| Pistoriae | |
|---|---|
| Nome originale | (LA) Pistoriae, Pistorium, Pistoria |
| Cronologia | |
| Fondazione | II secolo a.C. |
| Amministrazione | |
| Territorio controllato | (LA) ager Pistoriensis |
| Dipendente da | Repubblica romana, poi Impero romano |
| Territorio e popolazione | |
| Nome abitanti | (LA) Pistorienses |
| Lingua | latino |
| Localizzazione | |
| Stato attuale | |
| Località | Pistoia |
| Coordinate | 43°55′57.72″N 10°55′05.66″E |
| Altitudine | 65 m s.l.m. |
| Cartografia | |
Pistoia, il cui nome antico è reso nella letteratura moderna con Pistoriae, era un centro dell'Etruria settentrionale, compreso da Plinio il Vecchio fra le comunità della regio VII dell'Italia augustea.
L'abitato occupava, a 65 metri di quota, una conoide alluvionale che i tre corsi d'acqua del territorio avevano formato ai piedi dell'Appennino: l'Ombrone in misura prevalente, la Brana e la Bure in misura minore.
Fino alla tarda età repubblicana l'insediamento non presenta i caratteri di una città, e chi lo ha studiato archeologicamente vi riconosce un centro di piccole dimensioni, forse un villaggio; i tratti propriamente urbani si delineano soltanto a partire dalla prima età imperiale.
Anche la condizione giuridica resta incerta. Plinio lo elenca fra i populi dell'Etruria senza qualificarlo, e la menzione di quattuorviri in due sole iscrizioni ha suggerito, con prudenza, di riconoscervi un municipio; la comunità risulta ascritta alla tribù Velina. Giovanni Uggeri e Maria Federica Petraccia Lucernoni datano invece il municipio all'89 a.C.
Quanto gli scavi hanno restituito riguarda in prevalenza la viabilità e le costruzioni destinate all'abitazione e alle attività artigianali, mentre non sono state individuate le strutture che altrove qualificano un centro urbano, a cominciare dal foro, dalle terme e dal teatro; ne risulta il quadro di un abitato poco urbanizzato, al quale mancò una cinta muraria fino all'età tardoantica.
Fra il III e il IV secolo l'insediamento attraversò una fase di contrazione, alla quale seguirono una ripresa nel corso del IV secolo e poi, ai primi anni del V, un'interruzione improvvisa; alla fine dello stesso secolo è ricordato il primo vescovo. Il sito non fu tuttavia abbandonato: i tracciati stradali di età romana restarono in uso fino al pieno alto medioevo, e su quell'area si formò il centro altomedievale.
Le forme con cui le fonti antiche designano il centro non sono uniformi. La più antica è l'etnico Pistorenses, che Plauto impiega nei Captivi in un gioco di parole, perché la parola vale insieme «abitanti di Pistoia» e «fornai», da pistores. Seguono l'ager Pistoriensis di Sallustio, il Pistorium di Plinio, la Πιστωρία di Tolomeo e l'oppidum Pistoriense di Ammiano Marcellino. Le fonti itinerarie e geografiche ne registrano altre ancora: Pistoris nella Tabula Peutingeriana e nell'Itinerarium Antonini, Pisturias nella Cosmografia ravennate, Piscaria in Guidone. Il Dizionario di toponomastica riassume la tradizione nelle forme Pistorium e Pistoria, -ae, con l'etnico Pistoriensis, e qualifica il nome della città come latino.
A questa varietà Martina Giannini oppone un criterio di attendibilità: alla tradizione manoscritta di Plinio e di Tolomeo, che dà Pistorium e Pistoria, va preferita la forma epigrafica Pistoriae, attestata dal Corpus Inscriptionum Latinarum e che Arturo Solari ricavava dai plurali Pistoris e Pisturias. Nello stesso senso si era espressa Luisa Banti, che registrava Pistoriae come la forma garantita dall'epigrafia. È Pistoriae la forma che la letteratura recente adopera correntemente.
Quanto all'origine del nome, il Dizionario di toponomastica lo collega al latino pistor, -oris, «mugnaio, fornaio». La spiegazione non è moderna: la propone già il grammatico Prisciano. Nella stessa direzione vanno David Herlihy e Natale Rauty, che vi leggono un riferimento al panificio, e Andrea Felici, per il quale il toponimo si spiega sia con l'attività di panificazione sia con la fertilità delle campagne circostanti. Giannini osserva però che l'etimo resta incerto e che dal medioevo in poi le proposte sono state numerose: i cronisti collegavano il nome a pestis, la peste, mentre Giuseppe Tigri e Alfredo Chiti lo facevano risalire a un greco πιστοῦ ὅριον, «confine d'acqua», che avrebbe alluso alla collocazione dell'abitato nelle paludi della vallata. Fra le proposte moderne Banti ricordava quella di Schulze, che riconduceva il toponimo al gentilizio latino Pistorius, e quella di Nieri, che ne supponeva invece un'origine preromana.
Quelle spiegazioni erano già state raccolte e respinte da Emanuele Repetti, che le giudicava «ipotesi troppo vaghe o poco probabili congetture»: la nascita della città da una riunione di fornai chiamati dalla fertilità del suolo, la derivazione da una radice greca significante «fede», quella da una voce orientale che avrebbe posto il nome sul confine dell'Appennino, e infine, «anco più ridevole», quella dalla parola peste.
Le testimonianze letterarie sul centro sono poche e distribuite lungo più di cinque secoli. Ne ha dato una rassegna critica Tommaso Braccini. Erano già state raccolte e discusse da Giovanni Uggeri nel 1980, in un lavoro che Braccini giudica «esemplare per equilibrio e profondità», e riassunte nel 2006 dallo stesso Uggeri e da Maria Federica Petraccia Lucernoni nella voce Pistoriae del Brill's New Pauly.
La più antica ricorre nei Captivi di Plauto, commedia che si data di norma al 190 a.C., dove compare l'etnico Pistorenses. Se il gioco di parole allude davvero a questo centro, osservava Banti, la commedia prova che un insediamento vi esisteva già ai primi del II secolo a.C., e rende poco probabile l'idea, sostenuta da Arturo Solari e da Nieri, che la città debba la propria origine alla via Cassia, che allora non era ancora stata costruita.
Poco più di un secolo dopo il nome torna in Sallustio, che situa nell'ager Pistoriensis l'ultima battaglia e la morte di Catilina, nel 62 a.C.: lo scontro ebbe luogo quindi nel territorio della comunità e non nell'abitato. A guidare l'esercito che lo sconfisse fu Marco Petreio. Secondo Arnaldo Marcone il luogo dello scontro viene oggi cercato a Campo Tizzoro, poco a sud est di Cutigliano, fra il passo di Oppio e San Marcello Pistoiese. Pedro López Barja de Quiroga colloca la battaglia nel gennaio o nel febbraio del 62 a.C.: l'unico appiglio cronologico è un passo di Cicerone che ricorda la neve ancora presente sui rilievi. Le cifre trasmesse sull'esercito di Catilina non concordano: Sallustio ne ricorda duemila all'inizio, e di essi solo un quarto disponeva di armamento adeguato, mentre Appiano e Plutarco arrivano a ventimila, cifra che lo studioso giudica manifestamente esagerata, e Cassio Dione conta tremila caduti. Fra i catilinari di nascita libera non vi furono prigionieri, perché caddero tutti sul campo; a Catilina fu poi eretta una tomba, della quale non si conosce l'ubicazione. Al territorio pistoiese accenna per la stessa vicenda anche Giulio Ossequente.
Plinio il Vecchio annota la forma Pistorium nell'elenco delle comunità dell'Etruria che trasmette secondo la discriptio augustea, senza precisarne lo statuto. Tolomeo la annovera fra i centri dell'interno e ne fornisce le coordinate.
L'ultima testimonianza letteraria è anche la più estesa. Ammiano Marcellino racconta che intorno al 364 un asino, portatosi sul tribunal della località, prese a ragliare, e che il fatto fu poi messo in relazione con l'ascesa di Terenzio al governo della provincia; Terenzio sarebbe stato condannato a morte dieci anni più tardi. Nello stesso passo, che designa la località come oppidum Pistoriense, compare per la prima volta il nome della Tuscia Annonaria, e proprio per questo il luogo è stato letto in modi diversi quanto alla cronologia e alla natura di quella circoscrizione.
Il centro figura inoltre come stazione della via Cassia nelle fonti itinerarie, la Tabula Peutingeriana e l'Itinerarium Antonini.
La documentazione epigrafica è a sua volta esigua, e in buona parte è andata dispersa o proviene da ritrovamenti dei quali non resta relazione. Dall'area urbana vengono due stele che ricordano dei quattuorviri: la prima, in arenaria, riguarda un Lucius Baebius, della tribù Velina, quattuorvir iure dicundo; la seconda, un frammento di lastra in alberese, nomina un quattuorvir quinquennalis. A queste si aggiunge il ricordo di una dedica all'imperatore Alessandro Severo, rinvenuta nella cattedrale insieme a frammenti di colonne: è l'unico appiglio per supporre che in città vi fosse un edificio pubblico.


Di una frequentazione etrusca del sito occupato più tardi dall'abitato romano restano indizi sparsi, che non bastano a definirne l'estensione né la natura. I più consistenti appartengono al gruppo delle cosiddette pietre fiesolane, segnacoli funerari in arenaria che Petra Amann colloca negli ultimi decenni del VI secolo a.C. e nei primi del V: se ne conosce una quarantina, quasi sempre in situazione di reimpiego, e la loro distribuzione, che da Fiesole si spinge a occidente fino a Pistoia, è per la studiosa un indizio dell'ampiezza che il territorio fiesolano aveva in età tardo-arcaica. Pistoia è uno dei pochi luoghi in cui quelle pietre si addensano.
Dall'abitato e dal suo contorno immediato ne provengono più esemplari. Dall'ex convento di San Mercuriale viene un cippo funerario che l'Atlante dei siti archeologici della Toscana registra come di tipo fiesolano. Un altro fu recuperato nel 1973, reimpiegato come pietra di fondazione in una cantina quattrocentesca del palazzo dei Vescovi, e Martina Giannini lo assegna al medesimo tipo. Un terzo, frammentario, è riferito genericamente alla zona di Pistoia, e Stefano Bruni lo assegna alla bottega dalla quale uscirono anche un cippo di Artimino, quello di Pian de' Poggioli di Scarperia e quello di via dei Bruni a Firenze; viene poi dalla fascia che separa Pistoia da Prato il cippo di Montemurlo. Paola Perazzi e Cristina Taddei osservano che tali attestazioni attendono ancora dati archeologici capaci di chiarirle.
Meglio documentata è la situazione del territorio. Fra la fine del IV e il III secolo a.C. si formano nella piana e sui primi rilievi abitati che gli studiosi definiscono di frontiera, immediatamente a contatto con i gruppi liguri: fra questi Poggio alla Guardia, sito d'altura presso Pieve a Nievole che sorveglia insieme la risalita della Nievole e l'accesso alla conca fiorentino-pistoiese. Alla stessa fascia si riferisce il bronzetto di un Ercole promachos alto 13 centimetri, trovato nel 1887 dal lavoratore Vincenzo Vannini mentre dissodava un bosco a Castelmartini, nell'odierno comune di Larciano, e acquistato per dieci lire dal museo archeologico di Firenze, allora in formazione, sulla relazione che Luigi Adriano Milani stese il 4 aprile di quell'anno; giunse al museo nel 1888, dove fu iscritto nell'inventario generale con il numero 73199, ed è oggi esposto al Museo della Città e del Territorio di Monsummano Terme. Giulio Ciampoltrini lo data attorno alla metà del III secolo a.C. e lo accosta alla produzione volterrana, pur riconoscendogli una posizione autonoma; vi riconosce il residuo di un'area sacra, forse legata a una sorgente, oppure un oggetto smarrito lungo un viaggio, e in ogni caso una traccia del rapporto durevole che per gran parte del III secolo legò le due popolazioni, prima che l'intervento di Roma aprisse un conflitto destinato a chiudersi solo nel II secolo avanzato. Tornandovi nel 2017, lo stesso studioso ha ricondotto il bronzetto a un luogo di culto legato alle acque e alla salute, posto dove l'itinerario diretto all'Appennino ligure-apuano incrociava quello proveniente dall'Arno. Il bronzetto segna anche una direttrice: l'itinerario che in età ellenistica risaliva la Valdinievole muoveva da Poggio al Vento, insediamento d'altura che sovrasta Fucecchio e sorvegliava uno dei guadi tradizionali dell'Arno, e terminava fra le comunità liguri dell'alta Valdinievole. Secondo Ciampoltrini i gruppi liguri di questo comprensorio erano in rapporto di scambio con i centri etruschi della conca compresa fra Pistoia, Fiesole e Artimino.

Dai primi decenni del III secolo a.C. la montagna e i crinali che orlano il territorio risultano occupati da comunità liguri, riconoscibili dai costumi funerari e legate a un'economia d'altura fondata sul bosco e sull'allevamento, che alimentava scambi con gli Etruschi. Sulla scorta della testimonianza di Livio, Ciampoltrini identifica i Liguri dell'Appennino tosco-emiliano con gli Apuani e con i Friniati.
Il contesto più significativo del territorio pistoiese è il sepolcreto delle Grazie di Saturnana, in località Quaroggio, sullo spartiacque fra Ombrone e Reno, venuto alla luce sul finire del 1898 e conservato nello stesso museo fiorentino. Vi si riconoscono vasellame figulino con decorazione a bande rosse, una coppa a vernice nera, una spirale d'argento, bottoni conici e tre fibule di bronzo, nove vaghi d'ambra, e inoltre una spada di ferro ripiegata di 47 centimetri, una punta di lancia di 63 e il relativo tallone; l'insieme si data alla seconda metà del III secolo a.C. e va riferito ad almeno due deposizioni: a una maschile appartengono le armi, mentre la collana rimanda a una femminile.
Dalle armi Ciampoltrini ha ricavato un'indicazione di ordine culturale: i Liguri della costa e della Lunigiana avevano accolto la lunga spada dei Celti dell'Italia settentrionale, mentre quelli orientali restarono fedeli all'armamento etrusco-italico e al gladius, più corto, sicché fra il guerriero di Saturnana e i vicini di Marzabotto e di Monte Bibele la distanza è vistosa.
Altri contesti punteggiano il comprensorio: la tomba di Pian del Santo, nel territorio di Montecatini Terme, con un'armilla d'argento e una fibula del tipo detto apuano, riferita ai decenni centrali del III secolo; le tombe di Serra Pistoiese e di Casore del Monte, quest'ultima datata da un asse degli anni 169-158 a.C.; e la tomba di Poggio Vizzano nel territorio di Montale, collocata alla metà del II secolo dalle monete che l'accompagnavano.
Il conflitto fra Roma e i Liguri si chiuse con le deportazioni e con il riassetto degli insediamenti: nel 179 a.C. il console fece scendere in pianura i Liguri che si erano arresi e collocò presidi sulle alture. È al termine di quelle guerre che gli insediamenti del territorio avanzano verso la pianura, movimento riconoscibile anche ad Agliana, a Montale, a Pieve a Nievole e a Monsummano, ed è in questo quadro che si colloca la prima occupazione stabile del sito di Pistoia. Nei racconti delle campagne contro i Liguri, peraltro, il centro non compare mai.
L'assorbimento non fu però rapido. I costumi funerari liguri si mantennero nel territorio fin quasi all'età augustea, e ne danno prova le sepolture di Cireglio e di San Marcello Pistoiese, mentre i toponimi in -eglio segnalano lo stesso strato sui rilievi che dominano la città. Per Ciampoltrini l'integrazione si compie del tutto solo in piena età augustea, e forse non prima del I secolo d.C. inoltrato.

Nella fase più antica il sito si divide in due settori, che un salto di quota considerevole teneva separati. Quello meridionale, più basso, restò a lungo soggetto alle piene e quindi inadatto all'abitazione: in piazza della Sala, in vicolo Sant'Atto e sotto l'episcopio vi si è riconosciuta una vocazione agricola. Nel settore settentrionale, dove saggi di limitata estensione hanno interessato piazza del Duomo, piazza della Sapienza e le adiacenze di Santa Maria Cavaliera e del palazzo comunale, si colloca invece quella che potrebbe essere l'area abitativa.
Il primo intervento riconoscibile riguarda perciò il regime delle acque. Sotto l'episcopio, in piazza del Duomo nelle fasi anteriori alla domus e all'interno della cattedrale si documentano riporti di terra e opere di livellamento, ai quali si accompagnano, per lo smaltimento, condotte costruite in pietra e in laterizio. Ne risultò ridotto il pericolo delle alluvioni, e forse ne derivò un'organizzazione dello spazio urbano per terrazze.
Nell'area dell'episcopio Martina Giannini distingue quattro principali rialzamenti del suolo successivi alla prima urbanizzazione; fra il quarto finale del IV secolo e i primissimi anni del successivo si colloca poi una risistemazione generale, che portò il piano di calpestio più in alto di 0,80 metri nella piazza e di 1,67 nell'area dell'episcopio.
In città sono stati riconosciuti tre assi stradali, orientati da est a ovest e da nord est a sud ovest. Il loro uso si prolunga, con interruzioni e riprese, dal I secolo d.C. all'età medievale, e in via degli Orafi e in via della Torre il tracciato è quello ancora oggi percorso.

Due di essi sono vie glareate: una è emersa sotto l'episcopio, l'altra nel cortile del Palazzo de' Rossi, e lungo i margini di entrambe si allineavano edifici che univano la funzione abitativa a quella produttiva. Per il tratto sotto l'episcopio Giannini indica l'età tiberiana e ne segue l'uso fino al pieno alto medioevo.
Il terzo asse è lastricato e corre sotto l'odierna via degli Orafi, forse al di sopra di una precedente pavimentazione in ciottoli. Natale Rauty vi riconobbe il tratto urbano della via Cassia, e gli studi vi collocano per tradizione il decumano massimo. Le lastre di pietra che lo pavimentano lo distinguono dalle altre strade cittadine finora note e ne fanno una via pubblica di primo rango; Rauty lo collegava inoltre a due opere extraurbane della direttrice fra Florentia e Luca, il ponte delle Seiarcole e quello di Pontelungo.
Da quelle vie inghiaiate Paola Perazzi e Cristina Taddei ricavano un'indicazione sul rango del centro: che l'area urbana ne fosse percorsa in età imperiale sarebbe il segno di un abitato di modesta rilevanza, a giudicare dal confronto con i centri della Cisalpina e con le vicine Luca e Florentia.
Della viabilità urbana in senso nord sud non è stata invece riconosciuta alcuna traccia, e resta perciò senza riscontro materiale l'ipotesi di un impianto ortogonale, che Rauty e Giulio Ciampoltrini avevano congetturato dall'orientamento odierno dei vicoli a settentrione di via degli Orafi. Nella stessa condizione è il foro, del quale non si conosce alcun resto: Giannini lo colloca in via ipotetica all'incrocio fra il cardine e il decumano massimo, dove, scrive, «forse era il forum».
Nessun edificio pubblico ha lasciato resti riconoscibili, e sono rari anche gli indizi indiretti: del materiale da costruzione di pregio restano pochi frammenti di marmo fuori contesto o soltanto notizie erudite, e delle iscrizioni restano poche testimonianze, tutte perdute, recuperate senza documentazione di scavo oppure reimpiegate nelle fabbriche medievali. Un anfiteatro era stato supposto alla Piazzetta Romana da Chiappelli, ma lo scavo di Giuseppe Pellegrini vi restituì soltanto frammenti ceramici di scarso rilievo, e Banti osservava per parte sua che difficilmente un edificio del genere sarebbe stato costruito dentro l'abitato. Le fonti erudite locali non aiutano: i nomi antichi delle porte tramandati da uno storico pistoiese del Seicento, Salvi, sono falsi, e resta incerto se le quattro porte esistessero in età romana.
L'edilizia privata è meglio nota. In piazza del Duomo Giuseppe Pellegrini individuò nel 1902 una domus che l'impianto originario riporta all'età augustea, e che Giannini assegna alla fine dell'età augustea o all'età tiberiana: vi si riconoscono pavimenti in opus signinum e in opus sectile e mosaici a disegno geometrico. L'edificio fu ampliato nel corso del III secolo e distrutto da un incendio collocato fra la fine del IV secolo e la prima metà del V. Nel quadrante nord occidentale, a Sant'Iacopo in Castellare e a San Mercuriale, sono state individuate altre costruzioni di età imperiale la cui destinazione resta incerta.
Gli scavi condotti a San Mercuriale nel 1983 da Francesca Curti e Alessandra Ristori hanno distinto una muratura romana in laterizio e, sopra di essa, una struttura più tarda che riutilizza materiale di reimpiego, posta dove la conoide degrada e datata al V secolo. È l'unico elemento che si possa riferire a una cinta difensiva, e resta isolato: le indagini stratigrafiche condotte nelle aree vicine, a Sant'Iacopo in Castellare e nel cortile del Palazzo de' Rossi, non ne hanno riconosciuto altri tratti.

Alle opere condotte dentro l'abitato corrisponde nelle campagne una sistemazione idraulica della pianura alluvionale, ottenuta con una rete di fossi. Paola Perazzi e Cristina Taddei riferiscono a una proposta di Giulio Ciampoltrini l'idea che il controllo delle acque abbia reso possibile anche una ripartizione del suolo in lotti destinati agli abitanti di Pistoriae, quale compare nella ricostruzione ipotetica pubblicata da Giulio Schmiedt nel suo atlante della centuriazione.
Il momento di questo riassetto è indicato nella tarda età augustea: allora, osservano Ciampoltrini e i suoi collaboratori, al rinnovamento edilizio della città si accompagnò un programma di sistemazione agraria che interessò l'intero ager Pistoriensis, tanto a oriente quanto a occidente dell'abitato.
I limiti di quel territorio restano però discussi. Il tentativo di ricavarli dai confini della diocesi medievale, condotto da Nieri e discusso da Chiappelli, era già stato respinto da Banti: quei confini, mutati più volte nel medioevo, riflettono a suo giudizio una situazione posteriore all'età longobarda, quando la strada per Bologna diede al centro un rilievo che prima non aveva, e fino alla conclusione delle guerre liguri la montagna, non ancora sottomessa, non poteva appartenere alla città, che dovette avere in origine un territorio ristretto. A oriente, aggiungeva, il territorio di Prato non può esservi mai stato compreso, mentre Artimino e Montemurlo, dai quali provengono stele e cippi etruschi di sicuro carattere fiesolano, andranno assegnati piuttosto a Fiesole o a Florentia. La ricerca recente si è concentrata soprattutto sul lato occidentale, verso Luca. Nel 1981 Ciampoltrini definiva la Valdinievole «area di confine tra Luca e Pistoriae», invitando a valutare con prudenza i possibili resti di centuriazione riconosciuti nella zona, che i ripetuti interventi di bonifica rendono di lettura difficile. Nel 2019, ricostruendo la confinazione della colonia latina di Lucca, lo stesso studioso ha giudicato «non priva di fondamento» la possibilità che l'agro lucchese si spingesse a oriente sino al valico di Serravalle e al Montalbano, al contatto con il territorio del futuro municipio pistoiese.
Nella pianura e sui rilievi il popolamento si dispone attorno a insediamenti rurali di dimensioni contenute. In pianura sono noti quelli dello Spedalino di Agliana, di Santomato e di Pieve a Nievole; in montagna quelli di Cireglio e di San Marcello Pistoiese, legati alle grandi proprietà fondiarie della pianura oppure alla viabilità che valicava l'Appennino. Nel complesso di Santomato, in località Casalbosco, Vasco Melani condusse fra il 1968 e il 1971 un recupero di materiali e non uno scavo stratigrafico; il sito risulta frequentato dall'età augustea ai primi decenni del II secolo d.C.
Della centuriazione resta traccia anche nella toponomastica: Andrea Felici, sulla scorta di Pieri, riconduce a quel sistema il nome di Quarrata, e identifica in Agliana la statio Hellana che la Tabula Peutingeriana colloca sulla via Cassia.
Il ruolo che il centro ebbe rispetto al proprio contorno è quello di un punto di passaggio sugli itinerari verso la Liguria e verso l'Emilia, e insieme di riferimento per gli abitati minori della pianura e della montagna: è anche in ragione di questo che vi fu istituita, forse già nel V secolo, una sede vescovile.
Il primo segnale di difficoltà riguarda un solo quartiere, quello poi occupato dal palazzo dei Vescovi, distrutto da un incendio sul finire del II secolo: l'area rimase poi priva di frequentazione per oltre due secoli e tornò in uso soltanto attorno alla metà del IV. Sulla scala dell'intero abitato Arnaldo Marcone riconosce un declino nel corso del III secolo, una ripresa nel IV e infine, ai primi anni del V, un'interruzione senza preavviso. Perazzi e Taddei collocano fra III e IV secolo l'abbandono e all'inizio del V le distruzioni, e a quelle vicende attribuiscono in parte i vuoti della documentazione urbana; l'altra parte dipende dallo sfruttamento dell'abitato antico come riserva di pietra e laterizio per la città medievale, che i molti reimpieghi documentano.
Natale Rauty mise in relazione quella distruzione con il passaggio di Radagaiso, nel 402. Marcone inserisce la vicenda in un quadro più ampio, richiamando le crisi tardoantiche di Chiusi, Fiesole, Luca, Florentia, Cosa, Roselle, Volterra e Arezzo.
La ripresa non passa dalle istituzioni municipali ma da quelle ecclesiastiche. Una lettera di papa Gelasio, degli ultimi anni del V secolo, dà la prima notizia di un vescovo pistoiese. Verso la metà del VI secolo il centro risulta retto da un governatore bizantino, uno iudex, e sul finire dello stesso secolo passa ai Longobardi; le prime mura documentate sono del 764.
Della città romana la memoria si conservò deformata. A partire dal medioevo si diffuse la leggenda che facesse risalire la fondazione di Pistoia ai superstiti dell'esercito di Catilina, sconfitto nel 62 a.C. nel territorio: la raccolgono Dante e Giovanni Villani, e non ha fondamento storico.
Fra l'abitato romano e quello altomedievale la continuità più evidente è quella dei tracciati. Della strada riconosciuta sotto l'episcopio, che Perazzi e Taddei annoverano fra le vie glareate della città, Martina Giannini segue le tracce d'uso fino al pieno alto medioevo, e in via degli Orafi e in via della Torre il percorso antico è ancora quello di oggi. Fra il V e il VI secolo la via Cassia fu invece deviata nel suo segmento orientale, forse perché reso impraticabile dalle macerie, e il nuovo attraversamento della città è quello che i documenti altomedievali chiamano via Regis.
A dare forma al centro non furono però più le istituzioni municipali. Dopo la lettera di Gelasio che ricorda il primo vescovo, la documentazione episcopale si interrompe dalla seconda metà del VI secolo per tutto il VII, e in quel periodo la diocesi pistoiese dovette dipendere da quella di Luca; solo nel 700 è di nuovo documentata l'elezione di un vescovo. Nel frattempo il centro passava dal governo bizantino a quello longobardo, e la prima notizia certa di una cinta muraria è del 764. Per quella cinta Giannini riporta uno sviluppo di circa milleduecento metri e un'area racchiusa inferiore ai nove ettari. Quel circuito racchiuse la città fino a quando, lungo l'XI secolo, l'abitato triplicò oltre le mura verso nord e verso sud: furono i borghi sorti al di fuori di quel perimetro a rendere necessario un secondo circuito. Giampaolo Francesconi legge l'accrescimento pistoiese come una progressione consueta nei centri di fondazione romana, che si ampliarono poi nei tempi canonici dell'età longobarda, del primo periodo comunale e del tardo medioevo, a differenza di Alba e di Ravenna, che per tutto il medioevo non uscirono dal perimetro romano.
A San Mercuriale la sequenza muraria si articola in quattro momenti: un muro di età romana; una struttura eretta sopra di esso con materiali di spoglio; un tratto delle mura altomedievali, dotato di torri quadrate e avanzate; e infine il muro perimetrale del monastero che vi sorse.