Rende (AFI: [ˈrɛnde], Renni in dialetto cosentino) è un comune italiano di 36 945 abitanti della provincia di Cosenza in Calabria, situato a nord dell’area urbana di Cosenza.
Si divide in due parti: il centro storico, che sorge su un colle a 474 m s.l.m. (altitudine riferita al sagrato della chiesa madre di Santa Maria Maggiore) e l'area moderna, nell'alta valle del Crati, che ospita la sede comunale posta a 183 metri s.l.m., e che è strettamente conurbata con Cosenza.
Per effetto del DPR 11 marzo 2016 al comune di Rende è stato concesso il titolo di città.

Rende si estende dalla riva est del fiume Crati a una quota altimetrica di circa 165 m s.l.m. fino alle propaggini orientali della Catena Costiera con le frazioni Malvitani a 330 metri s.l.m. e Nogiano a 525 metri s.l.m. Il territorio si dispone su un profilo altimetrico compreso tra 129 e 1137 metri s.l.m., e presenta zone montane ad ovest che pian piano degradano verso est formando colline, su una delle quali sorge il centro storico, fino ad arrivare alla Valle del Crati dove grazie ad ampie aree pianeggianti si estende la città moderna. Il Crati è il fiume più importante che la attraversa, insieme ai suoi affluenti Campagnano, Emoli e Surdo.
D'inverno il clima è freddo secco in collina, mentre a valle è freddo alquanto umido e i venti soffiano specialmente da nord e da nord-ovest. D'estate il caldo è temperato in collina, a valle invece è pesante e afoso.
Gli antichi Enotri, provenienti dalla piana di Sant'Eufemia e da Clampetia (Amantea) fondarono nei pressi del fiume da essi denominato Acheronte, la primitiva Acheruntia, "le case dei forti presso le acque del fiume" e, successivamente, Pandosia. La zona era però inadatta alla difesa durante le guerre che in quel periodo si susseguivano numerose, alcuni Acheruntini abbandonarono quei luoghi per rifugiarsi in un posto più difendibile, l'odierna frazione di Nogiano. Questo nuovo insediamento, che risale al 520 a.C., fu denominato Aruntia (Αρουντία in greco), "le case dei forti", e successivamente Arintha. Lo storico Ecateo di Mileto, vissuto nel 500 a.C., cita Arintha come Città della Bretia di origine enotra.
Le sorti della città seguirono quelle della vicina Cosentia. Nelle guerre puniche, Arintha venne chiamata alle armi insieme con i Pandosiani, Besidiesi, Cosentini e altri popoli per sbarrare il passo ad Annibale, il quale, allontanatosi da Roma, piombò repentinamente sui popoli del Brutio. Durante la dominazione romana, sotto il consolato di Q. Cecilio e L. Valerio, il Brutio divenne regione romana e le città e le borgate coi loro territori furono compresi in una vasta organizzazione amministrativa, divisa in "Municipi" e sostenuta militarmente e politicamente da colonie romane. Anche Arintha ottenne il titolo di "Municipio". Durante l'amministrazione romana si volle dare inizio alla costruzione e manutenzione di pochi e rudimentali acquedotti e delle strade. Arintha e altri paesi vennero così allacciati all'arteria principale che era la "Via Popilia", la sola che, scendendo da Capua, attraversava la Valle del Crati e gran parte del territorio di Arintha. Nel 72 a.C. quando Spartaco con la sua armata passò per la valle del Crati, molti schiavi tra gli acheruntini lo seguirono, pronti a dare il loro sangue per quella libertà da sempre bramata. Ma contro Spartaco arrivarono ben presto gli eserciti di Crasso e Pompeo che speravano di venire alle prese col gladiatore trace sul territorio della Valle del Crati. Egli fu poi sconfitto e ucciso a Reggio Calabria dove si era rifugiato.
Il Brutio ai tempi di Augusto si svegliò alle luci delle arti, delle lettere e della filosofia. Ebbe inizio così per alcuni privilegiati tra la gioventù di Arintha quel desiderio di sapere, che armonizza anima e intelletto con l'universo circostante. Nascono così le prime scuole pitagoriche dove venivano tramandati principi filosofici e scientifici.
La Valle del Crati, dove si estende la parte migliore del territorio di Arintha, fu sempre considerata dai barbari, come dai romani, la chiave del mezzogiorno d'Italia. Intorno al 410 d.C. Alarico, re dei Visigoti, con la ciurma dei suoi barbari deliberò di marciare indisturbato per gli Appennini calabri e precisamente per la campagne di Arintha al fine di arrivare in Sicilia evitando di porre l'assedio a Cosenza. Da qui, infatti, transitarono truppe e carriaggi, derubando e distruggendo quanto capitava sotto mano. Da qui poi risalirono lungo le rive del fiume Busento e il valico del Potame per scendere lungo il fiume Catocastro sino Clampetia, sulle coste del Tirreno e proseguire sino a Reggio e la Sicilia.
Nel 543 scese in Calabria Totila, che riconquistò per gli ostrogoti le regioni del Bruzio e si accanì specialmente alla conquista della città di Arintha insieme a Uffugum e Consentia, le quali città vollero opporre un'accanita resistenza. I soldati di Totila allora, non potendo sopraffare la resistenza delle varie popolazioni, addivennero a più miti consigli. Si vollero presentare ai "signori" di Arintha, Uffugum e Consentia per offrire loro onori e ricchezze in cambio di una più mite e benevola accoglienza. Ma i popoli del Bruzio decisero, invece, di rispondere con il rifiuto e continuando a battersi ostinatamente contro i barbari del nord. Il loro eroismo però fu vano, perché nei primi mesi del 547 tutto il territorio di Arintha fu invaso dalle orde barbariche che si moltiplicarono a dismisura; venne spezzata con la potenza del numero l'ostinata resistenza, e Arintha stessa fu messa a sacco e fuoco. Fu pesante la vendetta, molti subirono atroce martirio, mentre i pochi superstiti dovettero assistere alla quasi totale rovina dei loro beni e delle loro case.
Nei secoli successivi, così come per molti comuni calabresi, anche Arintha subì oltre alle dominazioni bizantine e longobarde anche un vero dominio musulmano, i cui califfi si alleavano ora con i Longobardi, ora con i Bizantini. Prima però di subire la invasione dei Saraceni, i calabresi, e specialmente i cosentini con tutte le forze della provincia, tra cui molti rendesi, ebbero verso il 721 l'incarico di andare a debellare i musulmani nel territorio di Napoli. Ma la vendetta di questi cadde inesorabile sulle popolazioni calabresi. Infatti le navi pirati dei musulmani cominciarono a devastare o distruggere le città marine. E quando nell'843-45 la baldanza musulmana arrivò al colmo della sua potenza, allora essi cominciarono a piombare gravemente sui paesi interni compresi Arintha, depredando le campagne, già annientate e devastate dalle guerre barbariche, dalle carestie e pestilenze. Solo più tardi, nell'anno 852, i rendesi insieme ai cosentini poterono insorgere contro le orde saracene, le quali vennero duramente sconfitte grazie alla protezione e l'aiuto del re Ludovico II. Ancora nel 901 ritornarono però in Calabria i saraceni che sottomisero la città di Cosenza. Nel settembre 902 arrivò lo stesso califfo Ibrahim, dai calabresi ricordato come "Brachimo".
Nel 914, l'emiro Abstaele di Squillace, che si era stabilito a Cosenza, venne ad assalire e distruggere quanto era rimasto nella cittadina di Arintha, forse perché ribelle al pagamento dei tributi. Il popolo di Arintha cercò spesso ma invano di contrastare la potenza saracena. Per questo motivo si ritirò in massa fra le mura della vicina città di Cosenza. Ma quando Cosenza, ormai distrutta, fu assalita e incendiata, quando la sua provincia fu tutta devastata, allora tutte le popolazioni furono costrette a fuggire sulle pendici della Sila formando i cosiddetti "casali". La gente di Arintha si stabilì nell'attuale territorio di Castiglione Cosentino e impose il nome di Arente a un torrente che sorgeva in quei pressi. Ancora oggi il torrente porta questo nome e serve ad alimentare la rete idrica del comune di Rose.
Dopo tanti anni le poche genti di Arintha rientrarono nelle proprie terre dalle montagne della Sila. Questa scelta fu dettata dal desiderio dei rendesi di ritornare nella terra dei propri avi ma soprattutto, fu la sicurezza nella potenza e nel favore dei Normanni che li convinse a ritornare tranquilli per dare inizio ad una vita più serena dentro le mura di più solide fortificazioni. I rendesi fondarono nuovamente il nucleo cittadino di Arintha su un colle solitario posto tra il fiume Surdo e l'Emoli. La Signoria di tale nuova città di nome Rende venne assunta dal capostipite dell'omonima Famiglia Rende, poi passata in Bisignano con il vescovo Guglielmo Rende (1295-1315) ed ivi ascritta al Sedile di Nobiltà.
A partire dal 1045, Rende passò sotto il diretto controllo dei Normanni, in particolare di Roberto il Guiscardo, che impose alla Città il pagamento di tributi e la presenza di un "Signore", il vescovo-conte di Cosenza. Ma nel 1091 tutto il circondario del cosentino si ribellò per le tasse troppo elevate. Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo ed erede designato, subentrato al padre nella gestione del territorio, chiese l'intervento di Ruggero I, suo zio, e di Boemondo, suo fratellastro maggiore, che repressero la ribellione con la forza.
Boemondo ottenne per il suo intervento il controllo della contea di Cosenza.
Boemondo d’Altavilla decise di realizzare un Castello sull'attuale solitario colle, tra i torrenti Surdo ed Emoli, da cui si domina buona parte della valle del Crati. La realizzazione dell'imponente struttura fu portata a termine nel 1095 con l'aiuto di Mirandi Artifices. È in questo periodo che per la prima volta compare in documenti ufficiali la denominazione Renne che significa Regno in francese antico.
Rende ed il suo castello diventano la base di Boemondo, prima che questi parta per la Crociata nel 1096. Nella sua impresa fu seguito da un cavaliere rendese, Pietro Migliarese, che condusse con sé quattro militi ed otto inservienti, ed al cui seguito si unirono anche i Mirandi Artifices già impegnati nella costruzione del castello. Boemondo ritornò a Rende nel 1106 e ancora nel 1111, poco prima di morire. Il terremoto del 1184 provocò gravi danni, danneggiando il castello e alcune chiese, e Rende conobbe un periodo di recessione.
Dal 1189 si assistette nel Regno di Sicilia ad una lotta per la successione a Guglielmo II il buono, ma solo nel 1194 fu posta la parola fine con la discesa nel regno di Sicilia di Enrico VI, marito di Costanza d'Altavilla ed erede designata dallo stesso Guglielmo. Passando in queste terre Enrico VI pretese il pagamento di ingenti tributi che la gente di Rende non avrebbe mai potuto onorare. In difesa di questi intervenne il Beato Gioacchino da Fiore, confessore di Costanza. Infatti egli conosceva bene i Rendesi, avendo passato quasi un anno tra le montagne di Rende prima di diventare Abate di Corazzo. Dopo la morte di Enrico VI avvenuta poco dopo, Rende visse un periodo florido, grazie anche alla protezione di Costanza.
Nel periodo svevo, Federico II confermò l'appartenenza delle terre di Rende all'arcivescovo di Cosenza. Nel 1222 Federico II si recò a Cosenza per l'inaugurazione del Duomo e i cittadini di Rende erano presenti con il loro gonfalone che raffigurava le tre torri del castello su uno sfondo bianco e rosso, i colori del blasone di Boemondo. Dopo la morte di Federico, si assistette alla disputa sulla sua successione, conclusasi nel 1266 con la battaglia di Benevento che vide la vittoria di Carlo d’Angiò contro Manfredi; nell'atrio del castello è tuttora visibile un'incisione dell'epoca che ricorda la presenza di mille Rendesi schierati contro Manfredi.
Nel periodo angioino, Rende venne affidata al Vescovo-Conte di Cosenza, di cui seguì le sorti. Dopo alterne vicende, si ritrova dal 1319 la presenza della famiglia Migliarese da Rende al servizio della Casa d'Angiò. Giovanni Migliarese venne nominato cavaliere di compagnia del Re Roberto d’Angiò e Godefrido Migliarese venne investito del feudo di Malvito.
Nel 1422, durante la guerra tra angioini ed aragonesi Francesco Sforza, il futuro duca di Milano, che comandava l'esercito angioino in Calabria, trovò rifugio nelle mura di Rende dove subì un assedio da parte delle truppe aragonesi che gli contendevano il controllo della Calabria settentrionale. Alcuni anni dopo, nel 1437, Rende, come tutta la Calabria, passò sotto il dominio aragonese e fu data in feudo alla Famiglia Adorno di Genova nel 1445. Nel marzo del 1460 il re Ferrante d'Aragona investì della contea di Rende (con Domanico, Mendicino, Carolei e San Fili) il nobile di origine normanna Luca Sanseverino, duca di San Marco Argentano, il quale di lì a poco diverrà anche Principe di Bisignano. Luca mantenne la contea per pochi anni e nel 1466, dopo la morte di Margherita di Poitiers, già marchesa di Crotone, sua suocera, che dimorava nel castello di Rende per averne ricevuto nel 1459 la concessione in castellania da Ferrante I d'Aragona, la contea ritornò agli Adorno dogi di Genova. Nel 1494 Rende chiese ad Alfonso II d'Aragona la conferma dei suoi privilegi e concessione di nuovi, in considerazione dell'aiuto prestato in occasione dei non lontani eventi bellici (la guerra di Otranto nel 1481?). Con l'avvento di Carlo V d'Asburgo avvenne una nuova ribellione di Alfonso Sanseverino, duca di Somma, che si era impadronito di Rende nel 1528, dopo la morte dell'ultimo conte Antoniotto Adorno doge di Genova. A seguito della disfatta e della morte di Odet de Foix visconte di Lautrec e luogotenente del Re di Francia, avvenuta nell'agosto 1528, la contea di Rende venne innalzata a marchesato e concessa nel 1532 a don Fernando de Alarcón, marchese della Valle Siciliana e governatore di Cosenza. La sua unica figlia sposò don Pedro González de Mendoza signore di Fiumefreddo e Longobardi, ed i discendenti assunsero il cognome de Alarcón y Mendoza per succedere nel fidecommesso dei feudi istituito dal primo marchese don Fernando de Alarcón. Nel 1535 don Pedro de Alarcón y Mendoza guidò i rendesi, imbarcatisi a Napoli con il re Carlo V, nella battaglia di Tunisi contro i Mori.
Nel frattempo i Sanseverino non avevano affatto rinunciato al controllo della contea di Rende, perché nel 1543 diedero in moglie a Ferdinando de Alarcón y Mendoza - figlio di don Pedro González de Mendoza - la primogenita di Pietro Antonio Sanseverino principe di Bisignano, Eleonora (Dianora). Una delle clausole matrimoniali prevedeva che Eleonora Sanseverino divenisse la titolare dell'amministrazione del marchesato di Rende. Durante questo periodo i rendesi furono al fianco dell'imperatore Filippo II e con Ferdinando de Alarcón nel 1565, sotto il comando di Gian Domenico Migliarese, nella battaglia di Malta contro i Turchi; e poi nel 1571 nella battaglia di Lepanto guidati da Diego de Guiera e da un componente della famiglia Adorno, antichi conti di Rende.
Il dominio su Rende degli Alarcón y Mendoza durò fino al 1806, anno in cui il governo napoleonico decise l'abolizione della feudalità.
Nel 1794 anche a Rende presero corpo le idee della Rivoluzione francese. I soprusi, le tasse e le ingiustizie aumentarono l'odio verso il dominio borbonico. Portavoce di questo malumore fu Domenico Vanni che ricevette Gioacchino Murat, Maresciallo dell'Impero con Napoleone, quando questi passò da Cosenza. Nel 1817 il Castello venne venduto alla famiglia Magdalone, proprietaria anche di numerosi terreni del Marchesato. Durante il risorgimento, anche i Rendesi si stancarono di Francesi e borbonici e molti di loro diventarono carbonari partecipando ai Moti del 1820-21 e del 1831.
Nel 1860 l'entusiasmo per lo sbarco dei Mille a Marsala contagiò anche i Rendesi che diedero vita al "Comitato centrale della Calabria citeriore" per dare appoggio logistico e militare, nonché rifornimenti, a Garibaldi che con le sue truppe si accampò in località Marchesino.
Il 24 agosto del 1860 Rende insorse contro i Borboni e acclamò Vittorio Emanuele II, re d'Italia, pur rimanendo provvisoriamente in carica la stessa autorità comunale.
Lo stemma civico raffigura tre delle cinque torri di cui era un tempo munito il Castello medievale. Il complesso fortificato, oltre alle quattro torri angolari, era fornito anche di un'altra torre merlata detta cassero o mastro svettante nella parte più alta e dominante dell'edificio. Nel corso dei terremoti, che funestarono più di una volta la cittadina rendese, una delle torri angolari, quella di nord-ovest, si rovinò e non fu più riedificata.
Le chiese presenti sul territorio di Rende in tutto sono 28, fra antiche, moderne, cappelle private, divise fra sette parrocchie differenti. Inoltre due sono sconsacrate, tre private, in tutto soltanto ventidue aperte regolarmente al culto, alcune di queste temporaneamente chiuse o in stato di restauro.


Abitanti censiti

Al 1° gennaio 2026 risiedono a Rende 2 585 cittadini stranieri. Le principali nazionalità nel 2025 sono le seguenti:

Nel territorio di Rende ha sede l'università della Calabria, la maggiore delle università calabresi con il più grande campus universitario in Italia. Essa contava nell'anno accademico 2023/2024 21 392 studenti.

Nel palazzo Vitari trovano spazio il Centro per l'arte e la cultura intitolato ad Achille Capizzano, sede di mostre e convegni sull'arte locale ed internazionale, ed il MAON Museo d'arte dell'Otto e Novecento.
Il Museo Civico o del Folklore, nel palazzo Zagarese, è dedicato essenzialmente al territorio della Calabria Citeriore che corrisponde all'incirca alla provincia di Cosenza. La collezione di circa tremila oggetti illustra la cultura propria di questi territori. Il percorso del museo, che ha sede nel centro storico, si sviluppa su nove sale

Il Museo del Presente sorge nella zona moderna della città; otto sale espositive si sviluppano su una superficie di 2500 m² Il museo ospita mostre d'arte moderna e contemporanea, mostre fotografiche, cineforum, spettacoli, convegni e presentazioni di libri. Le sale sono su due piani.
Museo di Storia Naturale e Orto Botanico (MuSNOB), è diviso in quattro sezioni : Orto botanico, zoologia, paleontologia e fitofarmacia.
Museo di arte contemporanea
Museo della ceramica di Calabria
Museo all'aperto
RiMuseum Museo per l'Ambiente
Museo Interattivo di Archeologia Informatica (MIAI), affiliato al Sistema Museale Universitario (SiMU), ideato e gestito da studenti ed ex studenti dell’Università della Calabria, comprende migliaia di reperti di informatica storica organizzati nelle collezioni: "grandi elaboratori", "home computers", "workstation", "retrogames", e "computer art".

Nei primi anni sessanta da paesino rurale si trasformò in una nuova realtà e nuovi insediamenti urbani nacquero nella zona valliva. Fu possibile controllare questo sviluppo grazie all'adozione di un piano regolatore nel 1962 che impedì un uso indiscriminato del territorio e nel contempo permise la realizzazione di numerose aree verdi.
La nascita dell'Università della Calabria a Rende rappresentò un ulteriore punto di forza e di sviluppo del territorio. Dapprima composto da una struttura polifunzionale concentrica, con l'ultimazione del progetto Gregotti, si realizzò un lungo pontile con ai lati strutture di cemento armato (detti anche "Cubi") che si allacciano alla struttura cambiando in altezza a seconda dei mutamenti della superficie, in questi edifici si trovano i dipartimenti dell'Università.
Negli anni ottanta e novanta le amministrazioni comunali, in primis quella di Sandro Principe, cambiarono il volto della zona a valle con la realizzazione di piazze, parchi, musei e chiese, trasformandola di fatto in una città moderna.
La nuova variante adottata dal comune nel 2003, nacque con la necessità di orientare lo sviluppo complessivo della città verso obiettivi di qualità, ristabilendo un equilibrio ecologico fra le aree edificate all'interno della città: furono realizzati il ring con la nuova parrocchiale di San Carlo Borromeo, il Museo del Presente con il Belvedere delle arti e delle scienze, le scale mobili per raggiungere il Centro storico, il nuovo istituto tecnico commerciale, il complesso parrocchiale di Linze. Furono inoltre recuperati i più importanti corsi d'acqua con la creazione di parchi fluviali al centro della città e restaurate quasi tutte le chiese di rilevanza storica, riqualificando interi quartieri come Quattromiglia, Commenda e Roges.





Prima dell'attuale esplosione edilizia era un comune a prevalente economia agricola: si produceva tantissimo grano, olive, fichi, castagne, frutta, ortaggi e gelsi per l'industria della seta. Nella contrada Cutura si producevano angurie e meloni, un particolare formaggio pecorino prodotto dai pastori di Arcavacata, la coltivazione e lavorazione del tabacco da parte del barone Giorgelli, torinese trapiantato a Rende nei primi anni del 1900. Rende era sede di una enorme fiera agricola, durante l'ultima decade d'agosto, nella frazione Santo Stefano (allora di proprietà della famiglia Magdalone); si commerciavano animali a migliaia, tra cui mucche, buoi, cavalli, asini, muli e suini.
Nel suo territorio erano sparse diverse piccole industrie (come "La Liquirizia Zagarese"), 8 fabbriche di laterizi, alcune cartiere (come la "Rossi Lasagni"), industrie del legno e di piastrelle per pavimenti, i famosi "Pignatari", i vasai ed altre. Sempre più importante sta diventando il Parco Industriale di Rende che raggruppa numerose aziende operanti in vari settori ed ubicate nella zona industriale.

Rende ospita l'Università della Calabria, ad Arcavacata, che con i suoi circa 27000 iscritti figura fra le più grandi del meridione. Il principale Ateneo calabrese, oltre a causare l'incremento della popolazione domiciliata nel territorio, costituisce una fonte di vitalità per il commercio, l'edilizia, e il settore terziario in tutta l'area urbana cosentina. Inoltre, l'apporto in termini di attività culturali dei generi più vari (conferenze, concerti, cinema, attività letterarie, mostre scientifiche e così via) ha elevato notevolmente la qualità e il tenore della vita del comune calabrese.
A Rende si trova la sede centrale della Banca di Credito Cooperativo Mediocrati, situata sul Viale dedicato a Francesco e Carolina Principe.
Il comune è interessato dalla strada statale 107 Silana Crotonese e servito dall'autostrada A2 attraverso lo svincolo di Rende-Cosenza Nord.
A nord della città è situata la stazione di Castiglione Cosentino situata al km 21+551 della linea ferroviaria Paola-Cosenza e al km 59+545 della linea ferroviaria Cosenza-Sibari
Fino al 1987 il comune aveva una propria stazione ferroviaria posta sul vecchio tracciato della Paola-Cosenza.
I trasporti urbani vengono svolti dalla società Consorzio Autolinee Cosenza s.r.l., i trasporti interurbani sono garantiti dalle Autolinee Romano e da autocorse svolte dalle Ferrovie della Calabria. Nel 2022 i consigli comunali di Cosenza, Rende e Castrolibero hanno approvato l'Ambito Territoriale per l'unificazione del servizio di trasporto pubblico locale (TPL) nell'area urbana cosentina guidato dal comune capoluogo..

| Primo cittadino | Partito | Inizio | Fine | Carica | |
|---|---|---|---|---|---|
| Gaspare Rovella | Partito Socialista Italiano | 24 marzo 1946 | 7 gennaio 1950 | Sindaco | |
| Salvatore Chiappetta | Partito Socialista Italiano | 7 gennaio 1950 | 1951 | Sindaco | |
| Francesco Settino | Partito Socialista Italiano | 1951 | 1952 | Sindaco | |
| Francesco Principe | Partito Socialista Italiano | 1952 | 1980 | Sindaco | |
| Sandro Principe | Partito Socialista Italiano | 1980 | 27 giugno 1987 | Sindaco | |
| Mario Portone | Partito Socialista Italiano | 27 giugno 1987 | 5 agosto 1988 | Sindaco | |
| Raffaele De Rango | Partito Socialista Italiano | 5 agosto 1988 | 2 luglio 1990 | Sindaco | |
| Antonietta Feola | Partito Socialista Italiano | 2 luglio 1990 | 27 dicembre 1993 | Sindaco | |
| Francesco Casciaro | Socialisti Italiani | 27 dicembre 1993 | 2 aprile 1999 | Sindaco | |
| Antonino Sidoti | Indipendente | 3 aprile 1999 | 28 giugno 1999 | Commissario prefettizio | |
| Sandro Principe | Indipendente di centro-sinistra | 28 giugno 1999 | 14 giugno 2004 | Sindaco | |
| 14 giugno 2004 | 20 maggio 2005 | ||||
| Emilio Chiappetta | Socialdemocrazia | 20 maggio 2005 | 30 maggio 2006 | Vicesindaco f.f. | |
| Umberto Bernaudo | Socialisti Democratici Italiani | 30 maggio 2006 | 27 maggio 2011 | Sindaco | |
| Vittorio Cavalcanti | Partito Democratico | 27 maggio 2011 | 3 luglio 2013 | Sindaco | |
| Maurizio Valiante | Indipendente | 3 luglio 2013 | 10 giugno 2014 | Commissario prefettizio | |
| Marcello Manna | Indipendente di centro-destra | 10 giugno 2014 | 28 giugno 2023 | Sindaco | |
| Santi Giuffrè, Rosa Correale, Michele Albertini | Indipendente | 29 giugno 2023 | 26 maggio 2025 | Commissari prefettizi | |
| Sandro Principe | Partito Socialista Italiano | 26 maggio 2025 | in carica | Sindaco | |


| Controllo di autorità | VIAF (EN) 130224137 · SBN RCAL000085 · LCCN (EN) n83137898 · J9U (EN, HE) 987007557402605171 |
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