Arezzo (città antica)

Arezzo
La Chimera d'Arezzo, 450-400 a.C. circa
Nome originale Arretium
Cronologia
Fondazione VI secolo a.C.
Territorio e popolazione
Superficie massima 32 ha
Nome abitanti Arretini (latino)
Lingua etrusco, poi latino
Localizzazione
Stato attuale Italia (bandiera) Italia
Località Arezzo
Coordinate 43°27′47.88″N 11°52′46.92″E
Altitudine 296 m s.l.m.
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Arezzo
Arezzo

Arezzo, in latino Arretium e in greco antico Ἀρρήτιον, fu una città dell'Etruria settentrionale interna, sorta nel corso del VI secolo a.C. sullo stesso rilievo occupato dall'odierna Arezzo e rimasta un centro di primo piano fino alla tarda età imperiale romana. Nel corso del I secolo a.C. divenne municipio romano.

La continuità di vita dell'abitato ha cancellato quasi per intero i resti antichi, mai oggetto di una esplorazione archeologica sistematica: le scoperte, in gran parte occasionali, hanno tuttavia restituito monumenti di assoluto rilievo: grandi bronzi come la Chimera e la Minerva, le terrecotte architettoniche di età ellenistica, fino alla ceramica aretina che nella prima età imperiale ne diffuse il nome in tutto il mondo romano.

Gran parte dei materiali provenienti dalla città e dal territorio è conservata nel locale Museo archeologico nazionale Gaio Cilnio Mecenate, intitolato al più celebre degli aretini antichi.

Toponimo

Il nome latino Arretium, da cui l'etnico Arretinus, continua senza soluzione la denominazione antica del centro ed è all'origine di quello moderno; le fonti greche rendono il toponimo come Ἀρρήτιον e l'etnico come Ἀρρητῖνοι. L'etimologia è considerata incerta: Giacomo Devoto pensava a una base preindoeuropea *arra, proposta che Giovan Battista Pellegrini giudica molto dubbia, con possibili riscontri nel prenome etrusco Arnth, latinizzato in Arruns, e nel gentilizio della gens Arria. Resta comunque valida l'avvertenza di metodo che un nome locale preromano non va ritenuto di origine etrusca per il solo fatto di comparire in testi etruschi.

Il nome etrusco della città non è infatti direttamente attestato. Una possibile attestazione è stata cercata nell'epitaffio etrusco di Larthi Cilnei, nobildonna della stessa gens di Mecenate: l'iscrizione, vista nel Cinquecento all'interno di una tomba di Tarquinia o, con minore probabilità, del suo territorio, e in seguito perduta, è nota soltanto dalla trascrizione contenuta nel manoscritto Vaticano latino 6040, individuata da Augusto Campana; il modello del lungo epitaffio-elogio dipinto in onore di un personaggio eminente è del resto ben documentato proprio nelle grandi tombe tarquiniesi del IV e III secolo a.C. Adriano Maggiani, che ne ha dato l'edizione, leggeva in una sequenza corrotta del testo il gentilizio della madre della defunta; Dieter Steinbauer vi ha invece riconosciuto la forma aritim, accusativo del nome etrusco di Arezzo retto da un verbo di significato incerto, intendendo in via di ipotesi che la defunta "lasciò Aritim in gioventù": un riferimento che lo studioso collega alla cacciata dei Cilnii del 302 a.C. narrata da Livio e che lo porta a datare l'epitaffio al terzo quarto del III secolo a.C., contro la datazione intorno al 300 proposta da Maggiani.

La lettura di Steinbauer è respinta da Luciano Agostiniani e Giulio Giannecchini, che emendano la sequenza in un etnico aritina, "aretino", pur giudicando possibile che dietro di esso si celi una base *ariti quale nome etrusco della città; è invece accolta nella Prosopographia etrusca di Massimo Morandi Tarabella, che intende la defunta come "nata ad Aritim" e riferisce l'epitaffio, dubitativamente, al IV secolo a.C.

A sostegno della propria lettura Steinbauer ha richiamato la dedica incisa sul cosiddetto Apollo di Ferrara, nella quale propone di correggere il testo tràdito leggendo aritimi, locativo, "nella città di Aritim", forma in precedenza interpretata come il nome della dea Artemide etrusca: il bronzo, secondo questa esegesi, proverrebbe da Arezzo. Una leggenda monetaria areuizie-s, registrata nel Thesaurus linguae Etruscae e riferita ad Arezzo, è stata inoltre indicata come possibile attestazione dell'etnico.

In età romana Plinio il Vecchio distingue tre comunità di Arretini, i Veteres, i Fidentiores e gli Iulienses, riflesso delle successive deduzioni coloniarie di età sillana e cesariana.

Storia delle ricerche

Testa maschile (parte anteriore), fine II-inizi I sec. a.C., Museo archeologico statale Gaio Cilnio Mecenate

Le antichità aretine entrarono presto nel circuito letterario: nel XIII secolo Ristoro d'Arezzo e nel XIV Giovanni Villani celebrano la ceramica corallina e menzionano scoperte contemporanee, mentre tra la fine del XV e i primi del XVI secolo Giovanni de' Medici, il futuro papa Leone X, assistette alla scoperta di fornaci e di ceramica a vernice nera con lettere impresse sul fondo. Un posto di rilievo hanno i monumenti antichi, dall'acquedotto all'anfiteatro, dalle terme alle fornaci, nel libello dell'erudito locale Marco Attilio Alessi (1470-1546), che ricorda anche la statua della Minerva, rinvenuta nel 1541 presso San Lorenzo. Grande risonanza ebbe nel 1553 la scoperta, nei lavori per il bastione di Porta San Lorentino, del deposito di bronzi cui apparteneva la Chimera, ricordata da Benvenuto Cellini e subito valutata come etrusca da Giorgio Vasari.

Nel XVII e XVIII secolo i ritrovamenti, noti soprattutto da carte d'archivio, alimentarono il collezionismo locale: la raccolta Bacci fu visitata da Anton Francesco Gori nel 1734 e inventariata da Luigi Lanzi nel 1777. Nel 1822 la Fraternita dei Laici istituì un Museo di Storia Naturale e di Antichità per evitare che i reperti andassero dispersi, aperto al pubblico già nel 1823 con il primo direttore Antonio Fabroni: vi confluirono via via le raccolte ottocentesche Bacci, Rossi, Rossi-Redi, Gamurrini e Funghini, nucleo originario del futuro museo archeologico intitolato a Mecenate.

Dal 1863 e poi dal 1870 circa si dispiegò l'attività di Gian Francesco Gamurrini, che scavò nella necropoli di Poggio del Sole, seguì i rinvenimenti delle officine ceramiche e registrò in un archivio tuttora fondamentale le tracce della cinta muraria e delle strutture urbane; agli anni sessanta e settanta dell'Ottocento risalgono anche le scoperte delle due stipi, quella di San Bartolomeo, in seguito andata dispersa, e quella della Fonte Veneziana. Nel Novecento si segnalano la ricerca del 1916-1920 sulle presunte mura laterizie, lo scavo dell'anfiteatro (1914-1926), i sondaggi legati alla ricostruzione postbellica in piazza San Jacopo (1948) e in via Roma (1953-1966), e le campagne sistematiche sull'officina di Ateius (1954-1957), sull'area di Castelsecco (dal 1969) e sulla necropoli altomedievale del Duomo Vecchio (1970-1975); molti interventi edilizi del dopoguerra hanno però distrutto contesti di grande importanza senza documentazione adeguata. Una mappatura complessiva delle strutture antiche riconoscibili in città, rilevate e montate in scala sulla mappa catastale, è stata pubblicata da Cherici nel 1993 come base per gli studi di topografia urbana.

Geografia

La città antica sorgeva su un gruppo di colli poco elevati, al centro di un'ampia conca ben riparata, posta all'incrocio di itinerari che attraversano la penisola in ogni direzione: verso sud la Val di Chiana, verso nord il Casentino e il medio corso dell'Arno, verso ovest le colline del Chianti e la valle dell'Ombrone, verso est i valichi per l'alta valle del Tevere e per l'Adriatico. L'insediamento si sviluppò su due alture contigue, di fatto un solo rilievo dalla doppia sommità, San Donato (320 m) e San Pietro (297 m), divise da una sella appena accennata e bagnate a sud dal Castro, un torrente allora ben più ricco d'acque di oggi; al di là del Castro si trovano due rilievi minori, il Poggio del Sole e il Pionta, destinati a ruoli diversi nella storia della città.

Le vicende di Arezzo furono a lungo legate al regime del Chiana, che alternava fertilità alluvionale e impaludamento nella vallata e si ripercuoteva sul corso del Tevere, in cui il fiume confluiva attraverso il Paglia: la questione era già così grave nel I secolo d.C. da essere discussa in senato a Roma.

Il territorio

I confini dell'area controllata da Arezzo restano di difficile definizione, tanto più se il centro fu in origine un avamposto chiusino: vari siti della Val di Chiana superiore, da Marciano a Lucignano e Foiano della Chiana, hanno restituito statue di pietra e buccheri di tipo chiusino. Più chiaro è il quadro verso nord e nord-est: i materiali rinvenuti nel medio Valdarno e nel Chianti sud-orientale presuppongono comunque la mediazione aretina, e i rapporti con il Casentino sono scanditi dai santuari disposti lungo il percorso per la Romagna, da Pieve a Socana fino alla stipe del lago della Ciliegeta (Lago degli Idoli) sul Falterona, scoperta nel 1838, che ha restituito centinaia di statuette bronzee, ex voto anatomici, armi di ferro e circa un quintale di bronzo grezzo, in gran parte dispersi fra vari musei.

Fra Arezzo e Cortona la piana un tempo definita dal corso del Clanis, gli Etrusci campi ricordati da Livio per la loro prosperità, ospitava centri d'altura di non piccola importanza come Castiglion Fiorentino, dove le ricerche nell'area di Torre Cassero hanno documentato un insediamento fiorente almeno dal VI secolo a.C.; non lontano, nel 1863, fu scavato il deposito di Brolio, con quattro grandi figure bronzee di sostegno fra i capolavori della bronzistica arcaica della valle. La progressiva messa a coltura della Val di Chiana settentrionale, fra i principali granai dell'Italia interna, è leggibile per Cherici nel distribuirsi fra V e IV secolo di necropoli gentilizie piccole ma ricche, ad affiancare la rendita del controllo dei flussi commerciali; il fondovalle del Clanis, dal deflusso incerto e soggetto a impaludamento, richiese un lungo lavoro di bonifica e regimazione avviato già in età etrusca.

Sul piano comparativo, l'analisi delle estensioni dei centri etruschi condotta con il modello XTENT assegna ad Arezzo trentadue ettari, misura contenuta rispetto ai centri meridionali e costieri ma in linea con quella degli altri insediamenti della valle della Chiana e dell'Arno. Applicando il modello, David Redhouse e Simon Stoddart collocano Arezzo, insieme a Chiusi, Vetulonia, Populonia e Fiesole, fra i centri il cui sviluppo territoriale si stabilizza poco al di sopra dei 1500 chilometri quadrati; la serie di siti che presidiavano la via di comunicazione lungo la Chiana e l'Arno risulta caratterizzata da dimensioni ridotte e da un'alta densità di centri vicini, con un assetto territoriale nettamente diverso da quello dell'Etruria meridionale.

Storia

Età villanoviana e orientalizzante

Ossuario biconico d'impasto villanoviano con ciotola-coperchio, 850-800 a.C. circa, Museo archeologico statale Gaio Cilnio Mecenate

La documentazione della facies villanoviana è molto scarsa: una fibula bronzea dal colle di Castelsecco, un cinturone dai pressi di Porta Colcitrone, la notizia di un sepolcreto dell'VIII secolo a.C. alle Caselle lungo via Fiorentina e quella di una necropoli di incinerati in località Poggio Tondo.

Al primo orientalizzante risale un gruppo omogeneo di bronzetti filiformi di stile geometrico, verosimilmente trovati in città o nel circondario, cui segue, dal tardo orientalizzante al tardo arcaismo, una produzione di bronzetti votivi cospicua per quantità: guerrieri, offerenti, kouroi e korai, testine femminili, animali domestici. La serie presenta caratteri così affini a esemplari volterrani da aver indotto gli studiosi a parlare di un «gruppo Arezzo-Volterra», ed è discusso se la produzione vada attribuita all'uno o all'altro centro, o a tutti e due, eventualmente con maestranze itineranti. Una produzione bronzistica di questa entità presuppone comunque la disponibilità locale di materia prima: nei dintorni di Arezzo, sui Monti Rognosi, affiorano minerali di rame, anche allo stato nativo, e metalli ferrosi sono attestati in Casentino; sono note miniere sfruttate in antico e il museo della Fraternita conservava campioni minerari casentinesi.

In questo quadro si colloca il dibattito sulla notizia di Dionigi di Alicarnasso, secondo cui nel 606 a.C. gli aretini, con chiusini, rosellani, vetuloniesi e volterrani, avrebbero soccorso le città latine in guerra contro Tarquinio Prisco. La tradizione, accolta da alcuni storici moderni e respinta da altri per la scarsa rilevanza extraregionale di Arezzo in quell'epoca, è stata rivalutata da Giovannangelo Camporeale alla luce della ricchezza mineraria già attiva nel VII secolo; per Armando Cherici, che pure ricorda come i più la ritengano non attendibile, i bronzetti documentano comunque gruppi dominanti già capaci di proiezione esterna, anche se Arezzo come polo urbano sfugge del tutto.

La nascita della città

Lastra architettonica da via Roma, Museo archeologico statale Gaio Cilnio Mecenate
Terracotte da piazza San Jacopo, 480-450 a.C., Museo archeologico statale Gaio Cilnio Mecenate
Bronzetti, figurette dalla stipe di Fonte Veneziana, VI e V secolo a.C., oggi al Museo archeologico di Firenze

Sui due colli della futura Arezzo nulla consente di riconoscere un abitato di carattere urbano prima della metà del VI secolo a.C.: i materiali anteriori sono scarsi e sempre in giacitura secondaria, ma si distribuiscono già sull'area che la città etrusco-romana avrebbe poi occupato, sia sulla parte alta sia sulle pendici meglio esposte, vicine all'acqua del Castro e agli itinerari verso sud. È possibile che in questa fase l'insediamento avesse carattere vicanico, per piccoli nuclei sparsi.

La svolta è documentata dalla necropoli del Poggio del Sole, il colle minore a ovest del centro storico, separato dall'abitato antico dal corso del Castro: le indagini di Gamurrini vi individuarono il nucleo iniziale di un sepolcreto di tombe a fossa individuali, allineate secondo un ordine riconoscibile, impiantato nella seconda metà del VI secolo a.C., progressivamente esteso lungo i fianchi del colle e rimasto in uso ininterrotto fino all'età imperiale. I corredi arcaici comprendono ceramica a figure nere attica ed etrusca, buccheri pesanti di fabbrica chiusina, orecchini aurei a bauletto e un cippo a palla in pietra fetida, materiale quest'ultimo che rimanda ancora a Chiusi.

Cherici ha sottolineato il contrasto fra queste tombe a fossa individuali e i tumuli gentilizi che fra orientalizzante e arcaismo dominano i territori vicini, dal Sodo e da Camucia presso Cortona fino a Certomondo e Porrena in Casentino: l'assenza ad Arezzo di sepolture concepite per l'ostentazione aristocratica segnerebbe una cesura, e la città nascerebbe, in significativa analogia con Fiesole, per iniziativa di ceti nuovi legati al commercio e all'artigianato, che avrebbero fatto della conca aretina un nodo di traffici alternativo a quello che le antiche gentes di Cortona, centro di più antica formazione, controllavano da tempo.

Gli indizi di una compiuta organizzazione urbana fra VI e inizi del V secolo sono comunque numerosi: un'area destinata solo a necropoli, terrecotte architettoniche di un edificio sacro o pubblico da piazza San Jacopo, santuari extraurbani sotto il controllo della città, botteghe specializzate e, su una brocchetta della prima metà del VI secolo, un alfabeto dipinto, indizio di alfabetizzazione e quindi di ambiente urbano. L'apertura verso Chiusi, documentata dai corredi, può indicare un apporto chiusino nel momento della formazione urbana: Arezzo sorge del resto al limite settentrionale della valle controllata da Chiusi, e Camporeale non esclude che in origine ne sia stata un avamposto.

Tra i luoghi di culto più antichi spiccano due stipi. Quella di San Bartolomeo, rinvenuta da Gamurrini in una struttura solidale alla cinta muraria e oggi dispersa, conteneva fibule, bronzetti, ex voto anatomici, buccheri e ceramica di orizzonte tardoarcaico. Quella della Fonte Veneziana, scoperta nel 1869 sul declivio occidentale del colle di San Donato, restituì circa duecento bronzetti, ceramica attica a figure nere, buccheri e anelli, cui si sono aggiunti resti del rivestimento fittile del tempio arcaico; gran parte dei bronzetti superstiti, confluiti senza indicazione di provenienza al Museo archeologico di Firenze, è stata identificata grazie ai disegni dell'archivio Gamurrini. I bronzetti, a cavallo fra VI e V secolo, sono attribuiti in gran parte a officine locali ormai mature, nelle forme dello ionismo contemporaneo; per Mauro Cristofani rimandano a un ambiente pienamente urbano, con kouroi e korai qualificati da vesti e ornamenti al posto dei guerrieri della serie Arezzo-Volterra. Figure umane ed ex voto anatomici qualificano il culto come salutare, mentre Cherici ne esclude un rapporto con le acque: il toponimo trae in inganno, perché la fonte medievale omonima non captava una polla del posto ma riceveva acqua da un condotto artificiale.

Le mura

La città tardoarcaica occupava ormai i due colli, che vennero circondati da una cinta di grandi blocchi d'arenaria locale montati in filari pseudoisodomi. Il circuito è ricostruibile per l'intero tratto sud-occidentale grazie ai resti visibili e alle annotazioni di Gamurrini: dal tratto controterra di via Colcitrone, esposto dalle distruzioni belliche del 1944, seguiva via Pescioni e Borgunto, piazza Grande, dove la cinta poggia sulla roccia del colle tagliata allo scopo, via degli Albergotti e la Cervelliera, per piegare poi verso il Seminario Vescovile, via di Sassoverde e gli orti del Palazzo Vescovile, con probabili avancorpi o torri. Sul lato nord-orientale mancano evidenze: l'edificazione cinquecentesca della Fortezza Medicea, con lo sventramento del suo interno nel 1965, ha precluso per sempre l'indagine della sommità di San Donato, l'area presumibilmente di maggior rilievo della città antica. L'intero circuito non doveva comunque raggiungere i due chilometri, fra i più brevi d'Etruria.

La datazione è incerta, come per la maggior parte delle cinte etrusche. Cherici respinge le vecchie teorie che legavano le mura all'emergenza della minaccia gallica, incompatibile con un intervento edilizio di tale impegno progettuale ed economico, e osserva che Roma attrasse Arezzo nella propria orbita per via politica, senza conquistarla militarmente; propone quindi di collocare la costruzione nel IV secolo a.C., nel clima di conflitto interno fra le consorterie aristocratiche del territorio e i ceti urbani emergenti, che nelle mura difendevano i propri beni e sancivano la distinzione della città dalla campagna, senza escludere una datazione più alta, ai primi momenti del nucleo urbano del VI secolo. Un possibile indizio cronologico viene dalla stipe di San Bartolomeo, solidale alla cinta e con materiali a cavallo fra VI e V secolo.

La questione delle mura laterizie

Vitruvio e, sulla sua scia, Plinio il Vecchio ricordano ad Arezzo un murus in laterizio, citato come esempio di buona tecnica edilizia; sulla base di questi passi la letteratura ha a lungo attribuito alla città una cinta muraria in mattoni, famosa nel mondo antico, che l'area urbana avrebbe ricevuto nell'espansione del III-II secolo a.C. Di questa cinta laterizia mancano però sicure tracce archeologiche: la ricerca condotta nel 1916-1920 da Luigi Pernier, espressamente finalizzata a trovarla, portò alla Catona alla scoperta non delle mura ma delle terrecotte di un tempio, e i saggi scientifici recenti nell'area, come quelli in piazza San Francesco, non hanno riscontrato nulla di simile. Cherici ha inoltre osservato che nei passi antichi murus può indicare tanto una cinta quanto il muro di un edificio, e che il contesto vitruviano riguarda esplicitamente costruzioni pubbliche e private: le mura laterizie di Arezzo potrebbero quindi essere soltanto il frutto di una interpretazione non corretta delle fonti letterarie.

Età classica

Il cratere del ceramografo greco Eufronio con Eracle in lotta contro le Amazzoni, 510 a.C. circa, Museo archeologico statale Gaio Cilnio Mecenate
Gruppo dell'aratore di Arezzo, 430-400 a.C. circa, Museo nazionale etrusco di Villa Giulia

Agli inizi del V secolo a.C. il complesso monumentale di piazza San Jacopo, ai piedi del colle e presso il passaggio del Castro, ricevette una decorazione fittile di alta qualità: antefisse a figura intera e una serie di sime rampanti a rilievo con scene di combattimento, opera di coroplasti partecipi dello stile ionizzante settentrionale già visto nella piccola plastica della Fonte Veneziana, con confronti puntuali a Volterra. I materiali rivestivano un edificio imponente, sacro o comunque pubblico, e provengono da scavi di emergenza del 1948 condotti in condizioni che ne hanno disperso il contesto.

Nel V secolo la città gestiva ormai la direttrice commerciale interna che si avvantaggiava della chiusura delle rotte tirreniche a opera di Siracusa: la ceramica attica arrivava per via adriatica, scendendo da Spina attraverso i passi appenninici. Su questa direttrice si dispongono il santuario emporico di Pieve a Socana in Casentino, con il tempio e il grande altare del V secolo, e la stipe del Lago degli Idoli sul Monte Falterona; alla stessa vitalità di contatti rimandano il cratere di Eufronio oggi al museo di Arezzo, opera tardo-arcaica giunta probabilmente dal territorio aretino, e i vasi attici dai contesti gentilizi della valle.

Da questo ambiente proviene il monumento più celebre della città: il donario bronzeo della Chimera, rinvenuto nel 1553 presso Porta San Lorentino insieme a una stipe di statuette di notevoli dimensioni. La belva è raffigurata ferita e grondante sangue, il che presuppone in origine un gruppo con Bellerofonte su Pegaso, mai rinvenuto; la cronologia oscilla fra i decenni finali del V e gli inizi del IV secolo a.C., e per Cherici l'opera nasce da maestranze o contatti di linguaggio atticizzante diffuso nell'Italia centrale attraverso la mediazione di Metaponto. L'area del rinvenimento, all'imbocco del percorso per il Valdarno, era con ogni probabilità a destinazione cultuale.

A un probabile santuario presso il Castro, alle Gagliarde, apparteneva invece il gruppo bronzeo dell'Aratore, rinvenuto nel XVII secolo e oggi al Museo nazionale etrusco di Villa Giulia: un personaggio in abiti non contadini impegnato in un'aratura dal valore rituale, proveniente da un deposito votivo databile allo scorcio del V secolo a.C. Dalla stessa area proviene, da un cinerario rinvenuto intorno al 1630, lo specchio inciso con la nascita di Minerva noto come Patera Cospiana, oggi a Bologna.

Arezzo e Roma

La Minerva di Arezzo, inizi III sec. a.C., da Chiesa di San Lorenzo, oggi conservata al Museo archeologico nazionale di Firenze

Nelle vicende di fine IV e III secolo a.C. Arezzo ha, stando alle fonti, un ruolo di primo piano, segnato da un precoce e poi costante orientamento filoromano del suo governo aristocratico. Nel 311 a.C. gli aretini restano estranei, unici in Etruria, alla ripresa della guerra contro Roma mentre questa è impegnata coi Sanniti; ai primi anni del III secolo risale, dopo una sconfitta, una tregua quarantennale negoziata insieme ad altre città etrusche con forniture di vesti e frumento; in quell'occasione Livio annovera Arretium, con Volsinii e Perusia, fra le tre città più potenti, capita Etruriae. Nel 302 a.C. un conflitto interno fra la fazione aristocratica, guidata dai Cilnii, la famiglia aretina di gran lunga più eminente, documentata anche dall'epigrafia etrusca, e il resto della popolazione si chiuse con un intervento romano che rimise in sella l'aristocrazia; a una situazione analoga rimanda la guerra servile aretina fronteggiata dal tarquiniese Aulo Spurinna secondo il suo elogio di età giulio-claudia, e l'epigrafia attesta in effetti membri della gens Spurinna nell'Aretino. Marcone legge in questa serie di episodi il segno di un conflitto sociale interno: l'aristocrazia al governo aveva interesse a mantenere buoni rapporti con Roma, mentre gran parte della popolazione era antiromana.

Durante le guerre galliche dei primi decenni del III secolo alcuni scontri ebbero luogo sotto le mura della città, che parteggiò sempre per i romani; dalla metà del secolo Arezzo appare legata a Roma da un trattato di alleanza. Nel 217 a.C., alla vigilia della battaglia del lago Trasimeno, Annibale mise a ferro e fuoco le campagne aretine nel tentativo di trascinare in battaglia l'esercito romano che vi stazionava; la città rimase fedele a Roma nonostante alcuni tumulti interni, come le tensioni antiromane registrate nel 212 e nel 208 a.C.; proprio commentando i fatti del 208 Livio menziona il senato aretino, la principale attestazione di un'istituzione senatoria in Etruria. Nel 205 a.C., per la spedizione africana di Scipione, gli aretini si distinsero fra tutti i popoli etruschi per l'entità del contributo: armi, 120.000 moggi di frumento, vettovaglie per comandanti e rematori e una notevole varietà di attrezzi agricoli.

La natura del contributo è considerata una spia precisa dell'economia cittadina: il ferro necessario ad armi e attrezzi richiama lo sfruttamento minerario locale, mentre gli strumenti agricoli e il grano indicano un'agricoltura in surplus, in accordo con il giudizio di Livio sull'agro fra Arezzo e Fiesole come uno dei più fertili d'Italia e con gli ex voto arcaici di animali da allevamento.

Nel II secolo a.C. la città fu raggiunta dalle grandi strade consolari: nel 187 a.C. dalla strada transappenninica da Bologna e nel 171 a.C. dalla via Cassia. Il territorio aretino non sembra essere stato toccato dalle distribuzioni agrarie di età graccana e nel 90 a.C., con la trasformazione in municipio e la piena cittadinanza, si chiuse per Marcone un lungo percorso di integrazione pacifica nell'orbita romana; la città fu ascritta alla tribù Pomptina. Nella guerra civile Arezzo parteggiò per Mario: dopo l'82 a.C. fu devastata dall'esercito di Silla e vi fu dedotta una colonia militare, gli Arretini Fidentiores, seguita in età cesariana da una seconda, gli Arretini Iulienses. Alla piena integrazione delle élite aretine rimanda infine la figura di Gaio Cilnio Mecenate, discendente della famiglia aristocratica dei Cilnii, cavaliere, legato da un rapporto strettissimo a Ottaviano e protagonista della vita culturale della Roma augustea.

Età ellenistica: santuari e produzioni

Statuetta votiva di neonato dal santuario di Castelsecco, II sec. a.C., Museo archeologico statale Gaio Cilnio Mecenate
Testa di giovane con berretto frigio, c.d. Paride, da tempio di via della Catona, II sec. ac..JPG, Museo archeologico statale Gaio Cilnio Mecenate
Testa femminile, c.d. amazzone morente, da tempio di via della Catona, II sec. a.C., Museo archeologico statale Gaio Cilnio Mecenate

I secoli II e I a.C. furono per Arezzo un periodo di particolare floridezza, letto da Camporeale come effetto di una raggiunta concordia fra le parti sociali dopo i conflitti del secolo precedente. In un breve arco di tempo, fra la fine del III e la prima metà del II secolo, sorsero o si rinnovarono in forme monumentali almeno tre complessi sacri dai caratteri molto diversi, che Cherici propone di leggere come risposta a bisogni, e forse a ceti, differenti.

Il più imponente è il santuario extraurbano di Castelsecco, su un colle a sud-est della città, fra i maggiori per estensione dell'Italia centrale: il pianoro sommitale fu interamente rimodellato con tagli di cava e terrazzamenti, ritagliando dalla cima un podio rettangolare per il tempio, visibile da tutta la vallata, entro un temenos controterra che sul lato sud-ovest assume forme monumentali, rinforzato all'esterno da falsi archi; sopra questo tratto fu ricavato un piccolo teatro in connessione con il tempio, l'unico teatro etrusco in pietra sicuramente identificato e forse anche il più antico. L'abbinamento di tempio e teatro rimanda alla coeva tipologia santuariale di area laziale e centroitalica; la vita del complesso si concentra nel II secolo a.C., con un probabile abbandono in età sillana. Gli abbondanti ex voto fittili di neonati in fasce indicano una divinità protettrice delle nascite, due frammenti epigrafici documentano culti di Tinia e forse di Aplu; gli ex voto seriali e di poco pregio, uniti all'ampiezza degli spazi di raduno, fanno pensare a Cherici a culti di larga partecipazione popolare, mentre la proposta di Mario Torelli di identificarvi un santuario di Juppiter Libertas resta indimostrata.

Di qualità ben diversa sono le terrecotte del tempio periurbano della Catona, sul versante settentrionale di San Pietro, portate in luce nel 1918-1920 da Pernier che le fraintese cercando le mura laterizie: un ciclo coroplastico eccezionale, opera di artisti partecipi della migliore vena dell'ellenismo pergameno, pertinente ad almeno due fregi databili non oltre la prima metà del II secolo a.C., nei quali sono stati riconosciuti, pur con margini di dubbio, un giudizio di Paride e una celtomachia; quest'ultimo tema si inserisce nella propaganda figurativa della vittoria romana sui Galli, ben comprensibile ad Arezzo dopo gli eventi del secolo precedente. L'edificio fu forse distrutto da Silla dopo l'82 a.C.

Al II secolo a.C. risale anche la stipe urbana di Via della Società Operaia, rinvenuta nel 1967 nell'area di piazza San Jacopo: busti e teste fittili ancora legati alla corrente microasiatica ma già toccati dal nuovo classicismo neoattico, che per Cherici documentano ritratti fisiognomici paralleli a quelli romani e una committenza colta. Lo stesso studioso legge unitariamente le evidenze di piazza San Jacopo, via Roma e via della Società Operaia come un'unica area sacra e monumentale pluriseculare, cui apparterrebbe anche la platea basolata fra due imponenti muraglioni in blocchi di arenaria, rinvenuta e in gran parte distrutta nel 1967, da lui reinterpretata in senso monumentale contro la vecchia lettura come vasca di decantazione delle argille. Dal cantiere seicentesco del Collegio dei Gesuiti, come attesta una raccolta manoscritta di iscrizioni del 1704, proviene inoltre un rivestimento fittile con la firma cnei urste, figlio di un liberto di origine greca; a un tempio periurbano in Santa Croce, presso la Fonte Veneziana, rimandano infine laterizi, terrecotte e due sortes cleromantiche iscritte riferite ad Apollo, rara testimonianza di un culto oracolare.

Sul piano produttivo, dal IV secolo a.C. è attestata una fiorente ceramica a vernice nera, derivata secondo la voce del BTCGI dalla produzione volterrana e destinata a durare fino alla metà del I secolo a.C.; prosegue intanto la dedica di ex voto bronzei nei santuari, fino a grandi bronzi come la Minerva, oggi considerata un originale di età ellenistica, o il Mercurio, non pervenuto, che secondo Giulio Ossequente trasudò nel 93 a.C. Alla vocazione metallurgica della città Cherici propone di ricondurre, con Giovanni Colonna, anche importanti bronzi coevi come l'Arringatore. Ad Arezzo è stata inoltre attribuita in via d'ipotesi una delle serie monetali fuse e coniate con la ruota al diritto, cui appartiene un raro quincussis rinvenuto a Stroppiello, a nord della città; nessuna emissione reca però il nome del centro e la questione dell'esistenza di una zecca aretina resta aperta.

Età romana e declino

Frammento di piedi incrociati con sandali, da tempio di via della Catona, II sec. a.C. circa, Museo archeologico statale Gaio Cilnio Mecenate

Dopo le deduzioni coloniarie il popolamento della città e della campagna conobbe un notevole incremento. Subito dopo la metà del I secolo a.C. iniziò la produzione della ceramica aretina, la corallina, liscia o con decorazione a matrice, che sostituì la vernice nera e durò fino a circa la metà del I secolo d.C., celebrata dagli autori antichi. Si trattava di una manifattura gestita con manodopera servile per conto di proprietari senatori e notabili municipali, frazionata in officine di dimensioni contenute, non oltre la ventina di addetti, nella quale si è visto un precoce modello organizzativo di tipo protoindustriale, replicato poi nelle filiali provinciali della sigillata tardoitalica; le officine si concentravano nella fascia suburbana, da piazza Fossombroni (Ateius) a Santa Maria in Gradi (Perennius), con impianti anche nel territorio a Ponte a Buriano e Cincelli.

Alla prima età imperiale risale un vasto programma edilizio che ridisegnò il settore orientale della città: il teatro con la cavea protesa verso la cima di San Donato, le terme in asse più a valle, una probabile platea forense sul terrazzamento delle mura etrusche e l'acquedotto in pressione dall'Alpe di Poti, con un imponente castellum aquae tuttora interrato. Nella stessa zona si addensano le testimonianze dell'adesione aretina al programma politico augusteo: gli Elogia Arretina, copie delle iscrizioni del Foro di Augusto, e un'ara marmorea con Romolo e Remo allattati dalla Lupa; da una ricca domus sul terrazzamento delle mura proviene la Minerva. Il completamento dell'espansione a sud del Castro, documentato da una fistula plumbea bollata della colonia Iulia, culminò fra I e II secolo d.C. con la costruzione dell'anfiteatro e di un secondo complesso termale.

Già nel II secolo d.C. cominciò però la decadenza, in coincidenza, e forse in dipendenza, con l'ascesa di Florentia; per Cherici vi contribuì il restauro adrianeo della Cassia, che instradò il traffico direttamente da Chiusi a Firenze escludendo Arezzo dalla grande arteria nord-sud. Dopo un ultimo momento di relativo rigoglio nella seconda metà del III secolo, documentato dalle ville del suburbio come quella del Bagnoro, la città tardoantica si ritrasse entro il piccolo circuito delle mura etrusche, abbandonando l'intera espansione etrusco-romana, mentre sul colle del Pionta, attorno alla sepoltura del vescovo Donato, venerata a partire dal IV secolo, prendeva forma la nuova sede episcopale fuori dalle mura, suggello della crisi definitiva del polo urbano antico.

Note

Note esplicative

  1. ↑ Il numero di centottanta, ripreso dalla voce del BTCGI, risale alla notizia data da Gamurrini nel 1869 sul Bullettino dell'Instituto di corrispondenza archeologica; nella relazione coeva sulla stampa locale lo stesso Gamurrini parlava di idoletti «in numero di duecento all'incirca», e Cherici indica oltre duecento bronzetti: Bocci Pacini 1980, p. 73; Lazzeri 1927, p. 114; Cherici 2009, p. 152.
  2. ↑ La cinta laterizia è invece accolta come reale da Camporeale, secondo cui la città ne era certamente protetta all'epoca delle guerre galliche di inizio III secolo a.C.: Camporeale 2015, p. 376.
  3. ↑ Decenni finali del V secolo per Camporeale, fine del V-inizi del IV per Cherici.
  4. ↑ Le fonti moderne oscillano sulle date: scontri nel 295 e nel 285 a.C. per Camporeale, assedio gallico del 274 a.C. secondo la cronologia adottata dalla voce del BTCGI per Polibio, II, 19, 7. La battaglia di Arretium è per lo più datata al 284 a.C.

Note bibliografiche

  1. 1 2 Camporeale 2015, p. 372.
  2. 1 2 3 4 Cristofani 1984, p. 298.
  3. ↑ Marcone 2017, p. 674.
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  5. 1 2 3 4 Pellegrini 1990, p. 92.
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  10. ↑ Morandi Tarabella 2004, p. 130.
  11. ↑ Steinbauer 1998, p. 269.
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  15. ↑ Camporeale 2015, pp. 373-374.
  16. 1 2 3 4 Camporeale 2015, p. 374.
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  38. ↑ Cherici 1994, p. 129.
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  44. ↑ Cherici 2009, pp. 160, 162-163.
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  47. ↑ Nielsen-Warden 2017, p. 1325.
  48. 1 2 Cherici 2009, p. 158.
  49. 1 2 3 4 Camporeale 2015, p. 376.
  50. ↑ Livio, IX, 32, 1; X, 37, 4; Camporeale 2015, p. 375; Marcone 2017, pp. 674-675; Lazzeri 1927, p. 113.
  51. ↑ Maggiani 1988, pp. 171-193.
  52. ↑ Livio, X, 3, 2; Camporeale 2015, pp. 375-376.
  53. 1 2 3 Marcone 2017, p. 675.
  54. ↑ Livio, XXII, 2-3; XXVII, 21 e 24; Camporeale 2015, p. 376; Cherici 2009, p. 159.
  55. ↑ Livio, XXVIII, 45, 16-17; Marcone 2017, p. 675.
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  57. ↑ Marcone 2017, p. 677.
  58. ↑ Cherici 2009, p. 159.
  59. ↑ Cherici 2009, pp. 159-160.
  60. ↑ Gilotta 2017, pp. 1162-1163.
  61. ↑ Cherici 2009, p. 160.
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  70. ↑ Cherici 2009, pp. 163-164.
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Bibliografia

Voci correlate