Lingua etrusca

Etrusco †
Parlato inEtruria, Etruria padana, Etruria campana, Corsica
PeriodoFine VIII secolo a.C. – I secolo d.C.
Parlanti
Classificaestinta
Altre informazioni
ScritturaAlfabeto etrusco
TipoAgglutinante
Tassonomia
FilogenesiLingue tirreniche
 Lingua etrusca
Codici di classificazione
ISO 639-3ett (EN)
Glottologetru1241 (EN)
Lingue tirreniche (o tirseniche) e loro approssimata estensione storica. Oltre all'etrusco (in arancione), appartengono a questa famiglia anche il retico (in verde) e il lemnio (in rosso)

La lingua etrusca, conosciuta anche, più semplicemente, come etrusco, è una lingua antica estinta, appartenente alla famiglia linguistica delle lingue tirreniche, parlata dal popolo degli Etruschi e attestata durante l'età del ferro. Era diffusa in diverse zone dell'Italia antica ma principalmente nell'Etruria propriamente detta, regione che comprende le odierne regioni Toscana, Umbria occidentale e Lazio settentrionale; altre aree interessate erano la Corsica, l'Etruria padana e campana, oltre ad alcune ridotte nicchie create dall'espansione e dal contatto culturale e commerciale degli Etruschi.

Per la scrittura gli Etruschi adottarono, nell'VIII secolo a.C., un alfabeto greco di matrice euboica, lo stesso che in quei secoli si usava nelle colonie e negli scali euboici dell'Italia meridionale, Pithecusa sull'isola d'Ischia e Cuma, da cui con ogni probabilità passò in Etruria.

Storia

Cippo di Perugia (III-II secolo a.C.)

La documentazione scritta comincia con l'adozione dell'alfabeto greco intorno al 700 a.C.: come riporta Rex E. Wallace, il testo più antico è l'iscrizione del cosiddetto vaso Jucker di Tarquinia. Le iscrizioni sono datate tra la fine dell'VIII secolo a.C. e il I secolo d.C.. L'etrusco arcaico conosceva una differenza di quantità fra vocali lunghe e brevi, priva di valore fonologico, e tre soli dittonghi, ai, ei e au. Lo spartiacque della storia interna della lingua è la sincope: nella prima metà del V secolo a.C. le vocali brevi interne, fuori della prima sillaba, cadono per effetto del forte accento iniziale; il fenomeno si riflette nella grafia fra il 490 e il 460 a.C. e offre il criterio per dividere le iscrizioni in arcaiche e recenti, le seconde circa dieci volte più numerose delle prime. Forme ridotte o sincopate compaiono però già nella seconda metà del VII secolo a.C., come muluvnice e mulvanice accanto a muluvanice, «donò». Sull'origine dell'accento iniziale le ipotesi sono diverse: Luca Rigobianco riprende la proposta di Aldo Prosdocimi, secondo cui in origine l'accento cadeva sulla penultima sillaba, come suggerisce la caduta preistorica delle vocali finali ricostruita da Helmut Rix, e ritiene che l'accento iniziale e la tendenza a ridurre le vocali interne siano entrati nell'etrusco per il contatto con le lingue sabelliche, grazie a un bilinguismo diffuso, e non siano passati dall'etrusco al latino, come si è sostenuto dall'inizio del Novecento.

La sincope trasforma l'aspetto della lingua: l'arcaico turuce, «dedicò», diventa turce, larecena- passa a larcna-, e l'etrusco recente acquista i gruppi consonantici che lo caratterizzano, nei quali liquide e nasali possono assumere funzione sillabica; che si tratti di un mutamento della lingua e non solo della grafia lo mostrano prestiti latini come Hercules, dall'etrusco hercle. Altri mutamenti segnano l'etrusco recente: nel corso del V secolo i passa a e davanti ad a ed e della sillaba seguente (cliniiar- > clenar), verso il IV secolo il dittongo ai diventa ei (kaikna- > ceicna), e in età etrusco-romana, nell'Etruria settentrionale, θ e t cominciano a confondersi (lart e tana per larθ e θana), tendenza attribuita all'influsso del latino.

Dal contatto con il greco e con le altre lingue dell'Italia antica l'etrusco ricevette alcuni prestiti: dal greco molti nomi di vasi per bere il vino, come culiχna, aska e pruχum, lo stesso vinum, che secondo una proposta di Luciano Agostiniani l'etrusco avrebbe poi trasmesso al latino e al falisco, ed elaiva-; da una lingua italica, forse l'umbro, nefts, «nipote», e prumts, «pronipote»; dal latino cela, «cella», e macstr-, da magister. Secondo Agostiniani la mancanza di corrispondenze sistematiche nel lessico di base, come i nomi di parentela e i numerali, mostra che si tratta di contatti di lunga durata e non di parentela. Secondo Rigobianco anche alcuni suffissi derivativi vennero dalle lingue italiche e sono attestati fin dalle prime iscrizioni, come -θe/-te per gli etnici, -ia per i nomi femminili e -ns per i teonimi (Culśanś), segno di un contatto intenso. Nella direzione opposta l'etrusco diede all'umbro tular, «confine», divenuto tuder e passato al nome della città di Tuder, e spanti, «piatto», che la Tabula Cortonensis, dove la radice span- indica la pianura, ha mostrato essere etrusco e non umbro, come si credeva; il nome del magistrato etrusco maru e l'umbro maro sono collegati, ma la direzione del prestito non si può stabilire. Il contatto si vede anche nell'onomastica: secondo Enrico Benelli, a Caere circa un quinto dei gentilizi di età arcaica è formato su nomi di origine sabellica o latina, e quelli latini vi sono più frequenti che in qualunque altra città dell'Etruria.

Nel corso del I secolo a.C. il latino sostituì l'etrusco come lingua dominante dell'Etruria; l'etrusco poté essere ancora appreso come lingua madre fino alla metà del I secolo d.C., ma non vi sono prove che sia sopravvissuto come lingua parlata molto oltre. Le poche decine di iscrizioni etrusche scritte in alfabeto latino si concentrano nell'Etruria settentrionale interna, dove l'uso epigrafico dell'etrusco durò in qualche caso fino all'inizio dell'età imperiale, e risalgono per lo più alla prima metà del I secolo a.C. Le iscrizioni più recenti sono per Wallace gli epitaffi bilingui di Chiusi, Perugia e Pisaurum, dell'ultimo quarto del I secolo a.C.; Valentina Belfiore ricorda però anche due bilingui di Arezzo della prima età imperiale, una delle quali, quella di Gaio Cassio Saturnino, è datata al 10-15 d.C.

Dell'etrusco restano nel latino alcuni prestiti, come il lessema persona, che secondo Rix deriva dall'etrusco φersu attraverso un derivato *φersu-na, ma il loro numero è incerto: Gertraud Breyer (1993) ne contava 220, Margaret Watmough (1997) appena una dozzina, perché seguivano metodi diversi, e il «panetruschismo» di Wilhelm Schulze (1904), che attribuiva un'origine etrusca a moltissimi gentilizi latini, è oggi accolto con crescente scetticismo. Restano inoltre numerosi nomi geografici, tra cui i poleonimi Tarquinia (Tarch(u)na), Volterra (Velathri), Perugia (Per(u)sna) e Bolsena (Velzna-).

Per l'età anteriore alle iscrizioni Wallace ritiene ragionevole che una forma preistorica della lingua fosse parlata già nei centri villanoviani dell'età del ferro e, prima ancora, nell'Etruria dell'età del Bronzo media e recente, mentre le ipotesi di un'origine orientale della lingua restano prive di dimostrazione. La ricostruzione interna permette di riconoscere alcuni mutamenti avvenuti prima dell'adozione della scrittura, fra cui, secondo Rix, la caduta delle vocali finali, che in età storica sopravvivono solo per analogia. In un'epoca ancora più antica l'etrusco discende, insieme al retico e al lemnio, da una lingua comune preistorica, dalla quale il retico si era separato nell'età del Bronzo o prima; il lemnio si staccò dall'etrusco molto più tardi, e la sua presenza nell'isola è ricondotta a un'immigrazione dall'Italia, collocata da alcuni studiosi intorno al 700 a.C. e da altri all'epoca dei Popoli del Mare (vedi La famiglia tirrenica).

Il sostrato etrusco e la gorgia toscana

Lo stesso argomento in dettaglio: Gorgia toscana.

L'ipotesi che la gorgia toscana, l'indebolimento delle occlusive postvocaliche dei dialetti toscani, sia un effetto del sostrato etrusco fu avanzata da Carl Ludwig Fernow nel 1808 e sostenuta fino al Novecento, fra gli altri da Clemente Merlo e da Arrigo Castellani, sulla base delle aspirate dell'etrusco e della coincidenza parziale fra la Toscana e l'antica Etruria. La posizione contraria, sostenuta da Gerhard Rohlfs e da Herbert Izzo, ritiene le prove addotte non dimostrabili, e Gianfranco Contini ha letto il fenomeno in chiave strutturale, come un riequilibrio del sistema fonologico toscano. Secondo la sintesi di Patrizia Sorianello nell'Enciclopedia dell'italiano (2010) la tesi del sostrato è stata «definitivamente rigettata come non scientifica» a partire dagli anni settanta del Novecento, e l'ipotesi più accreditata, sostenuta dalle ricerche di Luciano Giannelli e di Thomas Cravens, è quella di un'innovazione romanza di età bassomedievale.

Classificazione

Lo stesso argomento in dettaglio: Ipotesi sull'origine degli Etruschi e Lingue tirreniche.
L'albero della famiglia linguistica tirrenica, così come proposto da De Simone e Marchesini (2013)

L'etrusco è una lingua non indoeuropea, preindoeuropea e paleoeuropea, genealogicamente isolata nel panorama del Mediterraneo antico salvo che per la parentela con la lingua retica delle Alpi centro-orientali e con la lingua lemnia dell'isola egea di Lemno, con le quali forma la famiglia delle lingue tirreniche o tirseniche, di cui non si conoscono altri membri. L'etrusco presenta tuttavia alcuni tratti morfologici che rivelano una lunga convivenza con parlanti di lingue indoeuropee, oltre a prestiti di età storica, come i nomi di vasi e di divinità presi dal greco, e a poche affinità antiche, come la congiunzione enclitica -c accanto al latino -que; il fondo della lingua resta non indoeuropeo.

La famiglia tirrenica

Lo stesso argomento in dettaglio: Lingue tirreniche e Tirreni.
La lamina di Demlfeld, con iscrizione retica

L'idea di un legame genetico fra etrusco e retico circolava già nella letteratura dell'Ottocento, ma fu Helmut Rix, che studiava i rapporti fra etrusco e lemnio dal 1968, a darle una formulazione sistematica nel 1998, con Rätisch und Etruskisch, parlando di una famiglia tirrenica formata da etrusco, retico e lemnio come tre rami di una stessa lingua madre preindoeuropea. Vi contribuirono gli studi di Stefan Schumacher sulle iscrizioni retiche, a partire dal 1998, e la seconda edizione del loro corpus, del 2004, e Wallace ne ha dato una conferma indipendente con l'analisi delle corrispondenze morfologiche fra le tre lingue. Le tre lingue hanno in comune soprattutto tratti della flessione e alcuni elementi del lessico, come il lemnio avis e l'etrusco avils, genitivo di «anno», o il retico zinake e l'etrusco zinace, e lemnio e retico sono così vicini all'etrusco che questo serve di base per interpretarli. La lamina di Demlfeld ha rivelato anche in retico un pronome dimostrativo enclitico, un ablativo identico a quello etrusco e lo stesso modo di unire i suffissi di numero e di caso, mentre i suffissi verbali -ce e -χe, che in etrusco distinguono il passato attivo da quello passivo, in retico sembrano equivalenti. Il retico è però più lontano dalle altre due lingue e deve essersene separato molto prima: Norbert Oettinger colloca la separazione in un periodo anteriore all'età del Bronzo, Simona Marchesini nel corso dell'età del Bronzo, comunque prima dell'età del ferro, nella quale non se ne vede traccia. Per il lemnio Carlo De Simone, che ha studiato l'insieme delle iscrizioni dell'isola e in particolare quella del teatro di Efestia, pubblicata nel 2009, conclude che la lingua appartiene alla famiglia tirrenica con un tempo di separazione dall'etrusco di molto successivo a quello fra etrusco e retico.

Secondo Laura Ficuciello (2013) l'ipotesi più accreditata è che il lemnio sia stato portato nell'isola da gruppi partiti dall'Etruria meridionale, in particolare da Caere; meno condivisa è la ricostruzione del modo e del tempo del loro arrivo. De Simone pensa a un insediamento etrusco di carattere piratesco o commerciale intorno al 700 a.C., una data che a suo giudizio lascia spazio anche a una presenza anteriore alla scrittura. Michel Gras, partendo dalle fonti storiche e non dai dati linguistici, colloca il contatto fra gli abitanti di Lemno e gli Etruschi venuti da occidente fra la fine dell'VIII e l'inizio del VII secolo a.C.; per Ficuciello il quadro più probabile è quello di piccoli gruppi di mercanti o pirati, mescolatisi alla popolazione locale, con ogni probabilità di stirpe tracia, in una comunità bilingue. Oettinger fa invece risalire l'arrivo a un'epoca anteriore all'alfabetizzazione dell'VIII secolo e lo collega ai Popoli del Mare delle fonti egizie; Marchesini ne condivide la cronologia relativa delle separazioni, ma non l'argomento secondo cui lemnio ed etrusco avrebbero in comune i morfemi della flessione e il retico no, mentre Zsolt Simon giudica persuasiva la sua spiegazione. Di diverso avviso è Agostiniani (2012): l'alfabeto lemnio è di formazione locale, con un forte apporto della tradizione paleofrigia, nell'isola mancano tracce della cultura materiale etrusca e il lemnio conserva tratti più arcaici dell'etrusco d'Italia, difficili da spiegare con un arrivo nel VII-VI secolo a.C.; nelle sue conclusioni si limita però a escludere che i parlanti lemnio fossero Etruschi giunti dall'Italia in età storica, senza pronunciarsi sull'origine degli Etruschi. Marchesini (2024) accoglie alcune osservazioni di Agostiniani: ritiene anche lei che l'alfabeto di Lemno non derivi da quello etrusco e che la stele di Kaminia, da lei riesaminata sull'originale, non presenti una vera interpunzione sillabica, e riconosce che nell'isola non sono emersi resti materiali che attestino una presenza etrusca; giudica però questa assenza compatibile con l'arrivo di mercanti e pirati etruschi, separatisi dagli altri parlanti prima del VII secolo e giunti nell'isola verso la metà dell'VIII, perché gruppi di questo genere avrebbero portato con sé competenze nella metallurgia e nella navigazione più che gli oggetti e i costumi della loro terra, e non avrebbero usato la scrittura dell'Etruria. La parentela pesa anche sulle ipotesi sulle origini: secondo Simon la distanza del retico crea un problema alla tesi di una provenienza dall'Anatolia, che dovrebbe presupporre due ondate migratorie distinte o un'unica ondata di parlanti di lingue solo lontanamente imparentate, e poiché ogni altro dato indica un'origine italiana degli Etruschi, anche la presenza del lemnio si spiega con un'immigrazione dalla penisola. Nella voce sulle lingue d'Italia dell'Oxford Encyclopedia of Ancient Greece and Rome (2010) Wallace vede nella parentela con il retico un argomento contro l'origine orientale, per la quale non esiste alcuna prova materiale né linguistica, e considera il lemnio una varietà di etrusco portata nell'isola da mercanti. Nella stessa direzione va lo studio di archeogenetica di Cosimo Posth e collaboratori (2021), che nel DNA degli Etruschi non trova traccia di apporti dall'area egeo-anatolica: per gli stessi autori il risultato potrebbe indicare che lo stretto legame fra etrusco e lemnio derivi da movimenti dalla penisola italiana verso l'Egeo e non in senso contrario.

Ipotesi di parentela con l'indoeuropeo e altre lingue

Già Massimo Pallottino, nel 1984, definiva complesso e indiscutibile il rapporto dell'etrusco con le lingue indoeuropee. Per spiegare le affinità antiche, nel 1943 il linguista italiano Giacomo Devoto propose per la lingua etrusca la definizione di peri-indoeuropea, cioè di lingua di un'area di frontiera con caratteri ibridi, indoeuropei e non indoeuropei, mentre nello stesso anno Paul Kretschmer la considerò protoindoeuropea, cioè appartenente a un ramo staccatosi dall'indoeuropeo nelle sue primissime fasi e giunto in Italia attraverso le Alpi. Le proposte di considerare l'etrusco una lingua indoeuropea vera e propria, avanzate fra gli altri da Vladimir Georgiev nel 1981, che lo riteneva una forma arcaica di ittita, e dal linguista spagnolo Francisco Rodríguez Adrados, che in più articoli pubblicati fra il 1989 e il 2005 lo ha considerato una lingua indoeuropea di tipo anatolico, affine al luvio, sono state confutate: da Erich Neu già nel 1991 per Adrados, e da Agostiniani, che nella rassegna degli studi degli anni 1979-2008 rimanda per Georgiev e Adrados alle critiche «pesanti e inappellabili» di Robert Beekes e conclude che «l'idea si scontra con difficoltà tali che non può essere accolta». Anche Giulio M. Facchetti giudica prive di validità le ricerche etimologiche di Georgiev e rileva negli articoli di Adrados una scarsa conoscenza degli studi specifici; tra le proposte anatoliche respinge anche la tesi di Fred Woudhuizen, che lega l'etrusco ai dialetti luvi. Nel 2021 Simon giudica false tutte le teorie dell'etrusco come lingua indoeuropea o anatolica e, riesaminando le somiglianze fra alcune parole etrusche e anatoliche come possibili prestiti, le trova per lo più insostenibili sul piano filologico. Non ha trovato consenso neppure la ricostruzione di Beekes, che pur avendo escluso nel 1993 che l'etrusco fosse una lingua anatolica o comunque indoeuropea, nel 2002 e nel 2003 sostenne l'origine anatolica del popolo, fondandosi sulle tradizioni letterarie, da Erodoto a Omero, e su accostamenti di nomi propri, non su un confronto fra le grammatiche: riproponeva come reale il racconto di Erodoto sull'origine lidia dei Tirreni, collocando intorno al 1200 a.C. la partenza di «protolidi» dalle sedi più antiche dei Lidi, che poneva più a nord, nella Misia, e facendo delle iscrizioni di Lemno il residuo di quella fase: De Simone gli obietta che a Lemno i Tirreni non sono documentati prima del 700 a.C. circa, e Simon giudica privi di validità gli argomenti raccolti da Beekes a favore dell'origine anatolica.

Ancora più lontane dal consenso degli studiosi sono le parentele proposte con lingue antiche e moderne di ogni area, dalle semitiche alle caucasiche. Secondo Agostiniani poggiano tutte sul cosiddetto metodo etimologico, che presuppone un legame genealogico dell'etrusco con una lingua nota e ne ricava il significato delle parole etrusche per somiglianza di forma: un procedimento corretto in sé, ma inapplicabile a una lingua isolata come l'etrusco, e i legami così ottenuti, con l'ebraico, il basco, l'armeno, le lingue ugrofinniche, uralo-altaiche, caucasiche e berbere, il tuareg, le lingue dell'Asia Minore, il sanscrito, il latino e le lingue italiche o il greco, sono del tutto illusori. Giuliano e Larissa Bonfante ricordano che il metodo, praticato largamente fino al 1875 circa senza risultati apprezzabili, è stato abbandonato dagli studiosi ma sopravvive fra i dilettanti, e che fra le lingue accostate all'etrusco figurano il greco, l'armeno, il turco, l'ittita e perfino l'azteco. Facchetti esamina alcuni casi recenti: l'etrusco come forma arcaica di ungherese proposto da Mario Alinei nel 2003, incompatibile già nel lessico, la lettura attraverso l'albanese di Zacharia Mayani, adottata dal regime di Enver Hoxha per esaltare le origini «pelasgiche» degli albanesi, e le etimologie sumeriche e semitiche di Giovanni Semerano, costruite per assonanza e senza riguardo al contesto; la ricerca di lingue parenti resta legittima, ma solo se tiene conto dei risultati dell'analisi combinatoria, cosa che nessuno di questi tentativi ha fatto.

Testimonianze di una lingua affine nelle Alpi e Prealpi

Lo stesso argomento in dettaglio: Lingua retica e Lingue tirreniche.
Museo Retico di Sanzeno, Trento

La scrittura retica, le cui prime attestazioni appartengono al VI secolo a.C., è testimoniata da circa 280 iscrizioni testuali su 230 oggetti. Le iscrizioni retiche sono state trovate in un'area che comprende, in Italia, il Trentino, l'Alto-Adige e parte del Veneto settentrionale e occidentale, in Austria il Tirolo settentrionale, e la bassa Valle Engadina nel Canton Grigioni in Svizzera.

Tre autori antichi, Tito Livio, Pompeo Trogo e Plinio il Vecchio, ci tramandano nelle loro opere il collegamento dei Reti con gli Etruschi. Secondo lo storico latino Tito Livio, i Reti discendono dagli Etruschi, ritirati sull'arco alpino a seguito delle invasioni celtiche nel Nord Italia, e quindi inselvatichitisi per l'ambiente ostile e selvaggio, lontano dalla civiltà, mentre Trogo, nell'epitome di Giustino, sostiene che gli Etruschi occuparono le regioni alpine avendo perduto le sedi originarie. Lo storico latino Plinio il Vecchio, aggiungendo alcuni dettagli, fa derivare il nome Reti da un certo re eponimo Reto, comandante delle popolazioni etrusche che, stanziate nell'area padana, furono costrette a riparare sui monti alpini dall'arrivo dei Galli.

Tra le prime iscrizioni trovate in lingua retica vi è la situla della Val di Cembra del IV secolo a.C., anche conosciuta come Situla Giovanelli, scoperta nel 1828 da Simone Nicolodi sul Doss Caslir di Cembra, comprata dall'allora sindaco di Trento Benedetto Giovanelli e custodita al museo provinciale del Castello del Buonconsiglio. La situla, interamente in bronzo, era verosimilmente un recipiente che conteneva il vino da offrire agli dèi durante le cerimonie religiose, dunque aveva una funzione libatoria. L'iscrizione a carattere votivo è composta da cinque parole incise con alfabeto simile a quello etrusco e la lingua usata è classificata come retico centrale. Un'altra iscrizione, scoperta nel 1845 dallo stesso Giovanelli, si trova sulla Situla di Matrei, così chiamata dal nome della località di Matrei am Brenner, nel Tirolo austriaco, dove è stata ritrovata, appartenente al periodo compreso tra V e IV secolo a.C., e che rimarrà per più di un secolo l'iscrizione retica più a nord mai rinvenuta.

Di un collegamento linguistico tra retico ed etrusco parlerà proprio Giovanelli nel suo Dei Rezj. Dell'origini de' popoli d'Italia e d'una iscrizione rezio-etrusca, pubblicato a Trento nel 1844. Ma Giovanelli ribalterà la visione tradizionale tramandata dagli autori classici di lingua latina, sostenendo che furono gli Etruschi a migrare nel Centro Italia da nord, dai territori alpini dei Reti, e che quindi erano gli Etruschi a discendere dai Reti, e non viceversa.

In sintonia con Giovanelli si trovarono anche alcuni autorevoli archeologi e storici dell'Ottocento, come Barthold Georg Niebuhr, Karl Otfried Müller, Theodor Mommsen, Wolfgang Helbig, Gaetano De Sanctis e Luigi Pareti, che ritennero che gli Etruschi fossero originari delle Alpi e discendenti dai Reti.

Testimonianze di una lingua affine nel Mar Egeo

Lo stesso argomento in dettaglio: Lingua lemnia e Tirreni.
Stele di Kaminia, isola di Lemno (seconda metà del VI secolo a.C.).

Nel 1884 i ricercatori francesi Georges Cousin e Félix Durrbach scoprirono nell'isola greca di Lemno, presso il villaggio di Kaminia, una stele reimpiegata in una chiesetta bizantina. Il monumento, datato alla seconda metà del VI secolo a.C., reca la raffigurazione di un guerriero armato di lancia e scudo e un'iscrizione in una lingua anellenica, la cui struttura tipologica e alcuni elementi lessicali appaiono affini all'etrusco. L'iscrizione, nota come stele di Lemno o stele di Kaminia, fu pubblicata per la prima volta dagli stessi Cousin e Durrbach nel 1886, e da allora è stata al centro del dibattito sui rapporti fra la lingua di Lemno e l'etrusco; per la trattazione linguistica si rimanda alle voci lingua lemnia e lingue tirreniche.

La scoperta della stele orientò a lungo le ricerche sull'isola. Quando nel 1919 Alessandro Della Seta divenne direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene, rivolse i propri interessi a Lemno nella speranza di recuperare la documentazione materiale che provasse un rapporto fra gli Etruschi d'Italia e i Tirreni dell'isola. Dopo una ricognizione nel 1923, gli scavi sistematici cominciarono nel 1926 nel sito di Efestia, con l'esplorazione delle necropoli, fra cui quella a incinerazione di età sub-geometrica e arcaica. Nel 1930 una serie di sondaggi, realizzati sul terreno da Giacomo Caputo per volontà di Della Seta, esplorò la zona di Kaminia, nel luogo del ritrovamento della stele, per inserirla in un contesto; vi si rinvenne però soltanto materiale di reimpiego, e l'assenza di ceramica arcaica provò che la stele era stata portata lì da un altro luogo. Le ricerche di quello stesso anno, allargate all'intero territorio di Kaminia, portarono alla luce l'abitato preistorico di Poliochni.

La prova materiale di un legame con l'Italia, che aveva motivato gli scavi, non emerse: dopo le cinque campagne condotte a Efestia fra il 1926 e il 1930 l'unica scoperta giudicata significativa, oltre alla necropoli a incinerazione, furono i frammenti di iscrizioni "tirreniche", mentre le altre testimonianze della fase arcaica non attestavano nell'isola una cultura che, a parte la lingua, potesse dirsi etrusca; ne è nata una lunga differenza di interpretazione fra linguisti e archeologi. La stele non costituisce comunque un caso isolato: iscrizioni nella stessa lingua provengono dall'abitato di Efestia e dal santuario dei Cabiri di Chloi, e una base di anathema con una dedica bustrofedica, rinvenuta nello scavo del teatro di Efestia, è stata pubblicata nel 2009. Nel 2001 la Scuola Archeologica Italiana di Atene, allora diretta da Emanuele Greco, ha aperto un nuovo ciclo di scavi e una revisione complessiva dei materiali.

Al di là del dibattito sulle modalità e sulla cronologia di questa presenza, l'affinità linguistica fra le iscrizioni di Lemno e l'etrusco è un dato acquisito. Notata già nel 1886, all'indomani della pubblicazione della stele, da Carl Pauli, Sophus Bugge e Wilhelm Deecke, l'affinità con l'etrusco fu confermata dagli studi successivi, che, salvo pochissime voci scettiche, vi hanno riconosciuto tratti comuni così numerosi da fare del lemnio una varietà di etrusco arcaico; Rix la ricondusse infine, insieme al retico, a una comune famiglia tirrenica. Il ritrovamento a Efestia, nel 2009, di una seconda iscrizione nella stessa lingua, con una struttura formulare e morfologica corrispondente a quella etrusca, ha confermato la parentela fra le tre lingue, che Marchesini definisce un fatto definitivamente acquisito. Il lemnio condivide con l'etrusco radici e suffissi, ma ha avuto un'evoluzione fonetica autonoma ed è scritto in un alfabeto di formazione locale, non etrusco.

Diffusione e documentazione

Tabula Cortonensis, Cortona (II sec. a.C.)

La lingua etrusca è attestata da un corpus che Rix valutava nel 1984 in circa 7 500 testi, per la maggior parte molto brevi, che Benelli calcola in circa 13 000 iscrizioni comprese le sigle, e che nel 2020, contando anche sigle, marchi e graffiti alfabetici o numerici, Belfiore valutava in probabilmente oltre 11 000 attestazioni. Le iscrizioni sono state rinvenute tra Lazio (Roma, Satricum, Praeneste), Toscana, Umbria occidentale, parte della pianura padana, in particolare il Veneto (Adria), l'Emilia-Romagna (Felsina, Spina, Marzabotto) e Mantova, e alcune aree della Campania attorno a Capua e a Pontecagnano, a Nola e a Suessula. Iscrizioni etrusche sono state ritrovate anche a Genova, a Busca e Mombasiglio in provincia di Cuneo, a Lattes e Pech Maho in Francia, ad Aleria in Corsica, e, risalenti al I secolo a.C., a Uadi Milian, in Tunisia.

Per la lingua etrusca disponiamo di due diversi tipi di documenti: i documenti diretti, ovvero quelli pervenutici in lingua etrusca (quasi esclusivamente per via epigrafica) e i documenti indiretti, ovvero citazioni di opere letterarie etrusche in testi di altre lingue (e perciò tradotti) o i glossari di parole etrusche in altre lingue, oltre a certe glosse e appunti.

Le iscrizioni etrusche sono numerose e in continuo accrescimento, in particolare quelle di carattere funerario od elogiativo. Hanno però spesso il difetto di essere molto brevi, decisamente stringate e formulari, ellittiche e ripetitive, e di riportare quasi esclusivamente nomi propri di persone o di divinità.

Tra le iscrizioni più lunghe o di particolare interesse vi sono:

Corpora e repertori

I testi etruschi sono raccolti e studiati attraverso una serie di strumenti scientifici che si affiancano e integrano tra loro.

Il Corpus Inscriptionum Etruscarum (CIE) è l'edizione critica completa di tutte le iscrizioni etrusche note. Avviato nel 1885 dal filologo tedesco Pauli e pubblicato a partire dal 1893 con il patrocinio delle Accademie delle scienze di Berlino e di Sassonia, è una monumentale opera a fascicoli, ancora in corso di pubblicazione nel 2020, curata dal CNR in collaborazione con l'Istituto Nazionale di Studi Etruschi ed Italici. Ogni iscrizione vi è presentata con testo, facsimile fotografico, indicazioni sul supporto, provenienza e storia editoriale, ed è identificata da un numero progressivo (es. CIE 6). Nell'arco di oltre un secolo di pubblicazioni il corpus ha raggiunto oltre 20.000 titoli. Nel complesso il corpus delle iscrizioni etrusche supera probabilmente le 11.000 attestazioni, comprendendo anche marchi, sigle e graffiti a carattere alfabetico o numerico. Le nuove iscrizioni e le riletture di quelle già note sono pubblicate ogni anno nella Rivista di epigrafia etrusca, ospitata dalla rivista Studi Etruschi dell'Istituto Nazionale di Studi Etruschi ed Italici: la puntata del volume 82 (2019), per esempio, raccoglie oltre settanta documenti, fra cui nuove letture di stele felsinee, un frammento iscritto dal tempio di Uni a Marzabotto e alcune epigrafi dal santuario sull'acropoli di Volterra.

Per uso linguistico, il CIE è affiancato dagli Etruskische Texte (ET), corpus curato da Rix in collaborazione con Gerhard Meiser e altri, pubblicato nel 1991 in due volumi presso Gunter Narr di Tubinga. Raccoglie circa 8.700 testi in trascrizione, con indicazioni di luogo di rinvenimento, datazione e riferimenti bibliografici, ed è dotato di concordanze e indici esaustivi che lo rendono lo strumento di siglatura di riferimento nella letteratura scientifica contemporanea (es. Cr per Cerveteri, Vs per Vulci). Una seconda edizione aggiornata, con circa 1.100 iscrizioni in più, è stata curata da Meiser nel 2014 presso Baar-Verlag di Amburgo.

Sul versante lessicografico, il riferimento principale è il Thesaurus Linguae Etruscae (ThLE), repertorio esaustivo dei lemmi etruschi attestati, ideato da Pallottino e pubblicato nel 1978 dal CNR con il titolo Indice lessicale. L'opera elenca tutte le voci individuabili nei testi etruschi con i passi in cui occorrono, nonché le parole tramandate da glosse greche e latine. Dopo tre supplementi (1984, 1991, 1998), nel 2009 Benelli ne ha curato una seconda edizione completamente riveduta presso Fabrizio Serra Editore, aggiornata alle scoperte più recenti. Il Thesaurus ha la forma di un indice: ogni lemma è seguito dal passo in cui compare, e le iscrizioni vi sono richiamate con il riferimento alla loro prima edizione. Il progetto prevede un secondo volume di carattere interpretativo, il vero e proprio dizionario della lingua etrusca, che nel 2020 non era ancora stato pubblicato.

Una selezione ragionata di circa 900 iscrizioni di particolare rilevanza filologica e storica era già stata pubblicata da Pallottino nei Testimonia Linguae Etruscae (TLE), apparsi nel 1954 e rivisti nel 1968, opera di riferimento per generazioni di etruscologi anche se superata dalle edizioni moderne.

Sistema di scrittura

L'alfabeto etrusco in una tavola del 1739 tratta dagli Acta Eruditorum

L'alfabeto etrusco deriva dall'alfabeto greco occidentale ("rosso"), di tipo euboico-calcidese, introdotto in Italia meridionale e presso gli Etruschi intorno al 700 a.C. Dell'alfabeto euboico l'etrusco mantiene i caratteri che distinguono le scritture greche occidentali, dette "rosse", da quelle ionico-attiche, dette "blu": per esempio il segno a tridente del chi, che indica una velare aspirata. La scrittura giunse in Etruria nell'ambito della cultura orientalizzante, attraverso il contatto fra naviganti greci e aristocrazie etrusche, e in un primo momento fu trasmessa l'intera serie alfabetica teorica euboico-calcidese, comprese le lettere non più in uso nella scrittura greca, come le sibilanti di origine fenicia samekh e tsade. Gli scribi etruschi non si limitarono a ricalcare il modello: introdussero anche il segno san, ottenuto ruotando il sigma, per disporre di una seconda sibilante.

La tavoletta d'avorio di Marsiliana d'Albegna (675-650 a.C.), con la serie completa delle lettere del modello euboico

Sulla base degli alfabetari e dei sillabari conservati si distinguono quattro fasi nell'adattamento della scrittura alla lingua etrusca. Nella prima viene trasmessa la serie alfabetica teorica completa; nella seconda si sopprimono i segni privi di impiego pratico, cioè quelli per la vocale /o/ e per le occlusive sonore /b/ e /d/, assenti nella fonologia etrusca. In questa fase emerge anche la differenza fra Etruria meridionale e settentrionale: al nord si abbandona il gamma e si generalizza il kappa per la velare sorda, mentre al sud, nel corso del VII secolo a.C., si distinguono graficamente le velari secondo la vocale seguente (ka, ce/ci, qu), uso che si esaurisce dal VI secolo con la generalizzazione del gamma. Questa regola, presa dagli Eubei ed estesa al gamma, fu insegnata dagli Etruschi agli scribi falisci e latini, che con C, K e Q scrissero sia /k/ sia /g/ (latino arcaico recei, «al re», ed eqo, «io»); allo stesso modo l'etrusco, che non segnava la lunghezza delle vocali, trasmise questo limite alle scritture che ne derivarono, latino compreso. Nella terza fase, entro l'età arcaica, si introduce il segno a forma di 8 per la fricativa /f/, fino ad allora resa con il digrafo vh o hv. Nella quarta, in età ellenistica, una riforma ortografica porta alla scomparsa di kappa e qoppa e alla generalizzazione del gamma anche al nord. La tavoletta d'avorio di Marsiliana d'Albegna, del 675-650 a.C., riporta tutte le ventisei lettere del modello euboico, comprese quelle che l'etrusco non usava, e la stessa serie fu ricopiata per circa un secolo; verso il 600 a.C. cominciarono le riforme regionali e all'inizio del V secolo esistevano tre serie distinte. Secondo Wallace il segno a forma di 8 per /f/ potrebbe essere stato inventato da uno scriba umbro. La tavoletta, deposta in una tomba aristocratica, serviva da modello per gli esercizi di scrittura, come il calamaio della necropoli del Sorbo di Caere, inciso con l'alfabeto e con serie di sillabe (ci ca cu ce, vi va vu ve).

I primi testi etruschi, graffiti su vasi, compaiono poco dopo il 700 a.C. a Veio, Caere e Tarquinia; da questi centri la scrittura si diffuse verso nord nel resto dell'Etruria e poi nella valle del Po, e prima del 600 a.C. anche latino, falisco e umbro erano scritti con alfabeti presi dagli Etruschi. Dal modello etrusco, e in particolare dalla sua varietà settentrionale, derivano gli alfabeti venetico, retico, lepontico (o di Lugano) e camuno. È invece dibattuto il rapporto con le rune germaniche: la somiglianza più rilevante riguarda l'alfabeto camuno e le più antiche rune, ricondotta a una tradizione grafica etrusco-italica trasmessa oltre le Alpi, più che a una derivazione diretta dall'etrusco.

La maggior parte delle iscrizioni è incisa o graffita; esistono anche testi dipinti (su ceramica e sulle pareti delle tombe), stampigliati e a rilievo, oltre a bolli su vasi riconducibili a firme di artigiani. Fanno eccezione per supporto e tecnica l'iscrizione musiva di Musarna e il liber linteus di Zagabria, steso a inchiostro su lino.

Il senso normale della scrittura etrusca è da destra a sinistra, ma diventa regola solo intorno alla metà del VI secolo a.C.: prima molte iscrizioni corrono da sinistra a destra, e lo stesso accade, per influsso del latino, in alcuni testi tardi. Per i primi tempi Giovannangelo Camporeale ammette anche andamenti serpentini e bustrofedici, mentre secondo Benelli il ductus bustrofedico, a righe alternate destrorse e sinistrorse, è assente dall'epigrafia etrusca, salvo qualche andata a capo e il ductus pseudo-bustrofedico di alcune iscrizioni monumentali, in cui le righe corrono tutte da destra a sinistra ma sono alternativamente capovolte. Le parole sono separate da punti (·) o, meno spesso, da spazi; nei testi arcaici le parole erano per lo più scritte senza separazione (in scriptio continua). Gli scribi del santuario di Portonaccio a Veio inventarono un'interpunzione per le sillabe che non rientravano nei tipi consonante-vocale e consonante-sonante-vocale, segnate con punti prima e dopo l'ultima lettera, e l'uso passò alla scrittura venetica, di cui divenne un tratto costante. A Cortona una e scritta in senso inverso rende spesso il suono nato da ai finale, il theta a forma di X compare nell'Etruria settentrionale prima della fine del VII secolo e fu adottato dai Veneti, e la Tabula Cortonensis è divisa in sezioni da un segno a forma di Z.

Nella seguente tabella, a fianco del carattere etrusco compare la lettera dell'alfabeto latino o greco che meglio lo approssima, e segue il suggerimento fonetico in notazione moderna:

Alfabeto etrusco
Arcaico Recente
Meridionale Settentrionale
Lettera Traslitterazione Valore fonetico (IPA) Lettera Traslitterazione Valore fonetico (IPA) Lettera Traslitterazione Valore fonetico (IPA)
a /a/ a /a/ a /a/
b – b – –
c /k/ oppure /c, kˊ/ o /kˢ/ – c /k/, [ɡ̊] oppure /c, kˊ/ o /kˢ/
d – d – – d –
e /e/ e /e/ e /e/
v /u̯/, /w/ v /u̯/, /w/ v /u̯/, /w/
z /t͡s/ z /t͡s/ z /t͡s/
h /h/ h /h/ h /h/
θ /tʼ/ oppure /tʰ/ θ /tʼ/ oppure /tʰ/ θ /tʼ/ oppure /tʰ/
i /i/, /i̯,/ i /i/, /i̯/ i /i/, /i̯/
k /k/ k /k/ –
l /l/, /l̥/, /ɫ/, /lʼ/ l /l/, /l̥/, /ɫ/, /lʼ/ l /l/, /l̥/, /ɫ/, /lʼ/
m /m/, /m̥/ m /m/, /m̥/ m /m/, /m̥/
n /n/, /n̥/, /ɲ/ n /n/, /n̥/, /ɲ/ n /n/, /n̥/, /ɲ/
– o –
p /p/ p /p/ p /p/
σ /ʃ/ oppure /ss/ ś /s/ ś/ σ /ʃ/ oppure /ss/
q /k/ –
r /r/, /r̥/, /rʼ/ r /r/, /r̥/ r /r/, /r̥/
s /s/ σ/ s /ʃ/ oppure /ss/ σ/ s /s/
t /t/ t /t/ t /t/
u /u/ u /u/ u /u/, /u̯/
ś /s/ –
φ /pʼ/ o forse /pʰ/ φ /pʼ/ o forse /pʰ/ φ /pʼ/ o forse /pʰ/
χ /χ/ oppure /kʰ/ χ /χ/ oppure /kʰ/ χ /χ/ oppure /kʰ/
(vh) /f/ f /f/ f /f/

Varianti grafiche

  • : usato in Campania per la σ
  • Ø: usato a Chiusi per la h
  • : usato nell'agro di Siena per la m, forse derivato dal numerale =5 che è pronunciato maχ

Morfologia e sintassi

Le lamine di Pyrgi (intorno al 509-508 a.C.), con la dedica di Thefarie Velianas alla dea Uni

L'etrusco presenta una struttura morfologica di tipo sintetico con forte tendenza agglutinante. Nomi, aggettivi, pronomi e verbi formano le parole mediante l'aggiunta di suffissi distinti per ciascuna funzione grammaticale (caso, numero, persona, tempo, ecc.), con confini morfematici generalmente chiari: nel genitivo plurale, per esempio, il suffisso del plurale è seguito da quello del genitivo, mentre in una lingua flessiva un'unica desinenza cumula i due valori. Alcuni processi, tuttavia, hanno carattere fusionale, per effetto di mutamenti fonetici che hanno oscurato la struttura agglutinante originaria.

La declinazione nominale ha due numeri (singolare e plurale) e, accanto a una forma priva di desinenza, detta caso zero o assoluto (il nominativo-accusativo di Rix), quattro casi obliqui: genitivo, pertinentivo, ablativo e locativo. Benelli ritiene accertati con un grado accettabile di certezza caso zero, genitivo, pertinentivo e ablativo, e tratta a parte il locativo, che ha gli stessi suffissi nelle due classi di nomi. La lingua usa postposizioni e non preposizioni: -ri, «per, a favore di», e -θi, «in», si aggiungono al locativo (śpureri, «per la comunità»; hupnineθi, «nella nicchia funeraria»), -pi, posposizione per Agostiniani e caso di significato ignoto per Benelli, compare in aritimi-pi, «per Artemide», e ceχa nella formula clen ceχa, «a favore del figlio».

Quanto all'allineamento morfosintattico, nei nomi l'oggetto non è marcato e coincide con il soggetto nel caso zero; lo marcano invece i pronomi (vedi sotto).

La sintassi è relativamente libera, ma nelle iscrizioni di carattere commemorativo prevale spesso un ordine delle parole di tipo SOV (soggetto-oggetto-verbo), con frequenti variazioni stilistiche (OVS, OSV). In genere il determinante precede il determinato (il genitivo precede il nome: larθal clan, «figlio di Larth»), mentre l'aggettivo segue il nome (ziχ neθśrac, «scritto dell'aruspice»).

Nome

Genere

In etrusco esistono due classi di nomi: nomi animati, che comprendono creature viventi, e nomi inanimati, che comprendono le cose e gli oggetti. Le forme nominali non sono di regola flesse per il genere grammaticale: il femminile esiste soltanto per i nomi di persona, e i suffissi -i e -(i)a, presi a prestito da una lingua italica, servono a derivare i nomi femminili da quelli maschili (per esempio larθ e larθ-i); un suffisso -θa forma il femminile di lautni, "liberto", lautniθa. La natura delle due classi è descritta in modo diverso: per Benelli sono due generi grammaticali, animato e inanimato, distinti dal suffisso del plurale; per Agostiniani l'etrusco non ha genere grammaticale né fenomeni di concordanza, ma due classi definite dal significato.

Numero

Esistono due numeri: singolare e plurale.

Flessione

Caso Singolare Plurale
Nominativo-accusativo –, - -r, -χva (-cva, -va, -ua)
Genitivo -s/ vocale+ -s, -l/ vocale+ -l/ -al -r–s
Locativo -i
Ablativo -s, -al-s/ -ala-s
Pertinentivo -si, -le

Le desinenze del plurale finora note sono due: -r per i nomi animati (sempre preceduta da a, e o u) e -χva per i nomi inanimati, che può diventare -cva se il tema del nome termina in dentale o -va (-ua) se è preceduto da palatale. Il suffisso del plurale è talvolta omesso con l'aggettivo e con il numerale.

La vocale di raccordo, che precede la -r di suffisso, rappresenta un residuo del tema preistorico (es. clan, "figlio" - clen-a-r). Un suffisso -θura forma collettivi dai nomi di famiglia (clavtieθura, velθinaθura).

Es. clenar, «(i) figli», da clan

flerχva, «(i) sacrifici», da fler

cilθcva, «(le) arci», da cilθ

hupniva, «(le) nicchie», da hupni

telur hil, «confini» (?), da hil

avil XXVI, «anni 26», da avil

Il nominativo-accusativo esprime la funzione di soggetto, complemento oggetto e predicativo; è usato anche come complemento di vocazione e “casus pendens”. Il locativo esprime la funzione di complemento di luogo, di tempo, di modo e di mezzo. Il genitivo esprime il possesso e la filiazione, ma anche il destinatario di un dono e l'età. L'ablativo esprime il complemento di origine e l'agente nella diatesi passiva. Il pertinentivo ha secondo Rix una funzione incerta e forse corrisponde al complemento d'agente esprimendo chi compie l'azione o chi ne è interessato. Agostiniani lo definisce il caso della destinazione, vicino al genitivo nella forma ma distinto nella funzione: turuce, «dedicò», regge il genitivo, muluvanice, «donò», il pertinentivo. Per Benelli ricorre in tre contesti ben definiti: indica il donatore nelle iscrizioni di dono con verbo passivo, il donatore indiretto (chi dona a nome di un altro) e il magistrato eponimo nelle formule di datazione, dove il nome della carica è al locativo; Wallace lo registra anche come agente nelle frasi passive.

Per i nomi di persona, come detto, è possibile determinare la distribuzione delle declinazioni:

  • nomi terminanti in vocale: genitivo, ablativo, pertinentivo I.
  • nomi terminanti in dentale, sibilante e femminili in -i: gen., abl., pert. II.
  • nomi terminanti in liquida: gen. I in -us (abl. -uis, pert. -usi).

I nomi di persona seguono regole particolari: benché in etrusco solitamente non ci sia distinzione di genere grammaticale, i nomi femminili, siano essi prenomi o gentilizi, vengono spesso marcati con -i o -ia. In Etruria meridionale il nominativo del gentilizio maschile viene marcato con -s.

In epoca tarda si diffonde un locativo in -e (< -a-i), mentre il suffisso -i è spesso soppiantato dalla particella -θi ("in, dentro") usata come posposizione; inoltre, sempre in epoca tarda, si trovano ablativi I in -es (< -a-is).

Molti sostantivi si formano dalle radici verbali, che in sé stesse rappresentano forme verbali finite.

zic → scrivere

zic-n → lo scritto, lo scrittore

zic-n-ce → egli ha scritto, scrisse

Aggettivo

L'aggettivo etrusco ha classi di forme simili a quelle del nome, tanto che spesso non è possibile distinguere formalmente un aggettivo da un sostantivo, anche perché gli aggettivi possono essere sostantivati (θina, «d'acqua», e quindi «recipiente per l'acqua»). In pratica un aggettivo si riconosce soltanto dal contesto sintattico, e in molti casi solo perché l'ordine canonico è nome più aggettivo: nella lamina di Pyrgi Cr 4.4 la parola θuta, nel sintagma meχ θuta («luogo sacro»?), è interpretata come aggettivo per la sua posizione, non per la sua forma.

Per quanto si può stabilire, l'aggettivo si flette per caso come il nome: mlaχ, «buono, bello», concorda con il nome in genitivo (spurias mlakas, «della buona Spuria») e in pertinentivo (ave[lesi] mlakasi, «per il buon Avile»), e compare anche sostantivato (mlacasi, «per il buono»). Non ci sono invece prove che l'aggettivo si flettesse per numero.

Il suffisso più comune per formare aggettivi è -na, che dà aggettivi di appartenenza a partire da temi nominali: paχana, «di Paχa» (Bacco), da paχa-; eleivana, «che contiene olio», da eleiva-, «olio». Lo stesso suffisso forma i gentilizi dai nomi individuali (spurie, spurie-na): in origine formava patronimici, che con l'adozione del sistema gentilizio dai popoli italici furono reinterpretati come nomi di famiglia. Il suffisso -χ forma soprattutto aggettivi dai nomi di luogo: rumaχ, «di Roma», velznaχ, «di Volsinii», sveamaχ, «di Sovana» (?); forse lo stesso suffisso, nella forma non aspirata -c, compare in neθśrac, se la parola significa «dell'aruspice». Un suffisso -ia- con il valore di «relativo a» è riconosciuto in tularias, da tular-, «confine», che qualifica il nome di Selvans in Ta 1.17.

Pronome

In etrusco il pronome si flette con una forma propria per l'accusativo, in -n o -ni (mini, ican, itan), che Agostiniani interpreta come segno di determinatezza.

Pronome personale

1ª persona
Caso Singolare Plurale
Nominativo mi -
Genitivo - -
Accusativo mini -

Es. mini mulveneke velθur pupliana, «mi donò Velthur Pupliana»

Pronome dimostrativo

I pronomi dimostrativi in etrusco sono ika (scritto anche ica; eca, ca in età recente) e ita (o eta, ta in età recente) che possono essere enclitici. Secondo Wallace i due dimostrativi non si lasciano distinguere per significato né per funzione e valgono entrambi «questo». Ica e ita possono avere anche la funzione di articoli enclitici.

Flessione

ika:

Casi/ Numero Singolare Plurale
Nominativo ika- -
Accusativo ikan -
Genitivo I -i-caś -

eca:

Casi/ Numero Singolare Plurale
Nominativo eca -
Accusativo ecn -
Genitivo I ecs -
Locativo + posposizione eclθi -

ca:

Casi/ Numero Singolare Plurale
Nominativo ca -
Accusativo cn, cen -
Genitivo I cś -
Ablativo I -cś, ces -
Genitivo II cla -
Ablativo II clz (?) -
Pertinentivo II -cle -
Locativo cei (?) -
Locativo + posposizione clθi, celθi, clθ -
Locativo + posposizione calti -

ita:

Casi/ Numero Singolare Plurale
Nominativo ita -
Accusativo itan, itun -
Genitivo I itaś (?) -
Genitivo II -itala, -itula -
Pertinentivo II -itale, -itule -
Locativo + posposizione -italte, -itultei -

eta:

Casi/ Numero Singolare Plurale
Nominativo eta -
Accusativo etn- -

ta:

Casi/ Numero Singolare Plurale
Nominativo ta -
Accusativo tn -
Genitivo I -tś -
Ablativo I teiś -
Genitivo II -tla -
Pertinentivo II -tle -
Locativo tei -

Es. ita tmia, «questo spazio»

eca, «questo»

selvans sanχuneta, «Silvano, quello appartenente a Sanco»

θapneśtś, «davanti a quello del calice»

È dubbio se (i)σa sia un pronome possessivo enclitico ("suo") o un terzo pronome dimostrativo.

Pronomi relativi

I pronomi relativi in etrusco sono an e in, fra i quali Rix non coglieva differenze. Secondo Agostiniani e Francesco Nicosia (2000), seguiti da Wallace, la scelta dipende dall'antecedente: an per le persone, in per le cose; Benelli ritiene probabile questa distinzione e registra per in un accusativo inni.

Es. vel matunas larisaliσ´a an cn σ´uθi ceriχunce, «Vel Matunas, il (figlio) di Laris, che questa tomba fece costruire».

Pronome interrogativo

Il pronome interrogativo è ipa, che ha anche funzione relativa.

Flessione
Casi/ Numero Singolare Plurale
Nominativo ipa -
Accusativo inpa -
Genitivo I ipaś -
Genitivo II ipal -
Locativo ipei -
Locativo + posposizione iperi -

Es. ipaś ikam, «di chi (è) questa cosa?»

ipe ipa macθcva ama, «qualunque cosa i macθ siano»

Verbo

Il disco di Magliano (metà del V secolo a.C.), con l'iscrizione disposta a spirale sulle due facce

Diatesi

I verbi possono avere due forme: una diatesi attiva e una passiva. Oltre al passato passivo in -χe (vedi sotto) esiste un passivo in -ne (tenine, «è tenuto»; cerine, «sono costruiti»), non marcato per il tempo, il cui valore rispetto a -χe non è chiaro.

Tempi e modi

Rix comprendeva fra le categorie di tempo e di modo, «con le riserve del caso», l'imperativo, l'ingiuntivo, il congiuntivo, il passato, due participi, il sostantivo verbale e l'infinito. Nelle sintesi più recenti il quadro delle desinenze finali è più semplice: il tema nudo per l'imperativo, -a (per convenzione «congiuntivo») per le frasi iussive, -ri per il necessitativo, -ce e -χe per l'azione compiuta, attiva e passiva, -e per la forma non marcata.

Congiuntivo

Il congiuntivo etrusco ha valore di richiesta (iussivo) o di attesa (prospettivo).

Si ottiene con l'aggiunta del suffisso -a al tema.

Es. mena → dal tema men (costruire) con suffisso -a → bisogna costruire (richiesta); ein θui ara enan, «nessuno faccia (?) qui alcunché»

Imperativo

Il modo imperativo. Coincide con il tema atematico del verbo, ossia con assenza della vocale finale che avrebbe funzione tematica.

Es. tur → dal tema turu (dedicare) con caduta della vocale finale → dedica!

Necessitativo

Il necessitativo, detto anche gerundivo, ha funzione passiva ed esprime ciò che deve essere fatto, senza una forma attiva corrispondente; si forma con l'aggiunta del suffisso -ri al tema.

Es. θezeri → dal tema θeze (immolare) con suffisso -ri → bisogna (è necessario) immolare; nunθeri → bisogna offrire

Ingiuntivo

Il modo ingiuntivo esprime un'azione senza fare riferimento al tempo, è perciò atemporale. Wallace descrive la forma in -e (ame, «è»; ture, «dedica») come non marcata per il tempo, con valori dal presente al futuro, Benelli come espressione dell'azione continuata, detta talvolta «presente». Si ottiene con l'aggiunta del suffisso -e al tema.

Es. mulune → dal tema mulun(u) (donare) con suffisso -e → don(ò) (senza specificare il tempo)

Passato

Il passato corrisponde al passato italiano, indica cioè un'azione collocata "dietro" il presente sull'asse temporale. Si forma con l'aggiunta del suffisso -ce (o -ke), per la forma attiva, e -χe, per la forma passiva, al tema verbale. Il verbo etrusco non ha desinenze che esprimano la persona: arce può valere «fece» come «feci» o «fecero», e il soggetto va sempre esplicitato nella frase; per questo le forme verbali sembrano distinguersi più per la qualità dell'azione che per il tempo, e la forma in -e (puia ame accanto a puia amce) è stata intesa come presente o come azione continuata.

Es. acasce → dal tema acas (fare) con suffisso -ce → ha fatto

ziχuχe → dal tema ziχu (scrivere) con suffisso -χe → è stato scritto

Participio

Si ottiene dall'aggiunta del suffisso -θas (o -θasa) o -anas (o -anasa) al tema del verbo. Rix considerava queste forme, tutte di età recente, participi attivi del passato, che indicano un'azione anteriore a quella del verbo principale (papalser acnanasa VI manim arce, «avendo generato sei nipoti, eresse il monumento tombale (?)»). Le sintesi recenti riconoscono anche un participio in -u (mulu, «dato in dono, dono»; lupu, «morto»), già indicato da Rix come participio passato, che esprime l'azione compiuta; per Benelli le forme in -as(a)/-θas(a) esprimono invece l'azione in corso, e Wallace intende -θ come participio contemporaneo all'azione principale (trinθ, «parlando»).

Sostantivo verbale

Esistono infine anche suffissi che formano nomi d'agente (-(a)θ; es. zilaθ - "colui che fa giustizia, pretore") e nomi d'azione (-il; es. ac-il - "opera", da ac-, "fare").

Lessico

Il Liber linteus, il più lungo testo etrusco conservato

Vocabolario etrusco secondo Marchesini (2009):

Termini che riguardano elementi fisici o astronomici
EtruscoItaliano
avil‘anno’
cel‘terra’
pulumχva‘stelle’
θesan‘aurora’
θi‘acqua’
tinia‘giorno’
tiur‘luna/mese’
una‘conio’ (d’acqua?)
uśil‘sole’
Termini di carattere familiare
EtruscoItaliano
apa‘padre’
apa nacna, papa‘nonno’
ati‘madre’
ati nacn(uv)a, teta‘nonna’
clan‘figlio’
clanti‘figlio adottivo’
huśur‘ragazzi’
leinθ‘vecchia’, ‘persona anziana’ (f.)
nefts‘nipote’ (di zio/a)
puia‘moglie’, ‘donna’?
prumaθs‘pronipote’
papals‘nipote’ (in riferimento al nonno)
seχ‘figlia’
tetals‘nipote’ (in riferimento alla nonna)
Nomi di animali
EtruscoItaliano
hiuls‘civetta’
leu‘leone’
θevru‘toro’
tusna‘cigno’
Verbi relativi a funzioni esistenziali
EtruscoItaliano
acnanas‘avendo generato’
am-‘essere’
amce‘fu’
arce‘innalzò’, ‘allevò’
cesu‘fu sepolto’
lupu‘morto’
svalce, svalθas‘visse’, ‘aveva vissuto’
Termini di ambito funerario
EtruscoItaliano
cana‘stele’
capra‘sarcofago’
hinθial‘morti’, ‘ombre’
man‘pietra tombale’
murs‘urna’
mutna‘sarcofago’
śuθi‘tomba’
śuθina‘offerta funeraria’
tamera‘camera funeraria’
tus‘kline’
Nomi di vaso
EtruscoItaliano
aska‘askos’
culiχna‘coppa’
elaivana‘vaso per olio’
fasena‘askos’, ‘vaso per libagione’
leχtumuza‘aryballos’, ‘piccolo vaso per unguenti’
pruχum‘brocca, boccale’
qutum‘brocca’
θina‘orcio’
θafna, θapna‘bicchiere’, ‘tazza’
spanti‘piatto da libagione’
zavena‘kantharos’, ‘vaso con due anse’
Nomi di ambito religioso
EtruscoItaliano
ais‘dio’
aisna‘rituale’, ‘sacrificio’
cletram‘tavolo per il culto’ (?)
fase‘libagione’
fler‘numen’
flere‘divinità’
netśvis‘haruspex’
tamera‘cella del tempio’
tmia‘tempio’
tuθina‘offerta votiva’
Nomi di ambito politico, sociale o bellico
EtruscoItaliano
lautni‘liberto’
lautniθa‘liberta’
macstrna‘comandante’, ‘capo’ (magister)
mariś‘servo’, ‘schiavo’
maru‘funzionario’ (di un culto?)
meθlum‘quartiere’, ‘territorio’
rasna‘pubblico’
sacni‘sacro’
spura‘città’, ‘comunità’
tular‘confine’
zilaθ‘funzionario’ (praetor?)
Altri termini di uso frequente
EtruscoItaliano
acil(u)‘fabbricante’, ‘vasaio’
al(i)ce‘dette’, ‘dedicò’
malstria‘specchio’
mi‘io’
mlaχ/mlaka-‘bello’, ‘buono’
muluvanece‘donò’ (in ambito privato, v. sopra)
tur(u)ce‘donò’, ‘dedicò’ (spesso in ambito sacrale)
trepu‘artigiano’
ziχ‘scritto’, ‘libro’
ziχu‘scrittore’
ziχuχe‘scrisse’
zinace‘fece’, ‘realizzò’

Città

I nomi delle città secondo l'elenco dei Bonfante, che lo ricavano da Ambros Josef Pfiffig e da Pallottino; le identificazioni seguite da un punto interrogativo sono dubbie anche per gli autori:

ItalianoEtruscoLatino
ArezzoAret- (?)Arrētium
BolognaFelsinaBonōnia
Bolsena (Orvieto?)Velzna-Volsiniī
CapuaCapua, CapevaCapua
Cerveteri (Caere Vetus)Chaire, Chaisrie, CisraCaere, Caere Vetus (greco: Agylla)
CesenaCeisnaCaesēna
ChiusiClevsinClusium, Camars
CortonaCurtunCortōna
FiesoleVi(p)sulFaesulae
IschiaInarime (?)Pitecusa (greco: Pithekoussai)
MaglianoHepa (?)Heba
MantovaManthvaMantua
MarzabottoMisa (?)
ModenaMutinaMutina
PerugiaPer(u)snaPerusia
(Poggio Buco)Statna (?)Statōnia
PopuloniaPupluna, FuflunaPopulōnia
RavennaRav(e)na (?)Rauenna
RiminiArimnaAriminum
RomaRumaRōma
SienaSaena (?), SenaSaena
SovanaSveama-, SuanaSuana
SutriSuthriSutrium
TarquiniaTarch(u)naTarquiniī
TalamoneTlamuTelamōn
Todi(tular)Tuder
TuscaniaTusc(a)naTuscana
VeioVeiaVeiī
VetuloniaVatluna, VetlunaVetulōnia
Viterbo?Sur(i)naSurriīna
VolterraVelathriVolaterrae
VulciVelch, Velc(a)l-Vulcī

Numerali

Lo stesso argomento in dettaglio: Sistema di numerazione etrusco.
Simboli dei numeri etruschi
Decimale Etrusco Simbolo *
1 θu I
5 maχ Λ
10 šar X
50 muvalχ ↑
100 ?
500 ? (un cerchio con all'interno 5 punti)
1000 ? (un fuso con all'interno 3 punti)

(* La forma dei simboli è approssimata, perché non sono inclusi nel set dei caratteri normalmente disponibili nei computer.)

Numerazione
Decimale Etrusco Decimale Etrusco Decimale Etrusco
1 θu 16 huθzar 50 muvalχ (*maχalχ)
2 zal, es(a)l 17 ciem zaθrum 60 *huθalχ
3 ci 18 eslem zaθrum 70 semphalχ (?)
4 ša (?) 19 θunem zaθrum 80 cezpalχ (?)
5 maχ 20 zaθrum 90 *nurφalχ (?)
6 huθ (?) 27 ciem cealχ 100 šran
7 semφ (?) 28 eslem cealχ 1000 ?
8 cezp (?) 29 θunem cealχ
9 nurφ (?) 30 cialχ (cealχ)
10 šar 40 šealχ

Il calendario

La Tegola di Capua, forse un calendario rituale

Poco ci resta del computo del tempo degli Etruschi.

Non avevano settimane come le nostre e quindi neppure il nome dei giorni. Secondo Servio, commentatore di Virgilio, il giorno etrusco cominciava a mezzogiorno. L'anno invece poteva iniziare, come nella Roma arcaica, il primo giorno di marzo (cioè il nostro 15 febbraio), o qualche giorno prima, il 7 febbraio.

I mesi erano divisi in unità equivalenti alle calende, alle none e alle idi romane, e i giorni erano numerati; l'equivalente etrusco delle calende sarebbe ilacve o ilucve, attestato nelle lamine di Pyrgi e nella tegola di Capua.

Conosciamo il nome latinizzato di otto mesi del calendario sacro, tramandati per lo più dalle glosse; le forme in -us sono latinizzate. Il nome di un mese Masn o Masan, che compare nelle lamine di Pyrgi e nel liber linteus, non è stato identificato, e nemmeno Thucte.

Calendario
Nome (lat.) Etrusco Mese Esempio
velcitanus *velcitna marzo
cabreas *capre aprile apirase = nel mese di aprile.
amp(h)iles maggio anpilie = nel mese di maggio.
aclus acale giugno acal(v)e = nel mese di giugno.
traneus luglio
ermius agosto
celius celi settembre celi = nel mese di settembre.
chosfer ottobre

Storia degli studi

Lo stesso argomento in dettaglio: Etruscologia ed Etruscheria.
Massimo Pallottino

Nella ricostruzione di Benelli lo studio scientifico della lingua etrusca comincia con Luigi Lanzi, che nel 1789 pose per la prima volta su basi solide l'interpretazione delle testimonianze scritte, dopo le letture dell'etruscheria settecentesca; le acquisizioni di Lanzi e, nell'Ottocento, di Ariodante Fabretti poggiavano però ancora su una buona dose di empirismo. Gli approcci alla lingua sono tradizionalmente ricondotti a tre «metodi»: quello etimologico, che postula una parentela genealogica fra l'etrusco e una lingua nota; quello combinatorio, fondato sull'analisi interna dei testi; quello «bilinguistico» o dei testi paralleli, che presuppone l'esistenza di formulari comuni alle lingue dell'Italia antica. Secondo Benelli l'interpretazione vera e propria inizia negli ultimi decenni dell'Ottocento con la scuola combinatoria di Wilhelm Deecke, Pauli e Alf Torp, il cui principio Pauli riassunse nella formula «spiegare l'etrusco con l'etrusco»; a essa si contrappose, già con la conversione dello stesso Deecke e poi con Elia Lattes, un ritorno del metodo etimologico. Fra le due guerre il metodo etimologico dominò in Italia, con Alfredo Trombetti, Francesco Ribezzo e dialettologi come Carlo Battisti, Giovanni Alessio e Gino Bottiglioni, mentre in area tedesca il combinatorismo riprese vigore con Søren Peter Cortsen, Emil Vetter, Eva Fiesel e Karl Olzscha, che ne teorizzò una seconda fase con il nome di «metodo bilinguistico»; Pallottino, dopo un esordio trombettiano, vi aderì nel 1928-1929 e vi rimase fedele. Nel dopoguerra la ricerca ruotò intorno a Pallottino e Olzscha; negli anni settanta, sempre secondo Benelli, i progressi più durevoli vennero dagli archeologi formatisi con Pallottino, che sapevano leggere le iscrizioni nel loro contesto, mentre De Simone univa la competenza di linguista all'analisi dei dati extralinguistici. La svolta fu la relazione di Rix al colloquio di Tubinga sulle lamine di Pyrgi del 1979, pubblicata nel 1981, che inaugurò il «metodo grammaticale», terza variante del metodo combinatorio, e aprì quella che Benelli chiama la «fase rixiana» degli studi, con Agostiniani e De Simone accanto a Rix; i progressi nella comprensione della lingua toccarono il culmine fra la fine degli anni ottanta e l'inizio del nuovo millennio. Nel 2017 Benelli giudica che il metodo grammaticale abbia «dato quasi tutto ciò che poteva dare» con la documentazione disponibile e registra il ritorno di tentativi etimologici, oltre al perdurare di una letteratura dilettantistica che Agostiniani, nella rassegna degli studi del periodo 1979-2008, riconduce alla convinzione diffusa che l'etrusco sia un «mistero» da svelare.

Note

Note esplicative

  1. ↑ Rix ricostruisce inoltre la perdita di -n finale dopo u̯, per cui il numerale θu, «uno», risale a *θun; la caduta o alterazione della -l finale, reintrodotta solo in età tardo-arcaica sul modello dei casi in cui era conservata; l'introduzione della categoria del genere, poco prima del VII secolo a.C., percepibile soltanto nei nomi di famiglia (Rix, Cristofani, pp. 206, 211, 213).
  2. 1 2 Secondo alcune ipotesi.
  3. ↑ La c diventa [ɡ̊] quando è all'interno di parola, come dimostrerebbe la resa latina dell'etrusco percumsna, ossia Pergomsna.
  4. 1 2 3 Secondo Rix la lettera θ potrebbe rappresentare, in determinate posizioni di alcuni lessemi (a inizio di parola o vicino a una consonante liquida all'interno di parola), una spirante interdentale /θ/, ipotesi che egli stesso giudica non dimostrabile (Rix, Cristofani, p. 208). Secondo alcuni linguisti i suoni resi dai segni θ, χ e φ sarebbero palatali, e non aspirati, cioè /tʼ/, /kʼ/ e /pʼ/; Benelli osserva che l'ipotesi è tutt'altro che dimostrata (Benelli 2012, p. 428).
  5. 1 2 3 La vocale i si legge /i̯/ nel dittongo ei e se si trova davanti a una vocale.
  6. 1 2 3 La consonante l si pronuncia /ḷ/ quando la sillaba in cui si trova è sincopata.
  7. 1 2 3 La pronuncia /ɫ/ della l è tale solo in sillaba finale, mentre se si trova in sillaba finale e preceduta da a è stata cominciata a scrivere solo a partire dalla metà del VI secolo avanti Cristo.
  8. 1 2 3 La pronuncia /lʼ/ di l è evidente sulla base della resa etrusca di Μελέαγρος, Mel, melacre /melacre/.
  9. 1 2 3 La consonante m si legge /m̥/ se la sillaba in cui si trova è stata soggetta a sincope.
  10. ↑ Oppure anche nell'agro di Siena.
  11. 1 2 3 La pronuncia /ɲ/ di n si rileva per esempio dall'inerscambiabilità di tina /tiɲa/ (di epoca recente) con tinia /tinja/, poiché in età recente è scomparsa la i lasciando soltanto la consonante palatalizzata.
  12. 1 2 In età recente i valori restano distinti per area come in età arcaica: nel sud il tsade vale /ʃ/ e il sigma /s/, nel nord l'inverso (Rix, Cristofani, pp. 203, 208-209).
  13. 1 2 3 La consonante r si pronuncia /r̥/ se la sillaba in cui si trova è stata soggetta a sincope.
  14. ↑ La pronuncia /rʼ/ di r è evidente sulla base della resa etrusca di Ἀριάδνας, Ariádnas, araθa /arˈatˈa/.
  15. ↑ La pronuncia /u̯/ di u è rara ed è propria soltanto dell'età recente.
  16. ↑ Segno greco occidentale X, usato a Caere e a Veio fra la fine del VII e gli inizi del VI secolo a.C. con il valore [s] e non con quello greco [χs]; cade in disuso nella seconda metà del VI secolo a.C.
  17. 1 2 3 Secondo altre ipotesi.
  18. 1 2 3 Rix interpreta χ come spirante velare /χ/, per la trascrizione latina con h (Ahonea per aχunia) e per la distribuzione analoga a quella di f; il valore aspirato /kʰ/ è quello del modello greco. Wallace ricostruisce invece per l'etrusco arcaico due serie di occlusive sorde, non aspirate /p t k/ e aspirate /pʰ tʰ kʰ/ (Wallace 2016a, p. 218).
  19. ↑ Il suffisso -s è detto ablativo I.
  20. ↑ Il suffisso -al-s è detto ablativo II.
  21. ↑ Il suffisso in -ala-s è dell'etrusco arcaico.
  22. ↑ Il suffisso -si è detto pertinentivo I.
  23. ↑ Il suffisso -le è detto pertinentivo II.
  24. ↑ Sono attestati anche le varianti mine, mene o min (prima di pi) nell'etrusco arcaico e men nella variante recente.
  25. ↑ Il valore di alcuni numerali è discusso. Per i numeri 4 e 6 Bonfante e Bonfante (2002) segnalano la possibilità di uno scambio fra ša e huθ; Wallace (2008) considera la questione risolta da Agostiniani nel 1997 a favore di huθ = 6 e ša = 4, e Carlo De Simone (2012) afferma che 4 è ša. Per 7 e 8 le attribuzioni sono diverse: Bonfante e Bonfante danno semφ = 7 e cezp = 8, quest'ultimo in base alla glossa chosfer = ottobre; Wallace dà invece cezp- = 7 e semφ- = 8 (Bonfante 2002, p. 96; Wallace 2008, p. 54; De Simone 2012, p. 374).
  26. ↑ Bonfante e Bonfante (2002) lasciano vuota la casella di luglio; il nome Traneus è tramandato dalla glossa latina riportata in de Grummond e Simon (2006), secondo i quali il mese prendeva nome dalla dea Turan (Bonfante 2002, p. 224; de Grummond, Simon 2006, pp. 60, 202).

Note bibliografiche

  1. 1 2 3 4 5 6 7 Rix, Cristofani, p. 200.
  2. 1 2 Belfiore 2020, p. 201.
  3. ↑ Benelli 2020, p. 104.
  4. ↑ Camporeale 2015, p. 225; Wallace 2016a, p. 204.
  5. 1 2 3 Wallace 2016a, p. 203.
  6. 1 2 Rix, Cristofani, pp. 204-205.
  7. ↑ Rix, Cristofani, pp. 200, 204-205.
  8. ↑ Rigobianco 2024, pp. 136-138, 140-143.
  9. ↑ Rix, Cristofani, pp. 204, 206, 208.
  10. ↑ Benelli 2024, p. 612.
  11. ↑ Agostiniani 2013, p. 475.
  12. ↑ Rigobianco 2024, pp. 128-130.
  13. ↑ Benelli 2024, pp. 613-614.
  14. ↑ Benelli 2024, p. 617.
  15. ↑ Wallace 2008, p. 1.
  16. ↑ Benelli 2012, p. 427.
  17. ↑ Belfiore 2020, p. 201, nota 18, con rimando a Benelli 1994.
  18. ↑ Rix 2008, p. 162.
  19. ↑ Benelli 2024, pp. 611-612.
  20. ↑ Bonfante 2002, pp. 222-223.
  21. ↑ Rix, Cristofani, pp. 205, 211.
  22. ↑ Simon 2025, p. 207; De Simone 2009, pp. 3-58; De Simone 2012, pp. 359, 373.
  23. ↑ Izzo 1972, pp. 4-5, 78; Sorianello 2010.
  24. ↑ Rohlfs 1966, § 196; Izzo 1972, pp. 173-175; Contini 1960, pp. 269-281.
  25. ↑ Sorianello 2010.
  26. ↑ Marchesini 2013, pp. 83-85.
  27. ↑ Belfiore 2020, p. 200; Penney 2009, p. 88; Benelli 2017a, p. 264; Maggiani 2017, pp. 541-542; Bellelli, Benelli 2018, p. 20; Simon 2021, p. 227; Simon 2025, p. 206; per la definizione di paleoeuropea Haarmann 2014, pp. 17-33.
  28. ↑ Belfiore 2020, p. 200.
  29. ↑ Camporeale 2015, pp. 233-234.
  30. ↑ Rix 1968, pp. 213-222; Rix 1998; Rix 1999, pp. 143-154; Marchesini 2013, p. 79.
  31. ↑ Schumacher 1998, pp. 334-369; Schumacher 2004, pp. 294-316; Simon 2025, p. 206; Marchesini 2013, p. 79.
  32. ↑ Wallace 2008, pp. 215-225; Wallace 2016a, p. 221.
  33. ↑ Wallace 2016a, p. 221.
  34. ↑ Rix 2008, p. 142; Belfiore 2020, p. 240.
  35. ↑ Benelli 2024, pp. 614-615.
  36. ↑ Oettinger 2010, pp. 233-246; Marchesini 2013, pp. 74, 83; Simon 2025, p. 207.
  37. ↑ De Simone 1996; De Simone 2009, pp. 3-58; Marchesini 2013, pp. 83-85.
  38. 1 2 Ficuciello 2013, p. 76.
  39. ↑ De Simone 2012, pp. 359, 373.
  40. ↑ Ficuciello 2013, p. 69.
  41. ↑ Oettinger 2010, pp. 233-246; Marchesini 2013, p. 74.
  42. ↑ Simon 2025, pp. 207, 209.
  43. ↑ Agostiniani 2012, pp. 180, 185-187.
  44. ↑ Marchesini 2024, pp. 41-44, 49, 52-53, 56, 62-63.
  45. ↑ Simon 2025, p. 207; Simon 2021, pp. 235-236, 244-245, note 16 e 23, in difesa della tesi di De Simone.
  46. ↑ Wallace 2010, pp. 97-102.
  47. ↑ Zaro 2024, p. 91.
  48. ↑ Pallottino 1984, p. 501.
  49. ↑ Devoto 1943, pp. 359-367; Camporeale 2015, p. 234.
  50. ↑ Camporeale 2015, p. 234; Verhasselt 2009, p. 212.
  51. ↑ Rodríguez Adrados 2005, pp. 45-56, con i rimandi ai propri lavori del 1989 e del 1994; Agostiniani 2008, p. 180.
  52. ↑ Neu 1991, pp. 9-28; Wallace 2008, p. 218.
  53. ↑ Agostiniani 2008, p. 180; Penney 2009, pp. 88, 90.
  54. ↑ Facchetti 2005, pp. 370-371; Agostiniani 2008, pp. 180-181, nota 136.
  55. ↑ Simon 2021, pp. 227-228.
  56. ↑ Simon 2025, pp. 206-207.
  57. ↑ Agostiniani 2008, pp. 180-181, nota 136.
  58. ↑ De Simone 2012, pp. 365-368.
  59. ↑ Simon 2025, p. 207.
  60. ↑ Agostiniani 2013, p. 469.
  61. ↑ Bonfante 2002, p. 61.
  62. ↑ Facchetti 2005, pp. 371-372, 374-375, 377.
  63. 1 2 Simona Marchesini, Retico, su mnamon.sns.it, Scuola Normale Superiore Laboratorio di Storia, Archeologia, Epigrafia, Tradizione dell'antico, 2008-2017.
  64. ↑ Tito Livio, Ab Urbe condita, V, 33, 11.
  65. ↑ Giustino, Epitome, XX, 5; il passo è discusso in Marchesini 2013, p. 76.
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  69. ↑ Ficuciello 2013, p. 25.
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  94. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 Rix, Cristofani, p. 202.
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  110. 1 2 3 4 5 6 7 8 Rix, Cristofani, p. 207.
  111. 1 2 3 4 5 Rix, Cristofani, p. 209.
  112. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 Rix, Cristofani, p. 206.
  113. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 Rix, Cristofani, p. 208.
  114. 1 2 3 Rix, Cristofani, p. 210.
  115. 1 2 3 4 5 6 Rix, Cristofani, pp. 204, 206.
  116. 1 2 Rix, Cristofani, pp. 202, 207.
  117. 1 2 3 Rix, Cristofani, pp. 206, 207.
  118. 1 2 3 Rix, Cristofani, pp. 207, 209.
  119. ↑ Rix 2008, p. 149.
  120. ↑ Wallace 2016a, p. 213; Agostiniani 2013, p. 472; Benelli 2017a, p. 255.
  121. ↑ Wallace 2016a, p. 216; Agostiniani 2013, p. 474; Benelli 2017a, pp. 255-256.
  122. ↑ Agostiniani 2013, p. 473; Wallace 2016a, p. 216; Benelli 2017a, p. 256.
  123. ↑ Rix 2008, pp. 159-160; Wallace 2008, pp. 119-121; Wallace 2016a, p. 217.
  124. ↑ Agostiniani 2013, p. 474; Wallace 2016a, p. 217.
  125. ↑ Wallace 2008, p. 51; Benelli 2012, p. 428.
  126. ↑ Benelli 2017a, p. 255; Agostiniani 2013, p. 474.
  127. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 Rix, Cristofani, p. 211.
  128. ↑ Rix, Cristofani, pp. 212-213.
  129. ↑ Rix, Cristofani, p. 212.
  130. ↑ Rix, Cristofani, pp. 213, 215.
  131. ↑ Rix, Cristofani, pp. 211, 215.
  132. ↑ Wallace 2008, pp. 49-50.
  133. ↑ Wallace 2008, p. 52.
  134. 1 2 Benelli 2017a, p. 256; Wallace 2016a, p. 217.
  135. ↑ Agostiniani 2013, p. 472.
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Approfondimenti

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