| Roselle | |
|---|---|
| Nome originale | Rusellae (latino) |
| Cronologia | |
| Fondazione | Seconda metà dell'VIII secolo a.C. |
| Fine | 1138 |
| Causa | Trasferimento della sede vescovile a Grosseto |
| Territorio e popolazione | |
| Superficie massima | 0,45 km² (età arcaica) |
| Nome abitanti | Rusellani (latino) |
| Lingua | Etrusco, latino |
| Localizzazione | |
| Stato attuale | |
| Località | Roselle, Grosseto |
| Altitudine | 192 m s.l.m. |
Roselle (in latino Rusellae, in greco antico Ῥουσέλλαι o Ῥουσίλλαι) è stata una città etrusca e poi romana dell'Etruria settentrionale, sorta su due rilievi affacciati sull'antico lago Prile, sulla sponda opposta rispetto a Vetulonia, nel territorio dell'odierno comune di Grosseto.
L'insediamento, disperso in forme diffuse sui rilievi che facevano corona alla laguna, si concentrò sulle due alture a partire dalla seconda metà dell'VIII secolo a.C.; nel corso del VI secolo a.C. la città si dotò di una cinta in opera poligonale di oltre tre chilometri, che racchiudeva circa 45 ettari. Conquistata da Roma nel 294 a.C. dal console Lucio Postumio Megello, fu ascritta alla tribù Arnensis quando nell'89 a.C. ottenne la cittadinanza romana e divenne colonia fra l'età triumvirale e quella augustea, conoscendo tra il I e il II secolo d.C. la fase di maggiore prosperità. Sede vescovile almeno dal 499, cessò di essere città nel 1138, quando la cattedra episcopale e il titolo di civitas furono trasferiti a Grosseto.
I resti della città sono oggi visibili nell'area archeologica di Roselle, che ne conserva le mura, il foro e i principali edifici di età romana.
Il nome etrusco della città non è attestato: le iscrizioni etrusche restituite dal sito non registrano il toponimo.
La forma latina Rusellae, con l'etnico Rusellani, ricorre in Tito Livio; quella greca Ῥουσέλλαι o Ῥουσίλλαι, con l'etnico Ῥουσιλλανοί, in Tolomeo e in Dionigi di Alicarnasso. Nelle fonti tardoantiche compare la forma Rosella, con l'etnico Rosellanus.
Le fonti letterarie su Roselle sono poche e quasi tutte di provenienza romana. La menzione più antica è quella di Dionigi di Alicarnasso, che alla fine del VII secolo a.C. colloca i Rosellani fra i popoli etruschi intervenuti a fianco dei Latini contro Tarquinio Prisco, insieme a vetuloniesi, volterrani, aretini e chiusini. Camporeale osserva che la notizia trova una qualche corrispondenza nella realtà archeologica locale, perché nella seconda metà del VII secolo Roselle era già un'entità urbana, anche ammettendo che la tradizione si sia formata tardi, per celebrare un passato prestigioso.
Le altre notizie riguardano tutte i rapporti con Roma e si devono a Tito Livio: gli scontri nell'agro rosellano del 302 a.C., l'espugnazione della città da parte del console Lucio Postumio Megello nel 294 e l'invio di grano e di legname per le navi di Scipione nel 205. Plinio il Vecchio elenca Roselle fra le colonie e ricorda, come Cicerone, la laguna del lacus Prilius; il toponimo compare inoltre in Tolomeo e, in età tardoantica, negli atti dei sinodi romani trasmessi da Cassiodoro.
Assai più consistente è la documentazione epigrafica di età romana, che ha restituito dati sulle istituzioni cittadine, sui culti e sul culto imperiale. Le iscrizioni etrusche sono invece poche decine, in massima parte brevi graffiti di carattere privato su vasellame, e la città non coniò mai moneta.

Alle elucubrazioni di Annio da Viterbo appartiene la leggenda, riportata dal Vaticanus Latinus 6263, che vuole Roselle fondata da Piseus insieme a Pisa, Fiesole, Chiusi, Volterra e Populonia. Abbandonato il sito nel medioevo, alla metà del Cinquecento la memoria della sua ubicazione era perduta, tanto che Leandro Alberti collocava Roselle a Bagni San Filippo, presso Radicofani. La prima descrizione del sito e il riconoscimento della sua identità si devono all'erudito senese Giovanni Antonio Pecci, che scriveva a metà Settecento, quando il circuito delle mura era ancora quasi integro e l'area era utilizzata come cava di pietre già squadrate. Nel 1774 il canonico Boldrini riportò in luce i resti dell'anfiteatro, di cui padre Leonardo Ximenes fornì una pianta insieme a quella del circuito murario.
Nel 1842 Alessandro François esplorò alcune tombe a camera sui poggi circostanti, e fra il 1858 e il 1863 l'Accademia La Colombaria promosse una serie di campagne, i cui materiali confluirono nelle collezioni del Museo Etrusco di Firenze. Nel 1908 Angiolo Pasqui condusse per conto di Luigi Adriano Milani i saggi sul Tino di Moscona, ma nessuno estese le ricerche all'area urbana, al punto che nel 1912 Milani annotava con amarezza che «Roselle è in attesa»; la frase sarebbe stata ripresa da Ranuccio Bianchi Bandinelli nel 1925.
Nel 1927 nacque a Grosseto la Società Pro Roselle, che si proponeva di far riprendere gli scavi nella città etrusca; ottenuto un primo stanziamento dal ministero, l'associazione avviò l'indagine dell'edificio termale ai piedi della collina Nord, ma i fondi si esaurirono presto e con essi l'impresa. Solo nel 1942 Antonio Minto poté riprendere le ricerche, interrotte quasi subito dagli eventi bellici.
Gli scavi condotti secondo un programma scientifico cominciarono nel 1957, con la concessione ottenuta dall'Istituto archeologico germanico, che nel biennio 1957-1958 affrontò con Rudolf Naumann e Friedrich Hiller il problema della cinta muraria e saggiò la terrazza del tempio sulla collina Sud; dal 1959 la Soprintendenza fiorentina aprì una campagna sistematica, diretta per molti anni da Clelia Laviosa, nata da una spinta dell'Istituto di studi etruschi, che per l'occasione aveva costituito una «Commissione per Roselle» affidata alla presidenza di Bianchi Bandinelli.
Roselle è fra le poche grandi città dell'Etruria propria in cui lo scavo ha avuto per obiettivo l'abitato invece dei sepolcreti; l'esito è stato però in parte deludente, perché ciò che è emerso con maggiore evidenza appartiene all'età romana e ha spesso cancellato le fasi etrusche sottostanti. A questo si aggiunge il fatto che al fervore delle indagini sul campo non ha corrisposto un pari impegno nella pubblicazione, nota solo attraverso relazioni preliminari e schede di notiziario.
L'abitato occupava i due rilievi calcarei del poggio di Mota, convenzionalmente detti collina Nord e collina Sud, alti rispettivamente 177 e 192 metri e separati da una valletta che si apre verso occidente. La cinta muraria di età arcaica, lunga 3.170 metri, racchiude entrambe le alture e delimita un'area di circa 45 ettari.
La città dominava il lacus Prilius, la laguna ricordata da Cicerone e da Plinio il Vecchio, progressivamente interratasi in età altomedievale fino a ridursi a palude. Dalle porte urbiche si dipartivano le direttrici verso l'Ombrone, asse navigabile verso l'Etruria interna e verso il mare, verso il Prile e Vetulonia sul lato occidentale e verso le Colline Metallifere a nord-est.
I limiti del territorio sono stati ricostruiti in gran parte per via retrospettiva, presupponendo che le circoscrizioni diocesane altomedievali ricalchino i territori delle città antiche, un criterio di cui gli stessi studiosi segnalano i limiti. A sud il confine naturale era il crinale fra la valle dell'Ombrone e quella dell'Albegna; a est il fiume Orcia e il Monte Amiata separavano il rosellano dal territorio di Chiusi, con una linea forse coincidente con il torrente Ente, oltre il quale, a oriente, si trovava il santuario di confine di Poggio alle Bandite, presso Seggiano. Per Giovannangelo Camporeale la città controllava con ogni probabilità il versante nord-occidentale dell'Amiata, da cui saranno venuti gli abeti forniti a Scipione nel 205 a.C., mentre non doveva estendersi molto verso le Colline Metallifere, area di pertinenza vetuloniese.
Il confine settentrionale è il più discusso, perché legato alle alterne vicende dei rapporti con Vetulonia. Secondo Stefano Bruni il territorio vetuloniese fu aggiunto a quello rosellano a partire dal IV secolo a.C.; Alessandro Sebastiani e Mariagrazia Celuzza osservano invece che la notizia non trova riscontro documentario. Sul piano dimensionale il confronto resta squilibrato, perché Vetulonia si estendeva su circa 120 ettari, tanto che Mariagrazia Celuzza, Matteo Milletti e Andrea Zifferero hanno prospettato l'ipotesi che in fase protourbana Roselle fosse un oppidum dipendente da un'organizzazione territoriale più ampia facente capo al centro vicino.
Al rapporto fra i due centri è stato applicato anche un modello quantitativo. David Redhouse e Simon Stoddart hanno elaborato con la tecnica XTENT le estensioni dei territori politici dell'Etruria a partire dalla dimensione e dalla distanza reciproca dei centri: nel loro modello il territorio di Vetulonia assorbe quello di Roselle, ed è uno dei due soli casi in cui i risultati contraddicono apertamente lo sviluppo storico noto, dato che fu invece Roselle ad assumere progressivamente il ruolo di maggiore rilievo nell'area. Gli autori attribuiscono lo scarto a condizioni politiche locali e indicano fra i fattori non considerati dall'analisi il peso dell'Ombrone e delle comunicazioni con l'entroterra.
La frequentazione dell'area gravitante attorno al Prile risale alla tarda età del bronzo. Nel 1908 Angiolo Pasqui impegnò due settimane in alcuni saggi sul vicino Tino di Moscona e vi riconobbe strutture a secco e i resti di una cinta di mura grossolane attribuibili al Bronzo finale; sul pendio, in località Grascetone, incontrò un nucleo di tombe a pozzetto della stessa epoca, ridotte quasi ovunque in frammenti. Lo scavo non ebbe una edizione, e la natura di quell'insediamento resta indefinita. Di epoca villanoviana sono le tombe a pozzetto individuate sui fianchi del poggio di Mota e del vicino poggio di Moscona, insieme al piccolo sepolcreto di Nomadelfia, tre o quattro chilometri verso nord-est, i cui corredi risultano molto prossimi a quelli restituiti negli stessi anni dalle necropoli di Vetulonia.
Le due colline risultano abitate dalla seconda metà dell'VIII secolo a.C. da nuclei di capanne disposte irregolarmente, circondate da ampi spazi destinati al pascolo e alla coltivazione. Le testimonianze del Bronzo finale e della prima età del Ferro restano scarse, e per Erik Nielsen e Gregory Warden restituiscono l'immagine di un sito in ombra rispetto ai centri vicini, con Roselle nel ruolo di scalo tributario di Vetulonia, in un rapporto paragonabile a quello fra Marsiliana e Vulci. Bruni osserva a sua volta che il centro non sembra costituirsi che in un momento piuttosto avanzato della seconda fase dell'età del Ferro.
Nell'Orientalizzante medio la valletta compresa fra le due colline, destinata in età romana ad accogliere il foro, conobbe una trasformazione profonda con la costruzione di un complesso in mattoni crudi che ne divenne il cuore comunitario, pubblico e sacro, al quale si addossarono strutture capannicole. L'edificio, noto come «Casa con recinto», ha pianta circolare all'interno, di circa 4,50 metri di diametro, e quadrangolare all'esterno, ed è incluso in un ampio recinto rettangolare di 26 per 7,50 metri; il tetto, in assenza di laterizi, doveva essere stramineo. Al suo interno e nel recinto adiacente sono stati rinvenuti, oltre a ceramica domestica, i resti di un focolare, un'olla con iscrizione di dono, pesi da telaio, frammenti di una kotyle protocorinzia e un attingitoio di bucchero forse ceretano, e un'iscrizione con il testo aiser, «dèi».
L'interpretazione dell'edificio è discussa. Il permanere di una forma arcaica, quella della capanna o della tholos, insieme alla natura dei materiali, ha orientato verso una destinazione pubblica e forse religiosa; Mario Cygielman vi distingue una corte aperta a oriente e uno spazio chiuso a occidente, dove la ceramica indizia banchetti o riunioni formali, e vi riconosce caratteri di tholos, cioè un rapporto fra tipo tombale e architettura domestica; Gilda Bartoloni e Piera Bocci Pacini vi vedono il luogo di riunione della comunità e la residenza del capo locale, con il confronto del basileus greco. Il confronto architettonico più stringente è con il complesso orientalizzante di Poggio Civitate, coevo ma dotato di una copertura assai più elaborata. La frequentazione dell'edificio, a giudicare dai materiali, durò per tutto il VI secolo a.C.
Alla fine del VII secolo si riferiscono nuove edificazioni sulla collina Nord e la costruzione della «Casa a due vani», che taglia una delle ali della Casa con recinto e forse ne eredita la funzione. Allo stesso periodo appartengono le botteghe locali che producono vasi di bucchero grigiastro decorati a stampiglie con rosette, losanghe, cerchielli concentrici, meandri, volatili, quadrupedi, cavalieri e danzatori, di discreta qualità ma a diffusione soltanto locale. Fra i reperti più prestigiosi delle necropoli, una fibula d'oro a drago con lunga staffa e decorazione a pulviscolo, oggi al Metropolitan Museum, insieme a grandi kantharoi di impasto, incensieri, reggivasi e affibbiagli di bronzo, documenta una larga apertura verso Vetulonia, al punto che Camporeale si chiede se lo stile di vita che quegli oggetti presuppongono non sia stato introdotto da vetuloniesi immigrati.
Discussa è l'interpretazione di un muro individuato lungo il margine settentrionale della collina Nord, con elevato in mattoni crudi che poggia su una base di pietrame minuto. Gli scavatori dell'Istituto archeologico germanico e in seguito Daniela Canocchi vi riconobbero una cinta muraria, che sarebbe la più antica fortificazione urbana dell'Etruria; Mario Cygielman e Gabriella Poggesi propongono invece di riconoscervi muri di terrazzamento, osservando che la struttura è limitata alla sola collina Nord mentre la valletta centrale ne appare priva nonostante i numerosi saggi, che gli strati soprastanti hanno restituito materiali d'abitato tardo-orientalizzanti e che il saggio del 1981 presso la cosiddetta postierla ha messo in luce un piano inclinato per il deflusso delle acque, di cui la postierla stessa, troppo bassa per essere percorsa, costituiva lo sbocco. La questione è tuttora aperta: Nielsen e Warden osservano che l'espansione dell'abitato aumentava il fabbisogno di terra coltivabile e rendeva necessari i terrazzamenti.

Una vera e propria urbanizzazione si compie negli anni centrali del VI secolo a.C., quando la città si circonda della cinta in opera poligonale che anella entrambe le colline. I blocchi, messi in opera a secco e disposti in ricorsi irregolari, furono tratti dai rilievi locali: calcare cavernoso nel settore nord, blocchi parallelepipedi di calcare massiccio grigio nel tratto sud-orientale, cavati anch'essi dalla collina settentrionale. Il numero delle porte oscilla nella letteratura fra sei e otto; Cygielman e Poggesi ne propongono almeno sette, di cui quella settentrionale, portata in luce dagli scavi germanici, è del tipo sceo, con un vano interno di 2,25 per 5,50 metri strutturalmente connesso alla cinta e quindi coevo.
All'interno del circuito i nuovi moduli di pianificazione interessano l'intero abitato. Sulla collina Sud, dove è stata identificata la terrazza del tempio nota come Tempelterrasse, sono noti impianti di tipo artigianale; sulla collina Nord prevalgono le presenze abitative; la valletta ribadisce la propria funzione pubblica e sacra: vi sorge un tempio all'estremità di nord-ovest, e nella roccia sono ricavati pozzetti votivi. Poco più in basso si apre uno spiazzo tagliato nella roccia viva, a picco sulla vallata e orientato verso Vetulonia, che in età imperiale ricevette una scalinata monumentale: vi è stato riconosciuto un auguraculum.
Alla seconda metà del VI secolo risale la Casa dell'Impluvium, scavata da Luigi Donati sulla collina Nord oltre l'area del futuro anfiteatro, una delle poche abitazioni di età arcaica note nella loro interezza in Etruria. A pianta quadrangolare incentrata su una vasta corte aperta, era collocata al centro di un'area circondata da terrazzamenti verosimilmente destinati a uso agricolo, e documenta un'occupazione dello spazio urbano fondata su edifici autosufficienti quanto ad approvvigionamento idrico e risorse alimentari. L'edificio permette di anticipare ai primi decenni del VI secolo il dispositivo per la raccolta delle acque piovane, un sistema di cui fino ad allora i casi più antichi, individuati a Marzabotto, non risalivano oltre la fine del secolo. Nella stessa area Donati ha riconosciuto tre fasi di occupazione successive, con continuità dal tardo villanoviano ai primi decenni del V secolo.
Alla fine del secolo appartiene una ciotola di bucchero con un alfabetario graffito sulla parete esterna, il primo fra gli alfabeti etruschi ad aggiungere in fondo alla sequenza il segno per la consonante labiodentale, con peculiarità grafiche ricondotte a modelli dell'area vulcente-tarquiniese; il pezzo, conservato al museo di Grosseto, è di provenienza sconosciuta ed è attribuito a Roselle solo per ipotesi.
Agli esordi del V secolo a.C. più sondaggi aperti in punti diversi della collina Nord hanno intercettato livelli di incendio, segno di un episodio traumatico che investì l'intero rilievo: come area d'abitazione risulta poi dismesso, e la frequentazione riprende soltanto nel II secolo a.C. Allo stesso quadro si lega con ogni probabilità il riuso su larga scala delle camere funerarie arcaiche scavate sui versanti dei due poggi, un fenomeno che non ha ancora ricevuto una spiegazione soddisfacente.
L'idea, a lungo ripetuta, che l'ascesa di Roselle nel VI secolo dipendesse da un'involuzione di Vetulonia è stata respinta da Camporeale, per il quale un conflitto fra le due città affacciate sul Prile è possibile, ma Vetulonia nel VI secolo non è affatto in crisi e la relazione non può quindi essere ipotizzata. Ai secoli V e IV appartengono vasellame attico ed etrusco a figure rosse, ceramica a vernice nera e piattelli Genucilia; è di questa fase la comparsa delle prime tombe ipogee, mentre sulla collina Sud un quartiere ellenistico si imposta su strutture di età arcaica.
Sul finire del IV secolo la storia della città si salda a quella degli altri centri dell'Etruria settentrionale, stretti fra la pressione gallica e quella romana. Nel 302 a.C., secondo il racconto di Livio, il teatro degli scontri è l'agro rosellano: i Rosellani tentano di attirare i Romani in un'imboscata inviando verso di loro un finto pastore con il gregge, ma l'inganno è scoperto perché la lingua e il portamento dell'uomo sono riconosciuti come urbani, e non rustici, da alcuni etruschi di Caere inquadrati nell'esercito romano; segue la sconfitta dei Rosellani, ai quali è concessa non la pace ma una tregua biennale.
La sconfitta definitiva è inflitta nel 294 a.C. dal console Lucio Postumio Megello, che dopo aver devastato il territorio espugna la città: le perdite rosellane ammontano a quattromila uomini fra caduti e prigionieri; Camporeale considera lo scontro un epigono della battaglia di Sentino del 295 a.C. e lo inserisce in un disegno romano di eliminazione dei focolai ostili. Se si eccettua Veio, nessun'altra città etrusca era passata prima di allora sotto il controllo di Roma; per quell'anno i Fasti Triumphales registrano il trionfo del console de Samnitibus et Etrusceis. Alla città furono sottratti lo sbocco costiero e una porzione dell'entroterra; le restò un margine ridotto di autonomia amministrativa, in cambio dell'obbligo di contribuire militarmente alle campagne romane.
Buona parte delle terre confiscate sembra essere stata assegnata a Vetulonia, città in declino ma legata a Roma da tradizioni antiche, che fra la fine del IV secolo e il III torna a crescere: a quel momento risalgono le mura, l'estensione dell'abitato e una monetazione propria. A conferma dell'assegnazione sta il fatto che i vetuloniesi risultino poi ascritti alla Scaptia, tribù distinta dall'Arnensis dei rosellani. La ripresa vetuloniese fu tuttavia breve: già nel corso del II secolo a.C. Roselle è al centro di una notevole attività edilizia, con nuovi quartieri artigianali sulle due colline, e dagli inizi del I secolo a.C. resta l'unico polo amministrativo dell'area del Prile.
Nel 205 a.C. Roselle fornì grano e legname d'abete per allestire la spedizione africana di Scipione, insieme a Perugia e Chiusi. Sul terreno la conquista ha lasciato segni difficili da isolare. Nella conca destinata a diventare il foro, che l'urbanistica etrusca aveva già regolarizzato con un terrazzamento sul lato settentrionale, i Romani intervennero nel III secolo a.C. rialzando i piani di calpestio e dotando lo spazio di un sistema di scolo delle acque; il grande tempio che chiudeva l'area a nord non fu invece toccato e continuò a essere frequentato senza interruzioni.
Nel corso del II secolo a.C. la città conosce una fase di crescita. Ai piedi della collina Nord, appoggiato al terrazzamento di età arcaica, sorse un portico a due navate, completato prima della fine del secolo da un'aula sopraelevata. Sulla funzione del complesso le proposte divergono: portico antistante la curia, chalcidicum con annesso tempio, oppure una prima basilica con il proprio tribunal. Poco sotto la cima della collina Nord fu edificata, fra la metà del III e il II secolo a.C., una ricca domus decorata con pitture di primo stile e provvista di un triclinio di gusto greco-ellenistico. Il tenore dell'abitazione e la posizione che occupa hanno suggerito di attribuirla a un funzionario inviato da Roma oppure a una famiglia del luogo schierata con l'Urbe.
Nell'89 a.C., con l'estensione della cittadinanza, i rosellani furono ascritti alla tribù Arnensis, come attestano le iscrizioni. Nei primi decenni del I secolo a.C. la domus della collina Nord, le abitazioni che occupavano l'area delle future terme e il quartiere artigianale meridionale furono distrutti insieme. La coincidenza cronologica ha fatto ricondurre l'episodio, con buona probabilità, alle rappresaglie di Silla, che investirono molte città etrusche e a Vetulonia ebbero esiti anche più radicali.
La ripresa di fine età repubblicana potrebbe essere collegata alla deduzione della colonia, scarsamente documentata: alcuni tubi di piombo bollati e un'iscrizione confermano la notizia di Plinio, che elenca Roselle fra le colonie. L'anno resta ignoto e si lascia circoscrivere soltanto entro l'intervallo che va da Filippi, nel 42 a.C., quando Ottaviano cominciò a sistemare in Italia i veterani, ai primi anni del principato. La preferenza va di solito a una data augustea, per via del contemporaneo slancio dell'edilizia pubblica, ma nessun elemento lo dimostra. La colonia ospitò veterani smobilitati, con un impatto rilevante su un territorio di circa 1.400 chilometri quadrati, anche se mancano tracce certe di divisioni centuriali.

Nel I secolo d.C. l'area pubblica fu ampliata e regolarizzata a spese degli spazi limitrofi, ancora occupati in età tardo-repubblicana da abitazioni private.
Di età giulio-claudia sono la piazza in terra battuta, chiusa a occidente da un portico e a oriente dalla basilica, e l'augusteo. Quest'ultimo fu innalzato poco prima del 42 d.C.: la divinizzazione di Livia, in quell'anno, impose di rinunciare all'abside, che avrebbe accolto una statua sola, in favore di una parete continua davanti alla quale furono addossati due basamenti per altrettante immagini di culto. Le iscrizioni raccolte nello stesso settore, in un ambiente noto come «Vano statue», identificano la sede del culto imperiale e attestano gli onori resi ad Augusto, ad Agrippa, a Gaio e Lucio Cesare, a Germanico, a Druso e a Britannico, oltre a una dedica a un'Ottavia di identificazione discussa. Prima della metà del secolo furono costruiti l'anfiteatro, impostato su una casa ellenistica che un incendio aveva distrutto agli inizi del I secolo a.C., e due sacelli aggiunti alla porticus duplex sul lato settentrionale del foro. L'ultimo atto della monumentalizzazione è la lastricatura della piazza, di età flavia.


In questa fase la città raggiunge il suo momento migliore, segnato dall'ascesa al consolato, nell'89 e nel 98 d.C., di due esponenti della famiglia rosellana dei Vicirii, attestata sul territorio fino agli inizi del II secolo dai bolli laterizi. Nei primi decenni del II secolo agli ambienti allineati dietro la porticus duplex se ne aggiunse uno absidato, che accoglieva un gruppo di statue-ritratto su cui la critica non concorda né per la data né per l'interpretazione. Il nome convenzionale, ciclo «dei Bassi», viene dal cognome inciso due volte sulle basi: Paolo Liverani vi riconosce una famiglia rosellana di cui il gentilizio sfugge, mentre Mario Torelli pensa agli Iunii Bassi e sposta di conseguenza al IV secolo il momento del riuso delle statue. Verso il 120 d.C. il settore monumentale si estese fino a comprendere l'impianto termale costruito alle falde della collina Nord, e di lì a poco il bagno annesso alla domus dei mosaici fu rifatto e ingrandito. Prima che il secolo si chiudesse, però, proprio in quella casa compaiono le prime tracce di incuria e di abbandono.
La parziale rioccupazione della domus dei mosaici, che fra la fine del III e i primi decenni del V secolo ospita un'officina dove si raccoglievano metalli da riciclare e rifondere, segna una cesura nella storia della città. Nel IV secolo l'edificio termale di età adrianea è abbandonato, la documentazione epigrafica viene meno e la circolazione monetaria si rarefà fino a scomparire. Si fabbrica ex novo un solo edificio, un piccolo complesso termale finanziato da Betitius Perpetuus Arzygius, consularis della Tuscia et Umbria in carica dopo il 366, che sorge però lontano dal centro, accanto alla porta orientale. La scelta segnala che il quartiere del foro aveva perso rilievo a vantaggio di una fascia bassa e marginale, ma prossima alle strade e alla campagna.
La scelta di Roselle come sede vescovile alla fine del V secolo o poco prima dimostra che la città conservava una relativa vitalità, mentre le vicine Vetulonia, Cosa, Heba e Saturnia erano ormai abbandonate o ridotte a villaggi; il primo vescovo noto è Vitaliano, che partecipò al sinodo romano del 1º marzo 499. Dal VI secolo le sepolture entrano entro le mura: il cimitero occupò l'area delle terme dismesse, mentre in alcuni ambienti dello stesso edificio fu ricavata una chiesa, con ogni probabilità la cattedrale, che i dati stratigrafici datano fra VI e inizi VII secolo.
Alcune strutture tarde sono state lette come opere difensive e collegate alla resistenza bizantina contro i Longobardi, sul modello dei presidi sorti a Cosa e sul Talamonaccio. Un'attribuzione del genere non trova però riscontri sicuri: il muro in opera a telaio impostato sopra la strada basolata che portava alle terme sembra piuttosto un terrazzamento eretto per trattenere i crolli. La conquista longobarda si colloca con ogni probabilità nel 593. Della fase carolingia restano il restauro e la ridecorazione della chiesa, fra metà VIII e inizi IX secolo; nel X secolo Roselle è sede del comitato aldobrandesco, mentre Grosseto è ancora un centro minore in ascesa. Gli ultimi interventi edilizi sono due torri, una addossata alla facciata della chiesa e accessibile solo dall'interno, l'altra sul punto più elevato della collina Sud, databili fra X e XI secolo.
La data che segna la fine di Roselle come città è il 1138, quando la sede vescovile e con essa il titolo di civitas passarono a Grosseto, centro di pianura vicino ai principali nodi viari e dotato di un porto fluviale sull'Ombrone.
Le testimonianze sui santuari urbani restano frammentarie, e la consistenza e la distribuzione dei luoghi di culto figurano tra i problemi ancora aperti della ricerca. Le iscrizioni etrusche restituiscono i nomi di due divinità: Artumes, il cui culto è documentato per la seconda metà del V secolo a.C. da una dedica graffita sotto il piede di una coppa attica a figure rosse attribuita al Pittore di Marlay, proveniente dalla collina Sud, e Vei, di cronologia più incerta.
Il quadro più articolato viene dalle terrecotte architettoniche, che coprono un arco compreso fra la prima metà del VI secolo e l'età ellenistica e romana. Simona Rafanelli ne ha ricostruito la sequenza, riconoscendo intorno al 520 a.C. la copertura di un tempio ubicato nella valletta sotto il futuro foro, con una sima rampante di matrice tarquiniese, la stessa impiegata anche per alcune lastre da Vetulonia, e lastre di rivestimento con scene di banchetto, assemblea di personaggi seduti, corsa di cavalieri e sfilate di carri.
Intorno al 500 a.C. Rafanelli ipotizza a Roselle l'operato parallelo di due botteghe di orientamento diverso: nella valletta lavora una maestranza fedele a stilemi arcaizzanti, che rifà la copertura del tempio con lastre a fregio figurato riconducibili per tipologia ai sistemi di prima fase nella classificazione di Della Seta; sulla collina Sud opera invece una bottega più aggiornata, che veste l'edificio della Tempelterrasse con un apparato di seconda fase, tutto vegetale: un'antefissa a testa femminile senza nimbo, lastre decorate da palmette e fiori di loto alternati, una cornice traforata e una tegola di gronda, con rimandi tipologici a Tarquinia, all'area di Veio e Falerii e a Orvieto. I frammenti recuperati nel sito rimandano quasi tutti a officine del luogo, e per le matrici dei fregi figurati del tempio non esistono confronti al di fuori di Roselle.
Fuori dell'abitato, alla foce dell'Ombrone, il santuario dello Scoglietto ha restituito un'epigrafe dedicatoria a Diana Umbronensis, posta da un Dionysios che si qualifica servos di un Q. Haterius; l'analisi paleografica ne colloca la datazione fra la fine del I secolo a.C. e il I d.C.
I sepolcreti si disponevano all'esterno del circuito urbano, in prevalenza ai lati delle strade che dalle porte conducevano ai centri vicini. Nell'Orientalizzante prevale la fossa con inumazione; verso la fine del VII secolo prende piede un altro tipo, la camera costruita con lastroni e preceduta da un corridoio, di pochi metri quadrati, quadrangolare all'interno, chiusa in alto da una falsa cupola impostata su pennacchi angolari e coperta all'esterno da un tumulo. È il tipo più diffuso, e la necropoli continuò a essere utilizzata fino al IV secolo a.C.
Il monumento più rilevante restituito dalle necropoli per l'età arcaica è la stele di guerriero rinvenuta in località I Laghi, reimpiegata come coperchio di una tomba a cassone e nota in letteratura anche con la provenienza Casette di Mota. Priva della parte alta, porta figure su tutte e due le facce principali. Da un lato un guerriero è reso a incisione sottile, con tunica corta, schinieri e uno scudo di grandi dimensioni il cui episema è un rosone: la tecnica richiama quella impiegata per la stele vetuloniese di Avile Feluske. Sull'altro lato un secondo armato è ricavato a bassorilievo, con corazza corta e perizoma triangolare, e accanto a lui corre l'iscrizione mutila ...]aies. Per Bruni la figura incisa non scende sotto il VII secolo, mentre il monumento nel suo insieme si colloca verso la metà del VI: lo suggeriscono il raffronto con le stele di Larth Ninie e di Avile Tite, la foggia del perizoma e i caratteri paleografici.
Le risorse della città si desumono in parte dalle fonti letterarie. Il ricorso alle greggi nell'episodio del 302 a.C. lascia supporre che l'allevamento ovino fosse una pratica radicata e che la lana rappresentasse un prodotto ricercato; la fornitura di grano e di abeti del 205 a.C. presuppone a sua volta eccedenze, quindi coltivazioni e sfruttamento del bosco condotti su larga scala. Va tenuta presente anche l'esistenza, documentata però solo per il medioevo, di giacimenti metalliferi nella zona del poggio di Moscona e di Batignano, che non è escluso fossero già sfruttati in antico.
Dall'abitato e dalle sepolture provengono, accanto a vasellame d'impasto verosimilmente prodotto sul posto, ceramiche corinzie ed etrusco-corinzie, greco-orientali, attiche ed etrusche a figure nere e a figure rosse. In età romana il collegamento con il mare era assicurato dall'Ombrone, alla cui foce gli scavi hanno individuato presso Spolverino un quartiere manifatturiero interpretato come porto di cabotaggio della città.