
Matteo 5 è il quinto capitolo del vangelo secondo Matteo del Nuovo Testamento. Esso contiene la prima parte del discorso della montagna che comprende anche i capitoli 6 e 7. Parti di questo discorso sono simili al discorso della pianura in Luca 6, ma gran parte del materiale è esclusivo del vangelo di Matteo. È uno dei capitoli più discussi ed analizzati di tutto il Nuovo Testamento. Warren Kissinger ha riportato come tra i primi cristiani questo capitolo fu certamente il più citato dagli studiosi, come del resto la stessa cosa si può dire per gli studiosi moderni.
Nel medioevo iniziò a farsi strada l'interpretazione secondo la quale la narrazione presente nel capitolo si rivolgesse unicamente ad un pubblico ristretto, e non a tutta la popolazione in generale. Il riformatore Martin Lutero, in una discussione su questo capitolo, fu particolarmente critico nei confronti della visione che ne aveva la chiesa di Roma. Egli scrisse che "sono caduti su questo [quinto] capitolo quei maiali e quegli asini, quei giuristi e quei sofisti, la mano destra del papa ed i suoi mamelucchi."
Nell'analisi di John Wesley sul discorso della montagna, il capitolo 5 riporta nella visione dello studioso "la summa di tutta la vera religione", permettendo al capitolo 6 di esporre nel dettaglio "le regole per una giusta intenzione per preservare tutte le nostre azioni senza mischiarle a desideri terreni o a cure ansiose per ogni necessità della vita"; il capitolo 7 da invece disposizioni sulle "precauzioni contro i principali ostacoli alla religione".
Le fonti di Matteo 5 sono incerte. Il capitolo contiene solo alcuni parallelismi col vangelo di Marco, ed ancor meno con il discorso della pianura di Luca. Per quanti credono nella ipotesi delle due fonti, questo passo indica chiaramente che gran parte del testo potrebbe provenire dalla fonte Q. Ad ogni modo, Harvey King McArthur ha notato che questi parallelismi con Luca sono veramente minimi, con molte aree mancanti. McArthur per questo ha teorizzato che vi fosse originariamente un passaggio di fonti ulteriore tra la fonte di Matteo e quella di Luca.
Il testo originale era scritto in greco antico. Il capitolo è diviso in 48 versetti.
Tra le principali testimonianze documentali di questo capitolo vi sono:
Il capitolo è solitamente diviso come segue:

Dopo una breve introduzione (versetti 1–2) il capitolo contiene una sezione nota come Beatitudini che include alcuni dei più famosi insegnamenti di Gesù. Il teologo Robert H. Gundry ha suggerito che le Beatitudini possano dividersi in due quartetti. Il primo gruppo è relativo alla persecuzione dei discepoli di Gesù ed alla ricompensa nei cieli per i loro patimenti fisici su questa terra. Il secondo gruppo di quattro è il comportamento corretto che può portare a tale persecuzione. Gran parte degli studiosi percepiscono la nona beatitudine in Matteo 5,11 come separata dalle altre otto, come dimostrerebbe l'uso della seconda persona nella narrazione. Quattro delle Beatitudini si trovano anche in Luca, mentre le restanti sono reperibili unicamente in Matteo.
La traduzione attuale del passo avviene tramite il vocabolo collettivo "beatitudini" che rimanda in qualche modo a qualcosa "benedetto da Dio", ma non necessariamente questa poteva essere l'accezione del testo originale in lingua greca antica. Tale traduzione deriva dalla vulgata latina che ha per l'appunto utilizzato la parola beatus per meglio avvicinarsi al significato greco di "felice, gioioso". Dopo le Beatitudini seguono una serie di metafore che fanno loro da corollario, tra le quali spicca la parabola del sale della terra e della città sulla collina.
L'argomento della legge è uno dei più dibattuti nel rapporto tra Gesù (e quindi il Vangelo e tutti i suoi insegnamenti contenuti nel Nuovo Testamento) e quelli attribuiti a Mosè nel Vecchio Testamento, ovvero nella relazione tra la Bibbia ed il Vangelo.
La ragione di queste discussioni si è originata dall'interpretazione dell'espressione "dare compimento" (πληρῶσαι; plerosai), la cui interpretazione corrente si rifà alla traduzione di Marcione di Sinope.
Il discorso si sposta quindi su una discussione strutturata ("Già avete sentito… Ma io vi dico") sulla "Legge e i Profeti" detta anche la Vecchia Alleanza. Questa parte del capitolo (Matteo 5,17 - Matteo 5,48) è tradizionalmente indicata come "antitesi" o "sei antitesi".
Gundry ha discusso su questo titolo: "Tradizionalmente le chiamiamo "le antitesi", ma in realtà così facendo sembra che si voglia riaffermare la Legge [antica] e che Gesù la contraddica [con le sue parole]". Al contrario Gundry è convinto che Gesù voglia superare addirittura la Legge di Mosè per "raggiungere l'obbiettivo prefissato, e pertanto si debba non più chiamarle "le antitesi" ma piuttosto "gli obbiettivi".
Dopo l'introduzione (5,17–20), i versi successivi sono commenti ai sei specifici argomenti che Gesù discute sulla legge, a partire da due dei Dieci Comandamenti. Gesù sembra imporre su questi degli standard ancora più rigorosi. Le sei antitesi sono:
Le "antitesi" di Gesù sono divise in sei punti, ciascuno aperto da un fraseggio ad effetto: "Avete sentito… ma io vi dico…" Queste antitesi si ritrovano del resto solo in Matteo, il quale come si è già detto sapeva di rivolgersi col suo testo ad un pubblico di tradizione ebraica che ben conosceva la legge contenuta nella Tōrāh, motivo per cui egli citerebbe la legge mosaica senza particolare retorica in quanto data per scontata al suo uditorio.
Nelle sei antitesi Gesù estende lo scopo dei Comandamenti andando alla radice dei problemi che evidenziano (evitare l'odio e la lussuria per prevenire omicidio e adulterio) o andando oltre i comandamenti biblici stessi come nel caso del divorzio o del giuramento. Harrington scriveva che Matteo presenta le sei antitesi come esempi dei principi che Gesù non era venuto ad abolire ma a completare, partendo dalla legge dei profeti.
La prima antitesi (versetti 21–22) si scaglia contro l'odio che è la radice dell'omicidio. I due punti connessi (23–24, 25–26) evidenziano il valore di riconciliarsi col nemico.
La seconda antitesi (versetti 27–28) si scaglia contro la lussuria che è la radice dell'adulterio. Il dire dell'occhio destro e della mano destra che causano scandalo (29–30) sono ulteriori fonti di peccato.
La terza antitesi (versetti 31–32) spiega la proibizione del divorzio per Gesù, il quale non vede di buon occhio la procedura delineata in Deuteronomio 24,1.
La quarta antitesi (versetti 33–37) si scaglia contro il giuramento dicendo di evitarlo per non incorrere nella possibilità di giurare il falso.
La quinta antitesi è sulla non vendetta (versetti 38–39a) e chiede ai seguaci di Gesù di non cercare vendetta tramite la violenza. La violenza non solo è proibita, ma con essa è condannata anche la brutalità e la forza.
L'ultima antitesi (versetti 43–48) definisce il concetto di "prossimo". Qui Gesù specifica che è necessario amare persino i propri nemici al posto di restringere l'amore solo a coloro che ci portano beneficio o che già ci amano.
Il capitolo si conclude con una esortazione alla perfezione, il τέλειος (teleios), nel significato di "piena crescita" o "piena maturità" che il cristiano deve raggiungere.