| Fiesole | |
|---|---|
| Nome originale | Vi(p)sul (forma etrusca ricostruita), Faesulae (latino) |
| Amministrazione | |
| Territorio controllato | medio Valdarno, Mugello e valichi appenninici |
| Territorio e popolazione | |
| Superficie massima | circa 29 ha |
| Nome abitanti | Faesulani (in latino) |
| Lingua | Etrusco, poi latino |
| Localizzazione | |
| Stato attuale | |
| Località | Fiesole |
| Coordinate | 43°48′28.49″N 11°17′18.75″E |
| Altitudine | circa 295 m s.l.m. |
| Cartografia | |
Fiesole (in latino Faesulae, in etrusco Vi(p)sul secondo una ricostruzione discussa) fu una città etrusca e poi romana dell'Etruria settentrionale, situata sui due rilievi che dominano la confluenza del Mugnone nell'Arno, sul luogo dell'odierna Fiesole. Fu il principale centro etrusco della valle dell'Arno a monte della confluenza con la Sieve, e l'unico dell'Etruria tirrenica a nord del fiume ad avere continuità di vita fino all'età moderna.
La documentazione archeologica attesta una frequentazione continua del colle almeno dall'età del bronzo, mentre il momento e le modalità della formazione urbana sono oggetto di un dibattito ancora aperto, che colloca il costituirsi della città fra il tardo arcaismo e il IV secolo a.C. Al territorio fiesolano appartiene la produzione scultorea delle cosiddette «pietre fiesolane», stele e cippi funerari in pietra serena di età tardo arcaica. In età ellenistica la città, dotata di una cinta muraria di circa 2,5 km, controllava attraverso un sistema di insediamenti d'altura un territorio esteso dal medio Valdarno al Mugello e ai valichi appenninici.
Conquistata dalle truppe romane nel 90 a.C. durante la guerra sociale e interessata poco dopo da un insediamento di veterani sillani, Faesulae fu il centro di raccolta dell'esercito di Catilina nel 63 a.C. In età imperiale rimase un municipium di dimensioni superiori a quelle della vicina colonia di Florentia, dotato di teatro, terme e Capitolium, fino alla crisi del V secolo e alle distruzioni della guerra greco-gotica.
Il nome latino della città è Faesulae; Silio Italico usa la forma Faesula, mentre le fonti greche danno Φαίσολα in Polibio e Φαίσουλαι in Tolomeo.
Il nome etrusco della città non è attestato direttamente. Le due forme che sono state proposte, vipsl e visl, provengono da due soli cippi di confine dell'area urbana: il primo, rinvenuto nel 1905 in via Marchi, reca tular s'pural hil puratum vipsl vχ tatr; il secondo, proveniente da Campo Perino, ai piedi del tratto settentrionale della cinta, reca tular spural ainpuratum visl vχ tatr.
L'identificazione di vipsl con il nome della città risale a Pallottino, che tuttavia la registrava nel proprio indice nella forma vi(p)s(u)l seguita da punto interrogativo; nel Thesaurus Linguae Etruscae le due voci figurano come vipsl e visl, mentre Pfiffig adotta visul. Nel repertorio dei nomi di città allegato alla loro introduzione alla lingua etrusca, Giuliano e Larissa Bonfante assegnano a Faesulae la forma Vi(p)sul, anch'essa con lettere restituite fra parentesi; il repertorio dichiara però di dipendere da Pfiffig e dallo studio di Pallottino sui nomi etruschi di città, e non costituisce quindi una conferma indipendente. Colonna nel 1988 assunse la forma come poleonimo, collegando i due cippi al tracciato della grande cerchia urbana, e Maggiani nel 2007 ne confermò per autopsia la lezione vipsl contro visl, aderendo alla stessa interpretazione.
Una diversa lettura interpreta invece la formula come indicazione dei confini dell'agro pubblico seguita dai nomi dei magistrati che presiedettero alla terminazione: già Mazzarino osservava a questo proposito che in Vps Vχ Tatr i nomi risultano troppo abbreviati. Chellini nel 2023 ha ripreso questa linea, rileggendo i due testi come purv pum e proponendovi una magistratura pur(th) e il nome di V(el) Pum(pna) figlio di Vipe.
Due elementi tradizionalmente addotti a sostegno del poleonimo sono stati messi in discussione. L'obiezione fonetica, secondo la quale il passaggio da v- a f- è inammissibile e la F di Faesulae deve essere originaria, era stata formulata da Pauli nel Corpus Inscriptionum Etruscarum e risultava acquisita già nel 1952. Quanto alle due iscrizioni su ciotola che parevano corroborare la forma, la prima è falsa ed è stata espunta dopo il Thesaurus Linguae Etruscae, mentre la seconda proviene da San Martino a Poggio presso Dicomano, dove i graffiti pubblicati da Cristofani nel 1975 recano gentilizi, velasna, petruni e vipina.
La condizione di Fiesole risulta così diversa da quella della maggior parte delle città etrusche, per le quali il nome indigeno è documentato da attestazioni multiple e talora da riscontri esterni, come nel caso di Cisra per Cerveteri, confermato dall'adattamento punico delle lamine di Pyrgi.
Le fonti letterarie ricordano Fiesole quasi esclusivamente in contesti militari. Silio Italico la annovera fra i contingenti etruschi presenti alla battaglia di Canne e la qualifica come interprete del fulmine, con un verso che è all'origine della tradizione su una scuola fiesolana di interpretazione dei fulmini, ramo della disciplina etrusca. Livio ricorda il passaggio di Annibale nel territorio fiesolano nel 217 a.C. e, per il 205 a.C., l'assenza di Fiesole e di Cortona dall'elenco delle città che fornirono aiuti a Scipione.
Per l'età repubblicana la città compare nel racconto della guerra sociale in Floro e, soprattutto, nella tradizione sulla congiura di Catilina: Sallustio colloca i Manliana castra presso Faesulae e Cicerone parla di ager Faesulanus. Granio Liciniano menziona i castella veteranorum insediati a Fiesole da Silla e la loro distruzione nel 78 a.C. Plinio e Tolomeo la registrano fra le città dell'Etruria: nel catalogo pliniano delle regiones Italiae Fiesole compare accanto a Florentia, ed è l'unico passo di un autore antico in cui le due città siano nominate nello stesso contesto. Plinio ricorda inoltre il fiesolano C. Crispinius Hilarus, che sotto Augusto si recò a sacrificare in Campidoglio accompagnato da sessantuno fra discendenti e congiunti. Per la tarda antichità Procopio descrive l'assedio bizantino del 539-540, ricordando la posizione naturalmente munita e la cinta muraria, e definisce Fiesole castello mentre Firenze è detta città.
Sul piano epigrafico la documentazione etrusca si riduce a poche iscrizioni, in prevalenza funerarie e confinarie, mentre le iscrizioni latine restituiscono la vita istituzionale e religiosa del municipio, con magistrature, sacerdozi e collegi.


L'interesse antiquario per le antichità fiesolane risale al XVIII secolo, con il canonico Angelo Maria Bandini, che era a capo della Laurenziana, e prosegue fra il 1786 e il 1826 con quattro opere dell'architetto Giuseppe del Rosso. Il primo scavo archeologico è del 1809 e riguardò il teatro romano; a condurlo fu il barone prussiano Friedrich von Scherlerstein, e pochi anni più tardi il monumento venne nuovamente ricoperto di terra per sottrarlo ai depredamenti.
L'area dove sorgono teatro, terme e tempio ricadeva in un fondo agricolo denominato Buca delle Fate, appartenente al Capitolo della cattedrale, sul quale erano previste nuove costruzioni; a mutarne la destinazione furono una fase di stagnazione dell'edilizia e la pressione degli ambienti eruditi fiorentini che si riconoscevano nel marchese Carlo Strozzi e nell'Accademia La Colombaria, sicché nel 1873 il terreno fu acquistato dal Comune. Le indagini sistematiche furono avviate nel 1870 per iniziativa della Commissione governativa istituita per le antichità etrusche; nel 1877 fu istituita una Commissione archeologica comunale, presieduta da Francesco Zauli Naldi e diretta negli scavi da Demostene Macciò, che riportò integralmente alla luce il teatro nell'arco di un ventennio. Agli stessi anni risale la distruzione di gran parte del deposito archeologico della zona di piazza Mino, spianata per creare l'attuale piazza Garibaldi: Gamurrini, che vi si recò nel 1879, vide macerie di muri che scomparivano e molte pietre tagliate in quadro sparse ovunque, mentre si asportava il declivo del colle per circa seicento metri quadrati con un taglio da uno a due metri.
Nel triennio 1910-1912 Edoardo Galli condusse lo scavo la necropoli di età longobarda impiantata sull'area del tempio e riordinò le collezioni comunali, trasferite nel 1914 nell'edificio neoclassico progettato da Ezio Cerpi. La ripresa sistematica dell'esplorazione fu decisa nel 1952 dal soprintendente Giacomo Caputo, che promosse un rilievo topografico dell'intera città antica in scala 1:200 e la ricerca stratigrafica fino alla roccia; negli anni immediatamente successivi Guglielmo Maetzke scavò il tempio. Dagli anni ottanta le indagini si sono spostate nel tessuto urbano, con gli scavi diretti da Giuliano de Marinis in via Marini e via Portigiani nel 1986, nell'area di piazza Garibaldi e nella cripta di San Romolo fra il 1990 e il 1991.
Lo stato delle conoscenze prima e dopo quella stagione di scavi è misurabile confrontando le due voci dedicate a Fiesole nell'Enciclopedia dell'arte antica: nel 1960 Maetzke poteva parlare con sicurezza di un centro organizzato soltanto dagli inizi del III secolo a.C., riferiva a quella data la cinta muraria e osservava che non esistevano elementi validi per fissare l'esistenza della città in epoca più antica; nel 1994 de Marinis registrava invece la continuità di vita nell'abitato dall'età del bronzo e i risultati degli scavi urbani degli anni ottanta. Alla revisione di quegli anni si deve anche l'abbandono di attribuzioni tradizionali: gli scavi del 1955 mostrarono infatti arbitraria ed errata l'assegnazione a età etrusca dei resti osservati agli inizi dell'Ottocento presso Sant'Alessandro.
Un carattere della documentazione fiesolana è la sproporzione fra la quantità dei materiali e la scarsità dei contesti: la sovrapposizione continua dell'abitato, l'esiguità dell'interro e la mancanza di indagini programmate hanno lasciato quasi ignote le necropoli arcaiche e classiche, e l'apparente rarità di alcune classi di materiali è stata ricondotta da più studiosi alle vicende della ricerca piuttosto che a un dato storico.

La città antica occupava i due rilievi contrapposti che chiudono a settentrione la valle dell'Arno, oggi detti di San Francesco a occidente, corrispondente all'arce, e di Sant'Apollinare a oriente, e la sella compresa fra essi. La superficie urbana è stimata intorno ai 29 ettari. La posizione domina la confluenza del Mugnone nell'Arno e controlla insieme la via di fondovalle e l'accesso ai valichi appenninici verso il Mugello e l'Etruria padana.
Il substrato è costituito dall'arenaria macigno, che si presenta nelle due varietà della pietra forte, che regge bene all'esposizione all'aperto ed è perciò usata nelle strutture scoperte come le mura, e della pietra serena, di grana più fine ma soggetta a sfaldarsi all'aperto; la roccia era estratta sul posto a cielo aperto: i fronti di cava delimitano a sud e a est l'area dei monumenti pubblici, e la pietra fu impiegata per le mura, per gli edifici e per la produzione scultorea locale. I fronti di cava di Maiano e del Monte Ceceri rimasero in esercizio fino all'età contemporanea: una statistica comunale del 1871 registrava a Fiesole 386 scalpellini.
Le testimonianze più antiche del colle sono frammenti ceramici rinvenuti nell'area antistante il tempio, riferibili al II millennio a.C., cui si aggiungono materiali dell'età del bronzo e della prima età del ferro provenienti in larga parte da contesti stratigrafici disturbati da interventi posteriori. Fra i reperti figura una forma di fusione in pietra serena per uno scalpello in bronzo, del bronzo finale, trovata a diretto contatto con la roccia nell'area antistante il tempio, e nello stesso settore sono stati riconosciuti, incisi nel banco roccioso, gli alloggiamenti dei pali di strutture a capanna.
L'occupazione del colle risulta ininterrotta almeno a partire dal bronzo medio, con attestazioni abbondanti nel bronzo finale, e prosegue senza soluzione di continuità fino al periodo arcaico: Fiesole è per questo annoverata fra i pochi grandi centri etruschi per i quali tale persistenza sia archeologicamente documentata nell'abitato e non soltanto nelle necropoli. I frammenti di età villanoviana recuperati nei riempimenti dell'area del tempio potrebbero provenire per smottamento o per colmatura dalle pendici del colle di San Francesco.
Sulla base dei materiali dell'età del ferro si individuano due principali nuclei abitati sulle pendici delle due alture contrapposte, quella occidentale di San Francesco e quella orientale di Sant'Apollinare. Il periodo orientalizzante ha lasciato a Fiesole tracce esigue, sensibilmente meno significative di quelle documentate nel territorio circostante, dove si collocano i tumuli monumentali della Montagnola e della Mula presso Sesto Fiorentino: il dato è stato letto come indizio di un rallentamento dello sviluppo dell'abitato in una fase in cui la ricchezza si concentra sul fondovalle dell'Arno, ma anche come effetto della scarsità di indagini, dal momento che nessuna tomba orientalizzante è stata finora riconosciuta con certezza nell'immediato circondario della città.
Il momento e le modalità con cui i nuclei sparsi sul colle si organizzarono in una città sono oggetto di posizioni divergenti, che collocano il processo fra la seconda metà del VI secolo a.C. e il periodo successivo al V secolo a.C. La divergenza dipende in larga misura dalla natura della documentazione, quasi tutta indiretta: mancano contesti abitativi estesi e necropoli urbane, e gli indizi disponibili sono costituiti dai luoghi di culto, dalle pietre fiesolane e dalla distribuzione dei materiali.
Secondo Camporeale, le strutture e il deposito di bronzetti votivi rinvenuti nell'area di villa Marchi, databili fra la fine del VI e il V secolo a.C., insieme all'attività della bottega delle pietre fiesolane, fanno ipotizzare un'organizzazione di tipo urbano già nel VI secolo a.C. Una posizione affine, ma fondata su elementi diversi, è quella di Martinelli, secondo il quale il riassetto della città muove in primo luogo da una destinazione sacra dello spazio urbano: i due sacelli tardo arcaici riconosciuti sulle pendici opposte, quello sotto il tempio ellenistico e quello di villa Marchi, sono simili per tecnica costruttiva, quota e posizione, ed entrambi sorgono a ridosso del tracciato che sarà poi delle mura, il che indizierebbe un primo assetto urbanistico già nel terzo quarto del VI secolo a.C., con una linea pomeriale definita sul piano religioso e civile.
Una terza formulazione interpreta il processo come un sinecismo fra gli abitati dei due colli, cui si sarebbero aggiunti alcuni nuclei vicini, fra la fine del VI e il V secolo a.C.; la spinta viene ricondotta al peso crescente assunto dai valichi appenninici, che Fiesole domina per posizione, negli scambi con l'Etruria padana e con Felsina nella loro fase di maggiore prosperità. A un quadro analogo si richiama Chellini, per il quale elementi indiretti fanno ipotizzare un'organizzazione urbana nel tardo arcaismo, con una distinzione già percepibile fra funzione militare e funzione religiosa.
In senso opposto, Cappuccini ritiene che il VI secolo a.C. restituisca ancora un contesto preurbano, dominato da potentati locali, e Nielsen e Warden collocano l'emergere di Fiesole soltanto dopo l'età classica, osservando che prima del IV secolo a.C. la città non appare più significativa di Sesto Fiorentino o degli insediamenti della piana di Firenze, e che i piccoli abitati documentati dalla diffusione delle pietre fiesolane si sarebbero coagulati in un'entità politica dominata da Fiesole solo dopo il V secolo a.C. Su una linea prossima si colloca de Marco, per il quale la città appare veramente tale e organizzata soltanto fra la fine del V e gli inizi del IV secolo a.C., quando compare la cinta muraria, da collegare a una serie di altri interventi fra cui le monumentali strutture di terrazzamento.
Il dibattito è complicato dal rapporto, non chiarito, fra Fiesole e l'abitato di Gonfienti, esteso su almeno diciassette ettari a impianto ortogonale e attivo dalla seconda metà del VI secolo a.C. fino all'abbandono di fine V secolo a.C.: la sua fondazione è stata letta ora come conseguenza dell'affermarsi di un centro egemone, ora come espressione di potentati locali autonomi.

Alla fase tardo arcaica risalgono i due edifici di culto riconosciuti sulle pendici opposte del colle. Nell'area poi occupata dal tempio ellenistico gli scavi hanno riconosciuto, al di sotto delle fondazioni, un livello d'uso che conteneva materiali arcaici e si legava a una struttura muraria orientata a nord-nordest, sigillata da uno strato di crollo nel quale figurava bucchero decorato a stampiglia; l'area era stata resa pianeggiante intagliando il banco roccioso e colmando gli avvallamenti, così da ricavare un vasto ripiano in pendenza verso est, sulla quale fu eretto un piccolo edificio quadrangolare di circa cinque metri di lato, con fondazioni in pietre a secco, pavimento in terra battuta, pareti in argilla e copertura di tegole con antefisse a testina entro nimbo a conchiglia, di una classe attestata negli ultimi decenni del VI secolo a.C. L'acroterio fittile del columen è stato ricostruito da Martinelli nelle forme di un ippocampo, con il corpo ricurvo rivestito di squame policrome; Cagianelli e Bruni giudicano arbitraria quella ricostruzione e descrivono il frammento come una creatura fantastica munita di ali, per la quale non si conoscono al momento raffronti, notando che le zampe superstiti sono sottili e richiamano più un volatile che un equino.
All'edificio arcaico appartiene anche un altare, i cui frammenti tornarono alla luce nel 1900 sotto le strutture di fondazione della gradinata del tempio romano, insieme a due basamenti in arenaria pertinenti a un altare e a una statua: il fregio, con palmette e fiori di loto e un leoncino accovacciato a tutto tondo, è stilisticamente affine alle pietre fiesolane, e Bruni vi ha riconosciuto un altare munito di ante secondo una formula di ascendenza greca, confrontabile con quello del santuario del Portonaccio a Veio.
Sulla pendice meridionale, l'edificio individuato nel 1931 durante la costruzione di una casa privata a monte delle mura, noto come sacello di villa Marchi, misurava circa quattro metri per sette, aveva pareti in argilla cruda e copertura probabilmente vegetale, data l'assenza di pietre e tegole, ed era difeso sul lato orientale da una robusta struttura di contenimento; la fronte, rivolta a mezzogiorno, correva parallela alle mura, distanti circa nove metri. La stipe ha restituito quarantasei bronzetti databili dalla prima metà del V secolo a.C. fino al II-I secolo a.C., con sedici basi in pietra, fibule, lamine di bronzo pertinenti a un cofanetto, aes rude, monete e vasellame; le figure, in abiti lunghi e attillati e con calzari a punta rialzata, tengono la destra aperta con il palmo rivolto verso terra e una melagrana nella sinistra, e sono state riferite al culto delle divinità infere.
Alla stessa fase appartiene la produzione delle pietre fiesolane, che rappresenta la testimonianza figurativa più cospicua della Fiesole arcaica, e alcuni contesti sacri minori del colle, fra cui il bronzetto votivo raffigurante Ercole in leontè, di tipo cipriota, recuperato nel 1898 presso Sant'Apollinare e assegnato al 540-530 a.C. da Martinelli, al V secolo a.C. nella scheda del museo, e una protome frammentaria di leone in arenaria dall'arce di San Francesco.
Per il V secolo a.C. la documentazione urbana si riduce sensibilmente. Il quadro dei rinvenimenti di ceramica attica nel territorio è stato utilizzato per ricostruire la direttrice che dall'Etruria padana, e in particolare da Spina, si dirigeva verso Pisa o verso Chiusi, e in questo quadro Fiesole è stata definita lo snodo posto alla biforcazione della viabilità. Alla fine del secolo si colloca l'abbandono di Gonfienti, avvenuto senza tracce di distruzione violenta e ricondotto a un aumento della piovosità che avrebbe messo in crisi il sistema idraulico dell'abitato, con allagamenti e rapido interro.

Fra la fine del IV e gli inizi del III secolo a.C., e secondo de Marco già allo scorcio del IV, l'area sacra settentrionale fu completamente ristrutturata: il sacello arcaico, distrutto da un incendio, non fu rimosso ma sepolto sotto un vasto terrapieno, sul quale fu edificato un tempio di dimensioni maggiori, con cella e due ali prolungate in ante; il muro di sostegno era interrotto da una gradinata di otto scalini. Alla stessa fase risalgono le monumentali strutture di terrazzamento che da allora caratterizzano l'assetto urbano e, secondo la datazione corrente, la cinta muraria.
Il III e il II secolo a.C. sono il periodo di massima estensione dell'abitato e di più intensa attività edilizia. Gli scavi di via Marini e via Portigiani hanno restituito strutture in opera pseudoisodoma con terrazzamenti, un portico su colonne, una rampa e una porta, interpretate come accesso a grandi edifici pubblici, la cui fondazione la stratigrafia colloca nel terzo quarto del II secolo a.C. Lo scavo della cripta di San Romolo ha mostrato che l'area era densamente urbanizzata dalla fine del IV secolo a.C.
All'apparato decorativo di un grande edificio pubblico di questa fase è stato riferito il torso bronzeo di un felino, tornato alla luce nel 1882 accanto ai resti di un imponente edificio di età tardo ellenistica, nell'area dove oggi si apre piazza Garibaldi: l'associazione con l'arula dedicata dai Fiorentini ne aveva suggerito l'identificazione come lupa capitolina, lettura che non ha però trovato altri riscontri, e il pezzo è oggi riconosciuto, con qualche riserva, come una leonessa, forse parte di un gruppo con una potnia theron. La stessa intraprendenza edilizia si osserva negli insediamenti del territorio, dove agli inizi del III secolo a.C. si collocano ambiziosi progetti di ristrutturazione e il riordino degli apprestamenti difensivi sulle alture circostanti: il fenomeno è stato ricondotto all'iniziativa di singole gentes fiesolane, delle quali i cippi di confine restituiscono i nomi. A questa fase appartengono anche le sei tombe a camera di via del Bargellino, le uniche sepolture fiesolane di cui si conoscano struttura e corredi.
Secondo de Marco la congiuntura favorevole comincia a declinare nel corso del II secolo a.C., analogamente a quanto avviene in altre città dell'Etruria settentrionale, con le aristocrazie rurali al potere in qualche caso scalzate da rivolte popolari e con l'avvicinarsi della prospettiva della confisca e della redistribuzione delle terre ai veterani romani.

Nel corso della guerra sociale Fiesole si schierò contro Roma e nel 90 a.C. fu ricondotta all'ordine da Lucio Porcio Catone. La conquista fu violenta e lasciò segni di combustione nei livelli e nelle murature del tempio, e la sequenza degli strati indica che la ricostruzione non seguì immediatamente, restando l'area disabitata per un certo tempo. Con la lex Iulia del 90 a.C. la città ottenne la cittadinanza romana e divenne municipium.
Per essersi schierata con i mariani nella successiva guerra civile, Fiesole fu privata di parte del suo agro, sul quale Silla avviò intorno all'81 a.C. una parcellizzazione a favore dei propri veterani. Cicerone e Sallustio alludono a Fiesole con il termine colonia, mentre Granio Liciniano parla di castella veteranorum, espressione che ha fatto pensare a un insediamento distinto dal centro urbano preesistente. Lo scavo ha individuato lungo il pendio settentrionale della città abitazioni dei coloni, con pavimenti in cocciopesto e pareti rivestite di intonaci policromi, poi distrutte nella prima età imperiale quando l'area fu occupata dagli edifici monumentali.
Nel 78 a.C., quando si diffuse la voce che il console Lepido intendesse annullare i provvedimenti di Silla, i Fiesolani irruppero nei castella, ne uccisero un buon numero di occupanti e recuperarono le terre. Gli attriti dovettero tuttavia comporsi rapidamente, poiché nel 63 a.C. i coloni rimasti fecero parte, a fianco dei vecchi abitanti, dell'esercito di Catilina, che aveva scelto l'ager Faesulanus come base di raccolta e vi aveva posto a capo delle truppe il fiesolano Gaio Manlio. Alla fine di novembre del 63 a.C., all'avvicinarsi del console Gaio Antonio, Catilina lasciò il campo presso Fiesole e si ritirò sulle alture a settentrione; l'esercito consolare rimase per settimane nei pressi della città, impedendogli la via di pianura verso Pistoria e costringendolo alla traversata appenninica che si concluse con la sconfitta dei primi mesi del 62 a.C.
Alla romanizzazione del territorio contribuì in modo decisivo la fondazione di Florentia, decisa da Cesare e completata in età triumvirale. L'indagine archeologica ha accertato che il sito ospitava in precedenza soltanto un abitato etrusco di modeste dimensioni, del tutto riconfigurato a partire dagli anni centrali del I secolo a.C.; prima di allora, dunque, nessuna concorrenza poteva sussistere fra le due città.

La condizione giuridica di Fiesole in età imperiale è discussa. Secondo Bianchi il municipio non cessò mai di esistere e la colonia sillana ebbe vita breve, fondendosi con esso al più tardi dopo il fallimento della congiura catilinaria; la dimostrazione poggia sull'epigrafe sepolcrale di C. Murrius, di età giulio-claudia, che ricorda un cursus di edile, quattuorviro, pontefice e rex sacrorum: a Firenze la carica suprema è ricoperta invariabilmente da duoviri, mentre il rex sacrorum manca del tutto nelle colonie romane e ricorre solo presso antiche comunità italiche entrate nel dominio romano con lo statuto municipale. Gabrielli si mostra invece dubbiosa sull'esistenza a Fiesole del quattuorvirato e parla senza esitazione di una colonia romana fondata nell'80 a.C.
La convinzione che la deduzione di Florentia avesse determinato l'eclissi immediata di Faesulae non trova conferma nei dati: la superficie urbana fiesolana, stimata intorno ai ventinove ettari, risulta maggiore di quella fiorentina, e nei decenni a cavallo fra il I secolo a.C. e il I d.C. l'assetto monumentale della città fu ampliato con un teatro, un edificio templare impostato su quello etrusco e un impianto termale, ampliato in età adrianea con una palestra dallo schema architettonico inusuale in Italia. Il precedente impianto urbanistico non fu sostanzialmente modificato, e cardo e decumanus ricalcarono le viabilità etrusche.
L'ubicazione del Capitolium è controversa. Gabrielli lo colloca nell'area di piazza Garibaldi, dove sorge la chiesa di Santa Maria Primerana, sulla scorta di una piccola ara di marmo che l'ordo splendidissimus Florentinorum dedicò alla triade capitolina ricordando il restauro del Campidoglio, ob restitutionem Capitoli: un caso non comune di intervento edilizio di una comunità su un edificio pubblico di quella confinante; de Marinis lo colloca invece sotto la cattedrale di San Romolo, sulla base delle fondazioni individuate nello scavo della cripta fra il 1990 e il 1991, ritenendo poco attendibili gli indizi a sostegno della prima localizzazione.
I culti documentati dalle iscrizioni comprendono un collegium compitalicium, una confraternita consacrata a Saturno, i dendrophori della Magna Mater e di Attis, aruspici e seviri augustali. Notevole è la diffusione del culto isiaco: il santuario fiesolano sorgeva sull'arce, e vi prevale l'associazione con Osiride, con l'epiteto raro di Taposiris attestato soltanto qui e in un'iscrizione da Cheronea; dall'area di Sant'Alessandro provengono due statue votive poste per Osiride e per la dea con l'epiteto di Taposiride dal veterano Gargennius Maximus, che le pose a nome del fratello Gargennius Macrinus.
Fra i notabili fiesolani il più noto è Q. Petronius Melior, il cui cursus, ricordato da un'epigrafe ostiense del 184, si apre con il pontificato esercitato insieme a Fiesole e a Firenze e prosegue con il quattuorvirato quinquennale fiesolano, la pretura d'Etruria dei quindici popoli per due volte e la curatela di Siena; un discendente omonimo raggiunse il consolato fra il 240 e il 245. Intorno alla metà del III secolo la città trovò ancora le risorse per una complessiva risistemazione urbanistica, di cui restano i segni nei restauri documentati al teatro, alle terme e al tempio.
La documentazione funeraria mostra che il versante settentrionale della città, dalla zona dell'antico foro all'area monumentale, fu progressivamente occupato da sepolture a partire dalla fine del IV secolo.
Pur in evidente decadenza, la posizione continuò a fare di Fiesole un punto strategico per il controllo dell'attraversamento dell'Arno e della viabilità appenninica: la città fu lambita dall'incursione di Radagaiso nel 405 e fu teatro di aspri combattimenti fra il 539 e il 541, nel corso della guerra greco-gotica, quando l'arce fu cinta d'assedio e costretta alla resa per fame. Sull'area monumentale ormai in rovina si impiantò, alla fine del VI secolo, il sepolcreto di età longobarda.

I Longobardi si insediarono a Fiesole verso l'ultimo decennio del VI secolo, in una città già impoverita dalle distruzioni della guerra e dalla contrazione dell'abitato. Le sepolture messe in luce a partire dall'ultimo ventennio dell'Ottocento hanno fatto ipotizzare un insediamento consistente, articolato per grandi gruppi familiari attorno a tre poli: l'area dell'antico foro, corrispondente all'odierna piazza Mino, il settore dei monumenti pubblici sul versante settentrionale e la sommità del colle di San Francesco, dove sorgeva la basilica paleocristiana poi intitolata a Sant'Alessandro.
Il sepolcreto più esteso occupava l'area del tempio, dove le tombe si disponevano in file irregolari orientate da oriente a occidente, con una concentrazione maggiore in corrispondenza della vecchia cella, le cui murature dovevano essere ancora riconoscibili al momento dell'impianto del cimitero; altre sepolture furono individuate presso le terme e nello spazio fra teatro e tempio. Le camere erano costruite con muretti a secco o con lastre di pietra, spesso di reimpiego da edifici romani, e la cronologia va dalla fine del VI a tutto il VII secolo. Una tomba maschile intatta, scoperta nel 1988 alle spalle del Palazzo Comunale, conteneva un sax, una scure e un calice vitreo azzurrognolo, e la datazione alla prima metà del VII secolo è confermata dal radiocarbonio.
Anche in questa fase la cinta muraria continuò a costituire il riferimento che dava identità all'abitato, tanto che nel XIII secolo il notaio Sanzanome ne attribuiva ancora la costruzione a giganti; la cattedrale fu riportata entro le mura solo nel 1028, e nel 1125 la città fu conquistata e smantellata dai Fiorentini.
L'assetto della città antica è noto per settori isolati, indagati in tempi diversi e raramente collegabili fra loro. Il foro è collocato con ogni probabilità sotto l'attuale piazza Mino da Fiesole, area che resta archeologicamente sconosciuta; il cardo e il decumanus di età romana ricalcarono, secondo de Marco, le viabilità etrusche preesistenti, condizionate dalla conformazione del colle.
Elemento caratterizzante dell'impianto sono le monumentali strutture di terrazzamento, che a partire dall'età ellenistica danno alla città il suo profilo a gradoni e che sono state riconosciute nell'area dei templi, in via Marini e via Portigiani e nell'area di piazza Garibaldi. La distinzione fra strutture di terrazzamento e strutture difensive costituisce il principale problema interpretativo della cinta.
La cronologia delle mura, lunghe circa 2,5 km e realizzate in blocchi di arenaria in opera isodoma o pseudoisodoma, non è determinabile su base archeologica, e le proposte formulate coprono un arco che va dal V al I secolo a.C. Morciano ha rilevato che mancano elementi oggettivi per riconoscere le fasi edilizie o fissarne la cronologia, che il settore in opera cosiddetta poligonale, che si osserva accanto al convento di San Girolamo, non è detto appartenga al momento più antico e che nulla dimostra una separazione fra arce e circuito urbano; su base storica, e in rapporto alla minaccia gallica e all'avanzata romana, propone tuttavia gli anni compresi fra il 350 e il 280 a.C. circa; Fontaine ha ribadito che l'arcaicità di quel tratto è un dato tecnico-stilistico e non cronologico, e che nell'Etruria settentrionale i grandi centri si dotarono di cinte monumentali per gradi; Maggiani, pur ritenendo probabile l'esistenza di una cinta già in età tardo arcaica, ammette che risulta arduo stabilire quali segmenti si possano attribuire a quel periodo. Martinelli conferma l'assenza di datazioni fondate su indagini specifiche e non esclude che singoli segmenti risalgano a una fase anteriore rispetto al resto; de Marco osserva a sua volta che restano indeterminabili tanto la data di costruzione quanto i successivi restringimenti e ampliamenti, e non esclude che una cerchia più ridotta, o alcuni tratti, siano molto anteriori.
Un saggio condotto nel 1957 immediatamente all'interno delle mura sul lato settentrionale ha messo in luce un ammasso di pietrame di oltre quattro metri che comincia direttamente al pari del paramento, mai a faccia vista dall'interno. Maetzke ne trasse due ipotesi alternative: o la fascia superiore della cortina, comprendente anche una fogna praticabile, è un'aggiunta di età romana realizzata con blocchi e pietra analoghi a quelli sottostanti, oppure l'intera cortina è unitaria e di età romana, e allora la sua funzione non è difensiva ma di sostegno del terrapieno. Sull'intero circuito è stato osservato che il tracciato non risponde soltanto al criterio del ciglio tattico: il fronte meridionale si spinge al di sotto della sella per sorvegliare la via che sale dalla pianura, mentre quello settentrionale chiude un vallone in linea diritta sostenendo la terrazza artificiale del centro monumentale.
Fra gli indizi utilizzati per ricostruire il perimetro della città in età arcaica vi è la posizione dei due sacelli tardo arcaici, entrambi a ridosso del tracciato successivo delle mura e disposti in corrispondenza delle vie d'accesso: quello dell'area settentrionale sulla direttrice proveniente dalla valle del Mugnone, quello di villa Marchi sulla via da Firenze e dall'Etruria interna.
L'organizzazione del territorio fiesolano in età ellenistica è ricostruita soprattutto su base prosopografica. Le iscrizioni restituiscono la presenza di singole gentes in aree determinate: i Papsina a Figline, i Velasna nel Mugello, dove il santuario di Frascole ne conserva il gentilizio, i Cursni a meridione, i Prastna a occidente, i Paltnas ad Artimino, i Lausini a Cetamura; le alleanze matrimoniali attestano rapporti con i Kilni aretini e con i Calisna Sepu del territorio di Monteriggioni. Alla stessa iniziativa gentilizia è stata ricondotta la stagione di cantieri che agli inizi del III secolo a.C. interessò tanto la città quanto gli insediamenti del comprensorio.
I cippi con iscrizione confinaria costituiscono la documentazione più singolare del territorio. Zeviani, che ha esaminato i quattordici cippi noti dai territori di Perugia, Cortona e Fiesole, distingue fra quelli di ambito privato e quelli di ambito pubblico, e osserva che i monumenti destinati a segnalare i confini di una città provengono tutti dall'area fiesolana: delle sei iscrizioni di questo tipo quattro sono incise su cippi e le rimanenti su altri supporti lapidei, e la loro origine fiesolana è dimostrata dalla menzione di due funzionari pubblici, Au. Cursnis e Au. Papsinas, accanto alla forma ritenuta il nome etrusco della città. Due provengono dall'area urbana, da via Marchi e da Campo Perino; altri due, con testo pressoché identico, dall'area a sudest, in prossimità di Sant'Andrea a Morgiano, sulle alture dell'Antella, dove un masso spianato con iscrizione rupestre fu tagliato via nel 1835 e sostituito da una copia, e dal Borro di Calcinaia, rinvenuto nel 1974. La distanza fra i cippi urbani e quelli meridionali, una quindicina di chilometri in linea retta, è stata letta come la misura dell'area posta sotto la diretta giurisdizione della civitas, oltre il quale si estendeva una zona di diversa giurisdizione. Sulla lettura dei termini che seguono la formula tular spural le posizioni restano divise: Ribezzo, con il consenso di Magi e di Buonamici, vi riconobbe i nomi dei magistrati incaricati della terminazione, i duoviri finibus figendis; Rilli vi lesse invece i nomi dei luoghi confinanti, obiettando che in Etruria la collocazione dei termini era materia religiosa affidata alla dottrina degli aruspici e non ad autorità duovirali; Buffa e Cora vi riconobbero il nome della città.
Il comprensorio fiesolano è punteggiato da insediamenti d'altura fortificati, in gran parte riorganizzati fra la fine del IV e il III secolo a.C., che Maggiani ha proposto di leggere come una rete di castella posti a presidio dei confini: Artimino con funzione di oppidum, quindi Montereggi al guado dell'Arno, e poi Pietramarina, Poggio La Croce, Cetamura, Castiglione di Travalle, Castellina Vecchia, Frascole e Poggio Colla.
Fra i siti indagati sistematicamente, Poggio Colla presso Vicchio conserva sulla sommità le fondazioni di un edificio monumentale articolato in almeno tre momenti costruttivi: al più antico, forse di età arcaica, si riferiscono elementi modanati di podio, tre basi tuscaniche e un'antefissa a testa femminile, mentre l'impianto tardo ellenistico, largo undici metri e lungo ventitré, andò distrutto entro la metà del II secolo a.C. A San Martino a Poggio presso Dicomano l'edificio tripartito di circa trentadue metri per undici e mezzo, a lungo interpretato come fortezza, si è rivelato privo di aperture e riempito volontariamente, e viene oggi letto come un grande podio, forse di un luogo di culto a cielo aperto. Monte Giovi, sopra Pontassieve, ha restituito una sequenza che dal luogo di culto conduce alla fortezza d'altura. A Pietramarina si riconoscono tre momenti: il più antico, compreso fra il VII secolo e gli esordi dell'arcaismo, documentato da alloggiamenti di pali riferibili a capanne; una fase arcaica conclusa da un incendio nel corso del V secolo; e un impianto ellenistico che si sovrappone ai precedenti.
Per l'età arcaica i rinvenimenti del Mugello si presentano isolati e distribuiti lungo la Sieve, mentre quelli di età ellenistica risultano concentrati intorno al guado di Ponte a Vicchio e nettamente più poveri: Nicosia ne dedusse il passaggio da un assetto agricolo distribuito in nuclei di dimensioni modeste e di discreta prosperità a una fase di concentrazione accompagnata da un calo del benessere.
La posizione di Fiesole è stata definita quella di uno snodo posto alla biforcazione della viabilità, fra la direttrice che dall'Etruria padana conduceva verso Pisa e quella diretta a Chiusi. Verso meridione un percorso tardoetrusco collegava la città al guado dell'Arno immediatamente a valle della foce della Mensola, con un tratto di lastricato preromano individuato a Bagno a Ripoli; il tracciato, disassato rispetto al reticolo centuriale romano, è stato riconosciuto come segmento della cosiddetta «Cassia etrusca». Sulla destra dell'Arno è ricordata una strada fra Fiesole e Arezzo, alla quale, secondo la ricostruzione di Tracchi, si sarebbe immesso, attraversato il fiume presso Compiobbi, uno dei rami del percorso di dorsale che da Poggio alla Croce raggiungeva San Donato in Collina; in età romana la via Quinctia congiungeva l'area fiorentina a Pisa. Verso settentrione i valichi appenninici mettevano in comunicazione il Mugello con l'Etruria padana.
L'economia del comprensorio fiesolano in età arcaica appare fondata sull'agricoltura, articolata in unità insediative di dimensioni contenute, mentre la posizione della città sulle direttrici che collegavano l'Etruria interna all'Etruria padana ne fece un punto di passaggio dei traffici. Il substrato arenaceo fornì insieme il materiale da costruzione e la materia prima della produzione scultorea locale, e le cave rimasero attive fino all'età contemporanea.
Le officine del territorio produssero un bucchero riconoscibile per forme e decorazioni, distinto dalle coeve produzioni dell'Etruria meridionale al punto da rendere poco significativo il confronto con quelle tipologie: il repertorio comprende olle biconiche con solcature sulla spalla, bicchieri, bacili su alto piede, kotylai con anse piatte o lavorate a traforo, ciotole carenate, piatti su alto piede e kyathoi miniaturistici, con decorazioni a stampiglia, a stralucido e a incisione. Il repertorio morfologico è già in buona parte definito nell'orientalizzante medio e conserva caratteri arcaizzanti, come i kyathoi con ansa a corna cave, di ascendenza villanoviana, prodotti ancora nel VI secolo a.C. La tecnica decorativa a stralucido applicata al bucchero compare inizialmente in area fiesolana, dove si collocano le attestazioni più antiche, degli ultimi decenni del VII secolo a.C., e da qui si sarebbe irradiata verso l'area tirrenica lungo la valle dell'Arno e verso l'Emilia attraverso il Mugello.
Pur nell'omogeneità della cultura materiale del comprensorio, l'area orientale del Mugello mostra rapporti più stretti con l'Etruria interna e con la Romagna, mentre quella occidentale è rivolta al basso Valdarno e al distretto volterrano.
Per l'età ellenistica è stata ipotizzata una produzione locale di ceramica a vernice nera, sviluppatasi dopo la precoce ricezione delle imitazioni di area felsinea, con un areale di distribuzione compreso fra Monte Giovi e Castelfiorentino e un'officina attiva intorno alla metà del IV secolo a.C. Vi si affianca una produzione di piatti in bucchero grigio cinereo, attribuita a officine locali per l'abbondanza con cui frammenti analoghi ricorrono in ogni settore indagato della città, dove si trovavano insieme a materiali aretini e romani: il suo avvio si colloca forse nel IV o nel III secolo a.C., e prosegue senza dubbio nei due secoli seguenti. Allo stesso impasto appartengono, in prevalenza sotto forma di piatti, i frammenti raccolti prima del 1910 nell'area monumentale. Sono invece giudicate prodotti locali, e ricorrono con grande frequenza nelle sepolture più recenti, anche alcune scodelline in bucchero grigio ordinario, forse del IV e del III secolo a.C. È inoltre documentata una modesta attività di produzione di urne in arenaria, concentrata soprattutto nel II secolo a.C., alla quale appartiene un frammento con corteo magistratuale su modelli volterrani.

Con la denominazione convenzionale di «pietre fiesolane» si designa una classe di stele e cippi funerari in pietra serena, con decorazione a basso rilievo, prodotti nel territorio di Fiesole in età tardo arcaica. Il nome fu coniato da Magi nel 1932, che ne pubblicò il primo corpus di venti pezzi; l'anno successivo, pubblicando una stele acquistata a Sansepolcro e da lui contrassegnata come n. 16 A, poi rinumerata 21 da Nicosia, lo stesso Magi avvertiva che l'arte fino ad allora denominata fiesolana poteva appartenere a una zona più estesa, comprendente il territorio fiesolano e quello aretino. La serie fu proseguita da Nicosia, che nel 1966 aggiunse due esemplari e ne fissò la tipologia, articolata in stele dei tipi a, b1, b2, c e d e in cippi dei tipi A, B e C; con le acquisizioni dello schedario topografico dell'agro fiorentino il corpus giunse a ventinove pezzi nel 1967.
La cronologia proposta da Magi si fondava esclusivamente su confronti stilistici, in assenza di dati di trovamento, e assegnava il pezzo più antico, la stele di Larth Ninie, agli anni fra il 520 e il 510 a.C. e il più recente verso il 470 a.C., con un ritardo di una decina d'anni rispetto ai modelli attribuito alla posizione periferica delle officine.
I tipi rivelano gradi diversi di standardizzazione: le stele dei tipi b2 e c, rispettivamente maschili e femminili, lasciano al committente un margine di scelta ristretto, mentre il tipo b1, a pannelli sovrapposti con il simposio fisso nel registro superiore, mostra una variabilità costante ed era scelto da chi intendeva autorappresentarsi in modo individualizzato; nei cippi la scalarità degli schemi decorativi coincide con le misure e quindi con il valore economico del monumento. Gli stilemi esterni più riflessi sono quelli degli ateliers marmorari pisani e delle stele volterrane, prossime alla stele di Larth Ninie, il che ha suggerito di leggervi un indizio dei fines delle rispettive aree di influenza.
Il repertorio figurativo comprende armati, personaggi con lituo, figure femminili sedute, scene di simposio e di danza, cavalieri e animali reali o fantastici. Nella scena di simposio Magi individuava tre caratteri distintivi: la compostezza dei gesti, la presenza della donna seduta in kathedra accanto alla kline, quasi assente nel resto d'Etruria, e la posizione anomala della mensula, vista dal lato breve; concludeva che gli artisti fiesolani avessero elaborato con notevole libertà i modelli greci, adattando uno schema importato al campo stretto della stele.
Nell'area urbana sono documentati due santuari sulle pendici opposte del colle. Quello settentrionale, presso le mura e in prossimità di una porta, ha restituito ex voto anatomici e un bronzetto raffigurante una civetta, elementi che hanno suggerito il culto di una divinità salutare, identificata con Menrva, la Minerva etrusca, nella sua accezione di dispensatrice di guarigione. Quello meridionale, del quale non restano resti visibili, ha restituito le statuette con la destra aperta rivolta verso terra e la melagrana nella sinistra, riferite al culto delle divinità infere.
Alla decorazione fittile del tempio settentrionale appartengono altorilievi di III secolo a.C. con scene di combattimento, fra i quali una testa barbata con elmo è stata riferita a Eteocle e a un gruppo raffigurante la lotta contro Polinice sotto le mura di Tebe. Nel territorio, piccoli luoghi di culto di età ellenistica sono segnalati da bronzetti votivi raccolti a Castel di Poggio, a Saletta, a Baccano, alle Caldine e su Monte Giovi.
Alla tradizione riferita da Silio Italico sulla rinomanza di Fiesole nell'interpretazione dei fulmini si affianca la presenza, nella documentazione figurativa locale, di personaggi con il lituo, mentre l'ipotesi di un collegium augurum fiesolano resta subordinata a due condizioni non dimostrate, che gli auguri raffigurati non siano privati e che la città avesse in quel momento un'organizzazione urbana.
Le necropoli di Fiesole sono quasi del tutto ignote, e la lacuna è stata ricondotta alla sovrapposizione continua dell'abitato e all'assenza di indagini programmate più che a un dato storico. Le uniche sepolture di cui si conoscano struttura e corredi sono le sei tombe a camera di via del Bargellino, di età ellenistica, collocate poco oltre la cinta lungo una via che portava in città e impostate sul declivio roccioso, che in quel tratto degrada rapidamente verso settentrione: la camera, rettangolare, è costruita con grossi conci di pietra serena privi di legante e reca banchine articolate su più ripiani; l'uso proseguì fino ai primi decenni del I secolo d.C., con il passaggio dal rito crematorio all'inumazione.
Nel territorio la documentazione è più ampia: in località Poggio al Vento, nei pressi di Vincigliata, sono state indagate una dozzina di sepolture di età orientalizzante, a camera con tumulo e tamburo e a cassa, e alla medesima area va con ogni probabilità riferita la stele di tipo fiesolano recuperata a poca distanza, nella chiesa di San Martino a Mensola.
La tradizione fiorentina medievale e umanistica attribuì a Fiesole un ruolo centrale nelle origini di Firenze: la Chronica de origine civitatis e la Nuova cronica di Villani raccontano che Cesare avrebbe dato origine a Firenze una volta abbattuta Fiesole, e che gli abitanti di quest'ultima si sarebbero trasferiti nel nuovo insediamento, e Salutati, Scala e Machiavelli ripresero il tema. Leonardo Bruni, nel primo libro delle Historiae Florentini populi, affermò l'origine sillana e quindi repubblicana di Firenze, dedotta dai coloni insediati a Fiesole, riprendendo una tesi già sostenuta da Salutati sulla scorta di Cicerone e Sallustio e opponendola alla versione cesariana prevalente nel Trecento. Nel 1492 Angelo Poliziano, sulla base del Liber coloniarum rinvenuto nella biblioteca medicea, attribuì invece la fondazione ai triumviri, e fu questa la ricostruzione accolta nel corso del Cinquecento. In questo contesto è attestata anche l'idea, tuttora ricorrente, che Fiesole sia stata una delle dodici città maggiori dell'Etruria: Hillard osserva che la città era da tempo considerata tale e ne indica un esempio in Flavio Biondo, mentre gli elenchi antichi non la registrano.
Nel Cinquecento Gelli e Giambullari, sulla scorta dei falsi di Annio da Viterbo, sostennero l'origine etrusca di Firenze e attribuirono agli Etruschi monumenti romani e medievali; Borghini li confutò elaborando uno dei primi metodi critici per determinare la cultura d'origine di un manufatto. Fra le poche antichità autenticamente etrusche citate da Gelli figurano i grandi blocchi delle mura fiesolane.