| Canzo comune | |
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| Localizzazione | |
| Stato | |
| Regione | |
| Provincia | |
| Amministrazione | |
| Sindaco | Giulio Nava (lista civica Giulio Nava sindaco) dal 26-5-2019 (2º mandato dal 9-6-2024) |
| Territorio | |
| Coordinate | 45°51′N 9°16′E |
| Altitudine | 402 m s.l.m. |
| Superficie | 11,11 km² |
| Abitanti | 5 219 (31-5-2026) |
| Densità | 469,76 ab./km² |
| Comuni confinanti | Asso, Caslino d'Erba, Castelmarte, Cesana Brianza (LC), Civate (LC), Eupilio, Longone al Segrino, Proserpio, Pusiano, Valbrona, Valmadrera (LC) |
| Altre informazioni | |
| Cod. postale | 22035 |
| Prefisso | 031 |
| Fuso orario | UTC+1 |
| Codice ISTAT | 013042 |
| Cod. catastale | B641 |
| Targa | CO |
| Cl. sismica | zona 4 (sismicità molto bassa) |
| Cl. climatica | zona E, 2 801 GG |
| Nome abitanti | canzesi |
| Patrono | santo Stefano |
| Giorno festivo | 26 dicembre |
| Cartografia | |
| Sito istituzionale | |
Canzo (Canz in dialetto brianzolo, pronuncia locale AFI: /ˈkaːnts/) è un comune italiano di 5 219 abitanti della provincia di Como in Lombardia. Situato nelle Prealpi lombarde, è il vertice settentrionale della Brianza e il capoluogo della Comunità montana del Triangolo lariano.
Situato nell'alta Brianza al confine con la Valassina, da cui è separato dalla cascata della Vallategna, il paese si trova nella Val Ravella, circondata dai monti Cornizzolo (in dialetto locale Curnisciöö), Corni di Canzo (Còrni o Curunghèj), Barzaghino (Barzaghìn) e Scioscia (Sciòscia). L'altitudine del territorio comunale va da un minimo di 367 a un massimo di 1 373 m s.l.m.
Il territorio è attraversato dal torrente Ravella (Ravèla), lungo il quale si è sviluppato il centro storico, e marginalmente, a ovest, dal fiume Lambro (Lambar), che proviene dalla Valassina con regime torrentizio. Sui monti sono presenti numerose sorgenti; il lago del Segrino è condiviso con i comuni di Eupilio e di Longone al Segrino.
Il sottosuolo della località di Gajum è di grande importanza per lo studio del Toarciano, grazie allo spessore eccezionale (15,35 m) del cosiddetto «livello a pesci», uno strato di sedimenti scuri ricchi di materia organica. Composto da calcari marnosi pelagici, marne e argilliti marnose ricche di nanofossili calcarei, documenta ad altissima risoluzione le variazioni climatiche e ciclostratigrafiche e permette di ricostruire la crisi e la ripresa degli ecosistemi marini durante il più grande evento anossico globale del Fanerozoico.[senza fonte]
Nel territorio comunale ricadono tre aree naturali protette della Rete Natura 2000: il lago del Segrino (581 ettari), tutelato ai sensi della direttiva Habitat; la riserva del Sasso Malascarpa (677 ettari), anch'essa tutelata dalla direttiva Habitat; la zona di protezione speciale IT2020301 (1 222 ettari), istituita ai sensi della direttiva Uccelli. Gli habitat di quest'ultima sono costituiti per il 40,6% da boschi dell'Erythronio-Carpinion, per il 34,7% da praterie dei Festuco-Brometalia, con importanti siti di orchidee, per l'11,7% da faggete dell'Aremonio-Fagion, per il 9,6% da betuleti e per il 3,3% da prati ad Alopecurus pratensis e Sanguisorba officinalis; vi sono censite 78 specie protette di uccelli, 62 di piante, 17 di mammiferi e 7 di rettili, anfibi e invertebrati.
Canzo è il locus classicus, cioè il luogo in cui è stata raccolta la popolazione-tipo, di diverse specie vegetali rare: Saxifraga vandellii, scoperta da Domenico Agostino Vandelli nel 1763; Campanula raineri, scoperta da Candida Lena Perpenti nel 1817; Primula glaucescens, scoperta da Scannagatta e Giuseppe Moretti nel 1822; Viola dubyana, scoperta da Charles-Théophile Gaudin nel 1828; Allium insubricum, scoperto da Pierre Edmond Boissier nel 1856; Ranunculus fiorii, scoperto da Sandro Pignatti nel 1976 e finora attestato soltanto a Canzo.
Nel territorio crescono anche la Pseudofumaria alba, comunemente ritenuta assente al di fuori dell'areale illirico-appenninico, e la Minuartia grignensis, presente in modo sporadico soltanto nelle Prealpi lombarde, oltre a specie meno rare come Telekia speciosissima, Euphorbia variabilis, Centaurea rhaetica, Physoplexis comosa, Aquilegia einseleana e Knautia transalpina.
Il toponimo Canz, reso in latino con Cantius, è un vocabolo celtico collegato al gallico canto-, «margine, lembo, bordo, angolo». La radice protoceltica da cui deriva potrebbe essere *kanti («insieme») oppure *kanxtu («aratro»): nel primo caso evocherebbe anche il concetto di adunanza popolare su un colle circolare, nel secondo quelli di lama e di spigolo. In ogni caso il termine sembra riferirsi alla posizione dell'abitato, margine triangolare dell'alta Brianza protetto dal promontorio di Scioscia. Data l'antichità dell'insediamento sacrale noto ancora alla fine del Cinquecento con il nome di Canza, posto tra il monte Pesora e il lago del Segrino, non si può escludere che il nome si riferisse a quel luogo, né che l'intero territorio fosse considerato adatto alle adunanze dei clan.
Le tracce più antiche di presenza umana nel territorio risalgono all'ultima fase della glaciazione würmiana, nel Mesolitico (circa 10 000 anni fa): l'accampamento di caccia situato a 900 m sul monte Rai (Raj) fu frequentato nel periodo estivo, senza interruzioni, fino alla media età del bronzo.
All'Eneolitico (2250 a.C. circa) risale una tomba triplice a cista con stele, rinvenuta in località Büdracch: si tratta di una sepoltura all'aperto in cista litica, con la rara presenza di un tumulo. Le tre cassette lapidee, terminanti in cuspidi, sono formate in parte da muretti a secco e in parte da lastre infisse a coltello, e sono ricoperte da un tumulo del diametro di nove metri. Il corredo comprendeva quattro bracciali, monili di varie forme (a spirale, a molla, a tubetto, con serie di pendagli), un pendaglio a doppia spirale, rarissimo in Italia benché frequentemente raffigurato nelle incisioni, e punte di freccia in selce.
A 200 metri dalla sepoltura, sulla riva nordorientale del lago del Segrino, sono state trovate le tracce di un insediamento coevo, abitato anche nella successiva età del bronzo, con case, focolari e terrazzamenti a secco e reperti come olle cilindriche con cordone liscio orizzontale sotto l'orlo e ceramiche con decorazione a Besenstrich (fini striature), considerata un tratto arcaico della cultura celto-alpina. Il ritrovamento è stato importante per la conoscenza delle prime popolazioni stanziali in Brianza.
Sui Corni di Canzo sono stati rinvenuti anche reperti del periodo della seconda immigrazione celtica (IV secolo a.C.), epoca a cui risale anche l'insediamento sul sito dell'attuale centro storico. Alla conquista romana si deve il tracciamento delle strade principali per scopi militari e commerciali: presso il lago del Segrino è stata scoperta una pietra miliare della via strata (via lastricata) e nel 1822 venne alla luce una tomba romana con il suo corredo. Da Cantius, nome latino di Canzo, passava la via Mediolanum-Bellasium, che collegava Milano a Bellagio.
Nei secoli successivi alla fine dell'Impero romano d'Occidente, Canzo, dotata di una marcata autonomia, fece parte dell'area della Martesana dell'arcidiocesi di Milano e fu formalmente infeudata al monastero di Sant'Ambrogio. I toponimi Martesana e Castelmarte sono stati messi in relazione con il culto del dio Marte e con la presenza di ex legionari. Nel 1162 Federico Barbarossa pose il borgo sotto il monastero di San Pietro al Monte, sopra Civate. Canzo entrò infine nei domini dei Visconti, nei quali andò delineandosi la Corte di Casale (1403), unione di comuni guidata da Canzo.
Nel 1435 la Corte, con otto altre pievi e squadre comunali, costituì l'Universitas Montis Briantiae, aggregazione di comuni con una propria rappresentanza di fronte all'autorità ducale e in particolare al fisco, «piccola repubblica o, più precisamente, una provincia autonoma nello Stato di Milano». Essa corrisponde alla Brianza storica, il nucleo originario a cui si riferisce propriamente il nome. Nel 1485 l'Universitas si dotò anche di una propria banca. Il periodo vide lo sviluppo delle attività mercantili e artigianali, in particolare di scalpellini, carpentieri, fabbri, setaioli e stampatori.
Nel 1472 gli Sforza, succeduti ai Visconti nel ducato di Milano, affidarono la Corte di Casale alla famiglia di armaioli Negroni da Missaglia, che ne avevano chiesto la concessione per la presenza di miniere di ferro. Lo stemma della Cumünanza da Canz, trascurato nel 1861 ma riadottato nel 2002, raffigura infatti «tre forni all'antica a guisa di alveari, per la fusione del ferro».

Nel 1526 l'esercito spagnolo, in lotta contro il ducato di Milano, occupò Canzo, difesa dal condottiero canzese Niccolò Pelliccione, al soldo del duca Francesco II Sforza. Dopo la morte di quest'ultimo Canzo, come tutto il ducato, passò sotto il dominio spagnolo e in seguito sotto quello della monarchia asburgica. Gli spagnoli posero un presidio militare sulla costa del monte, in posizione dominante sul paese, nella località ancora detta «il Castello»; l'occupazione lasciò in eredità la cerimonia religiosa dell'Entierro, celebrata ogni Venerdì santo almeno fino alla prima metà dell'Ottocento. Negli anni 1580 il borgo fu raffigurato nella carta del ducato di Milano della Galleria delle carte geografiche dei Palazzi Vaticani.
Fino al XVII secolo Canzo fu un rinomato centro di produzione di tessuti di saia, venduti al mercato milanese come saia di Canzo insieme al cimosone di Canzo; l'attività decadde a causa delle pesanti tasse imposte dal governo spagnolo. Dopo l'estinzione dei Missaglia nel 1667 la Corte di Casale passò ai marchesi Crivelli, che vi introdussero l'industria della seta: alla fine del XVIII secolo le filande attive erano sette, tra cui la filanda Verza, la terza più grande della Lombardia, e la filanda Gavazzi.
Il parroco di Canzo Ambrogio Fioroni mise in contatto con l'ambiente culturale milanese il giovane Giuseppe Parini, nato nella vicina Bosisio; Fioroni fu anche padre spirituale del frate Giuseppe Longhi, morto in odore di santità nel convento di Canzo.
Nella seconda metà del Settecento Canzo era descritta come un'area ricca di colture (gelsi, mandorli, viti, cereali con più raccolti l'anno) e produttrice di buon vino; le acque erano ben regolate a beneficio dell'agricoltura e dell'artigianato e i terreni valevano circa 400-500 lire milanesi per pertica. Il paese contava produttori e commercianti di strumenti di precisione, vi si lavorava l'intera filiera della seta, si filava il lino e si produceva un tipico panno di lana; un opificio di seta di alta qualità produceva stoffa rossa cardinalizia. Il carbone di legna veniva venduto a Milano, da cui si acquistava il riso.
Nel 1786, con la riorganizzazione del territorio, Canzo fu assegnato alla nuova provincia di Como; tra Settecento e Ottocento fu capoluogo del XIII distretto. L'economia si basava sui vigneti impiantati sui pendii, sui castagni, sulla coltura dei gelsi, necessaria all'allevamento dei bachi da seta, sui numerosi pascoli e sulle filande e i filatoi.

Un decreto del Regno d'Italia napoleonico del 1807 aggregò a Canzo i comuni di Castelmarte, Proserpio, Caslino e Scarenna, ma cinque anni dopo gli ultimi due furono trasferiti ad Asso; le aggregazioni napoleoniche furono annullate con la Restaurazione.
Secondo il Dizionario corografico dell'Italia del 1868, il paese aveva una compagnia della guardia nazionale di 415 militi (110 attivi e 305 di riserva); nel 1863 contava 62 elettori politici e costituiva una sezione del collegio elettorale di Erba, con 288 elettori in tutto. Aveva una scuola elementare pubblica, un ufficio postale, gli uffici delle imposte dirette, del catasto e della delegazione di pubblica sicurezza con le carceri mandamentali, ed era sede di una giudicatura di mandamento dipendente dal tribunale di circondario di Lecco. Tra le famiglie che acquisirono rilievo vi furono gli Arcellazzi, probabilmente originari di Arcellasco, che espressero benefattori, presidenti della Società di mutuo soccorso e il giurista Stefano Arcellazzi.
Nell'Ottocento il paese fu uno dei principali centri serici lombardi. Verso la metà del secolo la filanda di Carlo Verza contava 1 300 dipendenti ed era tra le prime tre della Lombardia per dimensioni, produzione e qualità del filato, insieme a quelle dei Gavazzi a Bellano e dei Sormani, anch'esse famiglie canzesi imparentate con i Verza; la seconda filanda di Canzo per dimensioni era quella della famiglia Gavazzi. All'Esposizione italiana del 1861 la filanda Verza risultò di gran lunga il primo setificio per quantità di merce esposta, e i fratelli Verza, già premiati con la medaglia d'oro della Camera di commercio di Milano dopo l'Esposizione universale di Parigi del 1855, ottennero il primo premio della sezione lombarda per la perfezione delle sete e l'importanza dello stabilimento; al secondo posto si classificò l'impresa del canzese Pietro Gavazzi. Molte operaie provenivano dal Bresciano e dal Veneto e si stabilivano in paese; la filanda Verza aveva una stanza per la cura dei neonati e organizzava un servizio di istruzione quotidiana.[senza fonte] Nella seconda metà del secolo si distinsero anche gli scalpellini canzesi: i laboratori Porroni realizzarono, tra l'altro, i portici Plinio di Como (1858) e il Palazzo Castiglioni di Milano (1901-1904).
Nell'Ottocento nacquero a Canzo il pioniere della fotografia Alessandro Duroni, il pittore Carlo Gerosa, ritrattista di casa Manzoni, e Filippo Turati, tra i fondatori del Partito Socialista Italiano. Alessandro Manzoni, la cui suocera era originaria di Canzo, frequentò le ville del paese.[senza fonte] Canzo divenne una meta della villeggiatura milanese, frequentata anche da Giovanni Segantini, che nella tela La raccolta dei bozzoli ritrasse l'attività serica domestica allora diffusa in Brianza.

All'inizio del Novecento l'industriale canzese Magno Magni fondò l'Unione concimi, tra le prime industrie chimiche italiane, poi confluita nella Montecatini. Nel 1908 nacque a Canzo Angelo Paredi, prefetto della Biblioteca Ambrosiana e studioso di sant'Ambrogio.
Negli anni venti l'apertura della ferrovia Milano-Asso rafforzò il legame con Milano, i cui abitanti sceglievano Canzo come luogo di villeggiatura già dalla fine del Settecento, epoca a cui risalgono numerose ville neoclassiche. Il legame con il capoluogo lombardo è rafforzato anche dal fatto che Canzo, pur trovandosi in provincia di Como, appartiene all'arcidiocesi di Milano e segue il rito ambrosiano.

Durante la seconda guerra mondiale molte famiglie milanesi sfollarono a Canzo, dove furono acquartierati un reparto di SS italiane, presso l'asilo, e truppe tedesche, con il comando nella villa Rizzoli. Sui monti attorno ai Corni operarono formazioni partigiane, tra cui la banda «Carlo Pisacane», e i sentieri un tempo usati dai contrabbandieri servirono ad aiutare i prigionieri alleati fuggiti dal campo di concentramento di Grumello del Piano a rifugiarsi in Svizzera. Il 21 marzo 1945 cinque ex alpini della 43ª Divisione alpina autonoma, inquadrata nella Resistenza, Oscar Bottoni, Francesco Pellegrino, A. Deana, D. Pittari ed E. Quaranta, furono catturati e fucilati con l'accusa di diserzione; la stessa sorte toccò il 13 aprile 1945 al partigiano Giuseppe Mondello.
Nella Resistenza locale ebbe un ruolo di rilievo Orlando Prina, ufficiale degli alpini reduce dalla campagna di Grecia, che collaborò con Giancarlo Puecher e con altri esponenti della Resistenza lombarda. Delegato del CLNAI per il territorio di Canzo, costituì una giunta clandestina con un rappresentante per ciascuna componente politica antifascista, che guidò la transizione istituzionale del 25 aprile 1945, quando le SS italiane abbandonarono il paese. Nel dopoguerra Prina, assessore comunale fino al 1985, promosse l'impianto associativo tipico della vita comunale di Canzo: fu il primo segretario dell'Azienda di turismo negli anni sessanta e settanta, rifondò il Gruppo alpini e fondò l'Associazione cacciatori, che diede vita alla fiera ornitologica, e l'Associazione pescatori Lago del Segrino.[senza fonte]
Nel 1993, durante la guerra in Bosnia, fu ucciso a Sarajevo il pacifista canzese Gabriele Moreno Locatelli, al quale la città ha dedicato una via su petizione dei suoi abitanti.

Lo stemma e il gonfalone del Comune sono stati concessi con decreto del presidente della Repubblica del 4 marzo 2002.
Il gonfalone è un drappo di giallo caricato al centro dello stemma comunale.

Detta Gésa granda, è la chiesa prepositurale, tradizionalmente chiamata «basilica» pur non avendone il titolo. Indagini condotte nel campanile hanno mostrato che la prima costruzione risale all'epoca romanica o a un'epoca precedente. La chiesa precedente, dedicata allo stesso santo, è attestata dal 1398 in un documento che testimonia l'autonomia della parrocchia e nel 1574, durante la visita pastorale di Carlo Borromeo, aveva già i cinque altari attuali. L'edificio attuale, in stile barocco, fu iniziato nel 1728 e consacrato il 3 giugno 1752; l'alto campanile angolare ha il tetto in bronzo (il progetto del 1818 dell'architetto Bovara ne prevedeva due). Con decreto del 21 aprile 1899 papa Leone XIII eresse la parrocchia in prepositura, concedendo al parroco il titolo di prevosto.
Sulla piazza della chiesa si affaccia la sede della Società operaia di mutuo soccorso, un tempo asilo e biblioteca, davanti alla quale è piantato un gelso (murùn), simbolo della tradizione serica brianzola. Secondo una leggenda, il terreno su cui sorge la chiesa era una vigna dei Pelliccioni, ceduta alla parrocchia a condizione che le viti fossero sradicate in una sola notte, cosa che la popolazione fece.

Detta Gésa da San Mirètt, con un diminutivo che la distingue dal santuario di San Miro, è la chiesa dell'antico convento francescano, in piazza San Francesco. Il complesso conventuale risale alla fine del Trecento e fu inizialmente dedicato alla Vergine, poi, forse nel Quattrocento, a san Miro. Nella prima metà del Settecento fu consolidato e ampliato; alla fine del secolo i frati minori conventuali lasciarono il convento e l'indulgenza del Perdono di Assisi passò alla chiesa parrocchiale. All'inizio dell'Ottocento, grazie al lascito del prevosto Angelo Sala e al contributo di Giovan Battista Gavazzi, il convento fu trasformato in ospedale civile e poi, dalla prima guerra mondiale agli anni settanta, in casa di riposo; la chiesa assunse allora la dedicazione a san Francesco, anche se la popolazione continuò a riferirla a san Miro. Dopo un restauro conservativo è divenuta, per volontà della curia arcivescovile, un'oasi monastica.
L'edificio, in stile barocco, ha un semplice campanile e una facciata con un unico portale, sormontato dall'emblema francescano in marmo. All'interno vi sono quattro altari minori, dedicati a san Francesco, a san Miro, al Crocifisso e alla Madonna.
La cappella, dedicata a san Michele arcangelo, sorge su un piccolo dosso a 460 m, lungo la strada per le fonti di Gajum. Fu usata come lazzaretto durante le epidemie; secondo una tradizione locale il prato sottostante servì da cimitero per i morti della peste del 1630. All'interno sono affrescati il santo e le opere di misericordia temporali. Dalla cappella parte la strada acciottolata che risale la valle di Pesora fino alla cima del Cornizzolo.

La costruzione dell'eremo di San Miro al Monte iniziò nel 1643, sul luogo di un oratorio a tre altari già attestato dalla visita pastorale di Carlo Borromeo. Nell'annesso piccolo convento vissero uno e poi due eremiti, probabilmente legati al convento francescano del paese; sul ripido pendio opposto della Ravella restano i terrazzamenti (giarditt di fraa) in cui i frati coltivavano un orto. Il complesso, più volte restaurato fino al 2005, accoglie gruppi che vi trascorrono giornate di preghiera e meditazione.
Il culto di san Miro è legato all'acqua: da secoli sono meta di pellegrinaggio l'eremo e la vicina fonte, a cui la tradizione attribuisce proprietà benefiche. Nelle vicinanze si trova anche una grotta.


Nel territorio si contano numerose edicole e cappelle votive, tra cui la cappelletta della Madonna di Caravaggio; la cappella della contrada Casàrch, con la Madonna nera del Ceppo e un affresco dell'Annunciazione; l'edicola della Madòna di Sètt Dulùr sopra Gajum; l'edicola di San Bartolomeo tra il primo e il secondo alpe; presso il lago del Segrino, l'edicola del Caradùr indurmentaa, poi dedicata anche alla Vergine. L'ex oratorio maschile conserva l'affresco originario della cappella della Madonna di Caravaggio e un affresco giovanile di Silvio Consadori.
Tra i giardini e i parchi storici vincolati vi sono quelli di casa Piotti (decreto del 29 gennaio 1975), di villa Gavazzi Balossi Restelli (decreto del 30 aprile 1981) e di villa Meda (declaratoria del 25 gennaio 1977). Nel censimento regionale dell'archeologia industriale sono registrati il fabbricato viaggiatori e il magazzino merci della stazione capolinea della rete Ferrovie Nord Milano e villa Verza.

Villa Meda (XVII-XVIII secolo), nel centro storico sulla riva destra della Ravella, è un complesso con una corte principale porticata ad arcate su pilastri quadrangolari, decorati da lesene che sostengono un marcapiano. All'interno vi sono volte affrescate e soffitti lignei a cassettoni decorati da Luca Roscio di Vill'Albese nel 1701 o nel 1702. Da un cortile minore si accede al battistero a pianta circolare, con colonnato centrale in pietra e volta ottagonale lignea. Il parco conserva piante secolari, cippi in granito, balconate belvedere, portali e nicchie che imitano piccole grotte, secondo l'uso dei giardini signorili dell'epoca.
Tra il 1795 e il 1804 l'architetto Simone Cantoni di Muggio trasformò e ampliò in stile neoclassico la preesistente residenza dei conti Meda, disponendo i locali di rappresentanza attorno ai cortili e le parti abitate verso il giardino all'italiana, collegato alla sponda opposta della Ravella da un ampio ponte interno; i lavori furono completati dal fratello del conte, un monsignore. Nel Novecento la villa fu colonia estiva delle Stelline e durante la seconda guerra mondiale caserma delle SS italiane. Restaurata, ospita spazi privati, sale pubbliche, sedi di associazioni e la biblioteca civica.
Il teatro fu costruito dalla Società del Teatro Sociale di Canzo, fondata nell'aprile 1828 da famiglie benestanti canzesi e milanesi, su progetto dell'architetto Gaetano Besia, e fu inaugurato il 18 ottobre 1829 con la compagnia del Teatro dei Filodrammatici di Milano. Divenuto di proprietà comunale e usato per circa cinquant'anni come sala cinematografica, dopo la nevicata del 1985, che ne danneggiò il tetto, fu interamente restaurato e riaperto il 25 aprile 1990. Nell'antistante piazza Garibaldi si trova il monumento ai caduti.
Palazzo Tentorio fu acquistato nel 1706 dall'omonima famiglia canzese, arricchitasi con il commercio dei panni di lana avviato nel 1649 da Carlo Tentorio, che contribuì in modo significativo alla trasformazione settecentesca della chiesa prepositurale. Il 15 settembre 1828 il palazzo fu acquistato dai fratelli Giovanni Maria, Benedetto e Venanzio Gavazzi, impegnati nell'industria serica, e nel 1889 dal Comune, che vi insediò la scuola e in seguito, per oltre un secolo, gli uffici comunali. Nel 1999 iniziarono i lavori di restauro e di ampliamento, su un progetto scelto con un concorso di idee, che aggiunsero all'antico palazzo un edificio moderno a forma di torrione ispirato al broletto; dal 7 dicembre 2002 il palazzo ospita l'ufficio del sindaco, la sala della giunta e un'area espositiva.
La villa, detta Il Grimello dal nome della località, fu costruita tra il 1903 e il 1906 o il 1907 per l'industriale Magno Magni, nel parco acquistato dalla famiglia Gavazzi, dall'architetto torinese Pietro Fenoglio, già suo professore a Torino, in un fantasioso stile neomedievale. L'esterno è caratterizzato dalla pietra di Vicenza a vista, città in cui Magni lavorava e da cui fece venire le maestranze, e da ampie balconate e terrazze; all'interno ogni stanza è concepita in uno stile diverso, con le tavole allegoriche di Silvio Bicchi nella biblioteca e nei soffitti e le scene di caccia al cervo dipinte da Achille Beltrame nell'ingresso e nella sala da pranzo. Il giardino è percorso da viottoli e scaloni monumentali e ospita statue, un teatrino all'aperto e una torretta-oratorio. Appartenuta in seguito alla famiglia Rizzoli, la villa fu abbandonata tra gli anni cinquanta e ottanta; restaurata tra il 1994 e il 1998, è divenuta un centro per ricevimenti e congressi.
Villa Verza fu costruita tra il 1769 e il 1820. Carlo Verza, dopo aver acquistato all'asta beni del soppresso convento dei frati minori conventuali, stabilì in località Cranno, presso la Vallategna, il primo edificio della sua filanda, trasformando probabilmente un vecchio macero; il torrente Foce, di proprietà dei Verza, veniva in parte deviato verso gli stabilimenti e il giardino all'inglese attraverso due caselli di raccolta ancora visibili. Nel 1946 il pittore Salvatore Fiume adattò a studio parte dell'ala sud della vecchia filanda, che dal 1952 divenne anche la sua residenza. L'altra metà dell'edificio, conservata e restaurata dalla famiglia Conti-Valsecchi, che vi costruì una piccola turbina per continuare a sfruttare l'acqua motrice, è stata trasformata in abitazioni; è ancora visibile l'antica ciminiera in mattoni.
Tra gli altri edifici civili si segnalano villa Gavazzi, la cui parte più antica risale al XVIII secolo, villa Barni, dell'inizio del XIX secolo, e il portico pubblico realizzato nel 1819 accanto alla piazza della chiesa, a cinque arcate, che conserva gli anelli usati per la fiera del bestiame di santo Stefano (27 dicembre).
Nel centro storico restano le tracce dei luoghi del potere civile: il toponimo Castèll indica la sede della guarnigione spagnola, mentre il castello precedente sorgeva forse nell'area dell'attuale Turèta; il palazzo pretorio della Corte di Casale, con le carceri, si trovava nella località detta Pretòri e il consiglio degli anziani si riuniva nel portico detto Cuèrc, dietro l'omonima fontana.
Piazza Giovanni XXIII, detta Camp da Miro (toponimo non legato al santo), è la piazza del mercato e ospita la fiera ornitologica; vi si affacciano un parco pubblico e un centro sportivo. Nell'area dell'attuale piazzetta Turati, dove sorgeva anticamente il cimitero, si trovano il monumento a Filippo Turati e, dal 2007, un «angolo del lavoro» con una berta storica, un maglio a caduta libera usato per la fabbricazione delle forbici.

Il parco di villa Barni, giardino storico della villa dei conti Barni, tutelata come bene culturale, fu acquistato dal Comune nel secondo dopoguerra e adibito a parco pubblico. Conserva le caratteristiche del giardino padronale: una torretta belvedere, le tracce di due fontane, una serra ottocentesca usata per mostre e alberi secolari ed esotici, più di 300 esemplari di 43 specie, tra cui cinque ibridi di cedro. Il laghetto artificiale, usato dai Barni per la pesca, è stato trasformato in un'arena; al centro del parco sono stati aggiunti un palco coperto per eventi e un'area giochi.

Fin dall'epoca celtica la valle di Canzo fu legata al culto dell'acqua, di cui è ricca, e della pietra. Il nome del lago del Segrino deriverebbe da Fons Sacer («fonte sacra»); il culto delle acque si sarebbe poi trasformato nel culto romano di Marte, a cui sono stati collegati i toponimi Castèll Mart e Martesana, e successivamente nella devozione a san Michele, presso la fonte del lazzaretto. Al culto delle pietre si legano il Sass dal Primm Fiöö, a cui le donne si recavano per ottenere un buon parto, funzione poi assunta dalla scalinata e dall'edicola di Sant'Anna, e il grande masso detto Cèpp da l'Angua, ai piedi del monte Rai, dedicato in origine alla fata acquatica Anguana, presente anche nella Giubiana, e demonizzato nel Medioevo con il nome di Scalfìn dal Diaul («tallone del diavolo»). Il santuario di San Miro sorge in corrispondenza di una fonte sotterranea, sede di un luogo sacro celtico in cui sono state trovate delle coppelle. Un altro masso rilevante è il Sass da la préa, sulla cresta di Cranno.

I boschi, oggi più estesi per il rimboschimento delle aree un tempo destinate alla fienagione e al pascolo, sono composti in prevalenza da cedui di rovere, castagno, noce, frassino, faggio, betulla, tiglio, nocciolo e acero, con presenze di abete rosso, tasso, agrifoglio, bagolaro, bosso e pungitopo; in alcune zone montane sono state piantate pinete, estranee alla vegetazione locale. Molti dei prati e dei coltivi storici, identificati da numerosi toponimi, sono stati edificati. Si pratica la caccia da appostamento, quasi esclusivamente agli uccelli e in particolare ai turdidi.

Le fonti di Gajum sgorgano sul versante destro della Ravella, a 485 m, al bivio delle strade per gli alpeggi e per il santuario di San Miro. Il nome è l'italianizzazione del canzese Gaümm, «mallo», perché i malli di un grosso noce cadevano nella vasca. L'acqua è molto apprezzata e attira visitatori da tutta la Brianza e dal Milanese; secondo la tradizione contadina è la terza fonte più pregiata di Canzo. Dall'Ottocento le fonti sono un punto di sosta per gli escursionisti, come testimoniano i tavoli e i sedili in pietra ancora presenti; nel bosco sovrastante sorge una cappella dedicata all'Addolorata. Negli anni sessanta una società fondata da alcuni canzesi imbottigliò l'acqua, attività poi assorbita dalla Bognanco e in seguito cessata; parte dell'acqua alimenta oggi l'acquedotto comunale.
Molte altre sorgenti si trovano presso gli alpeggi, ciascuno dei quali fu costruito in corrispondenza di una o più fonti, nella valle di Pesora, presso l'eremo di San Miro e lungo i versanti della Val Ravella; per l'abbondanza d'acqua in paese sono numerose le fontanelle pubbliche.
Il lago, di origine glaciale, si trova in una stretta valle tra il Cornizzolo e Scioscia. Ha una forma allungata (1 800 m da nord a sud, con una larghezza massima di 200 m) e acque poco profonde, limpide e di colore verde intenso, alimentate da sorgenti sotterranee. Nell'Ottocento ispirò numerosi scrittori.

Gli alp sono frazioni montane un tempo abitate tutto l'anno, che potevano ospitare fino a cento contadini ciascuna, con numerosi capi di bestiame. L'agricoltura di montagna richiedeva prati, campi e boschi puliti, per evitare il rimboschimento e garantire l'esposizione al sole necessaria a contrastare il clima rigido. Gli alpeggi sono costituiti da un unico blocco abitativo attorno alla corte (curt), a cui si aggiungono talvolta piccoli edifici come i casèj e le ghiacciaie per la conservazione degli alimenti. I principali si trovano lungo la strada acciottolata che dalle fonti di Gajum sale verso la Colma, sul versante destro della Val Ravella:
Alpeggi minori, da tempo abbandonati e in rovina, sono l'Alpètt e l'Alp a vòlt, a mezzacosta del Cornizzolo.

I Corni di Canzo (Còrni, Curunghèj o Colonghej) sono tre cime rocciose, due delle quali più visibili (Curunghelùn e Curunghelìn), a forma di corna; la più alta raggiunge 1 371 m. Meta frequentata dagli escursionisti, sono serviti dal rifugio SEV; alle loro pendici si trovano i tre alpeggi maggiori.
Il monte Cornizzolo (Curnisciöö), alto 1 241 m, è sormontato da una croce in ferro battuto opera dei fabbri di Canzo; a circa 1100 m si trovano il rifugio Marisa Consiglieri e la cappella degli Alpini. Sui suoi versanti sorgono diversi alpeggi. È frequentato da ciclisti e da praticanti di deltaplano e parapendio.
Il territorio è attraversato da una rete di sentieri di varia difficoltà, segnalati dal CAI, che dalle fonti di Gajum conducono agli alpeggi, al santuario di San Miro, ai Corni di Canzo, alla Colma di Pianezzo e al Cornizzolo, oltre che al Sasso Malascarpa e ai Campi Solcati, rocce calcaree incise dall'azione della pioggia. Lungo la Val Ravella si sviluppano il sentiero geologico Giorgio Achermann e, dal 2008, il sentiero «Spirito del bosco», un percorso didattico con sculture in legno realizzate con materiale del posto, che va dal centro di educazione ambientale dell'ERSAF al Terzo Alpe. Sul Corno occidentale sale la via ferrata «Venticinquennale», realizzata nel 1972 dal CAI di Canzo e rinnovata nel 2008. Sopra l'eremo di San Miro si trova la falesia di Gajum, nota tra gli arrampicatori per l'alto numero di vie di massima difficoltà, fino all'8c+.
Abitanti censiti

Prima dei censimenti nazionali la popolazione passò da 1 050 abitanti nel 1751 a 1 387 nel 1771 e a 1 566 nel 1790. Nel 1805 gli abitanti erano 1 465, saliti a 2 676 nel 1809 con l'aggregazione di Castelmarte, Proserpio e, temporaneamente, Caslino e Scarenna. Dopo la Restaurazione Canzo contava 1 786 abitanti nel 1853, 1 820 nel 1855, 2 108 nel 1857 e 2 083 nel 1862.
Il calo demografico a cavallo tra Ottocento e Novecento è attribuibile all'emigrazione: le statistiche del periodo registrano 24 emigrati nel 1904 e 43 nel 1905. La crescita a partire dagli anni cinquanta, che in mezzo secolo ha quasi raddoppiato la popolazione, si deve all'elevata natalità, alla netta riduzione della mortalità infantile, all'aumento della speranza di vita e all'immigrazione: negli anni cinquanta e sessanta, con il boom economico, soprattutto dal Mezzogiorno; in seguito, con lo sviluppo edilizio, dalla Brianza, dal Milanese e dalla Valassina; dagli anni novanta anche dall'estero.
Al 1º gennaio 2025 gli stranieri residenti nel comune erano 427, pari al 8,27% della popolazione. Di seguito sono riportati i gruppi più consistenti:
Il dialetto canzese è una varietà occidentale della lingua lombarda, affine agli altri dialetti della Brianza, al milanese e al comasco.
Rispetto al milanese, al posto della nasalizzazione vocalica presenta la nasale velare (per esempio [kăŋ] anziché [kã] per «cane»); non ammette consonanti doppie all'interno di parola, con l'eccezione della zeta sorda intervocalica; non conosce il suono intermedio z~s, conservando la z originaria; ha consonanti finali sempre sorde (per esempio giaalt anziché giald) e una v di suono molto debole. Presenta inoltre, raramente, suoni intermedi a~è, a~o, i~ü, é~i, ó~u; nelle sillabe chiuse da l la a diventa spesso ò, che in posizione atona si riduce a u; sono notevoli i fenomeni di assimilazione tra parole contigue. Rispetto agli altri dialetti brianzoli ha una maggiore varietà di registri; il lessico, in parte comune e in parte originale, conserva più del milanese moderno le forme arcaiche ed è meno influenzato dall'italiano.
Nell'Atlante linguistico ed etnografico dell'Italia e della Svizzera meridionale (AIS) delle università di Berna e di Zurigo (1928-1940), in cui è il punto 243, e nel Vivaio acustico delle lingue e dei dialetti d'Italia (VIVALDI) dell'Università Humboldt di Berlino (1998-2018), Canzo è stato scelto come unico punto di rilevamento linguistico di un'area molto vasta, comprendente non solo la Brianza ma anche le province di Como e di Milano, a eccezione dell'area bustocca-legnanese. La varietà canzese conserva infatti tratti arcaici altrove scomparsi in un'area storicamente molto innovativa, e costituisce per questo un riferimento per lo studio degli elementi più antichi del lombardo occidentale.
L'identità della comunità di Canzo è stata plasmata in modo determinante dalla tradizione cattolica ambrosiana. Secondo la tradizione, nel V secolo Canzo diede i natali al vescovo di Como Amanzio. La figura dell'eremita e pellegrino san Miro, vissuto nel XIV secolo, ha lasciato una forte eredità spirituale, legata ai luoghi del suo culto, e suscita interesse anche al di fuori dell'ambito cattolico.

Nella storia del paese si sono succedute diverse forme di vita religiosa maschile e femminile: l'eremitismo presso il santuario di San Miro, il francescanesimo conventuale e poi i monaci ambrosiani presso la chiesa di San Francesco, le suore di Maria Bambina, all'origine dell'asilo e dell'oratorio femminile, e le suore Serve di Gesù Cristo.
La parrocchia ricevette il titolo prepositurale il 21 aprile 1899 da papa Leone XIII, con il privilegio per il parroco di ricevere il titolo di monsignore dopo cinque anni di permanenza; nel 1906 il cardinale Andrea Carlo Ferrari istituì il vicariato foraneo di Canzo (1906-1971), comprendente le parrocchie di Caslino d'Erba, Castelmarte, Corneno, Galliano, Longone e Proserpio, che confermava lo status di pieve esistente di fatto sin dalla costituzione della Corte di Casale. Canzo fa oggi parte, con Asso e la Valassina, di un decanato della zona pastorale III (Lecco) dell'arcidiocesi di Milano, di cui è la comunità più popolosa.
Alcuni parroci si distinsero nell'assistenza alla popolazione in tempi difficili, come don Giacomo Minetti, ricordato da Ignazio Cantù come «benefattore dell'umanità» per la sua opera durante l'epidemia di colera del 1836, o don Alessandro Pozzoli, menzionato sulla lapide dei partigiani fucilati poco prima della Liberazione.
Gli abitanti di Canzo sono soprannominati dalla tradizione popolare matèj, «mattacchioni», per la loro allegria. Il loro carattere affettuoso e gioviale fu notato già alla fine del Settecento dal futuro ministro francese Jean-Marie Roland, che descrisse la calorosa accoglienza riservata dalla comunità ai compaesani di ritorno dall'estero, paragonandone l'ospitalità a quella della Grecia antica.
I saperi tradizionali sono stati oggetto di numerose indagini etnologiche, in particolare sui mestieri, come l'arte norcina e la produzione di salumi, l'arte carbonaia, la lavorazione del ferro, la produzione di forbici e l'allevamento dei bachi da seta, e sulla secolare esperienza contadina nella valutazione delle acque delle numerose sorgenti, dei terreni e delle condizioni stagionali e meteorologiche. Anche i numerosi toponimi, molti dei quali di origine antichissima, sono stati raccolti e studiati.
La Giubiana da Canz, celebrata l'ultimo giovedì di gennaio, è l'usanza più caratteristica del paese, vissuta come un momento di coesione della comunità a cui partecipano tutte le generazioni; vi si sovrappongono elementi celtici precristiani ed elementi cristiani medievali. Oltre al falò, diffuso anche altrove in Brianza, la tradizione orale canzese ha conservato un dramma allegorico e un processo in dialetto, che si svolgono processionalmente nel centro storico durante la serata, tra addobbi, musiche e abiti tradizionali.
Vi compaiono numerosi personaggi simbolici legati ai luoghi del paese, che rappresentano valori morali o elementi della realtà: la fata acquatica Anguana, legata alla dimensione contemplativa della vita; l'Òmm Selvadech (uomo selvatico); l'Urzu (orso), simbolo della forza istintiva che deve essere domata, e il Casciadùr (cacciatore), che lo doma e lo fa ballare; i bun e i gramm, bambini vestiti e truccati rispettivamente di bianco e di nero, che suonano campanelli e percuotono pentole; e molti altri. Nel processo in dialetto i Regiuu, gli anziani autorevoli del paese, dopo aver ascoltato testimoni a favore e contro condannano la vecchia Giubiana, che impersona i mali dell'inverno e dell'anno trascorso:
Al falò segue il consumo in comune di risotto con la lugànega e di vin brulé.

Fino agli anni settanta, in marzo, si svolgeva la narcisada, la raccolta dei narcisi, abbondanti nella valle di Pesora, soprattutto da parte dei bambini. Altre feste tradizionali sono il Cargà i alp (attorno al 1º maggio), che ricorda simbolicamente la transumanza agli alpeggi; il Macc, antica festa primaverile della maggiore età, che prevede il taglio di un abete; la Festa di Òman («festa degli uomini», attorno al 1º agosto), tipica della cultura degli alpée.
Nel periodo natalizio i suonatori girovaghi di pive, baghèt e pifferi sono accompagnati dalla distribuzione del cafè dal pügnatìn, un caffè speziato, e dei ceppi di Natale, e alcune associazioni organizzano convivi con trippa in minestrone (büsechìn da la vigilia). Nella messa di Natale in aurora (Mèssa Prima) il Vangelo è letto in dialetto. Il 26 dicembre, festa patronale di santo Stefano, all'inizio della messa viene dato fuoco a un pallone di bambagia appeso al soffitto della chiesa, secondo una tradizione documentata dal Beroldus nel XII secolo.
Le musiche e le danze tradizionali sono interpretate dal gruppo folcloristico Fitt-fucc, fondato nel 1930, composto inizialmente da soli uomini suonatori di firlinfeu (variante brianzola del flauto di Pan) e dagli anni sessanta anche da ragazze, come voci e interpreti di danze popolari dell'area, tra cui il caratteristico saltarèll. L'elemento più caratteristico del costume femminile è la raggiera, con spadinn (spadine traforate) per le donne sposate, soli cügiaritt (spilloni a paletta) per le fidanzate e due pomi ovali per le ragazze non ancora impegnate; i colori dell'abito tradizionale sono il bianco, il marrone e il rosso. Un costume proprio, con un panciotto rigorosamente nero indossato soprattutto quando la domenica scendevano in paese a vendere il burro, distingueva gli alpée, gli abitanti degli alpeggi, appartenenti per lo più a un unico clan, che parlavano anche una variante dialettale propria e la cui origine è stata fatta risalire a un insediamento di popolazioni alemanne.
La vita comunale è caratterizzata da un forte associazionismo: il Comune segnala 29 associazioni principali, parrocchiali, musicali, corali, bandistiche, folcloristiche, teatrali, d'arma, mutualistiche, naturalistiche, sportive, escursionistiche, di caccia e di pesca, che coordina attraverso un organo consultivo, la Tavola rotonda delle associazioni. Le più antiche sono la Società operaia di mutuo soccorso, della metà dell'Ottocento, il Gruppo alpini Canzo dell'Associazione Nazionale Alpini, fondato nel 1924 e rifondato nel 1953, e l'Associazione cacciatori, del 1935 circa. Secondo una classifica del Sole 24 Ore del 2014, Canzo è il borgo montano italiano con la più alta partecipazione alla vita civica.
In paese hanno sede tre residenze per anziani, tra cui la residenza sanitaria assistenziale Villa Don Pozzoli.
Nella classifica dei «borghi felici» stilata nel 2014 dal Sole 24 Ore per i comuni con più di 5 000 abitanti, Canzo risultò al 7º posto per le attività personali, al 12º per la partecipazione alla vita politica e al 13º per la sicurezza, e fu l'unico comune della provincia di Como, insieme ad Appiano Gentile, a figurare tra i primi cento nella classifica generale; con Iseo e Colico risultò inoltre tra i tre borghi della montagna lombarda con la migliore qualità della vita. La classifica considerava le condizioni materiali di vita, l'istruzione e la cultura, la partecipazione alla vita politica, i rapporti sociali, la sicurezza, la cura dell'ambiente, le attività personali e la salute.
La biblioteca civica, attiva dalla fine dell'Ottocento, ha sede in un'ala di villa Meda. Dal 2011 l'Archivio fotografico Canzo raccoglie e conserva la memoria storico-fotografica del paese.
A Canzo hanno sede una scuola dell'infanzia, una scuola primaria e una scuola secondaria di primo grado.
Il territorio di Canzo fa parte dell'Ecomuseo del distretto dei monti e dei laghi briantei, avviato nel 2002 e riconosciuto dalla Regione Lombardia con deliberazione della giunta regionale n. 354 del 4 luglio 2013. Ne sono parte, come siti museali all'aperto, la Val Ravella con il sentiero geologico Giorgio Achermann, la riserva del Sasso Malascarpa e il Cornizzolo, mentre del patrimonio immateriale fanno parte i nocciolini e il Vespetrò e la Giubiana. Villa Meda ospita una mostra permanente di pittura, grafica e scultura e un'esposizione di reperti etnografici extraeuropei, tra cui oggetti delle culture Asurini e Kayapó; al Primo Alpe ha sede il Museo didattico riserva Sasso Malascarpa, con campioni della fauna, della flora, della geologia e della paleontologia della riserva.
Il Teatro Sociale ospita una stagione di prosa e di musica, avviata dall'amministrazione comunale nel 1991-1992 con il Teatro dei Filodrammatici di Milano; vi si esibiscono regolarmente anche l'orchestra dei Pomeriggi Musicali di Milano e l'Autunno Musicale di Como, oltre a compagnie di teatro dialettale, tra cui la Filodrammatica canzese.
Hanno sede a Canzo il Coro Alpini di Canzo e i Segrino Singers. Dal Centro musicale Canzo, che organizza corsi di vari strumenti, è nata la J&B Wind Band, gruppo bandistico giovanile di jazz fondato in collaborazione con Paolo Tomelleri; altre formazioni sono il coro-orchestra «Maestro Carlo e Maria Colombo» e la corale parrocchiale.

Tra le manifestazioni periodiche vi sono la fiera ornitologica (Fera di üsei), promossa dall'Associazione cacciatori e modello di altre fiere dello stesso genere, che occupa piazza Giovanni XXIII e le vie circostanti; la Biofera; la fiera di santo Stefano, con giostre e circo, nel periodo natalizio; mostre di fotografia, di arti figurative e di mestieri e, d'estate, festival letterari, musicali, artistici e cinematografici. Ogni anno viene assegnato il «Premio san Miro» a un cittadino meritevole; il primo a riceverlo fu Angelo Paredi.
Le montagne fanno da corona al paese; ai quattro punti cardinali corrispondono quattro acque e quattro venti: la sorgente del torrente Ravella e l'Ariasc di Alp a est, il lago del Segrino e la Bréva dal Segrin a sud, il fiume Lambro e la Bréva da Caslin a ovest, la cascata della Vallategna e il Véent dal San Prim a nord.
Il paese si sviluppò dapprima lungo il versante destro del torrente Ravella, più elevato del sinistro e quindi meno esposto alle piene, preservando a uso agricolo i terreni pianeggianti. L'aumento della popolazione portò in seguito a estendere le zone abitate a scapito dei terreni agricoli. Dall'Ottocento furono costruite eleganti ville per la villeggiatura, spesso con ampi giardini e parchi, e dalla metà del Novecento sono sorti nuovi quartieri residenziali, che hanno modificato profondamente l'urbanistica del paese con un forte sviluppo edilizio verso la piana alluvionale della Ravella e la sua confluenza con il Lambro.
Il centro storico è composto da ampi cortili, detti cuurt, e da contrade, vie e vicoli un tempo acciottolati, oggi spesso pavimentati in porfido. Sulle facciate degli edifici del centro, come su quelle di molte ville, sono frequenti fasce decorative nella parte alta e tinteggiature in ocra gialla.
Il centro storico si divide in quattro aree:
Altre località, oggi abitate ma un tempo prive o quasi di abitazioni, erano già indicate da toponimi e costituivano, insieme alle aree del centro storico, i cantùn, punti di riferimento nella suddivisione del territorio:
La lunga tradizione siderurgica di Canzo, legata alle miniere di ferro sfruttate già nel Quattrocento, si è orientata nel Novecento verso la produzione di forbici, accanto ad altre forme di artigianato. Già negli anni trenta un quarto delle località produttrici di forbici in Italia si trovava nel distretto di Canzo.
Meta della villeggiatura milanese già dalla fine del Settecento, con un periodo di particolare sviluppo negli anni sessanta e settanta del Novecento, Canzo ha una vocazione turistica legata sia alla presenza stagionale nelle seconde case sia alle escursioni giornaliere, favorite dal collegamento ferroviario con Milano. I contatori dell'ente forestale registrano in media circa 200 000 visitatori l'anno sui sentieri principali.[senza fonte]

Le strade principali sono la strada provinciale 41 della Valassina, verso nord, e la provinciale 40 Arosio-Canzo, verso la Brianza meridionale attraverso Erba.
Canzo è il capolinea della ferrovia Milano-Asso, di proprietà regionale e gestita dal Gruppo FNM. Nel territorio comunale sorgono le stazioni di Canzo e di Canzo-Asso, quest'ultima a servizio anche di Asso; entrambe entrarono in funzione all'inaugurazione della tratta, il 15 giugno 1922.
Il trasporto pubblico comprende linee di autobus dirette per Como, Erba e Bellagio.
| Periodo | Primo cittadino | Partito | Carica | Note | |
|---|---|---|---|---|---|
| 23 aprile 1995 | 13 giugno 1999 | Alessandro Pontiggia | lista civica di centro-sinistra | Sindaco | |
| 13 giugno 1999 | 13 giugno 2004 | Alessandro Pontiggia | lista civica di centro-sinistra | Sindaco | |
| 13 giugno 2004 | 7 giugno 2009 | Silvia Tresoldi | lista civica di centro-sinistra | Sindaco | |
| 7 giugno 2009 | 25 maggio 2014 | Fabrizio Turba | Il Popolo della Libertà e Lega Nord | Sindaco | |
| 25 maggio 2014 | 21 giugno 2018 | Fabrizio Turba | Lega Nord e civiche | Sindaco | |
| 21 giugno 2018 | 26 maggio 2019 | Giulio Nava | Lega Nord e civiche | vicesindaco reggente | |
| 26 maggio 2019 | 9 giugno 2024 | Giulio Nava | lista civica Giulio Nava sindaco | Sindaco | |
| 9 giugno 2024 | in carica | Giulio Nava | lista civica Giulio Nava sindaco | Sindaco | |
Canzo è sede della Comunità montana del Triangolo lariano, di cui fa parte.
Il Moto Club Canzo, attivo dagli anni cinquanta e rifondato nel 1975, è una delle principali società italiane di trial ed è stato campione del mondo nel 1992; nel 1981 contava già 22 piloti professionisti. Nel 1984 propose la formula del Trial delle Nazioni, la principale competizione mondiale a squadre della disciplina, che si disputò per la prima volta nel 1985 sui monti del Triangolo lariano con l'organizzazione del club canzese; nel 1988 Canzo ospitò anche una prova del campionato mondiale. Dal 1995 il club organizza l'Old Trial Cup, che richiama piloti da tutta Europa; tra i suoi piloti vi sono stati Tommi Ahvala, Xavier Miquel, Donato Miglio, Sergio Canobbio e Fulvio Adamoli.
Dal 1962 al 1972 Canzo fu la sede del centro nazionale di sci nautico della FISN e vi si disputarono i campionati europei dal 1969 al 1971, finché una petizione promossa dalle istituzioni e dalle associazioni canzesi ottenne il trasferimento delle attività, che minacciavano l'habitat ittico del lago del Segrino.
La squadra di calcio U.S. Canzese nel 2005 fu promossa in Serie C, ma non poté iscriversi al campionato perché le tribune dello stadio erano troppo piccole e la lega non accettò il trasferimento delle partite allo stadio di Como.
In località Nuèll si trovano il centro sportivo «Sporting», con campi da tennis e da bocce e una palestra, e lo stadio di San Miro, con un campo da calcio in erba e uno in erba sintetica, entrambi con tribune, e piste di atletica. Altri impianti sono il centro sportivo di piazza Giovanni XXIII, con campi da tennis, calcetto, pallavolo e pallacanestro e un palazzetto, e la pista di atletica del Parisone. Il territorio è percorso da numerosi itinerari ciclistici su strada e per mountain bike.
| Controllo di autorità | VIAF (EN) 156263727 · LCCN (EN) no99088110 · J9U (EN, HE) 987007467611705171 |
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