Pisa (città antica)

Pisa
Pisa vista dall'alto
Nome originale Pisae (latino)
Cronologia
Fondazione Età del Bronzo finale (primo insediamento stabile)
Amministrazione
Territorio controllato dalla Versilia alla valle del Serchio e alla Valdera
Territorio e popolazione
Superficie massima 20 ha
Lingua etrusco, poi latino
Localizzazione
Stato attuale Italia (bandiera) Italia
Località Pisa

Pisa, in latino Pisae, fu una città dell'Etruria settentrionale, e in seguito un municipio romano, attiva senza soluzione di continuità dall'età del Bronzo finale alla tarda antichità nell'area occupata dalla città attuale. Sorgeva nella pianura alluvionale alla confluenza tra l'Arno e l'Auser (l'odierno Serchio), in un paesaggio all'epoca segnato da lagune e corsi d'acqua che ne fecero uno dei principali snodi marittimi e fluviali del Tirreno settentrionale.

A lungo nota quasi soltanto dalle fonti letterarie, la Pisa preromana è stata restituita dall'archeologia solo a partire dagli anni ottanta e novanta del XX secolo, con gli scavi urbani, la scoperta della necropoli con il tumulo di via San Iacopo (1994) e quella del complesso delle navi antiche di San Rossore (1998). Divenuta municipio dopo la guerra sociale e poi colonia romana, mantenne fino al tardo impero il proprio ruolo portuale, celebrato ancora nel V secolo d.C. da Rutilio Namaziano.

Toponimo

Le fonti trasmettono il nome della città al plurale, Pisae in latino, con le forme Pise e Pisis negli itinerari tardi, e in greco Πίσα o Πεῖσα, con varianti; gli etnici attestati sono Pisanus e Pisaeus in latino e Πισᾶται e Πισαῖοι in greco. L'omonimia con la Pisa dell'Elide fu il perno attorno a cui gli antichi costruirono le tradizioni di fondazione greca della città.

Attorno al nome la stessa erudizione antica accumulò spiegazioni tra loro incompatibili, tutte trasmesse dal commento di Servio Danielino. Due sono di tipo eponimico e legano il toponimo a un fondatore: Piso, re dei Celti e figlio di Apollo Iperboreo, oppure un giovane di grande forza, anch'egli di ascendenza divina. Una terza notizia ricorda sul luogo della futura città, prima degli Etruschi, i Teutani di lingua greca, dai quali l'abitato avrebbe tratto l'antico nome di Teuta; una quarta, trasmessa da un testo in questo punto corrotto, vuole che il nome Pisa fosse la rilettura, nella lingua dei Lidi (cioè degli Etruschi, secondo l'equazione corrente nell'antichità), di un termine locale teuta con il significato di porto: un'etimologia che legava il nome della città alla sua funzione portuale.

Proprio la coesistenza di spiegazioni inconciliabili, un eponimo celtico, un capostipite divino, un popolo grecofono e una glossa "lidia", rivela agli occhi della critica moderna la natura di costruzioni erudite di queste notizie, analizzate puntualmente da Dominique Briquel: la base *teut- è indoeuropea ed estranea al greco, sicché la qualifica di grecofoni attribuita ai Teutani tradirebbe soltanto la volontà di rivendicare origini elleniche, mentre la glossa "lidia", quand'anche conservasse un'informazione linguistica autentica, riguarderebbe il lidio e non l'etrusco, e documenta semmai il ricorso ad argomenti linguistici da parte dei sostenitori antichi della teoria delle origini lidie degli Etruschi.

Il nome etrusco della città resta invece ignoto, non essendo il toponimo mai attestato in iscrizioni etrusche; Bruni giudica priva di fondamento la congettura che lo riconosceva nella famiglia onomastica tutna di tarde iscrizioni chiusine e perugine.

La critica moderna tende del resto a leggere l'omonimia con la Pisa peloponnesiaca non come memoria di una migrazione, ma come l'appiglio su cui l'erudizione romano-italica costruì analogicamente le leggende di fondazione greca, secondo un procedimento ben documentato che associava toponimi peloponnesiaci e italici, come nel caso parallelo del Pallantion arcade e del Palatino.

Le fonti e le tradizioni sulle origini

Lo stesso argomento in dettaglio: Mito di fondazione.
Ritratto maschile in marmo, da Via Santa Marta, 1-25 d.C. circa, Museo delle navi antiche di Pisa

Le fonti antiche trasmettono sulle origini di Pisa tradizioni discordanti, orientate ora verso il mondo greco, ora verso quello etrusco, ora verso quello ligure. Il gruppo più consistente di notizie collega la città all'Elide e alla Pisa greca sul fiume Alfeo: Virgilio parla di un'origine alfea, Servio attribuisce la fondazione a Pelope, re dell'Elide, mentre per Strabone e Plinio la città sarebbe stata fondata dai Pisati del Peloponneso, compagni di Nestore reduci da Troia.

Il cosiddetto Servio Danielino conserva inoltre la leggenda di una fondazione da parte di Epeo, il costruttore del cavallo di Troia, che Stefano Bruni ha messo in relazione con la percezione del particolare paesaggio anfibio della foce dell'Arno, mentre un'analisi recente vi riconosce una costruzione erudita di ambienti romani, modellata sulla tradizione metapontina dell'eroe e già marginale agli occhi dello stesso scoliaste, e la notizia, risalente a Catone, di un più antico abitato dei Teutani, popolazione di lingua greca la cui identificazione resta discussa: vi si sono riconosciuti di volta in volta un gruppo indoeuropeo non greco, elementi celto-liguri, genti illiriche o i Teuthadeis di Focea.

A una fondazione etrusca rimanda invece la tradizione che collega la città a Tarconte, discendente di Tirreno, riportata da Licofrone e ancora da Catone.

Giovannangelo Camporeale ha proposto di leggere nella distinzione tra Pelope e i suoi discendenti la traccia di due distinte ondate migratorie della leggenda, una anteriore alla guerra di Troia e una legata ai nostoi, inserendo il richiamo agli eroi del ciclo troiano in un più ampio programma di nobilitazione del passato cittadino comune ad altri centri etruschi.

La notizia isolata di Dionigi di Alicarnasso, che annoverava Pisa tra le città dei Pelasgi, è considerata da Bruni una probabile estrapolazione della prospettiva storiografica dello stesso Dionigi, priva di riscontri nelle altre fonti; già Briquel ne aveva rilevato il carattere sospetto e ideologicamente orientato, inquadrandola nell'applicazione meccanica a Pisa di una teoria d'insieme sul popolamento antico dell'Etruria.

Quanto all'ipotesi ligure, essa si fonda sui passi relativi alla presenza di Liguri sulla riva destra dell'Arno e sull'identificazione, proposta da alcuni studiosi, dei Teutani stessi con i Liguri.

Già gli autori antichi, peraltro, assegnavano in prevalenza la città all'ethnos etrusco: per Polibio Pisa era la prima città dell'Etruria per chi giungesse dal paese dei Liguri, e Pomponio Mela ne ribadiva l'appartenenza etrusca insieme a quella dei suoi fiumi; i dati archeologici indicano oggi un'etruscità dell'insediamento fin dal IX secolo a.C., se non dalle ultime fasi del Bronzo finale, mentre resta ignoto il nome etrusco della città, poiché il toponimo è tramandato solo nella veste greca e latina.

Alla tradizione antiquaria appartiene infine la figura di Piseus, figlio di Tirreno, cui Plinio attribuiva l'invenzione della tromba da guerra e del rostro navale, spia del precoce legame tra la città e l'immaginario marittimo.

La storia delle ricerche

La zona di Porta a Lucca e di via Marche oggetto di indagini archeologiche negli ultimi decenni

Per secoli Pisa ha rappresentato un paradosso: una città di celebre antichità, cantata dalle fonti, ma priva di antichità visibili. La continuità ininterrotta dell'abitato, il sistematico reimpiego medievale dei marmi antichi, ben riconoscibile nel Duomo e nel Camposanto, la coltre dei depositi alluvionali e la falda freatica superficiale avevano infatti cancellato o sepolto quasi ogni testimonianza monumentale, al punto che Camporeale ha potuto definirla «una città antica senza antichità».

Su questo vuoto archeologico si innestò a lungo anche il dubbio sulla natura stessa della città: una parte consistente della critica ottocentesca e novecentesca negò l'etruscità di Pisa in favore di un'origine ligure, e la piena appartenenza etrusca del centro è tornata a essere affermata senza riserve solo in tempi recenti.

La storia della riscoperta è a sua volta accidentata. Tra Quattrocento e Cinquecento le falsificazioni di Annio da Viterbo costruirono attorno alle origini della città genealogie fantastiche destinate a lunga fortuna erudita, mentre un progetto di scavo concepito attorno alla metà dell'Ottocento da Alessandro François non fu mai realizzato.

La svolta è giunta con la stagione dell'archeologia urbana avviata dagli inizi degli anni ottanta del Novecento e intensificatasi nel decennio successivo con il moltiplicarsi degli scavi in città: i risultati portarono a maturazione l'idea della piena etruscità dell'insediamento e culminarono nella scoperta della necropoli di via San Iacopo (1994) e del deposito delle navi presso la stazione di San Rossore (1998), cui si sono aggiunte nel nuovo secolo le indagini di Porta a Lucca e di via Marche. Nel 1994, alla vigilia delle scoperte maggiori, la voce dedicata a Pisa nella "Bibliografia topografica della colonizzazione greca in Italia" fotografava lo stato delle conoscenze e resta il repertorio di riferimento per le fonti e la bibliografia precedente.

Topografia e territorio

La pineta di San Rossore in un dipinto del 1855 del pittore ungherese Károly Markó il Vecchio

La città sorse su un dosso della pianura alluvionale, tra il corso dell'Arno e quello dell'Auser, a poco meno di quattro chilometri dalla linea di costa antica. Il paesaggio circostante era dominato dalle acque: bracci fluviali, canali, aree palustri e specchi lagunari collegavano l'abitato al mare e all'entroterra, in un sistema idrografico instabile e soggetto a ripetute alluvioni.

Strabone descrive la confluenza dei due fiumi presso la città e un Arno che raggiungeva il mare diviso in tre rami, con una risalita dalla foce resa difficile dallo scontro delle correnti; il passo costituisce il punto di partenza di ogni ricostruzione del paesaggio antico, per quanto il tracciato dei paleoalvei resti in gran parte congetturale.

Le ricerche geomorfologiche hanno riconosciuto nella progradazione della linea di costa tra Luni e Livorno, particolarmente intensa a partire dall'età tardorepubblicana, il fattore che ha progressivamente allontanato la città dal mare e trasformato gli approdi.

Verso l'interno, il territorio gravitante su Pisa si estendeva dalla Versilia alla valle del Serchio e alla Valdera, fino a lambire a sud l'area del Fine, al confine con il territorio di Volterra; già nella prima età del Ferro l'insediamento appare al centro di una rete di piccoli abitati disposti lungo le dune costiere, i rilievi dei Monti Pisani e le vie d'acqua verso l'interno, dalle vocazioni economiche complementari.

L'abitato

Vasetto a figure nere con baccanale, V secolo a.C., Fondazione Palazzo Blu
Bronzetti votivi etruschi, da Piazza dei Cavalieri, III-II secolo a.C., Museo delle navi antiche di Pisa
Terracotte architettoniche con gocciolatoi a testa leonina o maschera teatrale, da Via Capponi, 25 a.C.-25 d.C., Museo delle navi antiche di Pisa

Le più antiche tracce di insediamento stabile nell'area urbana risalgono al Bronzo finale, con resti di capanne presso la confluenza tra Auser e Arno; in età villanoviana l'abitato appare spostato di poco verso nord-ovest, con una necropoli lungo la via di Pietrasanta e materiali che trovano i confronti più stretti con quelli di Volterra e della bassa valle del Cecina. Materiali villanoviani provengono da più punti dell'area urbana e periurbana, dall'area Scheibler a via Buonarroti, a via delle Cascine e a via Bragazzi, mentre nei decenni a cavallo del 700 a.C. si registra un infittirsi degli insediamenti anche lungo le dune costiere, con il piccolo centro di Poggio al Marmo di San Rossore presso la foce dell'Auser, e verso l'interno. Gli scavi condotti dal 2005 nel quartiere di Porta a Lucca, in via Marche, hanno confermato la consistenza dell'insediamento villanoviano e della relativa necropoli.

Tra la fine dell'VIII e la prima metà del VII secolo a.C. sono documentati, in piazza del Duomo e in piazza Dante, modesti edifici residenziali a pianta curvilinea con alzati in mattoni crudi o argilla pressata e coperture verosimilmente straminee. I materiali associati, che comprendono ceramiche di importazione e servizi legati al consumo del vino, hanno fatto riconoscere in queste strutture le abitazioni di gruppi aristocratici emergenti, inseriti nelle reti di traffico tirreniche. Intorno al terzo quarto del VII secolo a.C. l'abitato assunse una fisionomia più definita: i nuclei insediativi si moltiplicarono lungo i corsi d'acqua e i canali che innervavano l'area urbana, ai quali Bruni ha proposto di collegare la notizia straboniana, forse risalente a Timeo, delle opere idrauliche realizzate dai Pisani per regimentare Arno e Auser. Il complesso di via Sant'Apollonia, sorto attorno al 650-640 a.C. su terreno prima inedificato e in parte impostato su pali verso un'area acquitrinosa, illustra bene questa espansione.

Nuclei insediativi di età arcaica sono stati riconosciuti in numerosi punti dell'area urbana, da piazza del Duomo e via Contessa Matilde a via Sant'Apollonia, dal giardino dell'Arcivescovado a via Buonarroti, fino alla fascia più prossima all'Arno dietro San Michele in Borgo, in via Santa Maria e in piazza Dante: un mosaico di complessi affacciati sulle acque, di cui non è ancora possibile stabilire se formassero un tessuto unitario o un sistema di nuclei distinti e complementari.

In età arcaica, al di sopra dei livelli di una delle capanne di piazza del Duomo, fu costruito un edificio di carattere verosimilmente sacro, a pianta regolare con tre partizioni longitudinali, con fondazioni in pietre a secco e alzati almeno in parte in mattoni crudi, indagato solo parzialmente per la presenza della falda freatica. Lo sviluppo urbano interessò fino all'ellenismo soltanto il settore a nord dell'attuale corso dell'Arno, mentre l'area meridionale ha restituito quasi esclusivamente testimonianze funerarie. Nel IV secolo a.C. la città si espanse su aree in precedenza occupate dalle necropoli. Ai margini della chora, sulla sommità del Monte Castellare fra San Giuliano e Asciano, i materiali che si scaglionano dal VII secolo a.C. alla tarda età classica sembrano indicare più un luogo di culto di confine, posto lungo la strada per la piana lucchese, che un abitato fortificato.

Un problema a parte è costituito dalle mura: nessuna delle ipotesi avanzate sul tracciato di una cinta etrusca o romana ha trovato conferma archeologica, e le uniche menzioni di mura antiche, i muros anticos dei documenti medievali, sembrano riferibili semmai a una fase tardoimperiale. Secondo Bruni la difesa della città doveva essere affidata piuttosto al sistema di acque, paludi e lagune che la circondava.

Le necropoli e il rituale funerario

Lo stesso argomento in dettaglio: Tumulo del Principe etrusco.
Tumulo detto del Principe etrusco, VII secolo a.C., in via San Iacopo
Tumulo detto del Principe etrusco, VII secolo a.C., in via San Iacopo

Il documento più notevole delle necropoli pisane è il grande tumulo scoperto nel dicembre 1994 in via San Iacopo, alla periferia settentrionale della città. Il monumento, di circa trenta metri di diametro, era delimitato da una crepidine di sottili lastre litiche infisse verticalmente nel terreno, attorno alla quale erano disposte a intervalli regolari coppie di grandi pietre e una stele in arenaria; una gradinata lignea ne consentiva l'accesso alla sommità. Al centro, una fossa quadrangolare conteneva una cassa lignea con pochi frammenti ceramici e ossa di ovino combuste, resti della cerimonia funebre; sopra il riempimento erano stati deposti un tridente di ferro dall'asta intenzionalmente spezzata e un grande altare litico, rinvenuto in parte smontato, con un coltello, quattro spiedi e una mascella di cavallo. Un dolio sigillato accanto all'altare custodiva le ceneri di un rogo di sola quercia, frammiste a minuti resti bronzei.

L'assenza di resti umani qualifica la tomba come un cenotafio, datato tra la fine dell'VIII e gli inizi del VII secolo a.C. Nell'interpretazione di Bruni, i resti metallici tra le ceneri apparterrebbero a un simulacro del defunto arso sul rogo al posto del corpo mai recuperato, secondo un rituale che troverebbe paralleli nel kolossos greco e un lontano erede nel funus imaginarium romano; il tridente, strumento della pesca d'altura e attributo del dominio sul mare, indicherebbe in un capo legato ad attività marinare, forse perduto in mare, il destinatario del monumento, letto come una sorta di heroon. Sepolture più semplici, entro piccoli dolii coperti da tumuletti di terra, circondavano il monumento già attorno al 700 a.C.

Dagli anni successivi al 650 a.C. la sommità del tumulo accolse le sepolture delle generazioni successive, con strutture differenziate per uomini e donne, e all'esterno furono eretti due rudimentali altari destinati a sacrifici, indizio di un culto di tipo eroico reso al personaggio del cenotafio. Il monumento assunse così la funzione di monumentum gentis, polo di aggregazione funeraria di un gruppo gentilizio, mentre l'ostentazione monumentale delle sepolture andava ridimensionandosi. Attorno alla metà del VI secolo a.C. il costume funerario conobbe una trasformazione ancora più netta: i corredi divennero di estrema austerità e le tombe furono segnalate da cippi in marmo, fenomeno per il quale Bruni ha ipotizzato l'esistenza di norme che limitavano il lusso funerario, confrontabili con quelle note per Roma e per Veio. In questo quadro le sepolture del VI e del V secolo a.C. non esibiscono mai connotazioni militari o guerriere del defunto: i rari elementi di distinzione rimandano piuttosto alla sua partecipazione alla dimensione del simposio, cioè al suo ruolo entro il corpo civico. Solo dal terzo quarto del IV secolo a.C. le sepolture ripresero a ricevere corredi di accompagno, segno per Bruni dell'esaurirsi di quelle antiche forme normative.

Il rito prevalente rimase sempre l'incinerazione. Tratto caratteristico dell'area pisana è l'uso di crateri come cinerari, sia di importazione laconica e attica sia di produzione locale e, nei casi più eminenti, in marmo, dove il vaso fungeva insieme da contenitore delle ceneri e da segnacolo visibile della tomba; la pratica, attestata anche in sepolcreti del territorio come Bientina, Lorenzana e Suese presso Livorno, è stata considerata un tratto distintivo dell'area etrusco-settentrionale gravitante su Pisa; i cippi marmorei, articolati in più tipi tra cui quelli cosiddetti a clava, sono stati interpretati da Bruni come una restituzione del mnema del defunto, lettura accolta anche da altri studiosi.

Alcune sepolture in cassette litiche, diffuse anche in Versilia, sono state riferite a elementi liguri integrati nella comunità, ma l'attribuzione è contestata. Le prime analisi antropologiche su resti umani etruschi di Pisa, condotte sui materiali di via di Gello, hanno documentato accanto alle cremazioni anche inumazioni prive di corredo.

L'economia

Urna cineraria con Ulisse e le sirene, III-I secolo a.C., in travertino, Museo delle navi antiche di Pisa

Le attività produttive della città arcaica sono documentate con particolare ricchezza. La siderurgia lavorava ematite proveniente dall'isola d'Elba, attestata in contesti pisani e a San Piero a Grado tra la fine del VII e gli inizi del VI secolo a.C. La lavorazione del marmo dei Monti Pisani, impiegato per crateri cinerari, cippi e bacini, alimentò officine la cui produzione circolò ampiamente nell'Etruria settentrionale. In via Sant'Apollonia gli scarti di fornace documentano una figlina attiva nel VI secolo a.C., cui si deve la produzione di anfore da trasporto di tipo Py 3A, esportate nella Valdera, in Versilia, a Populonia, a Gravisca e forse fino a Marsiglia e alle coste del golfo del Leone: la spia di una viticoltura specializzata che aveva il suo mercato nei traffici tirrenici e transmarini.

Alla stessa città guardano le officine ceramiche: oltre alla figlina di via Sant'Apollonia, botteghe di vasai sono indiziate nel settore occidentale, in via Turino Vanni, e presso l'angolo nordorientale di piazza del Duomo, dove è stato recuperato un punzone d'osso riconoscibile dalle impronte lasciate su alcuni buccheri rinvenuti in città. Le importazioni, dalle oinochoai etrusco-corinzie di fabbrica vulcente alle coppe ioniche, dalle ceramiche corinzie e attiche a una coppa laconica attribuita al Pittore dei Cavalieri, restituiscono l'ampiezza degli orizzonti commerciali del centro arcaico.

La tradizione agraria della zona restò celebre anche in età romana, quando Plinio ne ricordava la vite detta pariana e il siligo, un grano da farine pregiate, mentre Strabone elogiava la fertilità del suolo, le cave di pietra e il legname dei boschi, impiegato nelle costruzioni navali.

I porti

Lo stesso argomento in dettaglio: Porto Pisano e Museo delle navi antiche di Pisa.
Alkedo, nave militare riutilizzata come imbarcazione da diporto, 1-15 d.C. circa, Museo delle navi antiche di Pisa

Mai città costiera in senso stretto, Pisa fu il centro di un articolato sistema di approdi che ne garantiva l'accesso al mare, ancora registrato dalle fonti itinerarie di età romana, che elencano il Portus Pisanus e un approdo alla foce dell'Arno. Un porto presso San Piero a Grado, alla foce dell'Arno, era attivo già in età arcaica e associato ad attività siderurgiche; verso sud, nell'area dell'odierna Livorno, si sviluppò il Portus Pisanus, il cui movimento crebbe a partire dal V-IV secolo a.C. fino a farne, in età repubblicana, uno dei principali scali del medio e alto Tirreno. Nel V secolo a.C. gli insediamenti della punta di Livorno e di San Piero a Grado conobbero peraltro una cesura, che a San Piero a Grado seguì una distruzione violenta degli edifici arcaici.

Gli scavi avviati nel 1998 presso la stazione di San Rossore e conclusi nel 2016 hanno restituito un deposito eccezionale: oltre una quindicina di relitti con parte dei carichi, sepolti da una serie di eventi alluvionali succedutisi tra la tarda età repubblicana e la tarda antichità, insieme a una palificata di sponda i cui materiali risalgono fino al V secolo a.C. iniziale. Tra i relitti spiccano una nave oneraria del primo quarto del II secolo a.C., affondata con un carico di circa trecento anfore greco-italiche e la dotazione di bordo dell'equipaggio, le imbarcazioni travolte da un'alluvione di età augusteo-tiberiana, tra cui una barca fluviale rinvenuta ancora ormeggiata al suo palo, i resti di un molo su pali di età tiberiano-claudia e il gruppo di navi sepolte da una piena di età adrianea.

Sull'interpretazione del complesso la ricerca è divisa. Per Stefano Bruni si tratta del porto urbano di Pisa, un bacino organizzato alle porte della città, complementare allo scalo marittimo di San Piero a Grado; per Andrea Camilli, che ha diretto le indagini successive, il deposito si formò invece lungo un'ansa dell'Auser in area agricola e centuriata, con approdi e moli privati, e l'esistenza di un porto urbano attrezzato è da ritenersi improbabile, mentre il Portus Pisanus andrebbe inteso come un porto lagunare. Il dibattito, registrato dalla letteratura di sintesi, resta aperto.

L'analisi delle estensioni dei centri etruschi condotta con il modello XTENT assegna a Pisa venti ettari e la colloca, insieme a Murlo, Roselle e Cortona, fra i centri che il modello prevede compressi o esclusi dal quadro politico dai vicini di maggiori dimensioni; nella stessa simulazione l'Etruria settentrionale risulta dominata dall'espansione di Volterra, cui viene attribuito anche l'accesso al mare attraverso la valle dell'Arno.

La romanizzazione

Resti delle antiche terme romane, dette Bagni di Nerone o Terme di Nerone, una delle poche evidenze monumentali della città romana
Resti delle antiche terme romane, dette Bagni di Nerone o Terme di Nerone, una delle poche evidenze monumentali della città romana

L'ingresso di Pisa nell'orbita romana si compì nel corso del III secolo a.C., quando la città divenne base delle operazioni contro i Liguri e, durante la seconda guerra punica, punto d'appoggio degli eserciti; le guerre liguri si protrassero con fasi alterne fino alla metà del II secolo a.C., e nel 193 e nel 187 a.C. il territorio pisano subì devastazioni. La colonia dedotta nel 180 a.C. nell'agro pisano su richiesta della stessa Pisa, ricordata da Livio, era di diritto latino e viene per lo più identificata con Lucca; nel 177 a.C. seguì la fondazione della colonia romana di Luni, il cui porto avrebbe progressivamente eroso il primato del Portus Pisanus. Quanto alla viabilità, è incerto se il tracciato originario della via Aurelia del 241 a.C. raggiungesse la città, mentre alla fine del II secolo a.C. la via Aemilia Scauri ne consolidò i collegamenti costieri.

Nel corso del II secolo a.C., con la definitiva sottomissione dei Liguri e la deportazione degli Apuani, la funzione militare della città si esaurì, mentre la prosperità agraria e il porto continuarono ad alimentarne l'economia.

Dopo la guerra sociale Pisa divenne municipio, ascritto alla tribù Galeria, e nella seconda metà del I secolo a.C. colonia di diritto romano con il titolo di Colonia Iulia Opsequens Pisana, retta da duoviri: la deduzione comportò un nuovo assetto urbano e la centuriazione della pianura circostante. Alla fedeltà della colonia verso la casa imperiale si legano i decreti in onore dei principi Lucio e Gaio Cesare, morti prematuramente, che le iscrizioni pisane documentano nei primi anni del I secolo d.C.

In età giulio-claudia e flavia la città, o almeno il suo settore settentrionale, conobbe una nuova stagione edilizia che ridefinì gli assi dell'impianto urbano: a questa fase si datano le terme note come Bagni di Nerone, alimentate dall'acquedotto che portava in città l'acqua dai Monti Pisani presso San Giuliano Terme, mentre lungo il medesimo asse doveva forse sorgere l'edificio da spettacolo, teatro o anfiteatro, i cui resti furono individuati agli inizi del Novecento.

Il suburbio settentrionale, lungo la direttrice per Lucca, ha restituito con gli scavi di via Marche una necropoli in uso dall'età tardoetrusca alla piena età imperiale.

La tarda antichità

Sarcofago romano strigilato a tinozza del IV secolo, riusato per il giureconsultoo Giovanni di Burgundio di Tado (m. 1194), Chiesa di San Paolo a Ripa d'Arno

Le sequenze di San Rossore documentano la vitalità dell'approdo fino a età tardoantica, con un relitto posteriore al V secolo d.C., e insieme il progressivo soffocamento del sistema delle acque sotto le alluvioni.

Nel 416 d.C. Rutilio Namaziano, risalendo la costa tirrenica, sostò al Portus Pisanus e visitò la città, lasciando del porto lagunare e del paesaggio della foce l'ultima descrizione letteraria antica. Il progressivo impaludamento della pianura e l'avanzamento della linea di costa ridisegnarono nei secoli successivi il rapporto tra la città e le sue acque, ma la continuità di vita dell'abitato, ridimensionato e mai interrotto, fece da ponte verso la Pisa altomedievale, che avrebbe rifondato sul fiume la propria vocazione marittima.

Note

Note esplicative

  1. ↑ Sull'attendibilità delle tesi antiche sull'origine degli Etruschi l'approfondimento è nella voce Ipotesi sull'origine degli Etruschi.

Note bibliografiche

  1. ↑ Camporeale 2015, p. 424; Guerini 2020, p. 9.
  2. ↑ Corretti 1994, pp. 591-592, con il repertorio completo delle attestazioni.
  3. ↑ Corretti 1994, p. 591; Camporeale 2015, p. 422.
  4. ↑ Corretti 1994, pp. 591-592; Bruni 1998, pp. 34-35; Briquel 1984, pp. 302-306; Adamo 2024, p. 131, nota 100.
  5. ↑ Briquel 1984, pp. 305-306, in particolare nota 45; Adamo 2024, p. 131, nota 100.
  6. 1 2 Bruni 1998, pp. 34-35.
  7. ↑ Adamo 2024, pp. 130-131, con la definizione di elaborazione artificiale risalente a Dominique Briquel.
  8. 1 2 Camporeale 2015, p. 422.
  9. ↑ Bruni 1998, p. 49; Camporeale 2015, pp. 422-423.
  10. ↑ Adamo 2024, pp. 129-135.
  11. ↑ Bruni 1998, pp. 34-35, con lo status quaestionis; Camporeale 2015, p. 423.
  12. ↑ Camporeale 2015, pp. 422-423.
  13. 1 2 Camporeale 2015, p. 423.
  14. ↑ Bruni 1998, pp. 23-24; Briquel 1984, pp. 297-302.
  15. ↑ Bruni 1998, pp. 23-24, con rinvio a Plinio, Naturalis historia, VII, 56, 201.
  16. ↑ Bruni 1998, pp. 28-35; Guerini 2020, p. 9.
  17. ↑ Bruni 1998, pp. 23-24.
  18. ↑ Bruni 1998, p. 14.
  19. ↑ Guerini 2020, p. 9; Camporeale 2015, p. 424; Paribeni 2010, pp. 258-263.
  20. ↑ Corretti 1994, pp. 591-660.
  21. ↑ Michetti 2017, p. 399; Bini e Rossi 2022, pp. 39-58.
  22. ↑ Camilli 2004, pp. 67-68.
  23. ↑ Bini e Rossi 2022, pp. 39-58.
  24. 1 2 Bruni 1998, pp. 92-99.
  25. ↑ Camporeale 2015, pp. 424-425; Bruni 2022, pp. 59-62.
  26. ↑ Paribeni 2010, pp. 258-263.
  27. ↑ Bruni 1998, pp. 99-104; Camporeale 2015, p. 425.
  28. 1 2 3 4 Bruni 1998, pp. 116-120.
  29. ↑ Bruni 1998, pp. 129-131.
  30. ↑ Camporeale 2015, pp. 426-427.
  31. 1 2 Bruni 1998, pp. 200-203.
  32. ↑ Bruni 1998, pp. 228-231; Camporeale 2015, p. 427.
  33. ↑ Bruni 1998, pp. 105-107; Zifferero 2006, p. 192.
  34. ↑ Bruni 1998, pp. 105-107; Bruni e Severini 1997, pp. 560-562.
  35. ↑ Bruni 1998, pp. 107-113; Nielsen e Warden 2017, pp. 1333-1334.
  36. ↑ Bruni e Severini 1997, pp. 560-562.
  37. ↑ Bruni 1998, pp. 114-116.
  38. ↑ Bruni e Severini 1997, pp. 569-571.
  39. ↑ Bruni 1998, pp. 203-204.
  40. ↑ Bruni 1998, p. 204.
  41. ↑ Bruni 1998, pp. 196-198; Bruni e Severini 1997, pp. 576-584; Zifferero 2006, p. 199.
  42. ↑ Per l'attribuzione ligure Camporeale 2015, p. 426; contra Bruni e Severini 1997, pp. 567-569, sulla base delle iscrizioni etrusche associate a questo rituale in Versilia.
  43. ↑ Bruni e Severini 1997, pp. 589-596.
  44. ↑ Corretti 2017, p. 451.
  45. ↑ Bruni e Severini 1997, pp. 576-584; Camporeale 2015, p. 425.
  46. 1 2 3 Bruni 1998, pp. 128-129.
  47. 1 2 Camporeale 2015, p. 427.
  48. ↑ Michetti 2017, p. 393.
  49. ↑ Camporeale 2015, p. 426; Bruni 1998, pp. 200-203.
  50. ↑ Camilli 2005, pp. 1-7; Bruni 2022, p. 65.
  51. ↑ Camilli 2005, pp. 1-7.
  52. ↑ Bruni 2022, p. 65; Michetti 2017, pp. 399-400.
  53. ↑ Camilli 2004, pp. 67-76; Camilli 2005, pp. 1-7.
  54. ↑ Michetti 2017, p. 400.
  55. ↑ Redhouse-Stoddart 2011, pp. 166-175
  56. ↑ Camporeale 2015, p. 427; Bruni 1998, pp. 205 e 238.
  57. ↑ Camporeale 2015, p. 427; Marcone 2017, p. 674.
  58. ↑ Marcone 2017, p. 674; Bruni e Severini 1997, pp. 563-564.
  59. ↑ Camporeale 2015, p. 427; Torelli 2017, p. 686, fig. 38.1.
  60. ↑ Bruni 2022, pp. 66-67; Camilli 2005, p. 2.
  61. ↑ Bruni 2022, pp. 66-67.
  62. ↑ Bruni 2022, p. 70.
  63. ↑ Fabiani e Rizzitelli 2022.
  64. ↑ Camilli 2005, pp. 1-7; Bruni 2022, pp. 75-76.
  65. ↑ Esposito 2020, pp. 61-76.
  66. ↑ Bini e Rossi 2022, pp. 39-58; Alberti 2022, pp. 81-83.

Bibliografia

Voci correlate