Castelgrande

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Castelgrande
comune
Castelgrande – Stemma
Castelgrande – Bandiera
Castelgrande – Veduta
Castelgrande – Veduta
Localizzazione
StatoItalia (bandiera) Italia
Regione Basilicata
Provincia Potenza
Amministrazione
SindacoFrancesco Cianci (lista civica: Castelgrande, la nostra terra) dal 12-6-2022
Territorio
Coordinate40°47′N 15°26′E
Altitudine950 m s.l.m.
Superficie34,9 km²
Abitanti771 (31-5-2026)
Densità22,09 ab./km²
Comuni confinantiLaviano (SA), Muro Lucano, Pescopagano, Rapone, San Fele
Altre informazioni
Cod. postale85050
Prefisso0976
Fuso orarioUTC+1
Codice ISTAT076021
Cod. catastaleC120
TargaPZ
Cl. sismicazona 1 (sismicità alta)
Cl. climaticazona E, 2 704 GG
Nome abitanticastelgrandesi
Patronosan Vito
Giorno festivo5 luglio
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Castelgrande
Castelgrande
Castelgrande – Mappa
Castelgrande – Mappa
Posizione del comune di Castelgrande all'interno della provincia di Potenza
Sito istituzionale

Castelgrande è un comune italiano di 771 abitanti della provincia di Potenza in Basilicata. Arroccato su uno sperone roccioso rivolto a mezzogiorno, risale agli anni intorno al mille ma nel territorio sono presenti tracce di insediamenti molto più antichi. L'abitato sorgeva intorno ad un castello, probabilmente di origine longobarda, andato distrutto a causa dei terremoti.

Geografia fisica

Posto nella parte nord-occidentale della provincia di Potenza al confine con la parte nord-orientale della provincia di Salerno, Castelgrande confina con i comuni di: Muro Lucano (10,7 km) e Pescopagano (10,1 km), Rapone (12 km), Laviano (SA) (14 km) e San Fele (20 km). Il territorio comunale, caratterizzato da una forte escursione altimetrica (max 1250 m s.l.m. in località Toppo - min 596 m s.l.m. in località Isca), è parte del gruppo orografico dei Monti di Muro, Bella e Avigliano, costituito da una lunga dorsale che prende corpo ad est della Sella di Conza sviluppandosi in direzione Est/Sud-Est.

Castelgrande è il comune della Basilicata con la fascia altimetrica compresa tra i 900 e i 1199 m. s.l.m. più estesa in rapporto alla superficie totale (pari al 60,33%). Il centro abitato è attraversato dalla Strada Statale 7 Via Appia, che qui prende la denominazione di Via Roma.

Storia

Le origini e il periodo Normanno-Svevo.

Panorama da Sud (metà anni '50).

Secondo alcune ipotesi le origini di Castelgrande risalirebbero al periodo altomedievale: Nicola Cianci di Leo Sanseverino ritiene, infatti, che siano riconducibili al X secolo e conseguenti alle devastazioni compiute dai Saraceni che "distrussero le due terre di S. Pietro a Piegara e S. Varva, la prima a sud est e l'altra al nord di Muro e Castelgrande"; anche Francesco Masi pone le origini di Castelgrande a cavallo del IX e X secolo, al tempo della riconquista di gran parte della Lucania dalle forze imperiali sotto Basilio I il Macedone. Verso la fine del dominio longobardo il territorio di Castelgrande appartenne a Guido di Sorrento, ultimo gastaldo di Conza, il quale nel 1058/1059 diede sua figlia Maria in sposa a Guglielmo d'Altavilla (1027-1080), così favorendo la transizione della nuova classe dirigente normanna. Guglielmo ereditò da Guido tutti i possedimenti nel Principato di Salerno e ricevette dal fratello Umfredo d'Altavilla, conte di Puglia e Calabria, la grande Contea di Principato (1060-1156) nonché il titolo di comes di Eboli, dove fu posta la sede della corte comitale. Il territorio di Castelgrande, posto lungo la direttrice Laviano - San Fele, presidiava il confine con la Contea di Conza, posta a settentrione. A differenza di Muro, Pescopagano, Bella e San Fele, Castelgrande non è menzionato nel Catalogus Baronum (metà del XII sec.), cosa che, secondo Giacomo Racioppi, è coerente con una fondazione di epoca normanno-sveva, mentre secondo Angelo Racaniello e Nicola Cianci di Leo Sanseverino, le origini sarebbero anteriori e l'assenza nel Catalogus si spiegherebbe perché Castelgrande era parte del demanio regio e quindi non soggetto ad alcun feudatario.

La prima menzione nota di Castelgrande risale al cd. Statutum de riparatione castrorum (1231-1240), con cui Federico II di Svevia dispose che alla manutenzione del castrum Petre Pagane (Pescopagano) dovevano provvedere: "hominem eiusdem Terre, Tufarie, Castelli de Grandis, Plancani", cioè gli stessi uomini di Pescopagano, quelli di Tufaria (San Lorenzo in Tufara), di Castelgrande, di Plancano (casale di incerta localizzazione, forse San Pietro a Piegara?).

Il periodo Angioino (1268-1442): da Castellum a Castrum.

Nel 1270 Pierre de Beaumont-du-Gâtinais, cavaliere francese giunto nel Mezzogiorno al seguito di Carlo I d'Angiò (1226-1285), che nel 1269 lo aveva nominato Gran Camerario del Regno, sposò Filippa Berardi di Celano (1255 - 1303 ca), che dal conte Ruggero, suo padre, e da Tommaso II, suo fratello, ebbe in dote Muro, Castel de Grandis e Castel Rampone (Rapone), confiscati a Manfredi Maletta dopo la battaglia di Tagliacozzo (23 agosto 1268). In seguito alla morte di Pierre, che non ebbe figli maschi, nel 1272 Castelgrande fu assegnato a Pietro degli Annibaldi, appartenente alla più influente stirpe baronale di Roma nonché nipote del potentissimo Cardinale Riccardo, fautore e finanziatore della discesa di Carlo d'Angiò in Italia. Il 18 dicembre 1273 una violenta scossa di terremoto danneggiò seriamente il castello: da questo momento in poi, nelle fonti documentarie, il toponimo Castrum de Grandis prevarrà su Castellum de Grandis. Nella cedola di riscossione della sovvenzione generale (subvencio generalis) del 13 febbraio 1276, Castelgrande è tassato per 24 once e 18 tarì corrispondenti a circa 554 abitanti, svolgendosi la tassazione in base al censimento dei fuochi, con una quota standard di circa 6 tarì per fuoco e un coefficiente medio familiare di circa 4,5 componenti per singolo fuoco. Il 16 giugno 1276 la corte di Napoli approvò le cedole di tassazione riguardanti la distribuzione della nuova moneta della zecca di Brindisi nelle terre del Giustizierato di Basilicata per il successivo anno della quinta indizione: Castelgrande fu tassato per 8 once, 28 tarì e 11 grana. Il 22 gennaio 1277 fu nuovamente disposto il prelievo della sovvenzione generale e questa volta Castelgrande fu tassato per 18 once e 18 tarì, segno di una flessione demografica di poco superiore al 20%. Il 25 agosto 1277 Carlo I d'Angiò mandò a Ponce de Blanquefort, Giustiziere di Basilicata, una copia delle costituzioni del Regno con l'ordine di farle pubblicare e osservare nella sua provincia; successivamente, il 29 settembre 1277, il notaio Bonagiunta Castri de Grande diede atto che: "Universitas Castri de Grande, ut exsequatur mandatum Ponci Blancoforte Iustitiarii Basilicatae, eligit Iacobum de Corbella Magistrum Iuratum pro anno VI indictione".

Dal Quaternus Prigilegiorum Donationum et Concessionum della V indizione del regno di Carlo II di Napoli (agosto 1292): "notatur Pipinus Iohannes de Barulo miles magister rationalis consiliarius et familiaris qui emit castrum de Grandis a Petro Anibaldi de Anibaldensibus cive Romano". Giovanni Pipino da Barletta acquistò il feudo di Castelgrande da Pietro degli Annibaldi e lo tenne in comunione pro indiviso con Arturo di Monteleone fino al 1289, quando i due decisero di sciogliere la comunione con attribuzione dell'intero feudo di Castelgrande a Giovanni Pipino che rinunciava ad ogni diritto sul feudo di Vaglio, che perciò restava in proprietà piena ed esclusiva di Arturo. Nel settembre 1290 Giovanni Pipino risulta essere signore di Castelgrande e di Accettura: "dom. Castri de Grandis et Accepture". Successivamente, con atto dell'8 aprile 1301, la contessa Filippa di Celano tornò in possesso del feudo di Rapone e Castelgrande concedendo in permuta a Giovanni il feudo di Albano; tuttavia Carlo II ritenne che lo scambio non fosse conveniente per gli interessi della Corona e perciò il 24 ottobre 1303 annullò la permuta confermando Giovanni Pipino nei suoi feudi. Dai registri dell'Archivio Vaticano si apprende che Castelgrande era compreso nella diocesi di Muro già nel 1310, quando il Clerus Castri Grandis pagò in favore della Curia Vaticana la somma di 9 tarì per decime. Alla morte di Giovanni (30 agosto 1316), Castelgrande passò al primogenito Niccolò Pipino, il quale sposò Giovannella di Altamura che, alla morte del marito (1332), suddivise i possedimenti tra i figli: a Matteo Pipino, che morì prematuramente e senza eredi, toccò il feudo di Rapone e Castelgrande. A Matteo successe il fratello Giovanni Pipino di Altamura (†1357) il quale, per essersi ribellato, con i fratelli Pietro e Luigi, al re Roberto d'Angiò, fu dapprima incarcerato (1338), successivamente graziato (24 giugno 1344) per volontà della regina Giovanna I d'Angiò e di suo marito Andrea d'Ungheria, grazie ai buoni uffici di Papa Clemente VI, tuttavia subendo la confisca di tutti i beni paterni (il cui possesso perse per sempre) che furono devoluti alla Curia Regia. Il feudo di Castelgrande fu quindi assegnato (intorno al 1340) a Roberto Sanseverino (†1361), conte di Corigliano, figlio di Tommaso II Sanseverino (1255-1324). Nel 1343 il conte di Gravina Luigi di Durazzo sposò la figlia minore di Roberto, Margherita Sanseverino, che gli portò in dote la somma di 32.000 fiorini garantita da ipoteca sulle terre di Acerenza, Aliano, Castelgrande e Rapone in Basilicata, Contursi in Principato Citra, e Gricignano in Terra di Lavoro. Dopo la morte di Margherita (1360 ca), Luigi pretese la liquidazione della dote e Roberto, non potendo saldare l'intera somma, gli cedette la piena proprietà del feudo di Rapone e Castelgrande in conto della somma di 6.000 fiorini.

Intanto il 18 settembre 1345 Andrea d'Ungheria cadeva vittima di una brutale congiura di palazzo, verosimilmente ordita dalla famiglia di Luigi di Taranto, amante e futuro marito di Giovanna I d'Angiò. L'assassinio provocò l'energica reazione di Luigi I d'Ungheria, fratello di Andrea, il quale, deciso a vendicarne la morte e a punire i colpevoli, tra il 1347 e il 1352 mosse in armi contro Giovanna e Luigi invadendo il regno di Napoli e scatenando una feroce guerra civile che portò morte e devastazione in Basilicata, Terra di Lavoro e Terra di Bari. Secondo Nicola Cianci di Leo Sanseverino, proprio a questi anni dovette risalire la distruzione, per mano delle truppe ungheresi, dei casali di Capitignano, Citerano (Celvitrano, località presso Muro) e Gavazano (Gauzano, casale scomparso vicino Muro nei pressi della Cappella della Madonna di Loreto) "messi alle falde della montagna di Pisterola", i cui superstiti dovettero riparare a Castelgrande, la cui popolazione si era assai ridotta a causa della terribile peste nera (1348-1353). Angelo Racaniello aggiunge che anche i casali di Sant'Eustachio, San Fortunato, Sant'Angelo, San Cataldo, Macieri, Montenuovo e Guardiola, tutti prossimi a Castelgrande, furono devastati di modo che gli abitanti "si ridussero intorno al castello in cerca di protezione".

Gli Angiò Durazzo e la signoria della famiglia d'Alemagna

Vista del quartiere San Giovanni.

Nel 1380 il Regno era stato teatro di gravi disordini conseguenti allo Scisma d'Occidente: quando papa Urbano VI offrì il trono di Napoli a Carlo III di Napoli, figlio di Luigi di Durazzo e di Margherita Sanseverino, la regina Giovanna I diede il suo appoggio all'antipapa avignonese Clemente VII. Ne seguì una guerra intestina tra i due rami della famiglia che vide prevalere, grazie anche al decisivo contributo di Luigi d'Ungheria, Carlo III il quale fece il suo ingresso trionfale in Napoli nel 1381 e l'anno seguente fece assassinare Giovanna I nel castello di Muro dove era stata imprigionata (27 luglio 1382). Ottenuta la corona di Napoli, Carlo III ricompensò la fedeltà dei suoi alleati ridistribuendo i feudi sottratti ai baroni ribelli o attingendo dal patrimonio regio (in cui era confluita l'eredità di suo padre Luigi di Durazzo): Antonio Ruffo (†1383 ca), che si era apertamente schierato al fianco di Carlo III, finanziando le sue campagne e guidando parte del suo esercito nell'assalto a Napoli, fu nominato 4º Conte di Montalto e ottenne ufficialmente la signoria su una vasta fetta di territori strategici in Basilicata, tra cui Rapone, Aliano e lo stesso Castelgrande. Intanto nel 1384 moriva Luigi I d'Angiò-Valois, nel 1380 designato da Giovanna I come suo legittimo erede, e suo figlio Luigi II d'Angiò ereditò il regno di Napoli venendo incoronato il primo novembre 1389 dall'antipapa Clemente VII. Dopo la morte di Carlo III (27 febbraio 1386), nello stesso anno 1389 suo figlio Ladislao di Durazzo (1377-1414), appena dodicenne, fu incoronato re di Napoli, grazie all'appoggio di papa Bonifacio IX, mentre Luigi II d'Angiò era impegnato in Puglia a reprimere una rivolta dei baroni locali. Si ebbe, così, un regno con due Re. Il vescovo di Muro Antonio I, che aveva aderito all'obbedienza avignonese, fu scomunicato dal pontefice romano Urbano VI e fu costretto a fuggire da Muro, in mano alla fazione durazzesca fedele al papa di Roma, trovando riparo a Buccino presso il conte Luigi d'Alemagna, di parte angioina filofrancese. Clemente VII, dopo aver fatto sopprimere il vescovato murano, elevò a cattedrale la chiesa di Santa Maria di Buccino, della quale fu insignito primo vescovo Antonio I nel luglio del 1386. In questi anni tumultuosi un tale Antonio de Castro de Grandis, con diploma del 23 settembre 1391, ottenne dalla regina Margherita di Durazzo, reggente per il figlio Ladislao, allora quattordicenne, l'esenzione perpetua dall'imposizione fiscale come premio per i servigi prestati contro Luigi II d'Angiò.

Con diploma del 27 settembre 1391, Carlo Ruffo (1355-1414), figlio di Antonio nonché conte di Altomonte e Corigliano, ottenne da Ladislao la conferma della signoria di Castelgrande, di cui presto riuscì a impadronirsi il duca di Venosa, Venceslao Sanseverino (1355-1405). Il 30 settembre 1394 Venceslao e suo figlio Ruggero vendettero Castelgrande per 550 once a Luigi d'Alemagna, conte di Buccino, che l'8 gennaio 1396 ottenne la ratifica dell'acquisto da parte del re Luigi II d'Angiò. Luigi d'Alemagna, in origine di parte filofrancese, nel 1398, insieme ad altri baroni, trattò con Ladislao, ora maggiorenne, la consegna del Regno. Con l'appoggio dei baroni, nel 1399 Ladislao si impadronì del Regno sconfiggendo le milizie di Luigi II (che, firmata la capitolazione, riparò in Francia) e imponendosi quale unico e legittimo sovrano di Napoli. Il conte di Buccino ottenne, quindi, la conferma dei suoi titoli e del possesso dei suoi feudi e morì nel 1406 lasciando una cospicua fortuna nelle mani del primogenito Giorgio d'Alemagna che ereditò anche il feudo di Castelgrande; anche Nicola, figlio che Luigi d'Alemagna ebbe dalla seconda moglie Margherita de Ponciano, ottenne alcuni beni e diritti feudali a Castelgrande, dove decise di stabilirsi. Il 6 agosto 1414 moriva prematuramente Ladislao di Durazzo e il trono di Napoli passava alla sorella Giovanna II di Napoli, nelle cui grazie l'abile Giorgio entrò rapidamente: nel 1419 il conte di Buccino ottenne il condono delle imposte dovute dai suoi vassalli di Buccino, Bella e Castelgrande (per i danni patiti a causa di guerre e pestilenze).

Dopo che la corte durazzesca rifiutò il pagamento di tributi in favore della Curia Vaticana, nel dicembre 1420 papa Martino V concesse il regno di Napoli a Luigi III d'Angiò: Giorgio d'Alemagna, come moli altri baroni, decise di schierarsi al fianco di Luigi III, abbandonando Giovanna II, la quale, temendo per le sue sorti, invocò l'aiuto di Alfonso V d'Aragona, re di Sicilia, promettendogli la successione nel Regno. Alfonso d'Aragona decise di intervenire e con un'azione rapidissima ebbe la meglio sugli eserciti francesi conquistando Napoli: il conte Giorgio subì una dura sconfitta nel 1422 e, accusato di lesa maestà, fu privato dei suoi titoli e di tutti i suoi feudi. Tuttavia i rapporti tra la regina Giovanna II e Alfonso si deteriorarono rapidamente, forse anche a causa del gran peso che a corte aveva il Gran Siniscalco Sergianni Caracciolo, e molti baroni di parte angioina, tra cui lo stesso Giorgio, si riconciliarono con la regina che nel 1423 revocava i benefici concessi ad Alfonso, concedendo a Luigi III il diritto a succedere sul trono e proclamando un indulto per molti baroni filoangioini, tra cui Giorgio d'Alemagna, che così recuperò il feudo di Castelgrande. Il conte Giorgio e Sansonetto Gesualdo (1372-1440), signore di Palomonte, Auletta, Caposele, Calitri e Baragiano, furono protagonisti di una lite circa l'estensione e i confini dei rispettivi feudi. La disputa, che non pareva trovare una rapida e pacifica composizione, costrinse la regina Giovanna II a nominare con decreto del 31 marzo 1428 due magistrati che favorirono la conclusione di un accordo tra le parti, sancito dall'apposizione di termini lapidei con anelli di ferro. La morte di Sergianni Caracciolo (1432) segnò la ripresa delle ostilità tra le due fazioni del regno: il conte Giorgio scelse di restare fedele a Giovanna II, che nel febbraio 1435 moriva lasciando quale erede al trono Renato d'Angiò, fratello di Luigi III nel frattempo improvvisamente deceduto (1434). Alfonso d'Aragona si affrettò a rivendicare i suoi diritti sul trono di Napoli e decise di sferrare al regno un grande attacco. La guerra si svolse tra Campania e Puglia con rapidi cambi di fronte: Renato perse progressivamente terreno mantenendo sotto il suo controllo solo la città di Napoli che cadde nelle mani di Alfonso V il 3 giugno 1442. Renato fu costretto a fuggire in Provenza in compagnia di pochi baroni fedeli, tra cui Giorgio d'Alemagna il quale subì la confisca di tutti i suoi beni cosicché il feudo di Rapone e Castelgrande fu venduto al barone Amelio di Senerchia (1420-1485).

Il periodo Aragonese (1443-1504).

Vinte le ultime resistenze della fazione filoangioina, Alfonso d'Aragona proclamò l'unione dei due Regni e il 26 febbraio 1443 fece il suo ingresso trionfale a Napoli, ottenendo poco dopo la benedizione di papa Eugenio IV che lo riconobbe rex utriusque Siciliae (14 giugno 1443). Il nuovo sovrano, che aveva già perdonato Giorgio nel novembre 1442, lo reintegrò ufficialmente nella signoria delle sue terre, tra cui Castelgrande, con l'indulto del 21 aprile 1444. Il 15 marzo 1446 Alfonso d'Aragona diede disposizioni ai suoi ufficiali circa la tassazione delle concubine del clero in alcune città delle provincie di Principato Ultra e di Basilicata: "in castro de Grandis unciam unam".

Il Municipio vecchio e la piazza.

Nella notte del 5 dicembre 1456 la terra tremò per due minuti in tutto il Regno di Napoli con una violenza tale che il sisma fu avvertito dalla Toscana alla Sicilia. Ricordato come il più devastante terremoto del II millennio, ebbe una lunga successione sismica che devastò interamente Campania, Molise, Puglia e Basilicata, mietendo più di 20.000 vittime. Pur in assenza di fonti documentarie, si può credere che a Castelgrande i danni furono ingentissimi, come nella vicina Muro che fu rasa al suolo, e sicuramente crollò gran parte del castello. Il costo della ricostruzione dei suoi feudi dovette gravare non poco sulle finanze del conte di Buccino.

Giorgio d'Alemagna divenne presto intimo e consigliere del nuovo sovrano Ferdinando I di Napoli, detto Ferrante, incoronato dopo la morte del padre Alfonso V (27 giugno 1458), tanto è vero che, il 6 settembre 1458, il sovrano gli concesse la possibilità di dividere i feudi tra i suoi tre figli Paolo, Pirro e Luigi. Nonostante ciò, alla fine del 1459 il conte prese parte alla guerra di secessione contro Ferrante, schierandosi al fianco di Giovanni d'Angiò, figlio di Renato. Dopo i primi successi dei baroni ribelli filoangioini, le sorti della guerra volsero in favore di Ferrante che, grazie all'aiuto del duca di Milano, Francesco Sforza, di papa Pio II e di Giorgio Castriota Scanderbeg, il 18 agosto 1462 sconfisse i nemici presso Troia. Giorgio d'Alemagna, che aveva subito gravi devastazioni nei suoi feudi nel corso del 1461 per le scorrerie dei baroni filo aragonesi, si arrese nel settembre 1462, subendo la confisca di quasi tutti i beni, ad eccezione - tra i pochi altri - di Castelgrande. Nel 1464 Giovanni d'Angiò ormai definitivamente sconfitto fuggì in Provenza.

Il 15 gennaio 1466 Castelgrande patì molti danni a causa di una forte scossa di terremoto con epicentro in prossimità dei monti Marzano ed Eremita. Il sisma fece crollare tutti gli edifici già lesionati a seguito del sisma del 1456 e che non erano stati consolidati. Il 25 ottobre 1467 Alessandro d'Alemagna vendette a Giorgio, suo cugino, la parte di una casa a Castelgrande "proprie in platea dicte terre". Forse a causa di un crollo, a Castelgrande, dove viveva, moriva Nicola d'Alemagna, lasciando una casa in eredità al figlio Orlando, il quale ne vendette la quarta parte al conte Giorgio, suo zio, il 26 ottobre 1467.

Portone ottocentesco di Palazzo Carusi, censito e tutelato con D.M. dell'8 febbraio 1997 e incluso nel repertorio dei beni culturali di cui al d.lgs. n. 42/2004. Probabilmente l'ingresso della casa acquistata da Pirro d'Alemagna nel 1485.

Nel 1468 Giorgio d'Alemagna moriva lasciando quel poco che restava delle sue grandi fortune ai quattro figli Paolo, Pirro, Luigi e Sunene. A Pirro d'Alemagna spettarono i feudi di Laviano e di Rapone e Castelgrande, per i quali pagò il relevio il 15 aprile 1469. Il 20 novembre 1468 la vedova di Nicola, Margherita Grappino, e sua figlia Giovanna cedettero a Pirro tutti i diritti feudali su Castelgrande, cosa che fece anche Beatrice, primogenita di Nicola, il 17 gennaio 1469. Il nuovo signore di Castelgrande dovette subito affrontare la delicata questione dei confini con i feudi vicini: mentre nel 1472 Pirro stipulò con i vicini signori di Muro (Troiano di San Magno) e di Calitri e Pescopagano (Antonello di Gesualdo) un accordo che riguardò anche i reciproci "iures forestiae, glandium et herbarum", problemi si ebbero con la Mensa arcivescovile di Conza, nei cui confronti si svolse un processo nel 1474 innanzi al Sacro Regio Consiglio. Il 19 maggio 1476 Carlo, figlio di Nicola d'Alemagna, vendette a Pirro, suo cugino, la sua parte delle case che possedeva a Castelgrande. Il 19 marzo 1485 Pirro acquista dalla bellese Maffia una casa situata a Castelgrande nel luogo detto "fiyoccha la Porta de Casale novo". La famiglia d'Alemagna fu del tutto estranea alla congiura dei Baroni ordita per eliminare Ferdinando I tanto è vero che il 10 luglio 1494 Pirro ottenne dal re Alfonso II d'Aragona, primogenito di Ferdinando, la riconferma nel feudo di Castelgrande. Il nuovo sovrano, nei primi mesi del suo regno, dichiarò guerra a Ludovico il Moro, occupando il ducato di Bari. Per vendicarsi dell'affronto Ludovico incoraggiò Carlo VIII di Francia (1470-1498), che poteva vantare un lontano diritto ereditario alla corona del regno di Napoli, a conquistare Napoli e a scacciare gli Aragonesi. Il 3 settembre 1494 Carlo scese in Italia; il 23 gennaio 1495 Alfonso II abdicò in favore del figlio Ferdinando II Trastámara d'Aragona, detto Ferrandino, ritirandosi in un monastero a Messina dove morì pochi mesi dopo; il 22 febbraio 1495 Carlo VIII prese Napoli senza combattere, perché Ferdinando II era intanto fuggito per organizzare la resistenza, e fu incoronato re di Napoli. Pirro d'Alemagna si schierò dalla parte del re francese e, dopo che il 6 luglio 1495 Carlo VIII fu sconfitto nella battaglia di Fornovo da una Lega italiana antifrancese, fuggendo in Francia, venne privato dei feudi di Laviano, di Rapone e Castelgrande che, incamerati dal fisco, il 20 giugno 1496 furono venduti a don Antonio I Carafa della Stadera il quale poi ottenne da Ferrandino, che (sconfitte le ultime sacche di resistenza filofrancese ad Atella) il 7 luglio aveva fatto ritorno a Napoli tra il tripudio della popolazione, il titolo di duca di Castelgrande. Il 7 ottobre 1496 Ferrandino, ammalatosi di malaria in Calabria durante le operazioni belliche, moriva a soli 29 anni senza lasciare eredi di modo che la corona passava - obbedendo alle ultime volontà del sovrano - a Federico I di Napoli, suo zio paterno, il quale il 20 ottobre 1496 ratificava l'acquisto del feudo di Castelgrande da parte di Antonio I Carafa.

Castelgrande nelle Mappe Aragonesi.

Dettaglio di Castelgrande (Castro magno) nelle Mappe Aragonesi (fine XV - inizi XVI secolo).

La Corte aragonese mostrò grande interesse per la cartografia e per le ricognizioni geografiche, giustificato prevalentemente dalla esigenza di una migliore conoscenza del territorio ma anche e soprattutto per un suo migliore controllo. Proprio agli ultimi anni del XV secolo, quando a Napoli era attivo l'umanista Bernardo Silvano, risale la realizzazione delle Mappe Aragonesi conservate nell’Archivio di Stato di Napoli e nella Bibliothèque Nationale de France a Parigi, dimenticate per tanti anni e riscoperte solo negli anni '90.

Castelgrande appare con il toponimo "umanistico" Castro magno e viene rappresentato con il disegno di un gruppo di case (9 elementi) intorno a una chiesa a pianta rettangolare con tetto a doppio spiovente e croce sul timpano, con un campanile sormontato da una croce. Il numero delle casette, che indica approssimativamente la consistenza dei centri abitati, lascia intendere che Castelgrande all'epoca fosse più popoloso di Pescopagano (5 elementi e un campanile con croce) e di Rapone (5 elementi e un campanile con croce), ma meno di Muro e di Bella (la Bella). Il fatto che l'autore abbia disegnato una chiesa (come fatto anche per Pierno) e non solo un campanile, come negli altri paesi vicini, sembra suggerire che il clero fosse più numeroso che altrove, come confermato anche dalla circostanza che nel 1446 Castelgrande risulta essere l'unico centro abitato della zona ad essere tassato per le concubine del clero.

Il paesaggio naturale è descritto come uniformemente boscoso, a giudicare dalla presenza diffusa di alberi stilizzati, ad eccezione del territorio a destra della fiumara della Bella, dove le linee orizzontali da cui spuntano corte linee verticali (giunchi e piante palustri) sembrano indicare la presenza di terreni paludosi. Più a sud nella vallata, vicino al ponte sulla fiumara di Bella, sono tracciati dei tratti paralleli che alludono a zone coltivate. Le miniere sono indicate con il nome del metallo estratto (argento, ferro, oro) e sono localizzate ai piedi del Monte di Muro (cioè la montagna di Pisterola). Come chiarito dal prof. Antonio Pecci, la presenza di una miniera di ferro può essere la spia della presenza di solfuri come la pirite, utilizzata per lavorazione del ferro ma anche dell'oro e dell'argento. Sebbene oggi non si abbia notizia di giacimenti di pirite nella zona, il geologo napoletano Gaetano Tenore (1826-1903), in una pubblicazione del 1851, nomina alcuni luoghi in cui è possibile trovarla e tra questi cita Castelgrande, ossia il Castro magno delle Mappe Aragonesi.

Dalla Baronia di Laviano al Ducato di Castelgrande: il periodo del Vicereame (1504-1734).

Intanto il re di Francia, Luigi XII, cugino di Carlo VIII, che avanzava pretese sul trono di Napoli, l'11 novembre 1500 stipulò a Granada un trattato segreto con il re di Spagna Ferdinando II il Cattolico per la spartizione del regno di Napoli. Luigi XII, quindi, attaccò Napoli e Federico I chiese aiuto a Ferdinando II il Cattolico, il quale approdò con una flotta sulle coste calabresi e si impossessò delle città, così rivelando il tradimento. Nel 1501 Luigi XII adottò il titolo di Rex Neapolis, affidando il governo del regno a un viceré e dando principio alla guerra contro Ferdinando che aveva intanto deciso di impadronirsi del regno. Sconfitto l'esercito francese il 29 dicembre 1503 presso il Garigliano, Ferdinando il Cattolico prese Napoli con le armi dichiarando l'annessione del regno alla corona di Spagna. Nel 1504 la Francia fu costretta a rinunciare all'intero Regno di Napoli in favore della Spagna che, possedendo già Sicilia e Sardegna, diventava padrona dell'Italia meridionale: Ferdinando, quindi, assunse il titolo di re di Napoli, col nome Ferdinando III di Napoli e, col nome Ferdinando II di Sicilia. Il 1º gennaio 1515 Luigi XII moriva e il trono di Francia passava al nipote ventenne Francesco I di Francia.

Il 29 marzo 1517 una scossa di terremoto, avvertita anche a Napoli, provocò notevoli danni in tutta l'Irpinia, ed in particolare a Conza dove furono "rovinate" 116 case e morirono 26 persone. Sicuramente il sisma provocò danni a Castelgrande ma, in assenza di fonti documentarie, è impossibile stabilirne l'entità.

Il 24 febbraio 1525 Francesco I fu sconfitto dagli eserciti imperiali nella battaglia di Pavia e l'anno successivo, con il Trattato di Madrid, fu costretto dall'Imperatore Carlo V d'Asburgo ad abbandonare ogni pretesa in Italia. Nel 1526 il papa Clemente VII, preoccupato per la grande ascesa della potenza di Carlo V, abbandonò l'alleanza con l'imperatore e formò la Lega di Cognac insieme a Francesco I di Francia, che, ottenuta la libertà, dichiarò nullo il trattato di Madrid perché stipulato sotto prigionia. A questo punto l'esercito francese apriva le ostilità vere e proprie sotto la guida del generale Odet de Foix conte di Lautrec, che, a capo della lega antimperiale e col favore del papa Clemente VII che accusava l'imperatore Carlo V di essere responsabile del sacco di Roma del 6 maggio 1527, il 10 febbraio 1528 entrava nel Regno di Napoli passando per l'Abruzzo, dove sottomise molti castelli, e spargendo il terrore in Puglia. Il 23 marzo 1528 il conte di Lautrec si rese protagonista della "Pasqua di Sangue": durante l'assedio di Melfi massacrò 3.000 persone. Nel castello si era rifugiato, con le milizie superstiti, il principe di Melfi, Giovanni III Caracciolo, il quale, rendendosi conto dell'inutilità della resistenza e per salvarsi la vita, si arrese come, del resto, fecero molti altri baroni sperando in migliore fortuna. L'11 maggio, giorno della Pentecoste, la città di Melfi fu liberata dagli spagnoli e i seimila melfitani, superstiti alla strage francese fecero ritorno in città. Dopo aver conquistato Troia, Trani, Barletta e Venosa, il Lautrec cinse d'assedio Napoli nell'estate del 1528 ma vi trovò la morte a causa di un'epidemia di peste da lui stesso provocata. Da Napoli l'epidemia dilagò nel Regno e a Castelgrande perse la vita oltre un terzo della popolazione: infatti dai 744 abitanti del 1521 si passò a soli 468 censiti nel 1532. Il 27 giugno 1528, forse a causa del contagio, il duca di Castelgrande, don Antonio I Carafa, moriva lasciando un ingente patrimonio feudale nelle mani del figlio primogenito Luigi Carafa della Stadera II Principe di Stigliano. Terminata la pestilenza il popolo napoletano riedificò una cappella posta fuori città che fu dedicata alla Vergine di Costantinopoli come ex voto per lo scampato pericolo. Da Napoli il culto della Madonna di Costantinopoli si diffuse rapidamente in tutto il Regno e a Castelgrande fu edificata, probabilmente sui resti di un edificio più antico, una cappella posta in un bosco a valle dell'abitato che, dedicata alla Vergine di Costantinopoli, fu successivamente ampliata.

Nel 1561 Castelgrande dovette affrontare un altro forte sisma. Nel giro di una ventina di giorni si susseguirono due forti scosse: la prima si ebbe il 31 luglio con epicentro in Buccino e la seconda, che fu l’evento principale, il 19 agosto, con epicentro in prossimità di Polla. Nell'area del cratere ci furono oltre 400 vittime e la scossa principale fu talmente forte da devastare una ventina di borghi, risultando maggiormente distruttiva nelle aree già colpite dall'evento del 31 luglio, dove molti degli edifici lesionati non erano stati ancora consolidati. In Basilicata i documenti d'archivio riportano circa 40 vittime a Balvano e Muro Lucano e una ventina a Picerno e Vietri di Potenza; tuttavia, il borgo più disastrato fu Tito che venne praticamente raso al suolo e registrò un centinaio di vittime. A nord si registrarono danni fino in Irpinia, nell'allora Principato Ultra, dove a Calitri crollò un'ala del castello. Il 9 maggio 1575 un frate francescano conventuale originario di Spalato, Daniele Vocazio, già vescovo di Delminio in Erzegovina e di Macarsca in Dalmazia, fu trasferito nella diocesi vacante di Muro e fu nominato vescovo da papa Gregorio XIII. La decisione del Papa fu influenzata anche dalle sofferenze che il prelato sopportò sotto gli Ottomani, che lo imprigionarono nel 1565, così come dal fatto che Vocazio riuscì anche a liberare circa 500 Morlacchi dagli Ottomani, molti dei quali si stabilirono nel Regno di Napoli.

Dopo la morte di Luigi Carafa, che non si era accontentato di gestire il grande patrimonio ereditato ma nel corso degli anni lo accrebbe con ulteriori acquisizioni, il 17 luglio 1576 il Ducato di Castelgrande passava ad Antonio II Carafa della Stadera il quale moriva dopo soli due anni (14 agosto 1578) di modo che il feudo venne ereditato dal figlio di questi Luigi II Carafa della Stadera (1567-1630) che il 29 novembre 1584 sposò Isabella Gonzaga, figlia del duca di Sabbioneta Vespasiano I Gonzaga, così acquisendo il titolo di duca consorte di Sabbioneta. Superati i difficili anni dell'epidemia di peste (1528-1530) l'economia fu caratterizzata da un relativo sviluppo della produzione, delle manifatture e del commercio locali, cosa che favorì l'affermarsi nel Regno di un'aristocrazia cittadina formata per lo più da professionisti: presso la Scuola Medica Salernitana, nel 1584 Marsilio De Sanctis de Castro Grandinis conseguiva la laurea in Medicina e Chirurgia, mentre qualche anno più tardi Matteo Cristiano Castro Grandine e poi Francesco Cristiano de Castiello Grande ottenevano entrambi la laurea in Medicina Fisica, il primo nel 1590 mentre il secondo nel 1611. La ripresa della comunità castelgrandese è testimoniata dal costante incremento demografico che si ebbe a partire dal 1532, quando Castelgrande contava appena 468 abitanti: la popolazione aumentò fino a 528 abitanti nel 1545, per poi passare a 678 nel 1561, a 976 nel 1595, a 1.134 nel 1648 e, infine, a 1.850 nel 1657, alla vigilia della terribile epidemia di peste dell'anno seguente. Le origini della crescita economica possono farsi risalire allo sviluppo della produzione laniera e alla diffusione nel Regno di grandi aziende armentizie, in genere di proprietà nobiliare. Ci è noto, infatti, che il giovanissimo Luigi II Carafa della Stadera alla morte del padre ricevette in eredità una grande masseria a Castelgrande che, nel 1578, era affittata a 8 massari e comprendeva complessivamente 3.679 pecore, 1.034 pecore grosse, 189 montoni, 1.245 agnelli cordeschi, 670 agnelli primaticci femmine, 570 agnelli primaticci maschi, 967 castrati giovani e 807 castrati grossi. Il fatto che la masseria fosse suddivisa tra i massari affittuari non comprometteva il reddito di Luigi II che tra il 27 agosto ed il 2 settembre del 1578, ricevette, attraverso il massaro della corte feudale, Antonello da Morte di Castelgrandine, ben 2.613 cantara di lana (circa 233 tonnellate).

Dettaglio della Lucania con Castelgrande (C. de grandine) nella Galleria delle carte geografiche dei palazzi Vaticani (1580-1585).

Nella seconda metà del XVI secolo il Concilio di Trento (1545-1563) provocò una "rinascita spirituale" attraverso una profonda riforma dottrinale e morale della Chiesa cattolica in risposta al protestantesimo, che si tradusse in una forte crescita di religiosità con la fondazione di cappelle dedicate alla Vergine e l’edificazione di conventi francescani: i cappuccini si insediarono a Muro nel 1585 e le clarisse nel 1608. Questa rinnovata spiritualità ispirò, durante i vescovati di Vincenzo Petrolini (1577-1606) e di Tomeo Confetti (1606-1630), l'esecuzione di nuove opere: nel 1614 si conclusero i lavori di "ampliamento" della Cappella di Santa Maria di Costantinopoli; nel 1617 fu innalzata la colonna dell'Osanna nel Casale novo al di fuori della Porta urbica meridionale; nel 1631 venne ultimata la riedificazione della Chiesa Madre dedicata all'Assunzione di Maria, cui fu aggiunto il campanile. Il 22 gennaio 1630, intanto, nel Collegio Massimo dei Gesuiti di Napoli, dove aveva deciso di soggiornare, moriva il duca Luigi Carafa della Stadera che lasciava - tra gli altri innumerevoli beni - il feudo di Castelgrande alla nipote Anna Carafa (1610-1644), figlia di Antonio che nel 1610 era premorto al genitore, la quale, nel giugno 1636, andò in sposa a Ramiro Felipe Núñez de Guzmán, II duca di Medina de las Torres e II marchese di Toral (1600 ca-1668), il 13 novembre 1637 nominato da Filippo IV di Spagna viceré di Napoli.

Nel 1616 nacque a Castelgrande, da nobile famiglia originaria di Pavia trasferitasi nel Regno di Napoli nel XV secolo, Matteo Cristiano figlio di Fabrizio, dottore in legge, del quale seguì le orme esercitando in Napoli la professione di avvocato. Quando Gennaro Annese, succeduto a Masaniello, il 22 ottobre 1647 proclamò la Real Repubblica Napoletana, sotto la protezione del duca Enrico II di Guisa, Matteo Cristiano vi prese parte militando per il partito popolare con l'intento di organizzare una "guerra contadina" per porre fine agli abusi baronali. Dopo aver assediato e conquistato Salerno, nel gennaio 1648 con un'azione rapidissima conquistò tutta la provincia di Basilicata e per tali meriti gli fu riconosciuta la carica di Governatore generale. Nel corso degli anni Matteo Cristiano rivelò notevoli doti militari che misero in grande imbarazzo la Corona spagnola, fin quando nell'agosto del 1653 venne arrestato in Abruzzo, insieme ad altri ribelli. Condotto a Napoli, il 20 agosto 1653 venne condannato a morte e il 23 agosto decapitato in piazza Mercato, mentre agli eredi fu confiscato tutto il patrimonio. Da una sorella di Matteo, Porzia Cristiano, e don Angelo Cianci, discendente dal barone Arcangiolo Cianci (il cui feudo nel 1602 era passato al Capitolo di Atella) nacque Fabrizio Cianci (1650-1696) che papa Alessandro VIII, con bolla del 4 marzo 1689, nominò vescovo di Guardialfiera.

La terribile epidemia di peste, che nel 1656 aveva decimato la popolazione di Napoli, si diffuse presto in tutto il Viceregno e nel 1657 si abbatté violentissima anche su Castelgrande, dove falcidiò i due terzi della popolazione: dei 1.850 abitanti censiti nel 1657, nel 1658 ne rimanevano appena 650. Dal crollo demografico Castelgrande non si riebbe subito, tanto è vero che nel 1669 si contavano soltanto 522 abitanti. A Madrid il 7 gennaio 1689 moriva senza eredi Nicola María de Guzmán Carafa al quale il feudo di Castelgrande apparteneva in quanto figlio primogenito di Anna Carafa della Stadera. Nicola Maria, col quale si estinse la discendenza dei Carafa della Stadera, era l'erede di un patrimonio feudale valutato oltre 3 milioni di ducati, e titolare di più di trecento tra terre, città e castelli nel Regno di Napoli, oltre allo Stato paterno in Spagna. Devoluto alla Curia Regia, Castelgrande, insieme ai feudi di Laviano e di Rapone, nel 1694 fu acquistato da don Francesco d'Anna (†1714), figlio di Pompeo (1602-1676), mercante e Regio Doganiere della Regia Dogana di Napoli che divenne ricchissimo nonché grande collezionista d'arte (possedendo nel suo palazzo alla Riviera di Chiaia opere di Caravaggio, Guercino e Rubens). Intanto l'8 settembre 1694 Castelgrande fu nuovamente sconvolto da un violentissimo sisma che rase al suolo buona parte dell'abitato: il tiburio ottagonale della cappella di Santa Maria di Costantinopoli crollò e non fu più ricostruito; la chiesa di San Michele, posta nell'antico rione del Malconsiglio, collassò completamente; la Chiesa Madre, nonostante fosse stata da poco riedificata, subì notevoli danni e passarono una trentina d'anni prima che fosse riaperta al culto; il castello si ridusse a un rudere. Ingenti dovettero essere le perdite tra la popolazione. A don Francesco d'Anna, che il 21 luglio 1701 aveva ottenuto da Filippo V di Spagna il titolo di I duca di Castelgrande, successe il figlio secondogenito Giuseppe (1673-1754), II duca di Castelgrande, che nel 1721 concluse con il conte di Muro, Ferdinando Bernualdo Filippo Orsini d'Aragona, una transazione circa l'estensione del demanio universale di Castelgrande che si rivelò dannosa per gli interessi dei castelgrandesi. Il 29 novembre 1732 non pochi danni Castelgrande dovette patire a causa dell'ennesima scossa di terremoto che, in tutta l'area irpina, fece complessivamente circa 1.800 vittime.

Nel 1734 il lungo periodo del vicereame si concluse grazie a don Carlo di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese, che, conquistato il regno, gli restituì l'originaria indipendenza fondando la dinastia dei Borbone di Napoli.

La "guerra dei pascoli e della lana" e i Conti di Muro Orsini di Gravina (1571-1768).

Alla base della rinascita economica e demografica che si ebbe a Castelgrande, come in molti altri centri di Irpinia e Basilicata a partire dalla metà del XVI secolo e fino alla terribile epidemia di peste del 1657, vi fu il notevole incremento delle attività legate alla produzione, alla lavorazione e al commercio della lana, che già durante il regno di Ferdinando I avevano vissuto un periodo di fioritura, da cui trasse grandi profitti l'imprenditore ed armatore Francesco Coppola (1420-1487). Con la caduta in disgrazia e la morte di Francesco Coppola, il commercio della lana nel Regno di Napoli divenne prerogativa pressoché esclusiva della famiglia Orsini di Gravina, ramo di una delle più prestigiose casate di Roma. Nel 1417 Giovanna II di Napoli aveva concesso a Francesco Orsini (†1456) la Contea di Gravina, trasformata nel 1436 in ducato da Alfonso d’Aragona. I discendenti di Francesco, I duca di Gravina, ingrandirono il loro patrimonio nel sud Italia, dando impulso all’allevamento, all’agricoltura e alla trasformazione dei prodotti esportati a Napoli e in tutto il Regno e acquisendo feudi "su un percorso quasi ininterrotto che dalle coste tirreniche attraversava l’Appennino per estendersi lungo l’Abruzzo fino al Molise e alla Capitanata e alle Puglie, tanto da far pensare che l’obiettivo comune fosse non tanto proteggere singoli territori quanto un intero percorso costellato da redditizie dogane che coincideva con le grandi vie della transumanza". L'egemonia economica della famiglia si consolidò quando Ferdinando Orsini, V duca di Gravina, sposò in seconde nozze Beatrice (†1580), figlia ed erede di Giacomo Alfonso Ferrillo, conte di Muro, signore di Acerenza, Genzano, Ruoti e Spinazzola. Rimasta vedova nel 1549, Beatrice, donna energica e di grandi capacità imprenditoriali, riscattò dall’imperatore Carlo V il feudo di Muro, in precedenza confiscato al marito per debiti di gioco, e organizzò la gestione dei possedimenti della famiglia Orsini. Con Regio Assenso dato a Madrid il 4 marzo 1580, Flaminio I Orsini, fu autorizzato a comprare Muro dalla madre Beatrice, acquisendo così il titolo di I conte di Muro. Il 29 gennaio 1582 Flaminio I moriva lasciando il feudo nelle mani del figlio Flaminio II Orsini, che però il 17 aprile 1605 moriva a soli 23 anni lasciando erede la figlia Dorotea che sposò il principe di Solofra, Pietro Francesco Ducapatre Orsini (1575-1641). Dall'unione nacque don Ferdinando III Orsini (1623-1658), XI duca di Gravina, II principe di Solofra, IV conte di Muro e I principe di Vallata (dal 1653), che nel 1647 prese in moglie Giovanna Frangipani della Tolfa di Toritto da cui ebbe Pietro Francesco (1649-1730), primogenito, che tuttavia nel 1668 rinunciò all'eredità del titolo di duca avendo scelto la carriera ecclesiastica che culminerà nel 1724 con l'elezione al soglio pontificio col nome di Benedetto XIII, ultimo Papa proveniente dal Sud Italia. La Contea di Muro passò, quindi, al secondogenito di Ferdinando III, Domenico I Orsini, XIII duca di Gravina, IV principe di Solofra, nonché V conte di Muro, che moriva il 3 maggio 1705 quando gli successe l'unico figlio Ferdinando Bernualdo Filippo Orsini d'Aragona (1685-1734) che dal matrimonio con la principessa Giacinta Ruspoli ebbe Domenico II Orsini d'Aragona che, il 4 gennaio 1734, alla morte del padre (avvenuta nel palazzo Orsini di Gravina di via Monteoliveto a Napoli, oggi sede della facoltà di Architettura) ne ereditò tutti i titoli e i beni, poi trasmessi (1806) al figlio Amedeo, chiamato Filippo Bernualdo, (9 agosto 1742-3 novembre 1824) che mantenne i possedimenti ed i pascoli di Muro fino all'abolizione della feudalità.

Mappa dei confini tra l'Università di Castelgrande (Castelgrandine) e il demanio feudale del Conte di Muro Filippo Orsini d'Aragona (Parascandolo, 17 ottobre 1716).

Gli Orsini di Gravina si rivelarono ben presto molto avidi tanto che insorsero dispute e scontri non solo con l'Università di Muro ma anche con la vicina Università di Castelgrande cui venivano negati antichi diritti e ataviche prerogative. I pascoli della Contea di Muro, infatti, erano frequentati per consuetudine, oltre che dalle greggi di Muro, anche da quelle di Castelgrande, cui ora si aggiungevano le mandrie e le greggi di proprietà del duca di Gravina. Nell'estate del 1571 si verificarono gravi disordini quando il duca Ferdinando II Orsini, nipote di Beatrice Ferrillo che lo aveva nominato erede universale, fece scacciare dai suoi armigeri i pastori muresi e anche quelli di Castelgrande, che rivendicavano il possesso dei pascoli della montagna di Pisterola, di Raia di S. Silvestro, di Manca di S. Angelo, di S. Pietro in Aquilone, di Macchia del Castello, del bosco di Capomuro (Fago di Cantarino), di Raia di S. Angelo e di Lagomorto, da sempre oggetto di pascolo promiscuo tra le due Università. Come riporta Luigi Martuscelli, si trattava di "tutto il territorio occupato dai casali distrutti ed abbandonati di S. Pietro a Piagaro, S. Angelo, La Rocca, Gauzano, S. Biagio, Citerano, S. Barbara, Capotignano, i cui abitanti emigrarono parte in Muro e parte in Castelgrande". La contesa si fece aspra tanto che l'anno successivo l'Università di Castelgrande intentò un giudizio, che si sarebbe rivelato assai lungo e dispendioso, sia contro il duca di Gravina sia contro l'Università di Muro: in realtà Castelgrande richiedeva che fosse confermato l'accordo del 1472, concluso tra Pirro d'Alemagna e Troiano di San Magno, feudatario di Muro, in modo da consentire al bestiame di continuare a pascolare nel territorio murese, che fino alla chiesa di S. Antonio era comune a Castelgrande ab antiquissimo tempore. Con sentenza del 6 novembre 1641 il Sacro Regio Consiglio accolse integralmente le ragioni dell'Università di Castelgrande, assistita dal celebre avvocato napoletano Giovanni Francesco Marciano. Per nulla vinti dall'esito sfavorevole del giudizio, gli Orsini di Gravina continuarono a tener per loro uso esclusivo l'erbaggio estivo ed anzi decretarono come “difesa” i pascoli contesi per vietarne l’uso anche nella stagione invernale ed impugnarono la sentenza limitatamente ai diritti sulla montagna di Pisterola, pretesa estranea ai demani universali promiscui perciò richiedendo la verifica dei suoi confini. Con ordinanza del 9 agosto 1715 il Sacro Regio Consiglio stabilì doversi redigere perizia circa l'esatta descrizione dei confini del territorio conteso. Successivamente con decreto del 14 giugno 1717, sulla base delle indagini svolte dal tavolario napoletano Onofrio Parascandolo, all'uopo incaricato, le doglianze dei conti di Muro furono definitivamente respinte e "la montagna di Pisterola fu ritenuta come parte di quel territorio promiscuo così dichiarato dalla sentenza del 1641" perciò appartenente al demanio universale e non feudale. Il duca di Gravina, al quale fu riconosciuto il "quasi possesso di fidare l'erba statonica", venne anche condannato a restituite quanto indebitamente esatto nel corso degli anni, durante i quali, come riporta Nicola Cianci di Leo Sanseverino, non mancò ai castelgrandesi "l'efficace e poderoso aiuto dei suoi duchi, Antonio e Luigi, e poi della duchessa Anna Caraffa, di guisa che, segnatamente contro di questa e del viceré, duca di Medina, suo marito, il conte Orsino in atti giudiziali e stragiudiziali levò altissime ed incessanti querele". Falliti tutti i tentativi di abboccamento con i Carafa della Stadera, i conti di Muro trovarono un alleato in don don Giuseppe d'Anna, II duca di Castelgrande, secondogenito di Francesco, che il 28 dicembre 1721 concluse un accordo, confermato il 27 aprile 1722 e ratificato in Napoli il primo giugno 1723, con don Ferdinando Bernualdo Filippo Orsini d'Aragona (1685-1734), VI conte di Muro, il quale si impegnò a pagare la somma di 1.200 ducati all'Università di Castelgrande, di cui mille tenne per sé Giuseppe d'Anna per un vecchio credito, ottenendo in cambio 200 tomoli di terreno della montagna di Pisterola verso il confine con Castelgrande, che così rinunciava ad ogni diritto sulla montagna, facendo tuttavia salvi i diritti di promiscuità di pascolo dei castelgrandesi sugli altri demani comunali di Muro, come circoscritti dal tavolario Parascandolo. Non pago dell'intesa Filippo Orsini volle sbarazzarsi delle piccole masserie e dei vari appezzamenti di terreno coltivati sulla montagna scacciandone con violenza i coloni muresi che furono quindi costretti a dissodare e a ridurre a coltura il bosco di Capomuro, suscitando le proteste dei castelgrandesi che si rivolsero nuovamente al Sacro Regio Consiglio al fine di ottenere il pagamento della quarta parte del terratico che si esigeva dall'Università di Muro, dal momento che il pascolo era ormai divenuto impossibile a causa della distruzione del bosco con frequenti incendi. La domanda di Castelgrande venne accolta dal Consiglio che nel 1757 ordinò il sequestro dei cereali raccolti e nel 1758 ne dispose la vendita. Il figlio di Filippo, Domenico II Orsini, creato cardinale nel 1743, propose all'Università di Castelgrande un accordo a tacitazione definitiva delle rispettive pretese: Muro avrebbe ceduto a Castelgrande la piena proprietà del bosco di Capomuro nonché altri 200 tomoli della montagna di Pisterola, riservandosi il diritto di abbeverare il proprio bestiame nella contrada Ladraonə e dando in corrispettivo un vecchio mulino fatiscente nella contrada S. Angelo con facoltà di poterlo riedificare ad uso esclusivo dei castelgrandesi; Castelgrande, dal canto suo, avrebbe definitivamente rinunciato ad ogni diritto di pascolo sui demani universali di Muro, giudicati comuni dalla sentenza del 1641, e, invece della quarta parte del terratico, avrebbe ottenuto la somma di ottocento ducati. L'accordo fu accettato e poi approvato dal Sacro Regio Consiglio con decreto munito di regio assenso nel 1768.

Il Regno di Napoli e la dinastia dei Borbone (1734-1861).

Quando Carlo di Borbone, diretto alla conquista del Regno di Napoli (1734), fece sosta in Toscana, il granduca Gian Gastone de’ Medici gli consigliò di portare con sé Bernardo Tanucci (1698-1783), valentissimo professore di diritto a Pisa, al quale si deve la più grande riforma del sistema tributario del Regno delle Due Sicilie con la compilazione del Catasto Onciario, un inventario descrittivo e valutativo in cui la stima del patrimonio per la misura dell'imposizione veniva fatta in once. Il Catasto Onciario di Castelgrande, redatto nel 1753, contiene l'accertamento di un reddito complessivo pari a circa 14.500 once e si compone di 443 ditte, comprendendo anche le vedove e le vergini in capillis (ditte da 326 a 355) nonché il clero (ditte 356, 357 e da 424 a 443), cui segue l'elenco dei forestieri residenti e di quelli non residenti ma proprietari di beni o titolari di attività. La popolazione residente ammontava a circa 1.983 abitanti, tra cui 22 clerici, 23 vedove, 7 vedovi e 6 vergini in capillis. Il nome che ricorre con maggiore frequenza tra gli uomini è Antonio mentre tra le donne primeggia Rosa (47), seguito da Vittoria (25) e da Laura (24). Il cognome largamente più diffuso è Cristiano che ricorre ben 65 volte, seguito da Federico (45) e Masi (39). Il lavoro nei campi occupava 294 castelgrandesi (271 bracciali e 23 lavoratori), ossia la stragrande maggioranza. Con una rendita annua di 398,21 once, Camillo Federico, massaro, era di gran lunga il cittadino più agiato di Castelgrande; seguivano Angelo Gasparrino, pastore, con 257,22 once, e G. Battista Gasparrino, bracciante, con 218,12. Per ogni madre c'erano mediamente quasi 3 figli: la famiglia più numerosa era quella del dr. Fisico Nicolò Masi, sposato con Rosanna Racioppi, con ben 8 figli.

Così Lorenzo Giustiniani descrive Castelgrande nel 1797: «CASTELGRANDINE: terra in provincia di Basilicata in diocesi di Muro, distante da Matera miglia 60, e dal mare 40 incirca. Ella ritrovasi diversamente nominata dagli scrittori, e nelle carte de' bassi tempi. In un diploma della Regina Giovanna II del 1428 si chiama Castrum de Grandis. Il cardinal di Luca l'appella Castrum Grandinis, ed altri la dicono pure Castellogrande, Castellograndino e Castello di Grandine. Ella è posta sopra di una rupe di pietra calcaria, che guarda il mezzogiorno. L'aria è freddissima, essendo molto dominata da borea. Nella parte più alta tiene un castello diruto opera de’ mezzi tempi. Il territorio confina con Castelpagano, Rapone, Sanfele, Muro, e col bosco di Laviano. Non è gran fatto fertile, perché petroso. Da’ vigneti non si ritrae né meno una quantità sufficiente di vino per la popolazione. Tiene una parte boscosa piena di cerri, che appellano Bosco di Capo di Muro, comprendendo la contrada della Manca di S. Angelo, e la montagna di Pisterola. Vi è caccia di lepri, volpi, faine, martore, ed anche di beccacce, pernici, corbi, ed altri uccelli, ma non molto abbondante. Un tempo buona parte del territorio verso le Serre era in possesso della università di Muro, e per sentenza del S.C. sin dal 1641 quei naturali ebbero il diritto di legnare, ed acquare, nel territorio della stessa città. I suoi cittadini sono addetti all’agricoltura, ed alla pastura, che pure per difetto di comodi pascoli, e fertili terreni, nutriscono pochissimi armenti, ed hanno poco commercio colle altre popolazioni limitrofe. Nel 1532 furono tassati per fuochi 78, nel 1545 per 88, nel 1561 per 113, nel 1594 per 162, nel 1648 per 189, e nel 1669 per 102. Inoggi ascendono a circa 3500. Si ha memoria che Carlo Ruffo conte di Montalto, e Corigliano tenne in feudo questa terra insieme con Rapone. Nel 1648 si possedea da Anna Caraffa principessa di Stigliano; e così anche nel 1669. Inoggi si possiede dalla famiglia d'Anna, col titolo di baronia. Nella nuova strada, che si è fatta da Eboli sino alla città di Muro, l'università di Castelgrandine ha dovuto contribuire la sua rata per tutta quella lunghezza, ch'evvi dal bosco di Laviano al tenimento della suddetta città; ma per goderne dovrà fare un ben lungo ramo di circa due altre miglia dal paese alla strada principale, che passa pel luogo detto le Serre».

Dettaglio di Castelgrandine, da Atlante Geografico del Regno di Napoli (1807) di Giovanni Antonio Rizzi Zannoni (1736-1814).
Dettaglio di Castelgrandine, da Atlante Geografico del Regno di Napoli (1807) di Giovanni Antonio Rizzi Zannoni (1736-1814).

Simboli

Lo stemma del Comune di Castelgrande è stato concesso con decreto del presidente della Repubblica del 13 luglio 2004.

«Di azzurro, alla torre di argento, murata di nero, merlata alla guelfa di tre, finestrata di uno sotto la merlatura, di nero, munita di due marcapiani, essa torre chiusa di nero, la porta sormontata dal piccolo fiore di sei petali di argento, fondata sulla campagna diminuita di verde. Ornamenti esteriori da Comune»

Il gonfalone è un drappo partito di bianco e di azzurro.

Onorificenze

Medaglia d'oro al Merito Civile - nastrino per uniforme ordinaria
«In occasione di un disastroso terremoto, con grande dignità, spirito di sacrificio ed impegno civile, affrontava la difficile opera di ricostruzione del proprio tessuto abitativo, nonché della rinascita del proprio futuro sociale, economico e produttivo. Mirabile esempio di valore civico ed altissimo senso di abnegazione.»
— 23 novembre 1980

Origine del nome

Notevole è il fatto che nello Statutum de riparatione castrorum, di epoca federiciana, e fino all'inchiesta del 1273-1274, relativa ai beni delle donne feudatarie di Basilicata, che si erano sposate dopo la conquista di Carlo I, che mirava a chiarire se le nozze fossero avvenute con il regio assenso oppure no, Castelgrande è citato come Castellum, mentre nelle inquisitiones angioine successive viene chiamato Castrum. Se è vero che entrambi i termini indicano "villaggi fortificati d’altura", è pur vero che essi non sono sinonimi. Infatti, come evidenziato da Roberto Bernacchia: "castellum risulta prevalente nelle fonti della fase arcaica, definibile come “fase curtense” (all’incirca dal secolo X alla metà dell’XI). Pertanto il passaggio, non infrequente nel linguaggio notarile, da castellum a castrum sottenderebbe un percorso evolutivo che avrebbe portato il castello-azienda ad una crescita materiale, demografica, politica e sociale svoltasi soprattutto nel corso del secolo XII e che lo avrebbe visto perciò ampliare le funzioni dall’originario ambito economico-agricolo a quello politico-giurisdizionale". Evidentemente a Castelgrande, dopo il devastante terremoto del 18 dicembre 1273 (che rase al suolo buona parte della città di Potenza), si ebbe una ristrutturazione dell'impianto difensivo che fu ampliato, così formandosi un nucleo abitato che gradualmente assunse una funzione amministrativa e giurisdizionale.

La seconda parte del toponimo è di origine incerta mancando fonti documentarie anteriori allo Statutum de riparatione castrorum. Nei registri angioini, fino alla fine del XIV secolo, appare nelle forme de Grandis, de Grande, Grandis (ma ancora de Grandis nel 1446 e nel 1458 ricompare - dopo circa due secoli - Castellum de Grande); successivamente prevale il tipo de Grandinis (1400), Grandinis (1442 e 1584), terra Castrigrandinis (1491 e 1614), de Glandine (1494), de grandine (1580-1583, nelle carte geografiche della Galleria vaticana), Grandine (1590 e 1693), tralasciando di considerare le forme Castro Magno riportata sulle mappe aragonesi (terzo quarto del XV secolo) e Castiello Grande (1611): la prima evidentemente frutto di paretimologia mentre la seconda adattamento della pronuncia dialettale (Castièɖɖə ɦrannə). Giacomo Racioppi ritiene che il castello fosse detto "grande" in opposizione ad uno più piccolo posto in origine sul vicino monte La Guardiola (dove è presente il toponimo Palazzùlə, dal lat. palatiolum) e poi scomparso. Più recentemente Angelo Racaniello e Francesco Masi hanno invece avanzato l'ipotesi che il toponimo sia da ricondurre alla famiglia Grande o de Grandis, di cui si ha notizia in concomitanza con le più antiche menzioni del comune.

Monumenti e luoghi d'interesse

Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli

Isolata in fondo alla valle posta a Sud-Est di Castelgrande, da cui dista circa un chilometro, lungo la via che in antico conduceva a Capodigiano (rectius: Capitignano) e a Bella, e lambita dalle acque fredde di un ruscello, si trova la piccola chiesa extra moenia dedicata alla Madonna di Costantinopoli. Nulla si conosce circa l'origine del tempio. In assenza di una precisa documentazione d’archivio l'analisi della datazione della costruzione può solo fondarsi sull’esame delle strutture dell’edificio. Si tratta di un tetraconco con base quadrangolare avente un'abside di eguali dimensioni su ciascuno dei lati, separati dai quattro pilastri angolari che sorreggono una bassa copertura circolare che ha preso il posto di un tiburio ottagonale, crollato a causa del terremoto dell'8 settembre 1694. Questa tipologia di pianta a croce inscritta, molto comune nell'architettura bizantina, fu ripresa in Italia durante l'Alto Medioevo e venne destinata non solo alla fondazione di chiese ma anche di mausolei e battisteri come testimoniato sia da edifici di culto di area pugliese (come la Basilica di San Leucio a Canosa) sia dai battisteri di area padana del IX-XI secolo (battistero di S. Giovanni Battista a Biella; battistero di S. Giovanni Battista a Galliano; battistero di S. Giovanni Battista a Mariano Comense; battistero di Concordia Sagittaria) sia dalle misteriose chiese di S. Maria a Vico di Giffoni e di S. Caterina d'Alessandria di Conversano, la prima di incerta e la seconda di controversa datazione, per poi essere progressivamente abbandonata con l'avvento del romanico. In ambito lucano, notevoli sono le affinità strutturali con la chiesa di Santa Maria delle Grazie di Barile che rimase esclusivamente di rito greco fino al 1603. A poca distanza dalla cappella, e in un'epoca imprecisata, fu edificata una chiesa ad aula unica con abside, i cui resti sono di recente emersi a seguito di indagini archeologiche.

Chiesa di S. Maria di Costantinopoli, inclusa nel repertorio dei beni culturali di cui al d.lgs. n. 42/2004 e tutelata con D.D.R. n. 129 del 29 agosto 2014.
Chiesa di S. Maria di Costantinopoli (veduta da est)

Al di sotto della icona che si venera è riportata una iscrizione che recita: "Ad honorem Gloriosiss. Virginis Marie Constantinopolis sacellum hoc ad devot. Universitatis Terre Castrigrandinis tempore prioratus Anton. X. Ciancia de mense Novembris Mill.etsexcentsm. x quarto et elemosina ampliata est ob magna d.e". Viene quindi rivelato che nel 1614 la cappella fu ampliata, con denaro raccolto tra il popolo di Castelgrande per grande devozione, al tempo del priorato di Antonio Saverio Ciancia. I lavori non furono di breve durata tanto è vero che in un testamento del 14 settembre 1603 un tale Giovanni Alfonso Salerno manifestava la volontà di essere tumulato nella cappella laddove i lavori fossero stati ultimati. Nella bolla del 20 agosto 1491, con cui il Vescovo di Muro, Antonio Nicola De Piscibus, autorizzò la costruzione di un altare all'interno della chiesa di Santa Maria Assunta, a quest'ultima ci si riferisce come "ecclesia Sanctae Mariae", il che autorizza l'inferenza che all'epoca a Castelgrande ci fosse una sola chiesa intitolata alla Madonna e cioè quella di Santa Maria Assunta, diversamente sarebbe stato necessario specificarne il titolo ovvero l'ubicazione. L'intitolazione, quindi, è successiva al 1491 ma anteriore al 1603. Tuttavia è possibile restringere ulteriormente il dato temporale. Infatti, nell'estate del 1528 Odet de Foix conte di Lautrec cinse d'assedio Napoli trovandovi la morte a causa di un'epidemia di peste che egli stesso aveva contribuito a scatenare. L'anno seguente a Napoli si verificò un evento prodigioso, così riportato nelle cronache: "Nello mese di giugno di questo anno 1529, il terzo giorno di Pasca Rosata (martedì di Pentecoste), fu ritrovata vicino alle mura della città di Napoli una immagine della Madonna Santissima Madre di Dio, per rivelazione de una vecchierella, che abitava là vicino, alla quale fu promesso dalla Madre di Dio il fine della peste, come si vide con effetto; et perciò la Città di Napoli diede principio subito ad edificare una Chiesa a detta Immagine, con lo titolo di Madonna di Costantinopoli, et si spera, che la protegga da detto morbo per l'avvenire in ogni tempo futuro. E non solamente la Madonna di Costantinopoli liberò Napoli dalla peste, ma anco dalla guerra…". Nacque quindi una confraternita laicale, che ricostruì come ex voto una piccola e fatiscente cappella dedicata alla Vergine che sorgeva fuori le mura della città, ai piedi della collinetta di Caponapoli; al suo interno era custodita l'icona raffigurante la Madonna di Costantinopoli. Papa Clemente VII, con una bolla del 31 marzo del 1531, sancì la nascita del sodalizio e della chiesa di Santa Maria di Costantinopoli. Da Napoli il culto della Madonna di Costantinopoli, invocata per scongiurare epidemie, carestie e terremoti, si diffuse rapidamente in tutto il Regno.

Altare della Madonna col Bambino in mezzo a Santa Lucia e San Leonardo.

Il prof. Angelo Racaniello riporta la leggenda di fondazione della cappella: "A Castelgrande si narra che la Vergine apparve in località "Vallone vivo", vicino ad una sorgente, ad un gruppo di persone che venivano da lontano per sfuggire ad un cataclisma che aveva distrutto le loro case. I fuggiaschi trovarono il luogo accogliente e si fermarono. Successivamente, per adorare la Madonna che era loro apparsa, fecero una rozza scultura di legno e decisero di costruirle una chiesa in un bosco di querce poco distante. La costruzione era già a buon punto, quando una mattina, gli operai addetti ai lavori, la trovarono crollata. II giorno seguente la Madonna apparve ad alcuni pastori ai quali disse che voleva la chiesa nel luogo dove era apparsa: vicino alla sorgente. I pastori parlarono con i costruttori ma questi non tennero conto della richiesta e cominciarono a ricostruirla nello stesso luogo perché il terreno era più solido. Era quasi ultimata quando crollò di nuovo. La Madonna riapparve ai pastori e rifece la richiesta aggiungendo che, se l'avessero costruita vicino alla sorgente, non sarebbe più crollata. I pastori riferirono a chi di dovere la sua volontà e finalmente la ricostruirono dove si trova tuttora". La successione ravvicinata dei due crolli richiama il terremoto del 1561, in cui si susseguirono due violente scosse: la prima il 31 luglio, con epicentro a Buccino, e la seconda il 19 agosto, con epicentro a Polla. Ultimati i lavori di riedificazione (si disse "ampliamento" perché sul lato meridionale fu aggiunto un romitaggio), che si svolsero nel clima di rinnovamento spirituale della controriforma, nella cappella venne sistemata, sull'esempio di quanto accaduto a Napoli, un'icona della Madonna di committenza popolare.

La Vergine Maria di Costantinopoli viene celebrata a Castelgrande ogni anno con una solenne processione nel martedì dopo Pentecoste, cioè il terzo giorno di Pasca Rosata.

Chiesa Madre di Santa Maria Assunta

Panorama da Sud con la Chiesa Madre di Santa Maria Assunta e, alle sue spalle, il quartiere Gretə Sandə, oggi scomparso (metà anni '50).

La chiesa matrice ricettizia di Castelgrande, dedicata all'Assunzione di Maria e posta a ponente del centro storico, crollò solo in parte a causa del sisma del 1980. L'edificio avrebbe potuto essere ristrutturato e consolidato conservando l'impianto originario ed invece fu dapprima raso al suolo completamente e poi fu ricostruito in cemento armato ad eccezione della facciata, che era stata rinnovata nel 1933 (in seguito ai danni riportati a causa del sisma del 23 luglio 1930), e del campanile, consolidato e rimaneggiato nelle forme attuali dopo il terremoto del 7 giugno 1910. La chiesa fu spogliata di tutti i suoi beni: ciò che poteva essere venduto fu asportato mentre tutto il resto fu distrutto. Oggi, quindi, è possibile avanzare qualche ipotesi sulle origini del tempio unicamente sulla base delle ricerche condotte in passato dagli storici locali.

In origine la chiesa, a pianta rettangolare priva di transetto, aveva una navata unica con altari sui lati. Il prof. don Francesco Masi riferisce che la chiesa esisteva già nell'anno 1400 come attestato da una lastra di pietra posta sul pavimento che indicava la sepoltura della famiglia Gasparrino. Le origini del tempio, però, sono sicuramente più antiche a giudicare dalla caratteristica accuratamente equinoziale dell'orientamento dell'asse longitudinale, che obbedisce al criterio del "Sol Aequinoctialis" fortemente raccomandato da Gerberto d'Aurillac, salito al soglio pontificio con il nome di Papa Silvestro II nel 999, e ribadito successivamente negli scritti di Guglielmo Durante, vescovo del XIII secolo. La chiesa, quindi, potrebbe essere stata eretta durante un periodo appena successivo alle prescrizioni di Guglielmo Durante (1230-1296), quando le orientazioni equinoziali risultano essere molto frequenti (sull'esempio del Duomo di Napoli, completato sotto il regno di Roberto d'Angiò nel 1313 e nel 1314 solennemente dedicato all'Assunta). Si può credere che in seguito all'edificazione della chiesa il centro della vita religiosa e pubblica si spostò gradualmente dalla parte orientale, dove si trovava la chiesa arimannica di San Michele (di cui oggi resta solo il toponimo) con lo spazio riservato ai pubblici parlamenti (di cui resta il toponimo: lə mahərəsuiglə "il malconsiglio"), alla parte occidentale del Castrum.

La Chiesa Madre di Santa Maria Assunta vista da oriente.
La processione dell'Assunta (metà anni '50).

Se l'orientamento equinoziale della struttura sembra coerente con il periodo di fondazione, ciò che è singolare è l'apertura del portale d'ingresso sul lato orientale anziché su quello occidentale, come ci si aspetterebbe. Secondo una teoria, la Chiesa Madre sarebbe una "chiesa occidentata", cioè non rivolta ad oriente ma, essendo legata al Papa, richiamerebbe la basilica di San Pietro in Vaticano che presenta un orientamento verso occidente secondo la tradizione paleocristiana. Un'altra spiegazione fa leva su una – forse soltanto apparente – incongruenza tra la descrizione contenuta in un decreto vescovile del 20 agosto 1491 e quella offerta nell'inventario per la vendita agli incanti dei beni del defunto don Nicola Maria de Guzman Carafa del 12 gennaio 1693. Nel 1491 il Vescovo di Muro, Antonio Nicola De Piscibus, autorizzò Andrea De Johanne de Rapolla, Angelo Longhi, Donato Carusi e Pietro Pansera de terra Castrigrandinis, che ne avevano fatto richiesta, ad edificare, all'interno della chiesa, un altare intitolato alla SS. Trinità "in dextero latere justa Cappellam S. Antonii de Padua". Quando Nicola María de Guzmán Carafa morì senza eredi si aprì una delle maggiori cause di devoluzione dei feudi alla Corona di fine Seicento: la Regia Camera ordinò con decreto l'apprezzo dei beni del defunto don Nicola María perché fossero soddisfatte le ragioni dei creditori mediante incanti. Il 12 gennaio 1693 venne eseguito l'inventario della baronia di Laviano, Rapone e Castelgrande e, con riguardo alla descrizione della Chiesa Madre di Santa Maria Assunta di Castelgrande, si diede atto che "in detta nave sono tre archi a mano sinistra con tre altari, uno della Trinità". Secondo questa tesi, quindi, l'orientamento della chiesa subì una inversione con l'apertura del portale di ingresso sul lato orientale e la chiusura di quello originario, posto a occidente, dove fu sistemato il presbiterio; cosa che accadde nel 1631, come recitava l'epigrafe posta sull'architrave della porta secondaria di accesso, che si apriva sul lato settentrionale e oggi non più esistente: "haec est domus Domini firmiter aedificata bene fundata est super firmam petram Anno Domini 1631". A quegli anni risale anche la costruzione del campanile, come pare desumersi dalla data di acquisto della campana più antica (1643).

Nella descrizione del 1693 è riportato che sul lato destro della navata si trovava l'altare dell'Immacolata Concezione, con una sua "Congregazione", e che "sotto detta chiesa vi è il Monte de' Morti con una cappella". Il vescovo di Muro, Giovanni Carlo Coppola, con bolla del 19 ottobre 1651 aveva sancito la nascita della confraternita dell'Immacolata, con l'osservanza delle regole della Compagnia del Gesù di Napoli. Il 10 aprile 1660 il nuovo vescovo, Ascanio Ugolini, concesse all'Università di Castelgrande, che ne aveva fatto richiesta, di eleggere l'Immacolata Concezione a sua patrona e protettrice e di solennizzare l'evento con una festa nel giorno 8 dicembre di ogni anno. Negli anni seguenti, però, le due cappelle si scambiarono il posto: infatti, nell'inventario del 1728 la sottostante cappella (già intitolata al Sacro Monte dei Morti) risultava dedicata all'Immacolata Concezione nonché sede della relativa confraternita. La cappella dell'Immacolata Concezione, nella sua nuova sistemazione nell'ambiente sottostante il lato meridionale della chiesa, fu benedetta nel 1732 dal vescovo di Muro, Domenico Antonio Manfredi: in essa si venerava una statua della Madonna che, secondo una leggenda popolare, giunse per caso a Castelgrande su un carro trainato da una coppia di buoi; nell'avancorpo della Cappella vi era, inoltre, un busto ligneo raffigurante Sant'Adone, al cui interno era custodita una reliquia donata alla congrega da padre Simpliciano da Castelgrande che l'aveva ricevuta dal duca di Calabritto Vincenzo d'Estouteville-Tuttavilla (1608-1678). Quanto alla cappella del Sacro Monte dei Morti, la cui prima notizia risale al 1683, lasciato il vano sottoposto, fu dapprima sistemata all'interno della chiesa matrice, sul lato destro della navata, e successivamente trasferita in una piccola chiesa che, costruita alle spalle della chiesa matrice nel 1736, veniva chiamata dal popolo "chiesa del Purgatorio", per via di una tela posta sull'altare raffigurante la Madonna del Carmine con le anime purganti. La cappella, sede di particolari funzioni in suffragio dei defunti, venne demolita nel 1954 a causa del pessimo stato di conservazione.

A seguito del violento terremoto dell'8 settembre 1694 la Chiesa Madre di Santa Maria Assunta riportò notevoli danni tanto da essere pericolante. Si impose, quindi, l'esecuzione di molteplici interventi di ristrutturazione - probabilmente complicati dal terremoto del 29 novembre 1732 - che si conclusero solo nel 1735, quando fu riaperta al culto dal vescovo di Muro, Domenico Antonio Manfredi, che poi il 12 marzo 1737 consacrò i nuovi altari in marmo, che avevano sostituito quelli preesistenti in muratura. Il 9 aprile 1853 la terra tremò nuovamente con epicentro a Caposele, a soli 25 km da Castelgrande: nel 1867, reperiti i fondi necessari, si diede incarico all'ing. Grippo di redigere il progetto per la ristrutturazione ed il maggior decoro della Chiesa Madre. I lavori si conclusero nel giro di pochi anni.

Il Casale

La croce di Pietra forte del paese ai piedi della collina di San Pietro, dove fu sistemata dopo il 1833.

Posto all'esterno della porta meridionale e corrispondente agli attuali rioni Croce e Borgo, l'esistenza del Casale è attestata per la prima volta in un documento notarile del 19 marzo 1485 in cui si apprende che Giovanni Antonio de Rao di Eboli, capitano di Castelgrande, e Saccono di Castelgrande per parte di Pirro d'Alemagna acquistarono da Maffia, moglie di Silvestro de Pirro di Bella, una casa nel luogo detto "fiyoccha la Porta de Casale novo". La porta urbica meridionale, proprio perché prossima al casale, nei documenti del tempo è indicata come "Porta de Casale novo".

Veduta del Casale novo, oggi chiamato Borgo. In fondo si vede la croce stazionale e, alle sue spalle, la ex chiesa di San Sebastiano trasformata in abitazione.

Nel 1617, a breve distanza dalla porta meridionale, venne eretta una croce viaria "dove si fa la processione la Domenica delle Palme" (come si legge nell'inventario del 12 gennaio 1693): nel 1833, viste le sue precarie condizioni, il Decurionato deliberò che fosse smantellata e riedificata nel Borgo considerato "luogo più proprio", dove si trova tuttora. Dopo il 1833 l'area, sistemata per ridurre il declivio della strada, si chiamò Largo Croce e Piazza nuova e successivamente, nel 1870, venne intitolata al principe Amedeo di Savoia. Nel 1900 la piazza venne intitolata a Dante Alighieri e nel punto dove un tempo si trovava la colonna fu posto a dimora un abete che nel 1967 fu sostituito da un busto di bronzo dedicato a Guglielmo Gasparrini, scienziato nativo di Castelgrande, in occasione del centenario dalla morte. Dopo il 1617 la porta meridionale fu detta "Porta della Croce", come testimoniato dall'inventario del 12 gennaio 1693 in cui si legge: "ed entrando per la Porta della Croce, si trovano l'abitazione de' cittadini".

congregati sunt contra me § nunc bibite et requiescite

Oltrepassata la Porta della Croce, a mano sinistra si trova una casa palaziata (oggi appartenente alla famiglia Loglisci) che un tempo appartenne ai Carusi, famiglia patrizia oggi estinta. Sulla parete rivolta a settentrione, lungo la quale corre una ripida e stretta scalinata che conduce attraverso il Portello (lə pərtieḑḑə) alla Chiesa Madre, si trova, murata nella parete, un'iscrizione che recita: congregati sunt contra me § nunc bibite et requiescite ("si sono radunati contro di me § ora bevete e riposate"). La prima parte dell'iscrizione rimanda al Responsorio del Mattutino del Venerdì Santo: Congregati sunt inimici mei, et consilium fecerunt adversum me ("Si sono radunati i miei nemici, e hanno tenuto consiglio contro di me"), parole attribuite direttamente a Gesù Cristo, il quale descrive i sommi sacerdoti, i farisei e i soldati che si coalizzano e cospirano nell'ombra per condannarlo alla crocifissione (Salmo 58:4). La seconda parte, invece, sembra parafrasare la celebre espressione ironica rivolta da Gesù agli apostoli nell'Orto degli Ulivi prima del suo arresto: Dormite iam et requiescite (Matteo 26,45). Evidentemente si tratta del reimpiego di un manufatto di difficile contestualizzazione, tuttavia l'invito a bere e a riposare induce a ritenere che fosse un'epigrafe originariamente posta nei pressi di una taverna.

La statua di S. Antonio da Padova (con curiosa esadattilia alla mano sinistra) fino al 1980 custodita all'interno dell'omonima cappella. Sant’Antonio, in abito francescano, è rappresentato con il libro, ad indicare la profonda conoscenza della Scrittura, e con un giglio, simbolo di purezza, a significare la sua castità.

Nell'inventario del 12 gennaio 1693 viene riportato che: "al Casale vi è l'altra Cappella di S. Antonio, ed un'altra di S. Sebastiano". La piccola chiesa extra moenia dedicata a Sant'Antonio da Padova, crollata in seguito al sisma del 1980 e non più ricostruita, si trovava a valle della porta meridionale, da cui distava circa un centinaio di metri. Solo sulla base di elementi indiziari è possibile ipotizzare che la cappella laicale, in origine e fino al 1632 intitolata a San Bernardino, fosse stata edificata tra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo, quando la Corte regia si impegnò molto per promuovere il culto di San Bernardino, canonizzato nel 1450 da Papa Niccolò V.

Nel 1539 il Vescovo di Muro, Matteo Griffoni Pioppi, concesse a Pellegrino, Pietro, Paolo e Cristoforo de Sanctis il giuspatronato sull'altare di S. Antonio da Padova, che allora si trovava all'interno della Chiesa Madre. La famiglia de Sanctis, inoltre, con decreto del 2 novembre 1555, ottenne dal Vescovo di Muro, Silverio Petrucci, il giuspatronato anche sull'altare di San Bernardino, posto all'interno dell'omonima chiesa. Nel 1611 Angelo, Scipione, erede di Marcello e Ottavio, Giovanni Berardino, Giovanni Battista, gli eredi di Giulio e Giandonato, Agostino, Marino, gli eredi di M. Antonio, gli eredi di Guglielmo e Pellegrino De Santo, che avevano da molti anni un diritto di patronato sulla Cappella della Visitazione (o Santa Maria delle Grazie) nella Chiesa Madre, non essendo stato registrato il decreto vescovile ed avendo perso l'atto di fondazione, rivolgevano una supplica al Vescovo di Muro perché confermasse il privilegio. Con decreto del 1612 il Vescovo di Muro, Tomeo Confetti, accedendo alla richiesta rivoltagli, confermava il giuspatronato, come del resto riportato nella descrizione contenuta nell'inventario del 1693. Nel 1632 l'altare di Sant'Antonio di Padova lasciò la Chiesa Madre: infatti, con decreto del 17 settembre 1632 il vescovo di Muro, Clemente Confetti, concedeva al magnifico Berardino De Santo, che aveva istituito la cappellania laicale di Sant'Antonio, San Vito e Santa Lucia, il diritto di patronato (limitato alla sola linea maschile) con annesso diritto di sepoltura nella chiesa di San Bernardino che da allora venne dedicata a Sant'Antonio da Padova. La cappella ben presto diventò il punto di riferimento spirituale della zona tanto è vero che in un atto notarile del 25 settembre 1661 si fa riferimento al Casale nuovo di Sant'Antonio. Il 21 novembre 1666 i tre altari ebbero don Lucio De Sanctis quale unico cappellano. Nel 1701 il Vescovo di Muro, Alfonso Pacelli, fuse i due patronati di Sant'Antonio da Padova e di San Bernardino facendone uno solo, trovandosi nella medesima chiesa. Dal Catasto Onciario si apprende che nel 1753 il cappellano di entrambi gli altari era don Leonardo De Sanctis. A seguito della morte di don Vito De Sanctis (1800) i due patronati restarono privi dei rispettivi cappellani e insorse un lungo contenzioso giudiziario e familiare tra i vari rami ed eredi della famiglia De Sanctis per la nomina dei successori: alla fine con una transazione stipulata il 28 maggio 1818 fu stabilito che il diritto di patronato sull'altare di Santa Maria delle Grazie nella Chiesa Madre fosse prerogativa di Polito, Nicola, Domenico, Angelo, Giuseppe e Angiolo Maria De Sanctis, mentre il diritto di patronato sulla Cappellania di Sant'Antonio di Padova e San Bernardino nella chiesa di Sant'Antonio fosse in pieno ed esclusivo dominio di donna Isabella De Sanctis e di suo marito don Aniello Lisanti. In questo modo il giuspatronato si trasferì iure maritali alla famiglia Lisanti che lo mantenne fino al 18 novembre 1884 quando morì l'ultimo cappellano, don Isidoro Lisanti.

Palazzo Ducale (prospetto principale).
Palazzo Ducale (veduta dall'alto).

Ai piedi della ripida salita che porta verso la porta della Croce, e nei pressi della scomparsa chiesa di Sant'Antonio da Padova, si trova il Palazzo Ducale, edificato nel corso del primo quarto del XVIII secolo per volontà del duca Francesco d'Anna e di suo figlio don Giuseppe d'Anna. Attualmente l'edificio, che presenta una pianta quadrangolare con al centro un cortile, è in gran parte inagibile per i danni patiti in occasione del terremoto del 1980, ad eccezione di una porzione del lato meridionale che è stata oggetto di inappropriati interventi di ricostruzione nel corso degli anni '90 (parte destra del prospetto principale). Il 23 novembre 1980, a causa di un crollo, vi morì tragicamente Michele Federici, arcivescovo di Crotone e S. Severina, che il 21 dicembre 1973 era stato nominato vescovo delle due diocesi di Veroli-Frosinone e di Ferentino, che così furono unite in persona episcopi.

Aree naturali

La porzione orientale del territorio comunale ricade nel Sito di Interesse Comunitario (SIC) denominato "Vallone delle Ripe, Torrente Malta e Monte Giano" - IT9210290 (Area protetta “Natura 2000” - 20 dicembre 2018 n. 1369). L'area ospita all’interno dei suoi 344 ettari specie di elevato interesse conservazionistico tra cui la rara ed elusiva cicogna nera.

Società

Evoluzione demografica

Dal 1951, anno del primo censimento della popolazione della storia repubblicana, al primo gennaio 2026, Castelgrande ha perso oltre il 74% della popolazione residente, terzo peggior dato della Provincia di Potenza dopo San Paolo Albanese (-78,45%) e Carbone (-77,64%). Demografia antica e preunitaria:

Abitanti censiti

Cultura

Osservatorio astronomico

Lo stesso argomento in dettaglio: Osservatorio astronomico di Castelgrande.

7 km a nord dell'abitato del comune, sul monte Toppo di Castelgrande, si trova l'Osservatorio astronomico di Castelgrande, sul territorio del quale si trovano:

L'area dell'Osservatorio astronomico di Castelgrande. L'edificio grande è l'osservatorio filiale di Capodimonte. L'edificio piccolo con due cupole è l'osservatorio ISON-Castelgrande.

Cammino delle fiabe e delle stelle

Castelgrande è inserito nel percorso del Cammino delle fiabe e delle stelle che attraversa anche i Comuni di Rapone, Bella e Balvano.

La Via del Grano, Regio Cammino di Matera

Castelgrande è tra i comuni firmatari del protocollo d'intesa "La Via del Grano, Regio Cammino di Matera" per la valorizzazione turistica e culturale dell'arteria stradale, voluta nel 1789 da re Ferdinando IV di Borbone, che passa a ponente dell'abitato e coincide con la moderna Strada Statale 381.

La cucina

Nella cultura alimentare castelgrandese sono presenti cibi rituali associati ad un periodo dell'anno o ad una festività che scandiscono la vita quotidiana, unendo significati sacri, religiosi e sociali alla nutrizione.

Tra i piatti tradizionali si ricordano:

I səppondapòrtə chə la məɖɖuica frittə
Lə fualaònə
Rə ttacchənuèɖɖə

Tantissimi sono gli alimenti di origine vegetale. Tra le radici si consumano abitualmente il rafano, per insaporire i primi piatti, l'ascalèrə, perlopiù soffritta in padella con uova e salsiccia, i cəpəɖɖuinə (che sono bulbi) e la carrubbə. Accanto ai fagioli (fasuolə), alle cicerchie (cəcerchiə), ai piselli (ripələ), ai ceci (cicərə) e alle lenticchie (mənècchələ) un tempo si consumavano anche i rollə, piccoli piselli selvatici tondeggianti e di colore scuro, oggi coltivati prevalentemente in Umbria e nelle Marche, e i marəcuòcələ, simili ai piselli ma di forma squadrata, di colore chiaro e con sapore amarognolo, coltivati ancora oggi in un ristretto areale del Cilento. Si tratta di produzioni agricole oggi scomparse ma in passato largamente impiegate anche come foraggio e, nei periodi di carestia, trasformate in farina da cui si ricavava un pane scuro e amaro. Tra le erbe spontanee commestibili più diffuse troviamo: sedano d'acqua (išcaùnə), grespino comune (səvunə russə) e grespino spinoso (səvunə lardàrə), radichiella (cəchəriunə), asfodelo giallo (capəuàttə), tarassaco (ogna pərcieɖɖə), piantaggine (ciendənervə), aspraggine (asprùinə), lassana (lassənə), crescione d'acqua (j'avriùlə) e portulaca (pərchiacchə), utilizzabili in insalate, zuppe o frittate. Le varietà locali e tradizionali di frumento sono molto alte, meno produttive rispetto alle varietà moderne e con glutine debole: la risciola (grano tenero), la carosella (grano tenero), la Cappelli (grano duro), la tumminìa (grano duro), la saragolla (grano duro).

I vitigni storicamente presenti a Castelgrande sono la giustolese e la santasofia, entrambi a bacca bianca, e il colatamurro, a bacca nera.

Sport

A Castelgrande ha sede l'Associazione Sportiva Dilettantistica Nova Castelgrande, squadra di calcio che nella stagione 2026/2027 disputa il campionato di Prima Categoria lucana. Fondata nel 2018 come squadra di calcio a 5, l'A.S.D. Nova Castelgrande ha preso il posto della U.S. Castelgrande che partecipò ai campionati lucani fino alla stagione 2010/2011 e che nella stagione 2009/2010 aveva già partecipato al campionato di Prima Categoria regionale.

Amministrazione

Data elezioneSindaco eletto (Lista, Voti)Candidato (Lista, Voti)
23/04/1995Michele Coppola (Centro, 398 – 50,70%)Francesco Cianci (Forza Italia, 387 – 49,30%)
13/06/1999Francesco Cianci (Centro-destra, 397 – 50,57%)Michele Coppola (Lista civica, 388 – 49,43%)
12/06/2004Francesco Cianci (Centro, 434 – 53,32%)Domenico Alberto Muro (Centro-sinistra, 380 – 46,68%)
27/05/2007Domenico Alberto Muro (L'Ulivo, 437 – 55,67%)Emanuela Cianci (Centro, 348 – 44,33%)
06/05/2012Domenico Alberto Muro (Partito Democratico, 383 – 51,83%)Francesco Cianci (Grande Sud, 356 – 48,17%)
11/06/2017Domenico Alberto Muro (Castelgrandesi nel futuro, 336 – 50,22%)Francesco Cianci (Castelgrande la nostra terra, 333 – 49,78%)
12/06/2022Francesco Cianci (Castelgrande la nostra terra, 428 – 100%)

Note

  1. 1 2 Bilancio demografico mensile anno 2026 (dati provvisori), su demo.istat.it, ISTAT.
  2. ↑ Classificazione sismica (XLS), su rischi.protezionecivile.gov.it.
  3. ↑ Tabella dei gradi/giorno dei Comuni italiani raggruppati per Regione e Provincia (PDF), in Legge 26 agosto 1993, n. 412, allegato A, Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile, 1º marzo 2011, p. 151. URL consultato il 25 aprile 2012 (archiviato dall'url originale il 1º gennaio 2017).
  4. ↑ Principali statistiche geografiche sui comuni, su istat.it.
  5. 1 2 3 4 5 6 7 Nicola Cianci di Leo Sanseverino, Da Castelgrande agli avanzi ciclopici di Muro Lucano., Napoli, 1889, p. 27.
  6. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 Francesco Masi, Castrum de Grandis - Castelgrande. Frammenti di storia - di cronaca - di ricordi, Potenza, Ermes, 2002, p. 324, ISBN 88-87687-17-X.
  7. ↑ Vincenzo Tortorella, Cade un Principe, nasce un regno - Storie del Principato, su principatus.altervista.org, 5 febbraio 2015. URL consultato il 26 giugno 2025.
  8. ↑ Castello di Eboli, su Weboli - Sito del Turismo e Attività culturali della Città di Eboli. URL consultato il 22 giugno 2025.
  9. ↑ Giacomo Racioppi, Commentario, in Cronache lucane, n. 6, 7 febbraio 1892.
  10. 1 2 Angelo Racaniello, Cenni storici su Castelgrande, collana Camminare insieme, 1966, p. 37.
  11. ↑ Statutum de reparatione castrorum - Enciclopedia, su Treccani. URL consultato il 22 giugno 2025.
  12. ↑ I Castelli, le Domus e lo Statutum de Reparatione Castrorum, su stupormundi.it.
  13. ↑ Abbazia San Lorenzo in Tufara, su lucanista.com.
  14. ↑ BEAUMONT, Pietro de - Enciclopedia, su Treccani. URL consultato il 30 giugno 2025.
  15. ↑ Camillo Minieri Riccio, Cenni storici intorno i Grandi Uffizii del Regno di Sicilia duranti il regno di Carlo I d'Angiò (TXT), su archive.org.
  16. ↑ VIII . 1271-1272. A cura di Jolanda Donsì Gentile: pp. X, 352 [1957], su accademiapontaniana.it.
  17. ↑ Antonio Tisci, A proposito delle commissioni d’inchiesta per il governo angioino del Regno, in Historia et ius - rivista di storia giuridica dell’età medievale e moderna, vol. 16/2019, paper 26.
  18. ↑ Baroni di Roma. Dominazioni signorili e lignaggi aristocratici nel duecento e nel primo trecento, su persee.fr.
  19. ↑ TESTI E DOCUMENTI DI STORIA NAPOLETANA PUBBLICATI DALL’ACCADEMIA PONTANIANA (PDF), su accademiapontaniana.it.
    «Dall'inchiesta condotta In Castro de Grandis nel 1278-79 emerse che: "Robbertus de Plagario iuratus et interrogatus si sciret aliquos comites, barones, seu pheudotarios terras et bona pheudalia in capite, tam ultra, quam infra pheuda, tenentes esse in predicta terra Castri de Grandis, seu pertinendis suis, et quas terras et bona pheudalia a regia curia tenent et cuius annui valoris et redditus sint bona ipsa pheudalia et in quibuscumque consistant per partes et membra, particulariter et distincte, dixit quod nullus comes, baro, vel pheudotarius aliquis est in predicta terra Castri de Grandis, excepto domino Petro de Anibaldo de Roma, qui est dominus ipsius terre ex concessione regia sibi facta"»
  20. ↑ Sandro Carocci, Baroni di Roma. Dominazioni signorili e lignaggi aristocratici nel duecento e nel primo trecento., su persee.fr, Rome: École Française de Rome, 1993.
  21. ↑ ASMI - 18 dicembre 1273 terremoto - Potenza, su emidius.mi.ingv.it. URL consultato il 15 ottobre 2025.
  22. ↑ La "sovvenzione generale" era una tassa straordinaria imposta sulle Università del Regno.
  23. ↑ Evidentemente Castelgrande era un centro abitato non trascurabile per l'epoca se si considera che nella Basilicata nordoccidentale soltanto San Fele (1.040), Muro (1.037) e Pescopagano (958) erano più popolosi (Rapone 116, Tufaria 135, Baragiano 176, Santa Sofia 496, Bella e Ruoti 200 ciascuno).  
  24. ↑ La zecca di Brindisi, insieme a Napoli, era una delle principali zecche regie dove veniva periodicamente coniata la moneta spicciola (i denari di mistura). I sovrani angioini, in particolare Carlo I, imponevano periodicamente il rinnovo forzato del numerario circolante, stabilendo quanta nuova moneta dovesse essere introdotta e "acquistata" coattivamente dalle singole Università in cambio di oro o argento.
  25. ↑ TESTI E DOCUMENTI DI STORIA NAPOLETANA PUBBLICA TI DALL'ACCADEMIA PONTANIANA, su accademiapontaniana.it, XLVI, pp. 199, 217, 276.
  26. ↑ BLANQUEFORT, Ponce de - Enciclopedia, su Treccani. URL consultato il 25 giugno 2025.
  27. ↑ Angelo Antonio Auteur National Library of Naples, Syllabus membranarum ad regiae Siclae archivum pertinentium [Texte imprimé], Neapoli : ex regia typographia, 1824. URL consultato il 25 giugno 2025.
  28. ↑ Razionale³ - Significato ed etimologia - Vocabolario, su Treccani. URL consultato l'8 agosto 2025.
  29. ↑ TESTI E DOCUMENTI DI STORIA NAPOLETANA PUBBLICATI DALL'ACCADEMIA PONTANIANA (PDF), su accademiapontaniana.it, vol. 39.
  30. ↑ Testi e documenti di storia napoletana pubblicati dall'Accademia Pontaniana (Volume XXXII) (PDF), su accademiapontaniana.it.
  31. ↑ TESTI E DOCUMENTI DI STORIA NAPOLETANA PUBBLICATI DALL'ACCADEMIA PONTANIANA, su accademiapontaniana.it, XXXII.
  32. ↑ I Registri della Cancelleria angioina. (PDF), su accademiapontaniana.it.
  33. ↑ Angelo Racaniello, Cenni storici su Castelgrande, in Camminare insieme, n. 1, 1966, p. 52, 53.
    «Troviamo Castrum de Grandis "sub servitio unius militis" nel 1316 quando era infeudata a Nicolò Pipino come dal documento angioino n. 195 fol. 194 anno 1316.»
  34. ↑ Vito D. Tirelli, Un feudatario nella crisi della monarchia angioina alla metà del sec. XIV: Giovanni Pipino, palatino di Altamura conte di Minervino conte di Minervino., Bari, Cressati, 1959.
  35. ↑ Francesco Pinto, Giovanni Pipino. Un barlettano alla corte di tre re. (PDF), su barletta.gocity.it, Barletta, 2013, p. 67.
  36. ↑ Nicola Barone, Notizie storiche tratte dai registri di cancelleria di Carlo III di Durazzo, collana ASPN, vol. 12, 1887, pp. 5-30.
  37. ↑ La Basilicata nel Mondo., su lucania.one.
  38. ↑ Santuario di Santa Maria delle Grazie - Capodigiano, su basilicatasacra.it.
  39. 1 2 3 4 Luigi Martuscelli, Numistrone e Muro Lucano. Note, appunti e ricordi storici, Napoli, 1896, pp. 152-168.
  40. ↑ Nicola Cianci di Leo Sanseverino, Da Castelgrande agli avanzi ciclopici di Muro Lucano, Napoli, 1889.
  41. ↑ Angelo Racaniello, Cenni storici su Castelgrande, collana Camminare insieme, 1966, p. 38.
  42. 1 2 3 4 Emanuele Catone, La famiglia d'Alemagna. Una casata nobile della Buccino medievale, Carlone, 2005, p. 59, ISBN 88-86854-20-X.
  43. ↑ BeWeB - Diocesi : Muro Lucano, su BeWeB - Beni Ecclesiastici in Web. URL consultato il 23 ottobre 2025.
  44. ↑ Nicola Cianci di Leo Sanseverino, Da Castelgrande agli avanzi ciclopici di Muro Lucano, Napoli, 1889, p. 15.
    «Per universitates et homines infrascriptarum terrarum viri magnifici Karoli Ruffi, comitis Montis Alti et Coriliani, consanguinei et fidelis nostri dilecti, videlicet Castri Grandis, Raponi, Acerentiae et Gensiani de prov Basilicatae.»
  45. 1 2 3 4 Emanuele Catone, La famiglia D'Alemagna. Una casata nobile della Buccino medievale, Carlone, 2005, p. 43.
  46. ↑ Diego de Ceglia, Lo storico bitontino Eustachio Rogadeo e la sua raccolta di documenti per la storia degli ebrei nel Mezzogiorno, in SEFER YUḤASIN REVIEW FOR THE HISTORY OF THE JEWS IN SOUTH ITALY RIVISTA PER LA STORIA DEGLI EBREI NELL’ITALIA MERIDIONALE, n. 7, 2019, p. 92, ISSN =2281-6062 (WC · ACNP).
  47. ↑ Antonio Capano, La conoscenza e la percezione del territorio nelle carte aragonesi e nella prima cartografia di età moderna: il Potentino, in BollStBS, n. 27, 2011, pp. 365-404.
  48. ↑ Gaetano Tenore, su treccani.it.
  49. ↑ Antonio Pecci, La Basilicata rappresentata nelle mappe aragonesi: una miniera d'oro per l'archeologia classica. Tra antichi toponimi, rovine romane e risorse naturali, in Marotta, Spallone (a cura di), Defensive Architecture of the Mediterranean, VII, Politecnico di Torino, 2018, p. 199.
  50. 1 2 3 4 5 Angelo Racaniello, in castro de grandis (Miscellanea), 1999, p. 466.
  51. 1 2 Ante Škegro, Na rubu opstanka: Duvanjska biskupija od utemeljenja do uključenja u Bosanski apostolski vikarijat [On the verge of existence: the Diocese of Duvno from its foundation till inclusion in the Vicarate of Bosnia] (in Croatian), Zagreb, 2002.
  52. ↑ Antonio Capano, Considerazioni storiche sulla Scuola Medica Salernitana e sui suoi studenti e i laureati nei secoli XVI e XVII., Agropoli, 2024.
  53. ↑ Camera della Sommaria, Dipendenze I serie, Conti erariali dei feudi, in ASN, fasc. 568.
  54. ↑ L’intera masseria risultava divisa in 8 “poste” amministrate da Goffredo Marrello, Gio. Loise de Nardone, Matteo Campanaro, Ascanio Potenza, Pietro di Castelgrandine, Fabrino, Cesanello di Calvello e Finizio Pascalicchio. A sua volta, ogni posta era divisa in “morre” guidate da un buttero (pastore) alle dipendenze del massaro. Infine, ogni posta era dotata di qualche animale da soma (tutte avevano almeno 2 asini), oltre ad 1 o 2 coperte per il pastore, 1 caccavo, 1 accetta, 1 barile 2 secchi per il pane, 2 o più ceste. Tutto il materiale consegnato ai massari era oggetto di un verbale di consegna fra il massaro della corte feudale Antonello da Morte, in nome e per conto del principe di Castelgrandine, e i singoli affittuari. Per gli animali, i massari fornivano al principe delle quietanze di ricevuta. I prodotti pastorali non soggetti alla Dogana di Foggia quali pelli e carni venivano venduti dai singoli butteri i quali rilasciavano delle polizze di vendita con l’annotazione dell’acquirente, della qualità e quantità della merce e del prezzo pagato. ASN, Camera della Sommaria, Dipendenze I serie, Conti erariali dei feudi, fasc. 568.
  55. ↑ Di Storia, di Storie: La Basilicata moderna. 7. Matteo Cristiano, su Di Storia, di Storie, venerdì 10 maggio 2013. URL consultato il 10 dicembre 2025.
  56. ↑ Matteo Cristiano di Castelgrande e le sue imprese in Basilicata e in "Province" limitrofe nella lotta contro il Viceregno spagnolo, su academia.edu.
  57. ↑ Famiglia d'Anna, su nobili-napoletani.it.
  58. ↑ John A. Marino e Luigi Piccioni, Economia pastorale nel Regno di Napoli, Napoli, Guida, 1988.
  59. ↑ Vallata una voce indipendente, notizie storiche,novita` e curiosita`., su www.vallata.org. URL consultato il 10 dicembre 2025.
  60. ↑ Pandosia, La Via Gravinese e il Feudo di Muro, su Pandosia, 10 giugno 2019. URL consultato il 10 dicembre 2025.
  61. ↑ C'erano, poi, 10 calzolari (detti scarpari), 13 pastori (di cui 2 mercenari), 3 medici (un chirurgo e due fisici), 7 trasportatori (detti viaticali), 3 barbieri, 5 fabbri, altrettanti sarti, 7 falegnami, 3 legali e un notaio, 4 muratori, 6 massari e 5 bovari, 2 giudici a contratti, un funaro, un mugnaio, un orologiaio e fucilaio, uno scalpellino e un letterato.
  62. ↑ Lorenzo Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, III, Napoli, Vincenzo Manfredi, 1797.
  63. ↑ Emblema del Comune di Castelgrande, su Governo Italiano, Ufficio Onorificenze e Araldica, 2004. URL consultato il 31 gennaio 2021.
  64. ↑ TESTI E DOCUMENTI DI STORIA NAPOLETANA PUBBLICATI DALL’ACCADEMIA PONTANIANA (PDF), su accademiapontaniana.it.
  65. ↑ Roberto Bernacchia, Sulla struttura materiale del castrum marchigiano nei secoli X-XIV, in Castella Marchiae, vol. 6/2002, n. 7/2003.
  66. ↑ TERREMOTO Approfondimento, su italiapedia.it.
  67. ↑ Giacomo Racioppi, Origini storiche basilicatesi investigate nei nomi geografici, 1876.
  68. ↑ Chiesa di Santa Maria a Vico, su beweb.chiesacattolica.it.
  69. ↑ Cesare Verdoscia e Anna Christiana Maiorano, La chiesa di Santa Caterina d’Alessandria in Conversano di Bari. Definizione di un metodo, su iris.poliba.it, pp. 145-152.
  70. ↑ Maria Cristina Lapenna, S. Maria di Costantinopoli di Castelgrande. Potenza 2007.
  71. ↑ Studio Musaio Sabato, Il culto per Santa Maria di Costantinopoli a Napoli e a Putignano, su centrostoricoputignano.it. URL consultato il 30 ottobre 2025.
  72. ↑ CASTELGRANDE (PZ) - BASILICATA, su www.lucania.one. URL consultato il 22 giugno 2025.
  73. ↑ La tradizione popolare, che riconduce l'origine del culto a "persone che venivano da lontano per sfuggire ad un cataclisma che aveva distrutto le loro case", sembra fare riferimento alle migrazioni albanesi (che mantennero il rito greco-bizantino fino al 1570) durante l'occupazione ottomana. Non è trascurabile il fatto che il conte di Muro e di Acerenza Giacomo Ferrillo (†1530 circa), che aveva sposato la contessa Maria Balsa (1461-1514 ca) - figlia di Gojko Balṧić, nobile albanese che combatté contro gli Ottomani prima al fianco di Giorgio Castriota, fino alla morte di questi (1468), e poi all'interno delle forze veneziane - nel 1511 consentì l'immigrazione di una colonia di "Albanesi Schiavoni" (probabilmente famiglie provenienti dal Montenegro) a Ruoti che era pressoché disabitato. Degno di nota è il fatto che a Castelgrande la gonna plissettata tipica del costume tradizionale veniva chiamata la sciucchërë, vocabolo di chiara derivazione slava (suknja/sukna "sottana").
  74. ↑ Pierluigi Montalbano, Quotidiano Honebu di Storia e Archeologia: Perché le Chiese più antiche sono orientate astronomicamente verso est?, su Quotidiano Honebu di Storia e Archeologia, mercoledì 22 ottobre 2014. URL consultato il 22 ottobre 2025.
  75. ↑ Longobardismi e Germanismi in Alto Reno e nel Pistoiese, su kenoms3.altervista.org.
    «da 'Malli Consilium', luogo di riunione del Mallum (che nelle popolazioni franche e germaniche indicava una sorta di tribunale)»
  76. 1 2 Sara Pagnini e Annarosa Alberti (a cura di), Rapone e Castelgrande in un documento seicentesco., Pagnini, 2006, pp. 28-29.
  77. ↑ TUTTAVILLA, Vincenzo - Enciclopedia, su Treccani. URL consultato il 6 novembre 2025.
  78. ↑ Mariuccia Krasner, L’onomastica degli ebrei di Palermo nei secoli XIV e XV: nuove prospettive di ricerca., in Mauro Perani (a cura di), Materia giudaica. Rivista dell’associazione italiana per lo studio del giudaismo, XI, n. 1-2, Giuntina, 2006, p. 101.
    «Esaminando i nomi ebraici riportati nei vari documenti del XIV secolo, si nota, infatti, che il nome maschile in assoluto più usato appare Isaac... Contemporaneamente appare usato, però, anche in quella che si presenta come la traduzione latina del nome Isaac e cioè Gaudio - nome portato molto spesso da medici - o ancora si trova la forma Sacconus, altra forma araba dello stesso nome.»
  79. ↑ Henri Bresc, Arabes de langue, Juifs de religion: L’évolution du judaïsme sicilien dans l’environnement latin, XIIe-XVe siècle., Bouchene, p. 43.
    «Ishâqûn rappresenta una variante o un diminutivo affettivo del nome biblico e arabo Ishaq (Isacco, che in arabo significa originariamente "colui che ride" o "gioioso"). Spesso veniva reso nei documenti d'archivio romanzi o latini con la forma Sacconus.»
  80. ↑ In passato, nei paesi e nei borghi rurali, la processione della Domenica delle Palme non si limitava a girare intorno alla chiesa, ma seguiva un percorso ben preciso: il corteo usciva dalla chiesa e si dirigeva fuori dal centro abitato nei pressi di una croce viaria e proprio ai piedi di questa croce, che per l'occasione veniva addobbata con fiori e ghirlande, il sacerdote benediceva i rami di ulivo e di palma portati dai fedeli. Dopo la benedizione e la sosta attorno alla croce, la processione ripartiva verso la chiesa principale. Questo simboleggiava in modo molto realistico l'ingresso di Gesù a Gerusalemme (la chiesa) provenendo dal Monte degli Ulivi (la croce viaria). Le croci viarie (in pietra o ferro, poste agli incroci delle strade di campagna) fungevano da veri e propri altari all'aperto e tappe sacre non solo per le Palme, ma anche per le processioni delle Rogazioni (per propiziare i raccolti) o per la Via Crucis. Queste consuetudini si affermarono dopo il Concilio di Trento (1564).
  81. ↑ Francesco Masi, Castrum de Grandis - Castelgrande - frammenti di storia di cronaca di ricordi. Parte II, Adafor, 2011, pp. 108-109, ISBN 978-88-904145-3-4.
  82. ↑ Site_IT9210290 (PDF), su download.mase.gov.it.
  83. ↑ “The Green World”, il primo progetto Erasmus+ a Muro Lucano, su alsia.it.
  84. ↑ Angelo Racaniello, in castro de grandis (Miscellanea), 1999, 159 e Lorenzo Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, III, 1797, 299
  85. ↑ Dati tratti da:
  86. ↑ (EN) Graziani, F. et al., CastelGAUSS Project: Observations of NEOs and GSO objects at the ISON-Castelgrande Observatory., in IAC-18-A6.IP.1 69th International Astronautical Congress (IAC), Bremen, Germany, 1–5 October 2018., 2018. URL consultato il 30 settembre 2020.
  87. ↑ International Asteroid Warning Network, su iawn.net. URL consultato il 30 settembre 2020.
  88. ↑ AGR Basilicata, Basilicata in podcast, il cammino delle fiabe in 4 comuni lucani, su regione.basilicata.it, 9 settembre 2022. URL consultato il 16 settembre 2022 (archiviato dall'url originale il 20 settembre 2022).
  89. ↑ Redazione PotenzaNews, Potenza: in questi 4 comuni della provincia pronti a vivere la magia del cammino delle fiabe e delle stelle, su potenzanews.net, 23 agosto 2022.
  90. ↑ Si tratta di una ricetta diffusa in tutto il Mediterraneo orientale, da cui evidentemente proviene: in Turchia prendono il nome di Lokma mentre in Grecia le chiamano Loukoumàdes.
  91. ↑ maracuoccio di Lentiscosa, su agricoltura.regione.campania.it.
  92. ↑ Sedano d’acqua (Helosciadium nodiflorum), su diaritoscani.it.
  93. ↑ Rosciola, su fondazioneslowfood.com.
  94. ↑ Grano carosella, su fondazioneslowfood.com.
  95. ↑ Saragolla, su fondazioneslowfood.com.
  96. ↑ Vitigni di Sicilia, il Grecanico dorato, su wineinsicily.com.
  97. ↑ Santa Sofia B., su catalogoviti.politicheagricole.it.
  98. ↑ Colatamurro N., su catalogoviti.politicheagricole.it.
  99. ↑ A.S.D. NOVA CASTELGRANDE, su asdnovacastelgrande.com.
  100. ↑ Ministero dell'Interno – Archivio storico delle elezioni, su elezionistorico.interno.gov.it. URL consultato il 4 aprile 2020.
  101. ↑ Ministero dell'Interno – Archivio storico delle elezioni, su elezionistorico.interno.gov.it. URL consultato il 4 aprile 2020.
  102. ↑ Ministero dell'Interno – Archivio storico delle elezioni, su elezionistorico.interno.gov.it. URL consultato il 4 aprile 2020.
  103. ↑ Ministero dell'Interno – Archivio storico delle elezioni, su elezionistorico.interno.gov.it. URL consultato il 4 aprile 2020.
  104. ↑ Ministero dell'Interno – Archivio storico delle elezioni, su elezionistorico.interno.gov.it. URL consultato il 4 aprile 2020.
  105. ↑ Ministero dell'Interno – Archivio storico delle elezioni, su elezionistorico.interno.gov.it. URL consultato il 4 aprile 2020.
  106. ↑ Ministero dell'Interno – Archivio storico delle elezioni, su elezionistorico.interno.gov.it. URL consultato il 18 settembre 2022.

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