1882 venne organizzata la Prima Aliyah, che portò la comunità ebraica palestinese (lo Yishuv) da 25000 a oltre il doppio.

Il fondatore del sionismo è considerato Theodor Herzl, giornalista austro-ungarico assimilato. Nel 1895 Herzl fu inviato come corrispondente del suo giornale a Parigi per seguire il processo dell'affare Dreyfus, esploso nel 1894 e accompagnato da una feroce campagna di stampa francese che riproponeva stereotipi antisemiti. In seguito a questa esperienza Herzl si rese conto che l'assimilazione degli ebrei in Europa non potesse portare a una piena integrazione e che le comunità ebraiche necessitassero di un proprio Stato, dove potessero prosperare in sicurezza e lontane dall'antisemitismo. La sua conclusione derivava dalla sua esperienza nell'Impero austro-ungarico: in una compagine nazionale eterogenea, tutti i gruppi etno-nazionali disponevano di propri rappresentanti nel parlamento imperiale e potevano appellarsi a una propria "nazione" e "patria" dentro o fuori dai confini dell'impero, tutti tranne gli ebrei, né gli altri popoli riconoscevano gli ebrei come parte di essi.
Herzl avrebbe sviluppato la sua idea e l'avrebbe tradotta in Der Judenstaat, volume pubblicato all'inizio del 1896, senza conoscere gli scritti dei suoi predecessori, e subito tradotto in varie lingue. All'immediato successo del volume e al dibattito suscitato, Herzl fece seguito con il primo congresso sionista, che si tenne a Basilea dal 29 al 31 agosto 1897, per costituire un movimento permanente. Il Programma di Basilea affermò che «il sionismo si sforza di ottenere per il popolo ebraico un focolare garantito dal diritto pubblico in Palestina». I metodi da adottare per il raggiungimento di questo obiettivo comprendevano l'incoraggiamento della colonizzazione ebraica in Palestina, l'unificazione e l'organizzazione di tutte le comunità ebraiche, il rafforzamento della coscienza ebraica individuale e nazionale e iniziative volte ad assicurarsi l'appoggio dei diversi governi per realizzare gli obiettivi del sionismo. Herzl si inserì in una tradizione di pensiero in lingua tedesca iniziata con Hess e, in quella tradizione, riunì attorno a sé la prima generazione di leader sionisti: Max Isidor Bodenheimer, Max Nordau, Otto Warburg, David Wolffsohn, cui furono vicine anche personalità come Albert Einstein. Questa tradizione è quasi interamente parte della corrente dei Sionisti Generali di ispirazione liberale.
Le idee di Herzl si inseriscono in un ampio movimento migratorio ebraico già in atto, causato nell'Impero russo dai pogrom degli anni 1881-1882 e poi di quelli del 1903-1906. Secondo i dati del 1930, dal 1880 al 1929 emigrarono dalla Russia 2285000 ebrei, di cui 45000 si stabilirono in Palestina, mentre la grande maggioranza dei restanti scelse gli Stati Uniti d'America. Nello stesso periodo 952000 ebrei abbandonarono la Polonia e l'Austria-Ungheria, di questi 40000 emigrarono verso la Palestina. La rilevanza demografica dell'emigrazione dalle terre soggette all'Impero russo portò all'emergere di una leadership di tali origini nel movimento sionista. La prima generazione comprese nomi attivi in campo culturale, tra i quali Ahad Ha'am, Eliezer Ben Yehuda e Aaron David Gordon, oltre che nella politica sionista, come Chaim Weizmann, Nahum Sokolow, Leo Motzkin, Menahem Ussishkin e Nachman Syrkin, nonché i primi rabbini che legittimarono il sionismo in ambito religioso, tra i quali Abraham Isaac Kook, Moshe Leib Lilienblum, Samuel Mohilever e Yitzchak Yaacov Reines. Nel sionismo statunitense, importante più per il sostegno finanziario che per l'emigrazione, svolse un ruolo fondamentale il rabbino Solomon Schechter.

Herzl fece invano appello ai ricchi filantropi ebrei europei perché appoggiassero le sue proposte, ma scoprì la tradizione protosionista dell'Europa orientale, che egli ignorava e che lo sostenne. Dal 29 al 31 agosto 1897 Herzl organizzò il primo congresso sionista a Basilea, dove creò l'Organizzazione sionista mondiale, il massimo organismo politico ebraico fino all'istituzione dello Stato d'Israele. Herzl ottenne poi colloqui con vari capi di Stato (tra i quali Abdul-Hamid II, Guglielmo II di Germania, Vittorio Emanuele III e papa Pio X, oltre ai governi britannico e russo) per ottenere, invano, il loro assenso ufficiale al suo progetto. Inoltre Herzl pubblicò nel 1902 il romanzo utopico Altneuland. Non avendo ottenuto il sostegno ufficiale dell'Impero ottomano, fino al 1917 l'Organizzazione Sionista perseguì l'obiettivo della costruzione del progetto sionista mediante l'organizzazione dell'aliyah, strategia di immigrazione continua su piccola scala appoggiata attraverso istituzioni quali Die Welt, il giornale del movimento sionista, il Fondo Nazionale Ebraico, ente finalizzato all'acquisto di terreni agricoli ed edificabili, il Jewish Colonial Trust e la Anglo-Palestine Bank.
Tra il 1904 e il 1914 si verificò la Seconda Aliyah, che portò in Palestina circa 30000 persone dalla Russia, un evento favorito anche dallo scoppio di vari pogrom sostenuti dalla pubblicazione dei Protocolli dei Savi di Sion. Alcuni dei nuovi colonizzatori furono spinti da ideali socialisti e crearono i primi kibbutz, comunità organizzate secondo criteri collettivisti che vivevano di agricoltura. Molti degli immigrati si sistemarono nelle città o ne fondarono di nuove, come Tel Aviv, che da quartiere di Giaffa, crebbe fino a inglobare l'antica città, rendendola un sobborgo della nuova Tel Aviv. I pionieri sionisti portarono in Palestina la loro forza lavoro e l'idea europea di nazione. La comunità ebraica in Palestina si organizzò a livello associativo e istituzionale; grazie ai lavori di Eliezer Ben Yehuda si diffuse l'uso della lingua ebraica, che sostituì, nell'ambito quotidiano, lo yiddish e le altre lingue tradizionalmente usate dagli immigrati ebrei. Nel corso degli anni successivi si formò la seconda generazione di leader sionisti, tra i quali David Ben Gurion, Yitzhak Ben-Zvi, Ber Borochov, Berl Katznelson, Arthur Ruppin, Pinhas Rutenberg, Zalman Shazar, Iosif Trumpeldor, Meir Bar-Ilan e Vladimir Žabotinskij; ad eccezione di Žabotinskij e Bar-Ilan, la leadership sionista era costituita quasi completamente da socialisti.
In piena prima guerra mondiale, nell'imminenza dell'ingresso delle truppe britanniche a Gerusalemme, strappata nel dicembre 1917 all'esercito ottomano, il Regno Unito si impegnò, con una lettera del segretario per gli affari esteri Arthur James Balfour a Lionel Walter Rothschild, banchiere britannico e attivista sionista e membro del movimento sionista britannico, a mettere a disposizione del movimento sionista, in caso di vittoria, dei territori in Palestina per costituire un "focolare nazionale", con il vincolo che questo non avrebbe dovuto pregiudicare "né i diritti civili e religiosi" delle popolazione preesistenti, "né i diritti e lo status politico degli ebrei nelle altre nazioni". Il documento, realizzato tra l'estate e l'autunno 1917, venne scritto e mediato con la collaborazione di diversi esponenti del mondo ebraico, sia favorevoli sia contrari alla posizione sionista, tra cui il futuro presidente israeliano Chaim Weizmann, porta il nome della dichiarazione Balfour. Dopo aver occupato la regione nel corso della prima guerra mondiale e aver ottenuto dall'Impero ottomano il riconoscimento della conquista nel trattato di Sèvres nell'agosto 1920, l'Impero britannico chiese e, il 24 luglio 1922, ottenne dalla Società delle Nazioni un mandato sulla Palestina, che includeva anche la Transgiordania.
Nel frattempo si era già verificata una Terza Aliyah, anch'essa proveniente principalmente dalla Russia, sconvolta dalla rivoluzione. La comunità ebraica in Palestina costituì nel 1923 l'Agenzia ebraica come organo di autogoverno, che nel 1929 fu riconosciuta dai britannici ricevendo la gestione di scuole, ospedali e infrastrutture. Nel frattempo si costituì clandestinamente l'Haganah. Nel 1924 Edmond James de Rothschild fondò la Palestine Jewish Colonization Association, che acquistò più di 125000 acri di terreno, continuando l'opera che egli aveva intrapreso oltre quarant'anni prima. Tutto ciò favorì una Quarta Aliyah, proveniente soprattutto dall'Europa orientale. In questi anni in cui iniziò la costruzione dello Stato, si formò la terza generazione di leader sionisti, fra cui Abba Ahimeir, Haim Arlozoroff, Levi Eshkol, Nahum Goldmann, Uri Zvi Greenberg, Golda Meir e Moshe Sharett. Nel 1925 si formò la corrente revisionista, per opera di Vladimir Žabotinskij, in reazione ai primi scontri con gli arabi palestinesi e alla decisione britannica del 1922 di chiudere la Transgiordania all'insediamento ebraico, nonché in opposizione all'atteggiamento conciliante delle altre correnti sioniste.
Negli anni successivi al 1930 l'immigrazione ebraica aumentò notevolmente con la Quinta Aliyah, per via dell'elevato numero di ebrei che lasciavano la Germania a causa dell'ascesa al potere di Adolf Hitler e, in seguito, delle Leggi di Norimberga. Tra il 1929 e il 1939 la Palestina precipitò nei moti del 1929 e poi nella grande rivolta araba, durante i quali si verificarono vasti scontri tra lo Yishuv e la popolazione araba palestinese, che furono sedati dall'esercito britannico, con un elevato numero di vittime da ambo le parti. Nel 1939 i britannici, dopo aver proposto inutilmente diversi piani di divisione del territorio mandatario in due Stati distinti, emisero una legge, il libro bianco, che limitò l'immigrazione ebraica a 75000 persone per cinque anni, cifra a cui sarebbero stati sottratti gli eventuali immigrati illegali individuati, e che, dal punto di vista del movimento sionista, sembrò favorire le ragioni degli arabi. Oltre a questo, i britannici, ritenendo, dopo i tentativi falliti, che una spartizione sarebbe risultata impossibile perché rifiutata sia dal movimento sionista sia dalla popolazione araba, previdero la creazione di un unico Stato federale entro il 1949, in cui i coloni ebraici sarebbero stati, tuttavia, una minoranza stimata, anche in base alle restrizioni sull'immigrazione, pari a un terzo della popolazione totale.
Durante la seconda guerra mondiale aumentò enormemente il numero di ebrei che cercavano rifugio in Palestina per sfuggire agli eccidi effettuati dai nazisti. Molti rifugiati ebrei dovettero entrare illegalmente in Palestina (fenomeno noto come Aliyah Bet). Le organizzazioni ebraiche più moderate, come l'Haganah di David Ben Gurion, si limitarono agli scontri con gli arabi, mentre le organizzazioni sioniste più estremiste arrivarono ad aggredire apertamente i britannici, sia militari sia civili. Fra queste ultime si distinsero l'Irgun di Menachem Begin e la Banda Stern, descritte dai britannici come organizzazioni terroristiche.
In questo periodo la popolazione totale della Palestina di circa 1 846 000 abitanti era composta per due terzi circa da arabi (1 203 000, comprendenti anche una minoranza arabo-cristiana) e da un terzo di ebrei (608 000), con una piccola minoranza di altre etnie (35 000).

Nel maggio 1947 i britannici annunciarono il disimpegno dal mandato sulla Palestina e l'abbandono entro un anno. Il 15 maggio 1947 fu quindi costituito l'UNSCOP, che il 3 settembre raccomandò a maggioranza la divisione della Palestina occidentale (quella orientale aveva già formato il Regno Hascemita di Giordania) in due Stati di simile estensione, uno a maggioranza ebraica (secondo le stime dell'UNISCOP 498 000 ebrei e 407 000 arabi e altro per il 56% del territorio) e l'altro a popolazione quasi esclusivamente araba (10 000 ebrei e 725 000 arabi e altro per il 43% del territorio), mentre Gerusalemme sarebbe diventata una città internazionale (Corpus separatum) controllata dall'ONU (100 000 ebrei e 105 000 arabi e altro). L'UNSCOP nel suo piano raccomandava l'istituzione di forme di unione e collaborazione economica e commerciale tra i due Stati (con possibilmente anche una moneta comune), per cercare di diminuire le disparità economiche tra le due aree e cercare di minimizzare nel tempo gli attriti tra le due etnie.
Il 29 novembre 1947 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite votò (33 sì, 10 no, 13 astenuti) la risoluzione 181, che conteneva il Piano di partizione della Palestina.
Le principali organizzazioni sioniste accettarono la proposta (rifiuti provennero dai gruppi più estremisti che puntavano alla costituzione di una "Grande Israele", comprendente tutto il territorio mandatario e parte delle nazioni confinanti), mentre gli arabi palestinesi e i Paesi arabi la rifiutarono. L'Agenzia ebraica dichiarò quindi l'indipendenza dello Stato d'Israele, che venne attaccato lo stesso giorno da Siria, Egitto, Iraq e Giordania in quella che fu la guerra arabo-israeliana del 1948, vinta dalle forze israeliane e che si concluse con una sequenza di armistizi, ma senz'alcun trattato di pace. In seguito alla guerra, Israele conquistò un territorio più ampio di quello assegnato dalle Nazioni Unite, mentre la Giordania annesse la Cisgiordania e l'Egitto occupò la Striscia di Gaza. Gerusalemme restò divisa tra Israele e Giordania, assetto territoriale che rimase intatto fino alla guerra dei sei giorni. Lo Stato di Israele venne riconosciuto alla sua nascita dalle Nazioni Unite e da buona parte dei Paesi del mondo, ma la totalità dei Paesi arabi rifiutò di fare altrettanto.
Il 23º Congresso sionista, tenutosi a Gerusalemme nel 1951, si aprì simbolicamente davanti alla tomba di Theodor Herzl, che venne traslata da Vienna secondo il suo testamento. Con l'istituzione dello Stato di Israele, il Programma di Basilea era già stato realizzato e il congresso ridefinì i compiti del movimento nel Programma di Gerusalemme, che identificò come obiettivo principale il consolidamento del nuovo Stato. Per quanto riguardava il rapporto fra lo Stato di Israele e Organizzazione sionista, il congresso approvò una risoluzione che chiedeva allo Stato di riconoscere l'organizzazione come organo rappresentativo del popolo ebraico in materia di partecipazione organizzata della diaspora alla costruzione di Israele. Nel 1952 la Knesset approvò una legge in tal senso. Nel 1950 lo Stato israeliano riconobbe, con la legge del ritorno, il diritto di qualsiasi ebreo del mondo di stabilirsi in Israele e ottenere la cittadinanza israeliana.
Il termine "sionismo" deriva dal nome del monte Sion, il primitivo nucleo della città di Gerusalemme. L'espressione fu coniata nel 1890 dall'editore ebreo austriaco Nathan Birnbaum nella sua rivista Selbstemanzipation, che riprendeva il titolo di un libro di Leon Pinsker del 1882. Il sionismo è quindi definito come il movimento volto alla costituzione di un'entità statale ebraica, in particolare in Palestina. Altri movimenti nazionalisti ebraici attivi nel XIX secolo furono il territorialismo, senza preferenze sul luogo, che trovò il suo massimo rappresentante in Israel Zangwill, e l'autonomismo, che chiedeva l'autonomia politica degli ebrei (soprattutto aschenaziti) nei loro tradizionali territori di insediamento dell'Europa centrale e dell'orientale, idea fatta propria soprattutto dal movimento ebraico socialista del bundismo. Il movimento territorialista e autonomista fu poi marginalizzato dal sionismo. Il sionismo si divise nel corso del XX secolo in varie correnti; oltre a quello di ispirazione liberale, soprattutto tra i sionisti dell'Europa orientale si diffusero il sionismo socialista e il sionismo religioso. In Palestina nacque poi il sionismo revisionista.
I sionisti tendevano a rifiutare la lingua yiddish e le lingue nazionali europee, a favore della rinascita dell'antica lingua ebraica, tradizionalmente riservata solo all'ambito liturgico, come madrelingua, grazie agli sforzi di Eliezer Ben Yehuda nell'orale, di Mendele Moicher Sforim nella prosa e di Haim Nachman Bialik nella poesia. Nella prima metà del XX secolo si diffuse tra alcuni intellettuali sionisti la cosiddetta negazione della diaspora, consistente nell'assimilazione di elementi della cultura mediorientale, e il canaanismo, ideologia nata in seno al sionismo revisionista che esaltava l'identità culturale semitica che legava gli ebrei alle altre popolazioni del Medio Oriente. Il movimento sionista non vedeva originariamente la presenza della popolazione araba in Palestina come un problema, sostenendo che essa avrebbe tratto giovamento dall'immigrazione di europei su vasta scala, che avrebbe rivitalizzato la regione, e credendo che, comunque, la popolazione araba non costituisse in nessun modo un popolo con una propria identità nazionale, in quanto si sarebbe integrata, sempre secondo i sionisti, nel nascituro Stato (Herzl, Congresso di Basilea).
I primi sionisti descrivevano sé stessi come colonizzatori e il sionismo come un progetto di colonizzazione.
Il sionismo è stato definito da numerosi accademici come un esempio di colonialismo d'insediamento. Il più importante precursore di questa idea è stato Fayez Sayegh. Con il suo saggio del 1965 Zionist Colonialism in Palestine ha evidenziato le differenze tra il colonialismo sionista e quello europeo, descrivendo come il primo tenda allo sradicamento delle popolazioni indigene e alla loro sostituzione con la popolazione dei coloni. Le tesi di Sayegh hanno avuto risonanza in Europa grazie a Maxime Rodinson con il saggio Israël, fait colonial? del 1967.
La ricerca accademica sul colonialismo d'insediamento ha ricevuto un importante impulso negli anni duemila grazie al lavoro dello storico australiano Patrick Wolfe. Wolfe ha definito Israele come una forma moderna di colonialismo d'insediamento. Lorenzo Veracini, nel 2013, ha argomentato che il colonialismo d'insediamento ha avuto successo nei territori dello Stato di Israele, ma ha sostanzialmente fallito nei territori occupati dal 1967. Veracini ha inoltre fondato la rivista accademica Settler Colonial Studies, che negli anni 2010 ha pubblicato numerosi studi che analizzano il sionismo secondo la struttura concettuale del colonialismo d'insediamento.
Alcuni studiosi, pur accettando la definizione di colonialismo d'insediamento, sottolineano come il carattere fortemente nazionalista del sionismo "diluisca" quello colonialista. Lo storico israeliano Ilan Pappé è tra i principali sostenitori di questa tesi.
La definizione è tuttavia dibattuta in ambito accademico. In particolare, i critici sostengono che, prima del 1967, il sionismo e lo Stato di Israele non possano essere definiti colonialisti. La guerra dei sei giorni e la conseguente occupazione dei territori conquistati costituirebbe il punto di svolta dopo il quale Israele può essere definito uno Stato colonialista. Tra i critici della definizione di sionismo come colonialismo d'insediamento ci sono soprattutto studiosi israeliani, come Ilan Troen, Benny Morris o Tom Segev.[senza fonte]
Il sostegno al sionismo aumentò in generale tra gli ebrei di tutto il mondo nel periodo successivo all'Olocausto.
Nel XX e XXI secolo negli Stati Uniti d'America tra i sostenitori del sionismo sono state importanti alcune componenti del protestantesimo evangelico che hanno promosso il cosiddetto "sionismo cristiano". Tra i sionisti cristiani vi sono anche gruppi fondamentalisti che vedono nel ritorno degli ebrei nella Terrasanta il compimento di quanto scritto nell'Apocalisse.
Anche tra alcune figure musulmane vi è una minoritaria tradizione di appoggio al sionismo, della quale fecero parte, per ragioni politiche ed economiche, Al-Husayn ibn Ali e i suoi figli Abd Allah I di Giordania e Faysal I re d'Iraq, oltre a Nasser al-Din Shah e a figure nazionaliste curde e berberiste. Vi è poi un filone sionista musulmano che si appoggia a interpretazioni del Corano, presente tra alcuni esponenti musulmani attivi in Occidente.
Durante gli anni 1960 buona parte dei movimenti di liberazione nazionale del terzo mondo identificò il sionismo con una forma di colonialismo, tesi rafforzata dal sostegno degli Stati Uniti d'America a Israele, sempre più forte dopo la guerra dei sei giorni. Anche l'Unione Sovietica, dopo l'appoggio iniziale dato a Israele, si schierò a favore dei Paesi arabi e condannò la politica di Israele e le sue basi costitutive. Le Nazioni Unite in una risoluzione del 1975 equipararono il sionismo al razzismo; la risoluzione fu poi ritirata nel 1991, come condizione per consentire a Israele di partecipare alla conferenza di Madrid.
Il movimento sionista è stato oggetto di molte critiche da parte dei suoi oppositori proprio per l'indifferenza nei confronti della popolazione araba palestinese presente nella regione; in particolare, la critica più diffusa è l'accusa di pulizia etnica nei confronti dei palestinesi mossa da vari storici. In seguito alla guerra dei sei giorni, nei territori occupati da Israele in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza furono creati numerosi insediamenti israeliani.
Il sostegno al sionismo non è unanime nel mondo ebraico. Inizialmente la maggioranza delle comunità ebraiche era rimasta indifferente o contraria. In particolare, il sionismo suscitò indifferenza tra gli ebrei ortodossi dell'Europa orientale e tra gli ebrei del mondo arabo. La maggioranza del mondo ebraico considerava un'eresia religiosa l'idea di rientrare in massa in Israele prima dell'arrivo del Messia. Il sionismo, in particolare quello laico, è spesso entrato in conflitto con gli ebrei ultraortodossi; il principale gruppo ebraico ultraortodosso a manifestare la propria opposizione al sionismo è stato il Neturei Karta. Si opposero al sionismo anche gli ebrei riformati, sostenendo che gli ebrei costituissero una comunità religiosa e non un'entità etnica o nazionale, e che il regno messianico atteso non sarebbe che una metafora di un futuro di libertà religiosa, giustizia e pace da realizzare in ogni società. In ambito laico, si oppongono al sionismo il Bund e molte personalità ebree socialiste e comuniste, per i quali l'antisemitismo si combatte attraverso la rivoluzione sociale.
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