| Perugia | |
|---|---|
| Nome originale | Perusia (in latino) |
| Cronologia | |
| Fondazione | X secolo a.C. |
| Territorio e popolazione | |
| Nome abitanti | Perusini (in latino) |
| Lingua | Etrusco, poi latino |
| Localizzazione | |
| Stato attuale | |
| Località | Perugia |
| Coordinate | 43°06′43.92″N 12°23′19.68″E |
| Altitudine | 493 m s.l.m. |
| Cartografia | |
Perugia fu la città etrusca e poi romana che sorgeva sul colle occupato dalla città moderna, nell'Etruria settentrionale interna, sulla destra del Tevere. Il suo nome è tramandato dalle fonti antiche soltanto nella forma latina Perusia, con l'etnico Perusinus, e nelle corrispondenti forme greche: il nome etrusco non è attestato da alcun documento, benché la forma latina ne adatti con ogni probabilità uno preromano. Collocata al margine del mondo etrusco e a contatto con quello umbro, è annoverata dalle fonti antiche fra i capita Etruriae e fra le città della dodecapoli etrusca.
L'abitato è documentato dagli ultimi decenni del X secolo a.C.; la sua struttura urbana è riconoscibile a partire dalla seconda metà del VI secolo a.C. Entrata nell'orbita romana fra la fine del IV e il III secolo a.C., ottenne la cittadinanza romana nel 90 a.C. e divenne municipium; con la ripartizione augustea dell'Italia fu compresa nella Regio VII Etruria. Nel 40 a.C., al termine dell'assedio noto come bellum Perusinum, fu presa da Ottaviano e devastata da un incendio; fu poi ricostituita con il titolo di Augusta Perusia. La continuità di occupazione del colle fino a oggi ha lasciato in vista soprattutto la cinta muraria con le sue porte, mentre la documentazione archeologica proviene in gran parte dalle necropoli e da scavi urbani puntuali.
Il nome etrusco della città non è attestato in modo diretto da alcun documento antico, come già osservava Luisa Banti nella voce della Real-Encyclopädie del 1937: le fonti tramandano soltanto la forma latina Perusia, con l'etnico Perusinus, e le corrispondenti forme greche. Accanto a Perusia è documentata una variante di genere neutro, Perusium, che compare nella Tabula Peutingeriana come Pirusio e ricorre poi di frequente nei documenti comunali del XII secolo.
Sulla forma preromana la ricerca ha seguito due percorsi: il primo isolava nel nome latino un suffisso -sio-/-siā-, accostando Perusia a toponimi come Venusia, Brundisium e Asisium; il secondo, che Paolo Poccetti giudica preferibile, muove dall'onomastica, poiché già Carl Pauli aveva collegato il nome ai personali etruschi Peris e Perisnei, e Wilhelm Schulze ne aveva messo in luce il parallelismo morfologico con la serie Arisna, Aruśna, Arisius, Arusius. Il punto d'appoggio principale è la stele arcaica di Vetulonia di Avile Feluske, dove il secondo elemento della designazione del dedicante, letto Fersnacs da Emil Vetter e riletto come matronimico Fersnalaś da Helmut Rix e Fersnalnaś da Adriano Maggiani, isola comunque una base Fers-na; su di essa, come ha osservato Francesco Roncalli, il nome della città può essere recuperato attraverso il matronimico, allineandosi alla tipologia dei gentilizi etruschi divenuti nomi di città come per Caere, Tarquinia e Volsinii. Al medesimo gentilizio corrisponde in latino Persius. Un riscontro sul versante umbro viene dalle Tavole eugubine, dove Peraznanie designa una circoscrizione della lega iguvina: Giacomo Devoto lo collegò alla stessa serie onomastica, e l'analisi in Peras-na- più il suffisso italico -āno- indica che la forma etrusca passò in umbro conservando la marca morfologica di partenza.
Stefano di Bisanzio registra due lemmi distinti riferibili alla stessa città, Perousía e Perraísion, quest'ultimo accompagnato dalla notizia che si tratta di una delle dodici città principali dei Tirreni: Poccetti vi riconosce il residuo di un tentativo di latinizzazione antico e alternativo, ricostruibile come *Perresium, che non ebbe seguito. Non è invece accolta la vecchia attribuzione a Perugia delle monete bronzee etrusche con leggenda Peiθesa, fondata su una lettura Peiresa ormai abbandonata.
Le fonti letterarie su Perusia sono relativamente numerose ma quasi tutte tarde, e riguardano soprattutto la posizione della città, i fatti militari e il bellum Perusinum.
Sulle origini convergono in Servio due tradizioni: l'una fa risalire la città all'etrusco Auleste, fratello o padre di quell'Ocno cui si attribuiva la fondazione di Mantova e di Felsina; l'altra riferisce di uno stanziamento a Perugia dei Sarsinati, cioè di genti umbre gravitanti sulla valle del Savio. Una duplice tradizione dello stesso tipo, ora umbra ora etrusca, si registra anche per Todi e per Cortona, e riflette la compenetrazione fra i due ambienti lungo la media valle del Tevere. Giustino riporta una terza versione, che assegna alla città una fondazione achea: Giovannangelo Camporeale la considera un'elaborazione dotta, inserita in un passo che attribuisce origini remote e troiane a molte città etrusche e italiche, e osserva che le tradizioni sulle origini sono comunque tarde e forse formate in loco per magnificare il passato della città.
Il rango della città è affermato da Livio, che la annovera fra i capita Etruriae populorum insieme a Cortona e ad Arezzo, e da Stefano di Bisanzio, che la colloca fra le dodici città principali dei Tirreni. Plinio il Vecchio la elenca fra le città dell'Etruria e la colloca nell'interno della regione.

Che a Perugia si trovassero di continuo antichità, e soprattutto urne cinerarie ellenistiche, dipende dal fatto che a partire dal medioevo la città in crescita ha eroso via via le aree sepolcrali che le stavano attorno. Nel XVI secolo la Porta Marzia fu salvata da Antonio da Sangallo il Giovane, che la reimpiegò nel muro della Rocca Paolina mentre la costruiva per conto di Paolo III; durante quel soggiorno lo stesso architetto ricopiò due testi etruschi. Attorno al 1566 fu scoperta la statua bronzea dell'Arringatore, subito acquisita alla collezione medicea; sul luogo del rinvenimento le proposte sono due, Pila per Mauro Cristofani e Sanguineto, nelle vicinanze di Tuoro sul Trasimeno, per Giovanni Colonna.
Nel 1734 Anton Francesco Gori, di passaggio in Etruria, si fece mostrare il sepolcro di San Manno e le raccolte di alcune famiglie patrizie; nel 1790 il Comune acquisiva la raccolta Friggeri, da cui nacque il museo archeologico cittadino. Gli scavi si moltiplicarono fra Settecento e Ottocento: a quella stagione risalgono la scoperta dell'ipogeo dei Volumni, quella della tomba principesca di Castel San Mariano e il rinvenimento del cippo iscritto. Nell'Ottocento vi lavorarono Giovanni Battista Vermiglioli, Ariodante Fabretti e Giancarlo Conestabile, che fecero di Perugia una sede riconosciuta dell'etruscologia e ai quali si deve se molti reperti non andarono dispersi. Sul versante protostorico la figura di riferimento è Giuseppe Bellucci, che nel 1871 presentò al V Congresso Internazionale di Archeologia Preistorica di Bologna oltre duemila oggetti della propria collezione, poi donata e divenuta il nucleo centrale del museo perugino; accanto a lui operarono Giovanni Battista Rossi Scotti e Mariano Guardabassi.
L'attività esplorativa divenne più sistematica dopo l'istituzione, nel 1964, della soprintendenza archeologica per l'Umbria. Le indagini urbane più estese sono quelle condotte fra il 2003 e il 2009 nell'area della cattedrale di San Lorenzo, dirette da Luana Cenciaioli con Simone Sisani sul campo, edite nel 2014. Un repertorio ragionato delle fonti e della bibliografia fino al 1994 è offerto dal fascicolo della Bibliografia topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle Isole Tirreniche curato da Angelo Mario Buongiovanni e Luigi Sensi.
La città antica occupava lo stesso colle, alto 493 metri e formato da terreno sedimentario di origine alluvionale, su cui sorge quella moderna, con una superficie però minore. Poiché il sito non è mai stato abbandonato, ciò che resta è poco ma significativo: alcuni tratti della cinta con le sue porte, un'area sacra là dove oggi sorge la cattedrale, opere per l'acqua e un piccolo numero di terrecotte architettoniche riferibili a edifici pubblici fra età arcaica ed età ellenistica. Simonetta Stopponi ha proposto di riconoscervi un impianto regolare, con assi ortogonali fra loro, e di individuare il cardine nel tracciato che da Corso Vannucci scende verso piazza IV Novembre.

La cinta in blocchi di travertino è rimasta in gran parte in vista dall'antichità a oggi. I saggi eseguiti nel 2008 e nel 2011 su due suoi tratti hanno fornito i primi dati stratigrafici sulla cronologia. Nel tratto di via Bartolo, adiacente al torrione sinistro dell'Arco Etrusco, la cortina risulta spessa oltre sei metri ed è costruita a secco con grossi conci rozzamente squadrati; il paramento interno, poco curato anche fuori terra, lascia intendere che alle spalle del muro si addossasse un aggere di terra, del quale è stato individuato il residuo. Un frammento di kylix a vernice nera del gruppo Malacena, rinvenuto nel cavo di fondazione, fissa attorno alla metà del III secolo a.C. il terminus circa quem per questo tratto, solidale con l'Arco Etrusco; la formazione dell'aggere fra la seconda metà del III e gli inizi del II secolo a.C. presuppone una cortina già completata. Francesco Roncalli aveva già proposto una datazione entro il III secolo a.C.
Nel tratto di via della Cupa la cortina è spessa circa due metri e mezzo e il suo piede si imposta a dodici metri circa sotto il piano stradale attuale; i saggi hanno mostrato che la cosiddetta postierla della Cupa non era un ingresso secondario, ma il punto in cui usciva un condotto di drenaggio di grandi dimensioni.
Alle porte principali, l'Arco Etrusco (o Porta di Augusto), la Porta Marzia e la Porta Eburnea, è incisa la titolatura ufficiale della città, che vi si presenta stratificata in due tempi: Augusta Perusia rimanda alla ricostituzione augustea, mentre Colonia Vibia fu aggiunto a metà del III secolo d.C. Servivano all'approvvigionamento idrico il cosiddetto Pozzo Sorbello, la grande struttura in conci di travertino la cui bocca si apre su piazza Piccinino, e la cisterna di via Caporali, costruita con la medesima tecnica.
In corrispondenza dell'abside della cattedrale di San Lorenzo gli scavi hanno riconosciuto una fondazione muraria a grossi ciottoli di arenaria, orientata nord-sud, sul fondo del cui cavo erano stati collocati di proposito almeno quattordici vasi in impasto buccheroide, che si confrontano con produzioni di Chiusi della prima metà del VII secolo a.C.: quattro coppe, due kantharoi e otto attingitoi Il nucleo è interpretato come deposito di fondazione e la struttura, per orientamento e per la qualità del deposito, come un edificio di natura cultuale: è a oggi la più antica struttura identificata nell'area urbana di Perugia.
Nei decenni iniziali del II secolo a.C. il settore fu riorganizzato con la costruzione di una imponente terrazza affacciata sull'area dell'odierna piazza IV Novembre, che sui lati settentrionale e occidentale poggia su muri di sostruzione in opera quadrata di travertino, messa in opera senza legante. Il lato settentrionale, conservato per quasi quaranta metri di lunghezza e per oltre quaranta filari, raggiunge i quindici metri di altezza; i filari arretrano progressivamente verso l'alto, così che il muro oppone al terrapieno un profilo inclinato. Nell'angolo interno di nord-ovest un pozzo rivestito di travertino ne raccoglieva le acque. Molti blocchi recano marchi di cava costituiti da lettere dell'alfabeto etrusco, con netta prevalenza del digramma ca, che non compare sugli altri monumenti etruschi della città e dovette servire a identificare in cava le partite destinate a questo cantiere.
L'interro della terrazza ha restituito, oltre alla ceramica che ne data la costruzione, una ingente quantità di bucchero nero e grigio, indizio di una frequentazione intensa già dal VI-V secolo a.C., e frammenti di decorazione architettonica fittile fra il V e il III secolo a.C., pertinenti a edifici templari che sorgevano nell'area prima del nuovo assetto; vi sono stati recuperati anche venti frammenti ceramici iscritti, in massima parte su bucchero e graffiti dopo la cottura, coerenti con la destinazione santuariale del luogo.
Ai piedi della terrazza gli scavi hanno messo in luce una strada basolata larga 3,80 metri, rettilinea, con orientamento coerente con quello dell'attuale via Baldeschi e con evidenti solchi di carro; sotto il basolato è emerso un lastricato in calcare, forse una pavimentazione anteriore di età etrusca. Il muro di sostruzione non era fiancheggiato dalla strada ma da un antemurale, interpretato come la spalla di una rampa che permetteva di salire a piedi dal quartiere basso fino al piano della terrazza.
Fra il muro occidentale della terrazza e la strada, a partire dai decenni iniziali del I secolo a.C., si insediò una grande domus con atrio rettangolare provvisto di impluvio, misurante 3,70 per 3,40 metri e collegato a un pozzo cisterna. Almeno quattro ambienti avevano pavimenti in cementizio a base fittile con inserti lapidei e pareti decorate in secondo stile, elementi che datano l'edificio alla prima metà del I secolo a.C. Tutti gli ambienti risultavano colmati da uno spesso strato di concotto: l'abbandono seguì dunque a un incendio, messo in relazione con i fatti del 40 a.C. L'area fu rioccupata solo dai decenni iniziali del I secolo d.C. e a quota più alta.

Nell'area occupata oggi dalla chiesa di Sant'Elisabetta, al di fuori della cosiddetta Porta di Augusto, venne alla luce un vasto complesso termale, cui appartiene il pavimento musivo con Orfeo fra gli animali; il luogo rimase in uso a lungo. Allo stesso complesso si riferisce un frammento epigrafico degli anni centrali del I secolo a.C., in cui sono menzionate fontane (lacus) e il platanona, cioè i filari di platani piantati lungo i portici esterni delle palestre. Nel corpus latino cittadino, che pure è ampio, non si conosce nessun altro documento pubblico sicuramente repubblicano.
L'anfiteatro è stato riconosciuto nell'area del Palazzo della Penna ai Tre Archi. Le iscrizioni ricordano inoltre il comitium, il foro, l'acquedotto, una schola Laeliana, il calcidico e una via Thorrena. Un'iscrizione monumentale frammentaria, che documenta un intervento augusteo restaurato in età claudia, proviene dal margine orientale di piazza IV Novembre; Simone Sisani ne accosta il supporto e l'impaginazione all'iscrizione del teatro di Interamna Nahars (Terni) e osserva che la conformazione semicircolare degli edifici di piazza Piccinino sembra conservare l'impronta di una cavea teatrale addossata alle pendici del colle.
La chiesa di San Michele Arcangelo, edificio a pianta centrale che riutilizza abbondante materiale di spoglio, è oggi riferita all'età altomedievale.

A Perugia le testimonianze villanoviane note sono quelle di Monteluce, dei giardini del Pincetto e degli scavi condotti sotto la cattedrale, cui si aggiungono, e sono le più consistenti, quelle di via del Verzaro e di viale Pellini con Piaggia Colombata. Questi ultimi hanno restituito intonaco di capanne, rocchetti, frammenti di un piano di cottura di fornace e scarti, quindi materiali riferibili ad abitato; la sintassi decorativa dei vasi biconici e delle ciotole si collega alle decorazioni di IX secolo a.C. documentate fra Cerveteri e i Colli Albani e nei centri etruschi campani, mentre una ciotola con solcature sulla carenatura rimanda a precedenti protovillanoviani del X secolo. Sergio Occhilupo ne ricava che nel settore nord-occidentale della città stava un insediamento, forse articolato in più gruppi di capanne, abitato senza interruzioni sensibili fra la fine del X secolo e l'VIII, e anche più tardi. I frammenti di impasto della prima età del Ferro raccolti sotto la cattedrale sono i primi che si conoscano entro il perimetro che la città etrusca avrebbe poi occupato.
A una fase precedente, ma sopravvivente agli inizi dell'età del Ferro, appartiene l'insediamento perilacustre su impalcato ligneo di via Settevalli. Vengono invece da sepolture il cinerario biconico dell'area di Corciano, la spada ad antenne che nel 1921 si rinvenne a Fontivegge in vocabolo San Quirico, spezzata con un gesto rituale che ne fa forse il corredo di un cenotafio, e le due tombe a incinerazione messe in luce nel 2007 a San Martino in Campo, presso il Tevere e databili l'una agli inizi del IX e l'altra al terzo quarto dell'VIII secolo a.C.

Del VII secolo a.C. si conserva pochissimo, e quasi tutto viene dalle necropoli del territorio, oltre che dai buccheri deposti nel cavo di fondazione dell'edificio di culto messo in luce presso la cattedrale. Nuove testimonianze compaiono solo con la fine del VI secolo a.C., quando il centro appare ormai organizzato in forma urbana: lo indicano il tempio arcaico dell'area della cattedrale, un'antefissa che presuppone un edificio pubblico e, per la circolazione della scrittura, un alfabetario inciso sul fondo di una coppa in bucchero da Porta Santa Susanna.

Nel territorio la situazione è diversa. Da una tomba di Castel San Mariano proviene un insieme di bronzi di qualità altissima, non posteriori alla seconda metà del VI secolo a.C.: lamine sbalzate con episodi del mito greco, che rivestivano un carro a quattro ruote e almeno altri due a due ruote, e poi rivestimenti di casse o di sarcofagi in legno, protomi di animali e appliques. Una situazione simile si osserva a San Valentino di Marsciano, da dove vengono i tre tripodi bronzei oggi a Monaco di Baviera. Chiamare principesche queste sepolture appare legittimo, e rimanda a forme di organizzazione sociale che nelle campagne sopravvivevano forse più a lungo che in città.
Allo stesso orizzonte appartiene il sarcofago in pietra fetida rinvenuto nel 1843 nella necropoli urbana dello Sperandio e ordinato a una bottega chiusina fra la fine del VI e i primissimi anni del V secolo a.C.: sui due lati brevi è raffigurato un simposio, mentre la fronte mostra un corteo che rientra da una spedizione militare conclusa vittoriosamente. Nella cassa, insieme a un inumato, si trovavano frammenti di armi in ferro: nessun'altra sepoltura di guerriero di questa fase è finora nota a Perugia.
Dal IV secolo a.C. in poi la sepoltura a camera diventa la norma, e nei corredi entrano stabilmente specchi, strigili, kottaboi, oreficerie, vasellame da simposio e armi in ferro e in bronzo, per lo più uscite da officine perugine.
La città entra nella narrazione storica con gli avvenimenti del 310-309 a.C. Livio e Diodoro Siculo raccontano che allo scontro combattuto in quell'anno seguì la resa di Perugia, di Cortona e di Arezzo, cui i Romani concessero trent'anni di tregua; la tregua fu però violata dalla sola Perugia, che il console Quinto Fabio Massimo Rulliano occupò lasciandovi un presidio. Dopo la battaglia di Sentino del 295 a.C., alla quale Livio ricorda che i Perugini presero parte subendo perdite, la città fu oggetto di nuovi attacchi romani; la resa definitiva è del 294 a.C., quando Perugia chiese pace ai Romani insieme a Volsinii e ad Arezzo, e i centri dell'Etruria settentrionale ottennero una tregua quarantennale impegnandosi a fornire grano e vestiario alle truppe. Maria Carla Spadoni ricorda inoltre che la sconfitta del 295 a.C. comportò per la città un'ammenda di 500.000 assi.
Da quel momento non si hanno più notizie di ribellioni. Nel 216 a.C. una Perusina cohors è ricordata da Livio all'assedio di Casilinum, e nel 205 a.C. la città contribuì con grano e legname all'allestimento della spedizione che Publio Cornelio Scipione portò in Africa.
La lex Iulia del 90 a.C. estese la cittadinanza romana anche ai Perugini, che furono iscritti nella tribù Tromentina e organizzati in municipium; a reggerlo era un collegio di quattuorviri.
Fra il 41 e il 40 a.C. le truppe di Lucio Antonio, fratello di Marco Antonio, presero posizione attorno alla città, che li accolse per volontà dell'aristocrazia locale; Ottaviano le assediò e le costrinse alla resa. Dell'assedio restano le cosiddette glandes perusinae, proiettili di piombo da fionda che portano iscrizioni e che sono riuniti nel volume XI del Corpus Inscriptionum Latinarum. Su due di essi compare una legio VI: in età triumvirale portavano quel numero due reparti, l'uno passato ad Antonio e divenuto poi la Ferrata, l'altro schierato con Ottaviano e divenuto la Victrix, e quale dei due fosse presente sotto le mura non si può stabilire. Nella stessa occasione un incendio distrusse la città: secondo Appiano e Velleio Patercolo fu appiccato da Cestio Macedonico, un notabile perugino, che diede fuoco alla propria abitazione; furono risparmiati il tempio di Vulcano e la statua di Giunone, che Ottaviano fece trasportare a Roma. Le fonti antiche ricordano anche l'esecuzione, per volontà di Ottaviano, di trecento esponenti degli ordini senatorio ed equestre della città.
Cassio Dione riferisce che Ottaviano favorì poi il ripopolamento del centro, al quale fu però lasciata in uso soltanto una fascia di territorio di un miglio attorno alle mura, sette stadi e mezzo secondo Appiano, corrispondente al solo suburbio, mentre l'ager vero e proprio fu confiscato e servì anche a ridisegnare i confini municipali dei centri vicini di Arna e di Vettona, che alla città etrusca erano un tempo appartenuti. Sisani rileva che fra le iscrizioni dei magistrati municipali perugini non ve n'è nessuna di età repubblicana, e avanza l'ipotesi che dopo la repressione del 40 a.C. si sia proceduto a cancellare sistematicamente i monumenti pubblici delle famiglie compromesse con Antonio, in una forma di damnatio memoriae.
Che la città sia stata ricostituita lo dicono cinque cippi iscritti, quattro dei quali vennero alla luce nell'area del Verzaro, appena al di fuori delle mura: tutti portano lo stesso testo, Augusto sacr(um) Perusia restituta. Confronti con le altre più antiche dediche italiche al culto di Augusto vivente permettono di collocarli dopo il 2 a.C. e comunque entro l'ultimo quindicennio del regno.
Insieme alla restitutio la città ricevette la denominazione ufficiale di Augusta Perusia, che fu incisa sulle porte della cinta; allo stesso atto Sisani riconduce anche l'abbandono del quattuorvirato in favore del duovirato, che la letteratura precedente metteva invece in conto alle misure punitive del 40 a.C. Le carriere dei magistrati noti collocano il cambiamento fra la tarda età augustea e l'età tiberiana.
Nessun monumento pubblico perugino si data fra il 40 a.C. e la piena età augustea, e gli scavi della cattedrale collocano in età tiberiana la conclusione dei lavori in un settore urbano che l'incendio aveva colpito: alla città occorsero dunque non meno di quarant'anni per rimettersi in piedi.
Il cursus honorum di C. Betuus Cilo, di poco anteriore alla metà del I secolo d.C., lo dice edile, duoviro quinquennale, sacerdos trium lucorum, praetor Etruriae XV populorum e patrono del municipio: la carica di pretore d'Etruria documenta la partecipazione di un perugino all'organizzazione federale etrusca di età imperiale. Un decreto decurionale del 166 d.C., inciso su una lastra insieme a una dedica ad Antonino Pio, nomina tre duoviri e ricorda la schola Laeliana, usando la denominazione ufficiale Augusta Perusia.
Fra il 251 e il 253, durante il regno di Vibio Treboniano Gallo, originario della città, Perusia ottenne il titolo di colonia, che però ebbe valore soltanto onorifico: le iscrizioni delle porte lo registrano nella forma Colonia Vibia Augusta Perusia.
Alle fasi tardoantiche appartengono le strutture individuate a monte della cortina di via Bartolo, databili dai decenni a cavallo fra III e IV secolo d.C. e forse più tarde, che tagliano e livellano l'aggere interno delle mura e riutilizzano materiali di spoglio, fra cui blocchi calcarei di un acquedotto romano a condotta forzata. Procopio ricorda ripetutamente Perusia nelle vicende della guerra gotica, e Paolo Diacono nelle guerre fra Bizantini e Longobardi.

In età arcaica le necropoli sono collegate a nuclei gentilizi che dominano un territorio non ancora urbanizzato e si trovano a Castel San Mariano, San Valentino e Villanova, e più vicino alla città al Palazzone, allo Sperandio, a Monteluce e al Frontone. Quelle ellenistiche, che di frequente restano in uso anche in età romana, si dispongono invece a raggiera attorno alla città, lungo i percorsi che si dipartivano dalle porte; nel territorio la loro distribuzione fitta lascia riconoscere insediamenti agricoli, verosimilmente poderi a conduzione familiare.
La necropoli del Palazzone, presso Ponte San Giovanni, conta circa duecento tombe, di cui solo cinque di età arcaica, comprese fra la seconda metà del VI e gli inizi del V secolo a.C. Due di queste, a pianta complessa con dromos e cinque celle, occupano una piccola altura dominante il Tevere e hanno restituito i corredi più ricchi: kylikes attiche dei Piccoli Maestri e a occhioni, un'anfora ionica e un deinos samio, vasi di bucchero. Dalla necropoli proviene inoltre un'anfora etrusca a figure nere attribuita al Pittore di Micali e una coppia di schinieri bronzei di tipo anatomico con iscrizione dedicatoria, della fine del VI o degli inizi del V secolo a.C.
Le tombe ellenistiche del Palazzone, precedute da un dromos e chiuse da un lastrone di travertino, hanno di norma una camera con copertura a volta e una banchina lungo le pareti su cui erano deposte le urne. Fa eccezione la cosiddetta tomba Bella, il cui soffitto a doppio spiovente con columen centrale imita un tetto in legno e le cui nicchie sono separate da lesene scanalate; i capitelli, di ordine corinzieggiante, richiamano quelli della Porta Marzia.

Il sepolcro più noto della necropoli fu scoperto nell'aprile del 1840, nel corso di lavori di sistemazione della vecchia via Cortonese; le ricerche nell'area andarono avanti fino al 1846. Il rinvenimento seguì a una convenzione stipulata il 30 gennaio 1840 fra i proprietari dei terreni, il monastero di Santa Lucia e il conte Benedetto Baglioni, e Lodovico Lazi, che si assunse parte delle spese e diresse le ricerche.
L'ipogeo riproduce l'articolazione di una casa, con un atrio e un tablino sul quale si affacciano le celle. Sulla parete di fondo dell'atrio, cioè in asse con lo sguardo di chi entrava, si rinvennero uno scudo, un kottabos, un elmo italico e una coppia di schinieri, alcuni dei quali ancora fissati al muro: Armando Cherici osserva che si tratta di oggetti databili alla prima metà del III secolo a.C., quando l'ipogeo non era ancora in uso: precedono cioè di una cinquantina d'anni le deposizioni più antiche, e corrispondono per tipo a quanto si trovava allora nelle sepolture perugine con armi. Non si tratta quindi del corredo di un singolo, ma di un arredo ostentato nel luogo pubblico della tomba, con cui la famiglia si ricollegava, con gusto quasi antiquario, a ciò che nei secoli precedenti aveva contraddistinto il gruppo dirigente; le armi effettive risultano inchiodate al muro, e quelle scolpite nel timpano che sovrasta l'accesso al tablino non sono che un fregio ornamentale.
L'ultima deposizione è quella di P. Volumnius A. f. Violens Cafatia natus, la cui urna marmorea, finemente decorata e databile alla piena età augustea, reca sul tetto l'iscrizione etrusca pup velimna au cahatial e sulla fronte quella latina. La famiglia scelse per il proprio gentilizio velimna una forma latina che non se ne discostasse troppo, Volumnius, e il cognome Violens fu ripreso da un console del 296 a.C. senza che si possa stabilire alcun rapporto di parentela.
Circa vent'anni dopo la scoperta i proprietari, il conte Francesco Baglioni e l'avvocato Nazzareno Calderini, fecero costruire davanti all'ingresso un recinto coperto, documentato in corso di realizzazione nel 1867, destinato a proteggere il sepolcro e a raccogliere una parte delle urne provenienti dai sepolcri della necropoli; le rimanenti furono riunite nelle celle vuote dell'ipogeo. La proprietà fu acquistata dallo Stato nel 1896.

Fra i complessi urbani e suburbani si segnalano l'ipogeo di San Manno, sopra il quale fu poi costruita l'omonima chiesa medievale, e la tomba dei cai cutu, che nel dicembre 1983 fu trovata a Monteluce ancora inviolata, con il lastrone di travertino a chiusura del dromos rimasto al suo posto. La pianta è cruciforme: dal corridoio a cielo aperto si entrava in una cella più ampia, che fa da vestibolo, e su tre dei suoi lati si aprono altrettante celle. Il sepolcro conteneva un sarcofago in arenaria anepigrafe e cinquanta urne cinerarie di travertino, quarantadue con iscrizioni etrusche, sei con iscrizioni latine e due anepigrafi; restò in uso dalla prima metà del III secolo a.C. fino al I secolo a.C. e fu abbandonato al tempo del bellum Perusinum. Ospitava soltanto defunti di sesso maschile. Data l'integrità eccezionale del contesto, l'intero corredo è stato portato al Museo archeologico nazionale dell'Umbria e vi è esposto riproducendo la disposizione che i materiali avevano nella tomba.
In età ellenistica l'urna di travertino diventa il prodotto tipico delle officine perugine, riconoscibile rispetto a quelle di Chiusi e di Volterra perché tende alla forma cubica, si sviluppa in altezza e, negli esemplari di maggior pregio, riceve uno strato di stucco che ne maschera la porosità. Sulla fronte delle casse compaiono spesso episodi del mito greco, dalla caccia al cinghiale calidonio a Scilla, da Odisseo e Penelope a Troilo ucciso da Achille e al sacrificio di Ifigenia, ma anche temi del mito etrusco e scene di celtomachia.

Perugia è uno dei siti dell'Etruria con la più alta densità di iscrizioni: il corpus etrusco locale ammonta a circa millequattrocento testi, concentrati però nella fase più recente, fra il IV e il I secolo a.C. Il corpus latino comprende circa duecento tituli. L'etrusco parlato in città ha tratti propri, che Luciano Agostiniani ha isolato, e la sua onomastica lascia intravedere quanto fosse composito il corpo sociale: molti gentilizi sono infatti tratti da etnonimi che rimandano a regioni e a centri anche lontanissimi.
Il documento più noto è il cippo di Perugia, un blocco di travertino che nel 1822 venne alla luce accanto a due segnacoli minori e alla vera fittile di un pozzo. Fuori terra ne restava visibile soltanto la porzione levigata; la base, appena sbozzata e più massiccia, era fatta per stare sotto il piano di campagna. Il testo, inciso nell'alfabeto in uso nell'Etruria settentrionale interna fra III e II secolo a.C., occupa ventiquattro linee sulla fronte e ne conta altre ventidue lungo il fianco sinistro, il che ne fa una delle iscrizioni etrusche più lunghe che si conoscano. Quello che vi si legge è la copia di un documento d'archivio: l'accordo giuridico concluso da due famiglie, i Velthina di Perugia e gli Afuna, originari del Chiusino, a proposito della divisione o del godimento di un terreno dove sorgerebbe un sepolcro gentilizio dei primi. A chiudere sta la formula zichuche, «sta scritto», che dà validità alla trascrizione del patto. Il fascicolo bibliografico ne riferisce il testo a una delimitazione di confini.
Fra la fine del II e la metà del I secolo a.C. le formule dell'epigrafia funeraria si latinizzano per gradi, e Maria Carla Spadoni sottolinea che fra la fase etrusca e quella romana non c'è alcuna frattura: nello stesso sepolcro di famiglia convivono testi nell'una e nell'altra lingua, si incontrano testi etruschi scritti però con l'alfabeto latino e si contano quattro iscrizioni sicuramente bilingui. Enrico Benelli pone attorno alla metà del I secolo a.C. il momento in cui il latino subentra all'etrusco. Secondo Spadoni la romanizzazione del perugino fu favorita dai contatti che le strade e soprattutto il Tevere rendevano continui, e dal fatto che i Perugini prestavano servizio nei reparti militari degli alleati italici.

Nel corso del V secolo a.C. a Perugia non si conoscono deposizioni con armi; le testimonianze tornano invece a infittirsi tutte insieme al principio del IV. Sepolture con armi compaiono in ciascuna delle necropoli disposte lungo le strade che portavano in città, e in qualche caso sono la maggioranza di quelle conosciute: al Frontone tutte le tombe esplorate tranne una femminile, tutte e quattro quelle della necropoli di Santa Giuliana, quattro delle otto rintracciate a Monteluce nel predio Ara. I corredi sono omogenei nel tipo di armi, nel costante abbinamento di olpe e oinochoe bronzei e nella presenza di strigili, dadi e kottaboi; le deposizioni si concentrano fra l'inizio del IV e gli anni centrali del III secolo a.C.
Cherici legge in questa documentazione un sistema militare omogeneo, capace di affrontare scenari bellici diversi, che presuppone insieme un addestramento individuale accurato e reparti abituati a manovrare insieme: una disponibilità di tempo che si concilia soltanto con truppe pagate, oppure con uomini il cui rango li dispensava dalle attività quotidiane di sussistenza. La standardizzazione progressiva delle picche e degli elmi di tipo italico può dipendere da una committenza pubblica, e in questo senso è letta l'iscrizione tutas graffita su due distinte coppie di schinieri, che designa l'arma come strumento pubblico. La varietà dell'armamento, non riscontrabile altrove in Etruria, è messa in relazione con la condizione di città di confine, a contatto con realtà etniche e militari diverse.
Le urne restituite dalle necropoli, urbane e del territorio, sono così numerose da presupporre una popolazione in forte crescita fra III e I secolo a.C., dentro e fuori le mura. Che nell'onomastica ricorrano gentilizi di matrice italica come Trepu, Pumpu e Petru si spiega con l'ingresso di famiglie venute da fuori, cosa del tutto ordinaria in una città posta su un confine; e quando alla formula onomastica si aggiungono qualifiche come lautn, etera o lautn eteri, si ha a che fare con persone di origine servile o con liberti. Il caso meglio documentato è quello dei cai cutu, famiglia di origine servile che seppe emanciparsi economicamente e socialmente e che in una fase successiva abbandonò nell'onomastica l'elemento cai, latinizzando infine il gentilizio in Cutius. Che lautni e libertus fossero ormai avvertiti come equivalenti lo dimostra una bilingue da Ponticello di Campo, in cui i due termini designano lo stesso personaggio.

Il territorio perugino trova confini naturali nel Tevere a est, nel torrente Niccone a nord, nel lago Trasimeno a ovest e nel fiume Nestore a sud; per l'età ellenistica se ne può ricostruire con buona approssimazione l'estensione seguendo la circolazione delle urne di travertino, mentre per l'età arcaica manca un indicatore altrettanto netto. Alla sinistra del fiume, dove urne di tipo perugino sono documentate ad Arna e a Bevagna, l'influenza della città dovette comunque farsi sentire.
Attraverso la valle del Tevere e quelle dei suoi affluenti la città controlla un nodo di percorsi sia longitudinali sia trasversali: vi arriva un prolungamento della via Amerina, che oltre Perugia raggiunge Chiusi e si riallaccia alla via Cassia. La zona orientale del territorio, verso il Tevere, si distingue per una forte concentrazione di sepolcreti sulle alture prossime al fiume, quasi a controllo dell'arteria fluviale; anche in magra il fiume restava percorribile grazie a chiuse fatte di palizzate, di cui rimangono tracce a Ponte San Giovanni, a Ponte Felcino, a Pretola e a Ponte Valleceppi, e serviva soprattutto a portare a Roma il legname dei boschi umbri. Presso Ponte San Giovanni i resti di due piloni in opera quadrata con nucleo cementizio sono stati riferiti da Luana Cenciaioli al ponte con cui la via Amerina attraversava il fiume per dirigersi a Perugia.

Il museo cittadino nacque per accumulo di raccolte private. Nel 1790 il Comune acquisì la collezione Friggeri, che ne costituì il primo nucleo, e nell'Ottocento vi confluirono le raccolte delle famiglie Oddi e Guardabassi. Il fondo protostorico si deve invece a Giuseppe Bellucci, la cui collezione, dopo essere stata esposta al congresso bolognese del 1871, fu donata e divenne il nucleo centrale dell'istituto. Nello stesso spirito Giovanni Battista Vermiglioli aveva allestito un museo civico nell'edificio oggi noto come Palazzo Murena, e il suo successore alla direzione, Giancarlo Conestabile, provvide a far ricavare in gesso il calco di un gran numero di testi, sia etruschi sia latini.
Al Museo archeologico nazionale dell'Umbria sono oggi esposti, fra l'altro, i materiali protostorici di viale Pellini e di via del Verzaro, la spada ad antenne di Fontivegge e il cinerario biconico di San Martino in Campo, le kylikes attiche delle tombe arcaiche del Palazzone. e una ricostruzione della tomba dei cai cutu.
Una parte cospicua del materiale non ha però mai lasciato la necropoli del Palazzone. Le urne e i corredi degli scavi ottocenteschi furono raccolti nel vestibolo eretto davanti all'ipogeo dei Volumni: alcune vennero disposte a gradoni sopra l'ingresso della tomba, le altre riunite nelle celle rimaste vuote dell'ipogeo, mentre i bronzi finirono in armadi ricavati in due stanzette del recinto. Poiché mancano dati di scavo puntuali, ricondurre oggi quelle urne alle tombe di provenienza è molto difficile.
Altri pezzi presero strade diverse, fra età moderna e Ottocento. L'Arringatore entrò nella collezione di Cosimo I e si trova al Museo archeologico nazionale di Firenze, dove è conservata anche un'urna da Cordigliano; i tre tripodi di San Valentino di Marsciano sono a Monaco di Baviera, e a Monaco è finita parte delle lamine di Castel San Mariano, mentre un'altra parte restò a Perugia; il cinerario in bronzo rinvenuto nel 1841 alla SS. Trinità è al Museo dell'Ermitage, e i vasi etruschi a figure rosse della tomba scoperta nel 1710 a Mandoleto sono nei Musei Vaticani.
Le perdite sono ingenti. Delle centoundici urne cinerarie ottocentesche pubblicate nel volume XI del Corpus Inscriptionum Latinarum cinquantotto risultano irreperibili, e dei quattrocento calchi fatti eseguire da Conestabile ne sopravvivono murati nel corridoio d'ingresso di Palazzo Murena soltanto pochi, diciassette dei quali riguardano iscrizioni latine: in qualche caso sono l'unica testimonianza rimasta, perché l'urna originale è andata perduta. Quanto allo scavo del 1822, condotto in un sepolcreto che distava quattro miglia dalla città, Vermiglioli racconta di avere trascritto sul posto più di centoquaranta iscrizioni e di esserne poi riuscito a salvare sì e no la metà: il resto fu venduto dai proprietari o andò disperso.