La mafia messinese giornalisticamente definita anche Camorra peloritana, è un sistema di cosche mafiose che operano nella Provincia di Messina e che intrattengono rapporti con la 'Ndrangheta e con le maggiori famiglie mafiose del resto della Sicilia, in particolare catanesi e palermitane. Messina e il territorio circostante di fatto, pur non essendo particolarmente conosciuti per fenomeni di natura mafiosa, rappresentano il confine tra Cosa nostra siciliana e 'Ndrangheta calabrese. La realtà mafiosa messinese venne messa maggiormente in luce dal "blitz dei 69" del 1981, dal maxiprocesso di Messina celebratosi nel 1986 a seguito del "blitz della notte di San Paolino" o "blitz dei 290" del 1985, e dai processi Peloritana del 1995, per reati di associazione a delinquere di stampo mafioso, traffico di stupefacenti, estorsione e omicidio. Altre attività illecite emerse in seguito sono: riciclaggio di denaro, contrabbando di armi, scambio elettorale politico-mafioso, sfruttamento della prostituzione, scommesse clandestine e furti con conseguenti ricettazioni.

Esistono testimonianze che evidenziano come la mafia a Messina e dintorni, contrariamente a quanto si dice, abbia radici abbastanza antiche; secondo Giuseppe Borghetti, prefetto di Messina nel lontano 1875 «La maffia a Messina ebbe ed ha capi supremi e sapienti, in secondo rango i bravi in guanti gialli, in terzo gli accoltellatori e i sicari, in ultima linea i ladri». Alcune di queste testimonianze sono state raccolte attraverso un progetto di ricerca all'interno del libro "La mafia prima della mafia", in cui si fa riferimento ad alcune presunte organizzazioni criminali messinesi attive nella seconda metà dell'800. Si parla ad esempio di sodalizi criminali di truffatori e falsari a New York di origine messinese, e di altre bande attive sul territorio di Messina, tra queste presunte bande si annoverano: la Banda Cucinotta e la Società degli Accoltellatori e degli Sparatori. L'organizzazione criminale più celebre nella Messina ottocentesca è sicuramente quest'ultima. La Società degli Accoltellatori e degli Sparatori era infatti una "cosca" di oltre un centinaio di cospiratori provenienti da ogni ceto sociale, che ricorrendo alle intimidazioni e talvolta all'omicidio, mirava a controllare la città sotto il profilo politico ed imprenditoriale, secondo alcuni venendo alimentata dal pensiero repubblicano mazziniano, molto radicato in città come dimostra l'elezione di Mazzini per ben tre volte al collegio di Messina. Pur potendo essere un'organizzazione dedita al "brigatismo politico", presentava i tipici tratti di una cosca mafiosa, condizionando l'esercizio delle attività commerciali e ricorrendo a intimidazioni. In una lettera del 17 luglio 1868 pubblicata nel giornale "La Riforma" di Firenze, si fa riferimento a tale società, la cui fondazione si fa risalire al 1850, ed il cui scopo originario si rintracciava nel controllo delle dogane. Nel 1871 fu istruito un processo contro tale organizzazione, a causa dell'omicidio di Pasquale Bensaia avvenuto il 25 settembre 1870. Prima di morire Bensaia aveva dichiarato informazioni cruciali che portarono a 30 arresti. Anche "L'Aquila Latina" giornale di Michelangero Bottari (ex capitano garibaldino e e deputato nel 1867), raccontava di tale organizzazione. Proprio per questo motivo il Bottari fu vittima di un agguato dal quale si salvò per miracolo. Il questore Sborni mise agli atti parecchie informazioni in un rapporto del 2 luglio 1868. Furono trovati nelle case di due soggetti sospetti di nome Curaro e Quartarone, delle foto ritraenti gruppi di persone armate di pistole. Nel 1871 venne istituito un processo, eseguito poi a Trapani (per ragioni di ordine pubblico) nel 1873 su 22 imputati (altri 9 si erano dati alla fuga). Nel frattempo un'altra decina di omicidi era avvenuta nell'anno 1872. Il processo si concluse con l'assoluzione degli imputati, a causa delle numerose negazioni dei potenziali testimoni, incluso il direttore della Gazzetta di Messina Stefano Ribera. Lo stesso Bottari si mostrò molto vago e timido nell'accusa... Fatto sta che negli anni a seguire continuarono a Messina ferimenti e omicidi caduti nel mistero. Non è assolutamente rintracciabile un collegamento diretto tra quella associazione e gli attuali clan, anche se vi sono delle similitudini nelle strategie e nelle modalità d'azione, ma specificare la passata esistenza di un'organizzazione di tale pericolosità è utile a comprendere come la città di Messina non sia mai stata immune al fenomeno della criminalità organizzata. Contemporaneamente nel resto della Sicilia agivano altre bande, tra cui gli Stuppagghieri di Monreale, i Fratuzzi di Bagheria, la Fratellanza di Favara.
La criminalità organizzata di Messina presenta sin dagli albori una struttura meno violentà ma più occulta. La mafia infatti in quasi tutto il meridione nasce come meccanismo di "protezione" e di manipolazione della libera concorrenza per le grandi proprietà agricole nei territori rurali, ma a Messina tale settore non era così cruciale, quanto invece lo era l'imprenditoria mercantile. Tali caratteristiche hanno portato allo sviluppo di un fenomeno mafioso diverso e meno evidente, spesso basato sull'usura e sul controllo delle attività economiche. Inoltre eventi storici che hanno segnato la città, come il catastrofico terremoto del 1908, a cui seguirono nell'immediato la Prima Guerra Mondiale, l'avvento del fascismo e la Seconda Guerra Mondiale, contemporaneamente alla radicale ricostruzione della città terremotata, hanno non solo distratto l'opinione pubblica locale ma anche probabilmente condizionato il fenomeno mafioso. La stessa ricostruzione di Messina, e la successiva speculazione edilizia del dopoguerra, non sono esenti da fenomeni sospetti in materia di collusioni tra enti pubblici e privati. Tuttavia la scarsità di fatti di sangue condusse a sottovalutare la criminalità organizzata messinese fino agli anni 70, facendo guadagnare alla città l'appellativo di "città babba", ovvero innocua e priva di scaltrezza mafiosa. Tale menzogna, riproposta tuttora, e spesso ripetuta erroneamente dagli stessi cittadini, è ormai stata ampiamente smentita dalla cronaca giudiziaria. È importante evidenziare come già dagli anni '60 si rintracciasse una collusione di vari centri di potere con massoneria deviata e gruppi dell’estrema destra (soprattutto giovanili e universitari) come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale. In particolare si ricordano nel 1969 i due ordigni esplosivi collocati negli ingressi di Tribunale e Duomo, la bomba lanciata da un'auto all'ingresso della Gazzetta del Sud, una presunta riunione a Roma nel 1970 tra rappresentanti neofascisti di Torino, Pavia, Bari, Napoli e Messina, e numerosi altri scontri ed agguati da parte di organizzazioni neofasciste, fino a metà anni 70. Si scopriranno in seguito legami tra organizzazioni neofasciste e criminalità organizzata, proprio tra la provincia di Messina e la Calabria meridionale.
Nei primi anni '70, a Messina avvennero fatti parecchio sconcertanti, tra cui l'attentato dinamitardo al Motel Faro dell’allora assessore Valore e l'attentato dinamitardo al circolo "Ariston" per il quale furono accusati Lorenzino Ingemi e Francesco Molonia. In merito a questo, secondo le deposizioni di Nicola Mazza (capo di una banda di rapinatori ed estortori) del 1975, sarebbe stato Lorenzino Ingemi a vantarsi di essere il responsabile di tale attentato. Erano infatti state documentate delle divergenze tra due presunti gruppiː quello facente capo ad Ingemi, e quello con a capo Benito Taglieri "protettore" del circolo "Ariston". Gli episodi allarmanti non si limitavano alla sola Messina, ma arrivavano anche in provincia, come avvenuto ai danni dell'imprenditore palermitano Nicola Ancione, la cui macchina fu fatta esplodere mentre si stava occupando dei lavori nel tratto dell'autostrada A20 tra Messina e Patti. Come presunto responsabile fu indagato anche stavolta Lorenzino Ingemi, in concorso con Domenico Barrese, un "anziano" uomo legato al quartiere Giostra, già condannato per un tentato omicidio avvenuto nel 1960. Tuttavia Ingemi fu sempre assolto dalle accuse più gravi. Il suo potere andò ad affievolirsi dopo il 1980, anno in cui subì un agguato armato, dal quale uscì illeso. Nel maxiprocesso di Messina del 1986, il pentito Giuseppe Insolito parlò di un gruppo di modeste dimensioni facente capo ad Ingemi. Tale organizzazione, secondo le dichiarazioni del pentito, intratteneva rapporti con un boss della 'Ndrangheta di nome Zito, con elementi autorevoli di Palermo e Trapani e con i fratelli Di Mauro di Catania (alleati prima di Alfio Ferlito, e successivamente passarono allo schieramento di Nitto Santapaola). Del clan Ingemi parla anche un rapporto su una commissione parlamentare del 1985. Anche il superpentito della 'Ndrangheta Giuseppe Scriva si espresse sulla criminalità organizzata messinese, dichiarando che “nel 1970-72 esisteva a Messina, una organizzazione delinquenziale che agiva quale promanazione della ‘ndrangheta e di cui l’esponente più in vista era Ingemi Lorenzino; di tale organizzazione la ‘ndrangheta otteneva aiuto in favore dei propri latitanti, segnalazione di notizie utili e manodopera per alcuni fatti criminosi, dando ad essa in cambio, prestigio, armi e denaro”. In un'udienza del "Processo "Orsa Maggiore I" il pentito Gaetano Costa ha parlato dell'esistenza nel '72 di una locale della 'Ndrangheta a Messina, gestita non da calabresi ma da messinesi, e capeggiata a suo dire da Alessandro De Tullio, una figura tanto nota nella Messina degli anni 70 quanto occulta ad oggi, in quanto le informazioni disponibili attualmente sul suo conto sono scarse. In sostanza dei reali schieramenti e gerarchie criminali messinesi prima dei tardi anni 70 si sa poco e nulla.
A fine anni '70 Gaetano Costa raggiunse i vertici della criminalità organizzata messinese, separandosi dalla compagine di Lorenzino Ingemi, e creando un proprio clan con base nel quartiere Giostra. Tra i membri di spicco del clan Costa vengono incriminati: Domenico Di Blasi detto "occhi i bozza" (che intratteneva rapporti con la camorra secondo quanto riferito dal pentito Sparacio e con i Santapaola di Catania secondo quanto riferito da Costa una volta pentito), Vincenzo Bitto, Sebastiano Valveri, Placido Cambria, Giuseppe Leo, Domenico Cavò (questi ultimi secondo quanto riferito da Costa erano incaricati dell'approvvigionamento di armi), Melchiorre "Iole" Zagarella (ritenuto dallo stesso Costa uno dei più anziani), Alessandro De Tullio (anch'esso ritenuto da Costa un membro anziano e autorevole con legami con la 'Ndrangheta). Nel 1978 inizia una serie di omicidi che stravolgerà le cosche di tutta Messina: il primo omicidio avvenne nel luglio del 1978 a Ganzirri, di fronte al risotrante "La Macina", in cui perse la vita Sasà Bruzzese, cuoco e buttafuori che al momento dell'agguato aveva 10 milioni di lire in contanti e diversi assegni. Nell'ottobre 1978 Nicola Mazza (detto "Maciste"), altro nome "eccellente" degli ambienti discutibili messinesi, fu ucciso in un agguato al circolo "Andrea Costa" di Gazzi. Era dunque in corso una sanguinosa guerra tra clan, di cui fu difficilissimo capire i reali schieramenti. Le fazioni erano quella di Gaetano Costa e Domenico Di Blasi contrapposta a quella capitanata da Placido Cariolo e Letterio Rizzo (detto "u ferraiolu"), il quale inizialmente si era messo al comando di una piccola banda per regolare dei tornaconti personali e in un secondo momento si affiliò al clan Cariolo. Il clan Costa ed il clan Cariolo erano parecchio organizzati e disponevano di armi di vario tipo, giubbotti antiproiettile e radio ricetrasmittenti. Tra i vari omicidi, uno dei più rilevanti fu quello di Melchiorre Zagarella, ferroviere molto vicino a Gaetano Costa, ritenuto un punto di contatto con la politica cittadina, e noto per avere una gamba di legno a causa di un incidente sul lavoro; secondo diversi pentiti tale gamba era dotata di un cassetto in cui custodiva la pistola e del denaro. I ferimenti non furono meno numerosi, vennero presi di mira anche i futuri boss Domenico Cavò e Sebastiano Ferrara. Il 25 maggio del 1981, la Gazzetta del Sud riporta un bollettino di 3 anni di guerra di mafia, 22 morti e 28 feriti.
La rivalità tra i due clan messinesi si interrompe con la "Pace di Volterra", chiamata così perché stipulata dal Costa e dal Cariolo nel carcere di Volterra, con la presenza di Sebastiano Valveri, Giuseppe Leo e Luigi Galli. Questi ultimi due sarebbero poi divenuti boss. La conseguenza principale della pace fu una sorta di mistura tra i due clan. Il Cariolo decise di ritirarsi nelle isole eolie, ma alcuni membri del suo clan si fecero strada tra la realtà criminale dei quartieri peloritani, tra cui: Sebastiano Ferrara, Salvatore Pimpo, Rosario Rizzo, Letterio Rizzo e Antonino Cambria.
In quel periodo, nel 1981, il futuro boss Luigi Sparacio venne nominato "uomo d'onore" alla presenza del messinese Domenico Di Blasi e di altri mafiosi calabresi (tra questi il boss Pepè Onorato), affiliandosi al clan di Gaetano Costa, dentro il carcere di Messina. Lo stesso Sparacio durante il processo Orsa Maggiore 1, rivelò di essere diventato, grazie all'intercessione di Francesco Romeo, uno degli uomini di fiducia di Nitto Santapaola, tanto da essere stato incaricato di uccidere Alfio Ferlito nel 1982, ma successivamente tale omicidio fu ordinato ad altri ed a Sparacio fu chiesto solo di procurare un fucile di precisione (secondo quanto da lui dichiarato nel corso della collaborazione con la giustizia). Sparacio andava spesso a Catania e alcuni mafiosi catanesi lo raggiungevano altrettanto spesso a Messina. Oltre a Santapaola aveva avuto rapporti anche con altri elementi di spicco della mafia catanese, come Aldo Ercolano, Eugenio Galea, Francesco Mangion, Nicola Maugeri, Calogero Campanella, Marcello D'Agata e altri esponenti mafiosi vicini al clan Nardo di Lentini, alcuni di questi conosciuti nel 1985 nel carcere di Piazza Lanza a Catania. Sparacio aiutava i boss catanesi a gestire gli appalti delle imprese di Catania che operavano a Messina tenendo lontane le estorsioni degli altri boss messinesi ed intermediando con essi, ed in cambio i catanesi dividevano con il suo clan i proventi.
Nel processo "Ndrangheta Stragista" anni dopo, Gaetano Costa ha rivelato di essere stato inserito nella Ndrangheta su volere di "vecchi personaggi messinesi" (da lui così definiti), e per mano dei Piromalli di Gioia Tauro, di aver stretto rapporti con i De Stefano di Reggio Calabria, e di essersi fatto strada tra le file ndranghetiste fino a divenire membro della "Santa", un gruppo ristretto di ventuno membri di altro profilo criminale appartenenti alla Ndrangheta. Ha anche espresso di essere stato a capo di una forza mafiosa della portata di 300 persone quando era boss di Messina affiliato alla Ndrangheta. Nello stesso processo ha affermato di aver fatto amicizia con Leoluca Bagarella mentre si trovavano entrambi nello stesso carcere a Pianosa e di essere stato incaricato, insieme allo stesso Bagarella, di assassinare Raffaele Cutolo, il capo della Nuova Camorra Organizzata. Le parole del Costa furono: «Conobbi Leoluca Bagarella nel carcere di Pianosa, e crebbe tra di noi questa forma di amicizia anche negativa. Si era instaurato un buon rapporto anche molto confidenziale, su argomenti molto delicati che competevano l’eliminazione di qualche nemico. Lui (Bagarella, ndr) mi aveva anche proposto, che nel caso arrivasse lì a Pianosa, un personaggio, Cutolo, si doveva eliminare. Per sua fortuna a Pianosa non ci arrivò. Lo avremmo dovuto eliminare materialmente io e lui (Bagarella, ndr), in pratica». Inoltre ha dichiarato che in passato Cosa nostra aveva avuto intenzione di aprire un casinò a Taormina e che per discutere di ciò, era stato fatto un summit mafioso tra messinesi, catanesi e palermitani. Dei messinesi presenti Costa menziona sè stesso e De Tullio (figura menzionata nei precedenti paragrafi). Costa aveva rapporti con gran parte delle 'ndrine calabresi più potenti, e, a detta sua, era stato informato della possibile creazione, mai realizzata, della cosiddetta "Cosa nuova", ovvero una nuova ipotetica organizzazione criminale composta da alcune famiglie di Cosa nostra (soprattutto corleonesi e palermitane) e da alcune ndrine, come la 'ndrina Piromalli, la 'ndrina De Stefano, la 'ndrina Pesce, la 'ndrina Mammoliti, la 'ndrina Morabito, la 'ndrina Raso, la 'ndrina Libri, la 'ndrina Mancuso e altre.
A proposito dei legami tra 'Ndragheta e Cosa Nostra e del ruolo della criminalità messinese: intorno all'82, secondo quanto rivelato dal pentito Gaetano Costa, il boss messinese Domenico Cavò (detto "u caiccu") si potrebbe essere incontrato a Roma con Pippo Calò (mente economica di Cosa Nostra nella capitale) con la mediazione Michelangelo Alfano, per discutere di estorsioni con riferimento allo stanziamento dei fondi per effettuare sondaggi geologici in vista di un'eventuale realizzazione del ponte sullo stretto di Messina. Sempre grazie ad Alfano, pare che Cavò sia riuscito a ottenere grosse partite di eroina da parte di Leonardo Greco, boss di Bagheria. Secondo il pentito Antonio Cariolo (ex affiliato di Luigi Sparacio), il Cavò vantava autorevoli amicizie in Cosa Nostra, non solo con i Greco di Bagheria, ma anche con Luigi Ilardo. Sempre secondo Cariolo, l'uccisione avvenuta nel 1983 di Domenico "Mommo" Badessa, noto personaggio del crimine messinese, fu eseguita per favorire Cavò, con il supporto e la complicità di Cosa Nostra soprattutto catanese. Secondo quanto confessato sempre da Gaetano Costa, nel corso del Processo Andreotti, quando Leoluca Bagarella in carcere gli chiese di indirizzare i voti verso la DC, fu proprio il Cavò che ricevette questo incarico da Costa stesso, che si trovava detenuto. Nel processo "Orsa Maggiore I", Costa ha riferito alla giustizia che dal 1980 in poi, il Cavò, insieme con Giuseppe Leo e Placido Cambria, intrattenevano rapporti anche con i Santapaola di Catania, non specificando tuttavia le circostanze.
Nel 1985 a Messina erano avvenuti fatti parecchio allarmanti, come l'attentato dinamitardo all'abitazione del giudice Francesco Providenti e la bomba esplosa alla redazione della Gazzetta del Sud, quotidiano più importante di Messina e della Calabria.
Nello stesso periodo nella fascia tirrenica della provincia agiva un altro clan, quello dei "Barcellonesi", capitanato da Carmelo Milone, Carmelo Coppolino, Francesco Rugolo e Girolamo Petretta. Si tratta di un'organizzazione che non era coinvolta nelle vicende del capoluogo. Sui monti Nebrodi invece l'egemonia criminale apparteneva alla famiglia di Mistretta, facente parte del mandamento di San Mauro Castelverde, in provincia di Palermo, e, da tale famiglia proveniva Pietro Rampulla (considerato ex militante di estrema destra all'Università di Messina, insieme al barcellonese Rosario Pio Cattafi), designato in seguito come colui che confezionò gli ordigni della strage di Capaci. Rampulla, secondo quanto rivelato dal pentito Nino Giuffrè, era in contatto coi servizi segreti deviati. Tale affermazione lascia sfogo a svariate teorie del complotto, che vedono dietro alla strage di Capaci non solo Cosa Nostra, ma anche altri centri di potere.
Graziella Campagna, era una giovane ragazza che iniziò a lavorare in una lavanderia a Villafranca Tirrena. Durante lo svolgimento del suo lavoro trovò un documento compromettente appartenente a un cliente, "Ingegner Cannata", che si rivelò essere Gerlando Alberti junior (nipote del boss palermitano Gerlando Alberti), il quale in quel periodo stava trascorrendo la sua latitanza tra Torre Faro (Messina), Villafranca, Porto Rosa e Falcone. Il 12 dicembre 1985, dopo aver finito di lavorare, Graziella scomparve mentre aspettava l'autobus. Due giorni dopo, il corpo della povera ragazza fu ritrovato a Forte Campone, vicino a Villafranca Tirrena. Il cognato della proprietaria della lavanderia dove si recò Gerlando Alberti Jr era Don Santo Sfameni, considerato il "patriarca" di Villafranca Tirrena, descritto come un elemento con legami stretti con Cosa Nostra palermitana e catanese, con figure di spicco del panorama mafioso del capoluogo messinese come Michelangelo Alfano e Luigi Sparacio, ma non solo, anche con magistrati e imprenditori. Sfameni, ufficialmente imprenditore edile, ha mantenuto un profilo discreto, ma il suo nome è legato anche a confische di beni (per un valore di 15 milioni), tra cui sette immobili a Messina. Coinvolto nell'inchiesta "Witness" insieme ad Alfano e Sparacio, fu accusato di essere un referente di Cosa nostra a Messina. Visse periodi di latitanza e, secondo varie fonti, intrattenne rapporti con esponenti di spicco anche della ‘ndrangheta, come Mommo Piromalli. Tra i pentiti di mafia che rivelarono informazioni riguardanti l'omicidio Campagna, c'è Carmelo Ferrara (fratello del boss del CEP di Messina, Sebastiano Ferrara), che essendo stato compagno di cella di Gerlando Alberti junior nel 1987, affermò di aver appreso da lui la versione reale dei fatti. Secondo quanto affermato dal pentito Rosario Rizzo, Alberti era amico di suo cugino Salvatore Pimpo, uomo ai vertici della criminalità messinese, il quale gli riferì che il responsabile del terribile atto fu proprio Alberti Jr. Ad oggi si da per assodato che la motivazione del delitto fosse stata quella di "tutelare" le latitanze di elementi di spicco di Cosa Nostra, che avvenivano proprio in tra le periferie e la provincia di Messina, sotto la copertura dei sodalizi locali. In un articolo del 2000 del giornale "Il Manifesto" si riporta la seguente dichiarazione del pentito boss Luigi Sparacio: "ho saputo da Alfano che vari personaggi, fra cui Sfameni e il dottor Lembo, appartenevano a una loggia massonica, coperta". Dichiarazione tuttavia non riconosciuta come completamente attendibile.
Successivamente alla guerra tra il clan Costa e il clan Cariolo, a causa dei numerosi fatti di sangue avvenuti, venne celebrato nel 1986 un processo penale giornalisticamente definito "Maxiprocesso di Messina". Tra gli imputati ci furono i membri del clan Costa, del clan Cariolo, del gruppo di Lorenzino Ingemi e del clan barcellonese di Carmelo Milone. Furono utili a tal proposito le dichiarazioni del pentito Giuseppe Insolito, che gettarono le basi per il blitz della notte di San Luigi (22 giugno 1985), nel quale centinaia di uomini delle forze dell'ordine irruppero in 190 abitazioni di Messina eseguendo 290 mandati di cattura: 106 boss e gregari vennero arrestati durante il blitz, 144 mandati di cattura vennero notificati in carcere e 40 destinatari di si diedero alla latitanza, tra di essi il boss catanese Benedetto Santapaola, che lo era già da alcuni anni. Retate di arresti furono fatte anche lontano da Messina, in particolare: Milano, Roma, Frosinone, Ancona e Pesaro, dove i clan messinesi avevano sviluppato legami con altri mafiosi siciliani trasferiti tra centro e nord Italia. I rapporti della mafia messinese andavano dalla Camorra alla 'Ndrangheta, fino ad arrivare a Cosa Nostra Palermitana e Catanese. Il maxiprocesso andò molto a rilento a causa della resistenza degli imputati e del caos da essi creato, ma non solo, durante il maxiprocesso, venne ucciso l'avvocato D'Uva, che si occupava della difesa di ben 13 imputati. Il mandante si pensò fosse stato Gaetano Costa, che durante un'udienza manifestò disapprovazione riguardo la sua strategia di difesa ritenuta troppo morbida lanciandogli una scarpa. Vennero portati a termine una serie di agguati in diverse zone della città contro alcuni imputati che erano stati rilasciati per decorrenza dei termini di custodia, insieme a spedizioni punitive contro i testimoni di giustizia e le loro famiglie. Le cosche cercarono di vendicarsi di Insolito, principale pentito e testimone al processo, tentando di uccidere entrambi i suoi genitori. Successivamente verranno uccisi quattro imputati, un altro si toglierà la vita, e altre due persone innocenti moriranno per essersi trovate al fianco delle vittime designate. Dei 245 imputati, 65 furono condannati, mentre 163 furono assolti perché ritenuti non colpevoli, e 17 furono scagionati per mancanza di prove. In totale, furono inflitti 394 anni di carcere, rispetto ai 1020 anni richiesti dall'accusa. Il boss Gaetano Costa ricevette una condanna a tredici anni di reclusione, Placido Cariolo e Carmelo Milone furono condannati a sei anni ciascuno, mentre Lorenzino Ingemi e Luigi Sparacio (che in futuro diventerà il maggior esponente mafioso di Messina e provincia) furono assolti. Il crimine di associazione a delinquere di tipo mafioso (art. 416-bis del codice penale) fu riconosciuto solo per ventisette imputati considerati membri del clan Costa, mentre le altre tre cosche non furono classificate come mafiose. Subito dopo la sentenza, il PM Providenti dichiarò alla stampa: “Questa sentenza non corrisponde alla realtà criminale della città. È allarmante, è molto allarmante che abbiano assolto quasi tutti dall'accusa di traffico di stupefacenti, proprio nel momento in cui Messina è invasa dalla droga". Mentre il giudice messinese Giuseppe Recupero rilasciò la seguente dichiarazione in un'intervista: Il maxi non era necessario e qui a Messina esiste sì un'organizzazione criminale, ma non è mafiosa. Il messinese non ha la stoffa, né il carattere, né la personalità del mafioso". In seguito (negli anni 90) proprio lo stesso Recupero fu arrestato con l'accusa di aver chiesto il favore al clan Rizzo di ferire un professore, promettendo in cambio un trattamento benevolo.
Nella seconda metà degli anni '80 è emerso come a Milano operasse un "Consorzio" delle principali organizzazioni criminali meridionali: Cosa nostra, 'Ndrangheta, Camorra, Sacra Corona Unita. La base di questo consorzio mafioso era il cosiddetto "autoparco di via Salomone" a Milano. Tra gli individui incriminati vi era il messinese Giuseppe Bellinghieri (nominato anche in seguito). Oltre a Bellinghieri, figurava come elemento di primissimo piano l'avvocato barcellonese Rosario Pio Cattafi, ritenuto collante tra estrema destra, massoneria deviata e Cosa nostra, ed al centro di sospetti sin da quando studiava all'Università degli Studi di Messina. Congiuntamente a Cattafi operava anche un certo avvocato Cucinotta di origine messinese, che secondo gli inquirenti portava informazioni dall'interno all'esterno delle mura carcerarie. Altri messinesi coinvolti sono Antonio Cariolo (amico del boss Luigi Sparacio) e i fratelli Eugenio e Dante Saccà (originari di Messina), operanti in nord-Italia già negli anni '70, con affari anche a Genova nel contrabbando e nelle estorsioni ed in Sardegna e Toscana nel settore immobiliare. In particolare Dante Saccà fu considerato tramite tra i corleonesi di Totò Riina e la Camorra di Michele Zaza e i suoi alleati, e fu sospettato di rapporti coi clan marsigliesi. Tra i messinesi coinvolti nel contesto criminale del Nord-Italia vi era anche Placido Barresi, considerato uno dei maggiori esponenti della 'Ndrangheta a Torino, cognato del boss di Gioiosa Jonica Domenico Belfiore, e finito insieme a quest'ultimo nel banco degli imputati per l'omicidio del magistrato Bruno Caccia. In seguito fu anche accusato di bagarinaggio di biglietti, in particolare di Juventus-Barcellona di Champions League 2015.
Verso la fine degli anni '80, a causa della grande pressione giudiziaria derivante dal maxiprocesso, il clan Costa e ciò che restava del clan Cariolo si frammentarono in diversi sottogruppi. Questi gruppi si divisero il controllo della città: Domenico Cavò assunse il ruolo di esponente di maggior rilievo su tutta la città, Sebastiano "Iano" Ferrara e il suo clan presero il controllo del villaggio CEP e dintorni, il clan Mancuso si stabilì a Bordonaro e Villaggio Aldisio, la cosca Sparacio (coadiuvato dal suo vecchio padrino Domenico Di Blasi) si insediò a Provinciale e dintorni, e il clan di Luigi Galli e quello di Mario Marchese si instaurarono nel rione Giostra. Secondo degli atti parlamentari, queste organizzazioni, unite a quelle della provincia, intrattenevano rapporti con alcuni sodalizi mafiosi delle zone di Vittoria e Caltanissetta. Nel 1988 venne ucciso Antonino Costa, fratello del boss Gaetano Costa, in via Palermo (secondo il pentito Antonio Cariolo, l'ordine di uccisione venne da Sparacio). Sempre nel 1988, venne eliminato l'erede di Costa, ritenunto il "collante" tra le cosche: Domenico Cavò. Cavò in particolar modo era considerato insieme a Domenico Di Blasi, Luigi Sparacio e Mario Marchese, ai vertici della nuova cupola mafiosa messinese, dunque la sua eliminazione destò scalpore, ma non sono facilmente identificabili i responsabili. Secondo quanto dichiarato dal collaboratore Antonio Cariolo (ex affiliato di Luigi Sparacio), dopo la morte di Cavò la città perse l'equilibrio precario che si era creato dopo il maxiprocesso, ed iniziò un conflitto misto e confuso con schieramenti che mutarono nel corso dei mesi. Inizialmente il clan Sparacio insieme a quello di Placido Cambria ebbero contrasti con il clan di Giuseppe Leo ed il clan di Mario Marchese. Un ulteriore omicidio avvenuto nel settembre di quell'anno fu proprio quello di Giuseppe Leo, per il quale le cosche messinesi incolparono Giorgio Mancuso, probabile mandante, e tra l'altro, ex braccio destro di Leo nel quartiere Gravitelli. Ciò portò il resto della cupola mafiosa messinese a progettare l'eliminazione del clan Mancuso, identificato dalle altre cosche come colpevole. Iniziò una serie di scontri che videro i clan della città l'uno contro l'altro. Il boss Salvatore Pimpo viene ucciso nel maggio del '90 a Giostra. Secondo alcune fonti giornalistiche dell'epoca l'ordine sarebbe partito da Mario Marchese e Luigi Galli, rispettivamente capi di due fazioni nel medesimo quartiere. Pimpo era cugino dei fratelli Rosario e Letterio Rizzo, anch'essi a capo di un loro gruppo. Nel gennaio del '91 viene ucciso un altro dei volti noti: Placido Cambria, per volere di Rosario Rizzo (reo confesso). Nel febbraio 1991 viene assassinato Letterio Rizzo, e tale evento portò il fratello Rosario ed i suoi uomini ad allearsi con Giorgio Mancuso, contro il resto dei clan messinesi. Pare che tra i Rizzo e Di Blasi non corresse buon sangue sin dai tempi della passata "guerra di mafia" del '78 tra i due vecchi clan estinti: clan Costa, al quale era affiliato Di Blasi, e clan Cariolo a cui erano affiliati i Rizzo. Rosario Rizzo si guadagnò l'appellativo di "invulnerabile" per essere scampato a 5 agguati. Nel maggio del 1991 venne ucciso Domenico Di Blasi, si presume, sempre ad opera del clan Mancuso e del gruppo dei Rizzo. Seguì un'ulteriore escalation formata da una lunga serie di sanguinosi delitti e di rappresaglie: anche l'utilizzo di armi semiautomatiche e giubbotti antiproiettile. A seguito delle esecuzioni avvenute nell'estate del 1992 di Giuseppe Vento e Vittorio Cunsolo, ultimi membri non detenuti dei gruppi Mancuso e Rizzo, si conclude la "guerra" nata dall'omicidio di Giuseppe Leo e da quello del Di Blasi. Proprio Vittorio Cunsolo era considerato elemento di spicco del clan di Giorgio Mancuso. Mancuso venne arrestato nel giugno del 1991. Il conflitto portò a 28 uccisioni e 29 tra ferimenti, gambizzazioni e tentati omicidi.
Tra il 92 ed il 93 secondo diverse fonti giornalistiche, si registrò un forte contrasto probabilmente tra il clan di Sparacio e il clan di Marchese da un lato, ed il clan di Luigi Galli dall'altro. Un contrasto nato per la suddivisione dei proventi illeciti, che aveva avuto già dei precedenti nel 1989, e che portò nel 92 all'omicidio Stracuzzi ed al tentato omicidio Sparolo.
A cavallo tra gli anni '80 e '90 i Pellegrino, una comune famiglia originaria della frazione di Santa Margherita, estrema periferia sud di Messina, iniziò ad interessarsi al settore edilizio, ed in particolare crearono un'impresa di movimento terra. Per tale motivo entrarono in conflitto con un'altra famiglia locale, ovvero i Vitale, anch'essi dediti al medesimo settore. Dopo alcuni scontri, nel febbraio del 1990 durante un incontro che doveva essere chiarificatore Nicola Vitale uccide Giovanni Pellegrino. Da qui nasce una faida vera e propria che venne fermata dall'Operazione Faida. In seguito i Vitale cercarono alleati nel clan di Giorgio Mancuso, mentre i fratelli Pellegrino cercarono alleati in un primo momento nel clan di Luigi Sparacio ed in quello di Sebastiano Ferrara. In un secondo momento consolidarono i rapporti con il clan di Giacomo Spartà del quartiere Santa Lucia Sopra Contesse. Giuseppe Pellegrino inoltre negli anni in carcere pare abbia sviluppato una cooperazione con la famiglia D'Emanuele di Catania (parenti dei Santapaola). Continuarono in seguito ad interessarsi al settore del movimento terra raggiungendo un valore di patrimonio milionario. Alla fine della faida si sono registrati 6 omicidi (spesso di poveri innocenti estranei ai fatti).
Nei primi anni '90, il clan barcellonese di Carmelo Milone fu gravemente decimato durante la cruenta faida interna con il boss Giuseppe Chiofalo (noto come Pino) e i suoi alleati, affiliati alla 'ndrangheta e al clan catanese dei Cursoti. Molti dei capi della mafia barcellonese vennero uccisi dalla nuova fazione dei "chiofaliani", che si era resa indipendente. Milone stesso fu arrestato e sostituito da Giuseppe Gullotti, che era molto vicino a Nitto Santapaola e in seguito fu condannato all'ergastolo per l'omicidio del giornalista Beppe Alfano
Nei primi anni novanta, le operazioni "Peloritana 1", "Peloritana 2" e "Mare Nostrum", portate avanti dai magistrati Giovanni Lembo e Marcello Mondello della DDA di Messina, e incentrate su quanto dichiarato dai collaboratori di giustizia Mario Marchese (di Messina), Umberto Santacaterina (di Messina), Luigi Sparacio (di Messina), Giuseppe "Pino" Chiofalo (di Barcellona Pozzo di Gotto) e Orlando Galati Giordano (di Tortorici), portarono a centinaia di arresti che destabilizzarono la criminalità organizzata a Messina e nella provincia circostante. Quando uno dei magistrati del pool antimafia ha esaminato per la prima volta i verbali delle confessioni di Luigi Sparacio, giovane capo delle cosche messinesi ed ex affiliato sia del clan Cariolo che del clan Costa (in periodi diversi), è rimasto sbalordito. Le dichiarazioni contenevano dettagli sulle recenti trame mafiose e sugli attentati che hanno scosso l'Italia, e i nomi che vi figuravano erano altamente compromettenti. Il pentito menzionava ex ministri e sottosegretari, parlamentari, membri di logge massoniche, persone che lavorano in prefetture e caserme, banchieri, imprenditori, e magistrati, tutti con legami e interessi con Cosa nostra e altre organizzazioni mafiose. "Ho dovuto leggere quei nomi tre volte per credere che fosse tutto vero", ha confessato un magistrato. I nomi riguardavano Messina, Reggio, e includevano figure note a Roma e Milano, e persino in Svizzera. Per ciascuno di questi nomi, il pentito forniva dettagli sui ruoli e sui rapporti, offrendo prove concrete. Inoltre, si incrementava l'ipotesi che l'attentato in cui i due Carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo erano stati uccisi a colpi di kalashnikov sull'autostrada a Scilla, in Calabria, mirasse a eliminare i cinque magistrati messinesi che stavano trattando il pentimento del boss Sparacio, appena trentaduenne e rappresentante provinciale di Cosa nostra a Messina, delegato da Nitto Santapaola per i rapporti con le cosche della 'Ndrangheta. Sparacio era emerso come uno dei principali "luogotenenti" del crimine siciliano, avendo raggiunto la vetta dei clan peloritani dopo la sanguinosa guerra tra clan. In quegli anni, il suo potere era cresciuto enormemente, con interessi in ogni settore, legale o illegale. Quando la magistratura gli sequestrò beni per venti miliardi di lire, il giovane boss aveva commentato quasi con indifferenza: "Cosa volete che siano...". In effetti, sembrava che avesse investito denaro ovunque, anche in una fabbrica di batterie da cucina in provincia di Latina, pubblicizzate su canali televisivi privati. Sparacio viveva una vita tutt'altro che limitata anche dopo l'arresto: prendeva aperitivi in rinomati bar del centro cittadino, frequentava la sua amante, incontrava complici e amministrava il suo vasto impero di beni e attività illecite, sostenuto da un sistema corrotto che coinvolgeva anche funzionari giudiziari, nonostante le ripetute segnalazioni di poliziotti e Carabinieri. Questi favoritismi rivolti al boss probabilmente avevano lo scopo di evitare che venissero fatti i nomi di alcuni imprenditori. Lo stesso Sparacio dopo l'arresto fece i nomi di Michelangelo Alfano (probabile referente di Cosa nostra palermitana a Messina) e Santo Sfameni (imprenditore edile considerato "il patriarca" di Villafranca Tirrena) nonché di altri imprenditori della provincia di Messina coinvolti in interessi nazionali come Domenico Mollica e del suo socio Giuffrè, imprenditori delle zone di Brolo. La rete di lusso di Sparacio comprendeva beni come una Ferrari Berlinetta, una villa lussuosa sul litorale del quartiere Mortelle di Messina, un locale a Taormina, proprietà agricole e commerciali (di cui probabilmente una in Sud America), oltre le attività criminali. Il boss non solo beneficiava di tale situazione di favore dopo l'arresto, ma attraverso le sue deposizioni ha coperto dalle accuse una dozzina di suoi fedeli "associati" tra cui il fratello Rosario Sparacio e Gioacchino Nunnari, soggetti di assoluto rilievo nel panorama messinese. Solo nel 1998, venne finalmente smascherata la vera natura del "pentito", rivelando un sistema marcio e radicato di collusioni.
Dal processo "Orsa Maggiore 1" è emerso che Luigi Sparacio si occupava anche della protezione di alcune imprese attenzionate dai boss catanesi che operavano a Messina. Tra le situazioni di cui si interessò vi è un'estorsione da parte del boss messinese Sebastiano Ferrara, nei confronti di un'azienda catanese. Altra situazione degna di nota alla quale trovò una soluzione fu un'estorsione nei confronti di una ditta, di interesse dei clan catanesi, che si occupava di edilizia presso il Policlinico Universitario di Messina. La "rendita" per ogni attività controllata dai boss catanesi sul territorio messinese veniva in parte conferita allo stesso Sparacio ed al suo clan, in quanto sodalizio più influente della città di Messina. Secondo quanto riferito dal pentito Antonio Cariolo durante il processo Orsa Maggiore I, il canale privilegiato da Sparacio era quello dei Santapaola. Con le altre organizzazioni catanesi, come il clan dei Cursoti di Giuseppe Garozzo, venivano fatti piccoli affari riguardanti la droga, tramite anche il clan di Mario Marchese, ma non oltre, per non sfavorire i Santapaola. Secondo quanto deposto, capitava che altri clan catanesi volessero inserirsi nel traffico di armi con il clan Sparacio, ma ciò non avveniva per via del legame di Sparacio con i Santapaola, rivali degli altri clan. In particolare Cariolo fa riferimento ad un canale d'approvviggionamento di armi provenienti da Milano, e menziona: mitragliette Uzi, mitragliatori Kalashnikov, mitragliette Spectra, pistole Beretta ed altri tipi di pistole dell'est Europa. Per quanto riguarda l'ala palermitana di Cosa Nostra, Sparacio ha dichiarato di aver incontrato nel 1992 a Rometta, il corleonese Leoluca Bagarella ed un palermitano che rispondeva al cognome di Mangano (forse Antonino Mangano, boss reggente del mandamento di Brancaccio) per parlare di alcuni appalti importanti da gestire a Messina in quegli anni, ed inoltre Bagarella gli domandò se sapesse dove Benedetto Santapaola trascorreva la sua latitanza. Sempre secondo quanto da lui raccontato, nel 1992, a Rodia, si svolse un vertice tra Sparacio stesso, Michelangelo Alfano, Rosario Pio Cattafi, Filippo Battaglia e il deputato Marcello Dell’Utri (futuro senatore ed europarlamentare). Secondo Sparacio "Alfano con Dell’Utri dovevano fare investimenti su Milano” ha detto “Loro parlavano d’affari… erano in affari… Non leciti. Con tutto il rispetto non voglio parlare di nulla”. Si scoprì in seguito che Alfano aveva diversi amici imprenditori che operavano a Milano ed erano in società con la figlia di Vittorio Mangano. Il pentito Antonio Cariolo nel corso del processo Orsa Maggiore I parla di un ulteriore incontro nell'estate del '92 a Porto Rosa, chiesto dal barcellonese Giuseppe Gullotti a Sparacio. A tale incontro doveva partecipare anche Leoluca Bagarella, per parlare di affari di grossa portata. Cariolo chiarisce di non sapere se questo incontro avvenne o meno.
Negli anni '90 le procure di Messina, Catania e successivamente La Spezia aprirono delle inchieste per valutare il fenomeno del traffico internazionale di armi. In particolare il barcellonese Rosario Pio Cattafi e i suoi soci in affari come Filippo Battaglia (di cui il Cattafi pare fosse il testimone di nozze) erano accusati di rapporti con delle imprese produttrici di armi, con la massoneria deviata, con la magistratura e con i servizi segreti deviati italiani. Cattafi era un avvocato di Barcellona Pozzo di Gotto già coinvolto in indagini sull'eversione nera negli anni 70 quando studiava all'Università di Messina, e successivamente frequentante sospetto di elementi legati alla loggia P2 ed ai servizi segreti. Battaglia era un avvocato di Messina classe 1950, ed è stato inizialmente un impiegato presso il CAS. Lasciato l’impiego, Battaglia inizia l’attività di intermediatore commerciale nel settore dei materiali bellici, viaggiando tra il Perù e la Svizzera. Per i suoi affari si avvaleva di una collaboratrice di cognome Domenichelli. L'affarista messinese sembrava fosse anche in contatto con esponenti di rilievo delle classi militari dei paesi del medio-oriente, tra cui le inchieste citano anche il saudita Adnan Khasoggi. Si citarono ai tempi anche possibili conti svizzeri di società legate a tal soggetto con centinaia di milioni di dollari. Secondo le rivelazioni del pentito boss messinese Luigi Sparacio nel processo Orsa Maggiore 1, Battaglia era in grado di fornire anche armamenti pesanti, di cui (a suo dire) alcune arrivarono all'ambasciata colombiana a Roma nella quale il Battaglia pare fosse console onorario. Sempre Sparacio ha affermato di non esercitare estorsioni sulle attività imprenditoriali di Battaglia su intimazione del corleonese Leoluca Bagarella. Va precisato che nonostante le innumerevoli comparse nelle inchieste, Battaglia è stato assolto. Nel medesimo periodo (anni '90) Saro Cattafi e Nitto Santapaola pare fossero in contatto anche con un imprenditore originario di Santa Teresa di Riva (paese poco distante da Messina) ma vissuto a Messina, già indiziato per traffico d'armi, che gestiva una catena di alberghi ed un casinò a Saint Martin, nelle Antille, oltre ad essere azionista di numerose società, per un patrimonio totale di diverse centinaia di milioni di dollari. Lo stesso Santapaola comparirerbbe in una foto nelle Antille, a detta di alcuni proprio nello stabilimento dell'imprenditore messinese. Tutto ciò ha contribuito negli anni '90 a ritenere Messina una delle realtà più interessate da indagini su affari illeciti di grosso calibro.
Tra il 1993 e il 2004 si celebrò, nei suoi tre gradi di giudizio, presso le autorità giudiziarie di Palermo, Perugia e Roma, il processo contro Giulio Andreotti, al quale si ascoltarono anche le dichiarazioni del più rilevante boss messinese degli anni '70 e '80 ormai detenuto: Gaetano Costa. Nel processo Andreotti emerse che Leoluca Bagarella nel periodo in cui era detenuto a Pianosa rivelò a Costa dell'intervento compiuto dall'onorevole Lima e dal senatore Andreotti per ottenere il trasferimento di alcuni detenuti siciliani dal carcere di Pianosa a quello di Novara. Dopo uno o due mesi quindici detenuti siciliani erano stati trasferiti al carcere di Novara: tra di loro vi erano, oltre a Bagarella ed allo stesso Costa, Santo Mazzei, Rosario Condorelli, Antonio Anastasi, Giuseppe Alticozzi, Nino Marano, Adolfo Scuderi, Gaetano Quartararo e un individuo di nome Rosario. In epoca successiva al trasferimento, Bagarella aveva invitato Costa a comunicare all'esterno dell'ambiente carcerario che a Messina occorreva indirizzare il consenso elettorale verso la Democrazia Cristiana e, in particolare, verso la corrente andreottiana. Dopo questa richiesta da parte di Leoluca Bagarella, Costa si premurò a informare Domenico Cavò, uno dei reggenti del suo clan a Messina, ancora a piede libero. Il collaboratore aveva, altresì, dichiarato di avere conosciuto nel carcere di Livorno, intorno al 1989-90, Francesco Paolo Anzelmo, il quale gli aveva confidato di essere stato impegnato, insieme al proprio suocero, nella realizzazione di lavori di rilevantissima entità a Messina per la costruzione di un complesso edilizio denominato Casa nostra, nel quale avevano investito fondi Mariano Agate, Salvatore Riina, Leoluca Bagarella, Raffaele Ganci e Calogero Ganci. Costa aveva inoltre riportato informazioni su un ipotetico rapporto tra Andreotti ed il magistrato Carnevale: in Cosa nostra si vociferava che c'era questo legame tra Andreotti e Carnevale e che il primo "aveva in mano" l'alto magistrato; Andreotti era "molto amico e intimo con Carnevale"; alcuni "uomini d'onore" scarcerati per decorrenza termini nel 1991 avevano avuto assicurazioni da Riina che "il senatore Andreotti e il senatore Lima stavano provvedendo ad aggiustare il processo in Cassazione". Inoltre, Costa ha dichiarato nel corso del processo Carnevale, di collaborazioni tra organizzazioni criminali nella "manodopera" mafiosa, facendo l'esempio dei propri affiliati messinesi che a suo dire venivano da lui inviati in territorio calabrese o palermitano per commettere crimini su richiesta delle organizzazioni di quei territori, laddove esse avevano bisogno di mantenere l'anonimato, e viceversa avveniva nel territorio sotto il suo controllo.

Nel marzo del 1994 dopo due anni di latitanza il boss del Villaggio CEP Sebastiano "Iano" Ferrara viene arrestato a soli 32 anni. Ferrara era considerato l'uomo più influente della zona sud di Messina dal punto di vista criminale dopo Luigi Sparacio, ed era subentrato al boss Pimpo che per qualche anno aveva diretto il gruppo criminale del CEP. Egli aveva esordito criminalmente giovanissimo, alla fine degli anni 70, affiliandosi al clan Costa per poi passare al clan Cariolo a causa di dispute che riguardavano alcuni amici ed il fratello. Dopo il maxiprocesso dell'86 si formò un suo gruppo dedito principalmente alle estorsioni, in particolare si segnala un giro d'affari nel contesto della costruzione dello Stadio San Filippo. Ferrara è stato indiziato anche per rapporti con la politica, in particolare è stato accusato di aver procurato voti all'Onorevole Saverio D'Aquino, in cambio di un aggiustamento della pena. Durante la sua latitanza gli affari illeciti dell'organizzazione pare venissero gestiti dal suo vice Domenico Di Dio. Molti abitanti del Villaggio CEP lo consideravano un benefattore, poiché pare fosse solito aiutare le famiglie in difficoltà e impedire che i ragazzi del quartiere consumassero droghe, questa caratteristica gli valse l'appellativo di "boss buono" e lo rese celebre in tutta Italia. Nel momento del suo arresto molti abitanti del quartiere scandirono a gran voce il suo nome e inveirono contro i poliziotti. La protesta per il suo arresto continuò anche di fronte al tribunale, dove una folla di persone si sono riunite per rendere omaggio al boss. Dopo essersi "pentito" Ferrara è diventato un simbolo della lotta alla droga e alla malavita.
Il 15 gennaio 1998, il professor Matteo Bottari, primario endoscopista del Policlinico universitario, viene assassinato con un colpo di lupara nella sua auto, dando inizio al "caso Messina". Le indagini, condotte dalla Squadra mobile e dalla Criminalpol e coordinate dal PM Carmelo Marino, si concentrano subito sulla gestione degli appalti universitari. L'università infatti era il primo settore economico cittadino, vantando oltre 5300 dipendenti e decine di migliaia di studenti, ed era soprattutto, uno tra i più grossi enti appaltanti del meridione. Giorno 11 febbraio, la Commissione nazionale antimafia arriva a Messina e, in tre giorni di audizioni, delinea un quadro allarmante: la città risulta dominata da un intreccio di interessi politici, economici e mafiosi, con il cuore dell'attività collocato all'Università, che gestisce appalti per 250 miliardi di lire. I commissari accusano il Palazzo di Giustizia e il sottosegretario agli Interni Angelo Giorgianni, ex magistrato a capo del pool mani pulite messinese. Emerse che la Procura, guidata da Antonio Zumbo, parente acquisito del rettore dell'Università Diego Cuzzocrea, aveva avviato numerose inchieste in maniera sospetta. La relazione dell'antimafia porta alle prime conseguenze: il presidente del Consiglio Prodi costringe Giorgianni alle dimissioni, e due magistrati, Zumbo e Romano, sono costretti al trasferimento. Il rettore e il prorettore denunciano minacce di morte ricevute. Nonostante le critiche della Commissione antimafia, Diego Cuzzocrea si ricandida a rettore e viene eletto al primo turno. Tuttavia, poco dopo si autosospende in seguito alle accuse, insieme al fratello e al cognato, di aver simulato il furto della propria auto e le minacce ricevute. Quattro giorni dopo si dimette definitivamente. Proprio i Cuzzocrea erano al centro di un'inchiesta, con riguardo alla gestione dell'approvvigionamento dei farmaci del Policlinico Universitario di Messina, che risultava uno dei pochi ospedali italiani con una farmacia ospedaliera gestita da privati, configurando un sospetto di conflitto d'interessi. Nel frattempo proseguirono le indagini sull’omicidio del professor Bottari. Nel giugno 1998 i sospetti caddero su Giuseppe Longo, gastroenterologo collega della vittima. Fu “formalmente sospettato” di aver commissionato l’omicidio a causa di dissidi relativi alla ristrutturazione di un padiglione del Policlinico ma fu arrestato soltanto con l'accusa di essere contiguo alla 'ndrina Morabito di Africo. Il presidente dell'antimafia Ottaviano Del Turco si espresse nel seguente modo "si sta ricostruendo quel grumo di interessi che ha tenuto e che tiene la città sotto scacco". Mai accusato ufficialmente per il delitto Bottari ed assolto da ogni accusa di mafia nel processo «Panta Rei», Longo morì suicida nel 2013, attraverso un'iniezione di cloruro di potassio, all'età di 64 anni. Il mistero dell'omicidio Bottari non fu mai risolto ed il caso venne riaperto 28 anni dopo.
La faida tra i clan Vadalà e De Luca fu uno scontro mafioso avvenuto a Messina tra la fine del 1999 e l'inizio del 2000, nato ufficialmente da una questione sentimentale ma legato soprattutto alla lotta per il controllo del territorio e delle attività criminali, in particolare delle estorsioni. I due clan, non menzionati nelle precedenti cronache, si erano ritagliati una porzione degli affari criminali verso la fine degli anni '90. La scintilla fu la relazione tra la ex moglie del "capo" Nino De Luca, e il nuovo partner Pietro Vadalà, esponente del clan rivale e fratello del boss Ferdinando Vadalà. De Luca, alla fine del 1999, avrebbe incaricato due dei suoi uomini di eliminare Pietro Vadalà, ma i fratelli Vadalà reagirono ordinando l'uccisione dei due uomini. Uno dei due fu ucciso, mentre l'altro ferito. De Luca, temendo una possibile vendetta, fuggì lo stesso giorno dal Policlinico di Messina, dove era ricoverato. Lo scontro venne poi bloccato dall'intervento della DDA e della Squadra Mobile, che l'8 febbraio 2000 fermarono 19 persone. La vicenda diede origine all'operazione antimafia “Omero” e al successivo processo, nel quale furono riconosciute le organizzazioni mafiose riconducibili ai due gruppi criminali.
Negli anni 2000, in seguito agli sviluppi delle operazioni Peloritana 1 e 2, i clan si riorganizzarono nuovamente. Nacque un nuovo disegno tra i clan cittadini, in particolare una "triade mafiosa" tra i boss Puccio Gatto, influente nel quartiere Giostra dopo l'arresto di Galli, Giacomo Spartà influente a Santa Lucia Sopra Contesse ed in tutta periferia sud, e Carmelo Ventura nel quartiere Camaro e zone limitrofe (nel quale il suo controllo coesisteva con quello di Santi Ferrante). Tale alleanza rappresentava il principale equilibrio criminale di Messina. Al centro dell’organizzazione emerge la figura di Carmelo Ventura, definito dagli inquirenti un boss carismatico e autorevole, in grado di imporre nuovi assetti criminali senza esporsi direttamente. Ventura iniziò la sua ascesa negli anni ’80 vicino al clan di Giuseppe Leo, ma col tempo costruì un gruppo autonomo radicato nel quartiere Camaro San Paolo.

Con l'arresto dei principali esponenti del clan di Giostra, come i Galli e Puccio Gatto (considerato successore di Galli), le redini pare fossero state prese dai fratelli Minardi. Gli investigatori hanno supposto degli attriti tra Minardi ed i Vinci, famiglia che esercitava potere nel quartiere Annunziata. Il loro potere sembrava inoltre contrastato dalle ambizioni di Gaetano Barbera, un noto esponente del clan. Secondo quanto riferito dal procuratore capo Guido Lo Forte, Barbera era un killer molto abile. Il 18 febbraio 2005 nel quartiere annunziata, il 27enne Stefano Marchese, elemento molto vicino ai Minardi, venne crivellato da sei colpi di pistola. L'omicidio secondo gli inquirenti era stato "accordato" tra Barbera ed un altro "capo" emergente già noto dagli anni '90 tra le fila della criminalità messinese: Marcello D'Arrigo. Quest'ultimo, ordinò che la moto rubata che era stata usata per l'agguato contro Marchese, venisse posizionata di fronte la casa del boss detenuto di Giostra Puccio Gatto, come una sorta di "simbolismo mafioso". Secondo le testate giornalistiche il procuratore Lo Forte si espresse anche sulla pericolosità di D'Arrigo, definendolo un uomo di grande intelligenza e spessore criminale. Il 13 marzo avviene l'omicidio di Franesco La Boccetta, ritenuto membro del clan di Pietro Trischitta (considerato nuovo "reggente" della zona centro-sud di Messina). La scelta di eliminare La Boccetta pare sia maturata all’interno del carcere, per volontà di Marcello D’Arrigo, Salvatore Centorrino, Daniele Santovito, Angelo Bonasera e Giuseppe Pellegrino, tutti ritenuti "luogotenenti" della criminalità messinese. L’assassinio sarebbe stato deliberato per purgare La Boccetta, ritenuto colpevole di aver tradito il proprio clan spacciando droga per proprio conto e incolpando altri affiliati. Da quel momento in poi vengono eseguiti diversi omicidi e ferimenti da parte di entrambe le fazioni, le quali non sono mai state giornalisticamente chiare. Si trattava piuttosto di una sorta di "colpo di stato" interno all'ordine delle cosche. Nel 2008 si svolse l'operazione "Case Basse" che avrebbe individuato un "triumvirato" tra D'Arrigo, Barbera e Daniele Santovito, al comando di un nuovo gruppo. I boss avrebbero impartito ordini dal carcere, dirigendo estorsioni, spaccio e ordinando un'uccisione, che fortunatamente fu impedita dalle forze dell'ordine. La vittima di tale ordine di uccisione, doveva essere Antonio Spartà, fratello del boss di Santa Lucia Sopra Contesse Giacomo Spartà (a cui D'Arrigo un tempo era vicino), che D'Arrigo, Barbera e Santovito pare volessero spodestare probabilmente con la compiacenza del boss detenuto Pietro Trischitta. Al nuovo sodalizio fu contestata l'associazione mafiosa finalizzata all’estorsione, alla detenzione illegale di esplosivo, di armi comuni da sparo e da guerra (in particolare un kalashnicov, due fucili e numerose pistole) e spaccio di stupefacenti. Tale susseguirsi di omicidi e azioni ostili fu etichettato dal giornale La Repubblica come vera e propria guerra di mafia.
Nel maggio 2009 vennero sequestrati beni per il valore di circa 20 milioni di euro ai fratelli Trovato: Salvatore, Giovanni, Antonino, Alfredo e Franco. Secondo la ricostruzione dei fatti, i 5 fratelli avrebbero preso le redini del clan di Mangialupi a seguito del pentimento del boss Salvatore Surace. In particolare ai fratelli furono sequestrati 25 abitazioni, alcune delle quali in pieno centro storico, utilizzate per le attività di spaccio di droga e come basi operative per le rapine e le estorsioni. Nella rete di sequestri anche 5 terreni, 9 auto, 6 motocicli e i patrimoni aziendali di due società. Il tutto favorito dallo sfruttamento di soggetti prestanome. All'interno di due appartamenti nei pressi del centralissimo viale San Martino furono trovate ingenti quantità di droga e armi, e circa 1 milione di euro in contanti, forse proventi delle attività di spaccio. Il PM Giuseppe Verzera ha dichiarato di non aver visto nulla di simile in carriera e ha sospettato che in quei covi forse potevano essere stati ospitati latitanti di recente. Nello stesso anno nel rione Mangialupi furono sequestrate pistole e munizioni oltre a dosi significative di eroina, cocaina, anfetamine e hashish. Nel 2010 invece furono trovati 3 kalashnikov, 3 mitragliatrici calibro 9, un fucile semiautomatico e 15 pistole, in un casale a San Filippo, e un kalashnikov in un rudere a Mangialupi, in mezzo a detonatori e centinaia di munizioni. Nel 2011 fu eseguito un sequestro di beni per un valore 450 milioni, poi confermato in confisca nel 2013. I beni erano proprietà del gruppo imprenditoriale Bonaffini-Chiofalo. I Bonaffini in particolare, sono una famiglia "storica" tra quelle menzionate nei verbali riguardanti la criminalità messinese. Tra le accuse il reimpiego di proventi illeciti e rapporti con organizzazioni mafiose, tra cui il clan di Mangialupi ed il clan Spartà. Gli accertamenti evidenziarono investimenti diversificati nei settori della pesca, della ristorazione e dell’edilizia. La confisca riguarda un vasto patrimonio: 430 immobili tra Messina, Spadafora, Giardini Naxos, San Pier Niceto, Nizza di Sicilia e Castel Gandolfo (Roma), 9 società, 5 motopescherecci e 3 yacht di lusso, 26 mezzi agricoli pesanti, 13 auto e centinaia di conti bancari. Nel 2018 la Cassazione ha annullato con rinvio la confisca. Importante citare l'operazione "supermarket" avvenuta nel 2012, ha avuto come obiettivo quello di sgominare un giro di affari ed estorsioni in capo al clan di Mangialupi. Tali affari erano stati possibili attraverso la collaborazione con alcuni imprenditori che si occupavano di distribuzione alimentare. Furono sequestrati preventivamente beni per un valore complessivo di 500.000 euro. All'udienza finale del processo, l'imputato Giovanni Trovato disse al PM: “Dottore Verzera, mi sta dicendo qui il mio collega di cella che lei quando andava all’università andava in motoscafo”. Poiché il PM possedeva effettivamente un motoscafo che teneva nella spiaggia davanti casa negli anni di università, tale frase suonò come una grave minaccia. A conferma della potenza di tale gruppo mafioso, l'anno dopo, nel rione Mangialupi, sono stati scoperti diversi arsenali: una mitraglietta Uzi con la canna filettata per il montaggio del silenziatore, pistole semiautomatiche Beretta, pistole Revolver, un fucile semiautomatico Breda calibro 12, vari chilogrammi di polvere da sparo, migliaia di cartucce, diversi chilogrammi di esplosivo (tritolo ad uso militare) e persino una penna-pistola artigianale, completamente operativa. Nello stesso anno, nel villaggio Acqualadroni, situato nella zona nord, sono stati rinvenuti sotto mezzo metro di sabbia: 16 chili di eroina, 1,2 chili di cocaina, varie pistole, una mitraglietta "Walter" calibro 9 e migliaia di cartucce.
Nel luglio 2012 il boss calabrese Francesco Pelle venne ricoverato presso il centro Neurolesi di Messina, sotto il falso cognome "Scipione". La latitanza del boss a Messina durò circa un anno. Il medico Stefano Andrea Violi (originario di Melito di Porto Salvo ma laureato all'Università di Messina), fu accusato di aver coperto l'identità del boss. L'indagine condotta dai carabinieri tentò di risalire ai possibili fiancheggiatori del latitante appartenenti alla mafia locale, poiché risultava strano che Violi avesse attuato tutto da solo; tuttavia l'indagine non trovò altri complici e portò alla condanna del solo Violi. Francesco Pelle fu poi inserito nella lista dei 30 ricercati più pericolosi in Italia.
Natale Santapaola, fratello del boss Nitto Santapaola, si era stabilito a Messina con la famiglia, dando origine a una nuova generazione con radici nella città. I suoi figli, Pietro e Vincenzo, pur essendo noti alle autorità, erano ritenuti solo intermediari e nulla di più. Pare agissero attraverso la figura di Pietro Trischitta (ex affiliato di Luigi Sparacio) considerato uno dei "capi" della criminalità messinese di quel periodo, dividendo con lui i proventi ma senza introdursi in modo diretto nelle questioni mafiose. Anche quando il collaboratore di giustizia Santo La Causa li citò nel 2014, non furono considerati capi di una vera organizzazione mafiosa. Emerse in seguito anche un altro ramo della famiglia, poiché il messinese Francesco Romeo sposò Concetta Santapaola, sorella di Nitto Santapaola dando vita ad un nuovo ramo messinese della famiglia Santapaola. Romeo era stato già coinvolto nell’operazione antimafia Orsa Maggiore del 1992. Fu proprio Romeo in passato ad avvicinare il boss messinese Luigi Sparacio, a Benedetto Santapaola e Aldo Ercolano. Proprio attorno alla famiglia Romeo si sviluppò un nuovo modello: meno appariscente, più integrato nell’economia e meno incline alla violenza visibile. Su input dei Carabinieri di Messina, la Procura avviò un’indagine cruciale, intercettando i movimenti dei nipoti messinesi di Nitto Santapaola. All’inizio, le intercettazioni non rivelarono attività strettamente criminali, ma svelarono un’imponente rete di affari: aziende, negozi di scommesse, società di forniture per la sanità pubblica e investimenti immobiliari. Più che una classica cosca mafiosa, sembrava una holding economica gestita da figure con profonde connessioni nel mondo imprenditoriale, politico e massonico. Al centro di questa rete spiccava Vincenzo Romeo, descritto come un giovane sufficientemente colto e ben inserito negli ambienti economici e finanziari, ma capace di far valere il peso della sua famiglia anche con la violenza quando necessario. Romeo strinse rapporti con Biagio Grasso, imprenditore di Milazzo con affari nel nord Italia. Tra gli interessi dei Romeo figurava la Demoter, azienda attiva in grandi opere come l’autostrada Salerno-Reggio Calabria e gli appalti di Milano per Expo 2015. Sebbene non apparisse ufficialmente in alcun affare, il potere di Romeo era noto a tutti. Il denaro veniva accumulato in modo più sofisticato: attraverso il controllo delle attività economiche, la corruzione e le relazioni con imprenditori e politici. Tuttavia, la violenza non era scomparsa, e se necessario, veniva usata senza esitazione. Un esempio chiave fu un episodio di aggressione coinvolse un gruppo di estorsori calabresi che tentarono di imporre il pizzo ad un imprenditore protetto dai Romeo. Nel 2017, l'Operazione Beta portò alla luce l’intero sistema. Coordinata dalla Procura di Messina, l’indagine sfociò in una serie di arresti eccellenti tra mafiosi e colletti bianchi. Il giudice Salvatore Mastroeni, esperto di mafia, nella sua ordinanza, descrisse questa mafia come una "bolla invisibile" che governava in modo occulto. Secondo lui, l’inchiesta segnava un punto di svolta: il concorso esterno tra mafia e imprenditoria stava ormai sostituendo la mafia tradizionale, rendendo obsoleto il concetto stesso di criminalità organizzata basata sulla sola intimidazione. È emerso, inoltre, che il sodalizio mafioso aveva la capacità di influenzare anche l’espressione del voto in alcuni quartieri di Messina. In seguito all'indagine "beta 2" emerse che il gruppo criminale facente capo alla famiglia Romeo, aveva progettato la costruzione di un hub a Milazzo, per la ricezione e distribuzione di farmaci in Sicilia, ma tale progetto non venne realizzato in seguito agli arresti.
L'operazione "Holiday" fu un'operazione antidroga posta in essere nel 2015 dalla Guardia di Finanza di Messina con lo scopo di smantellare un gruppo di narcotrafficanti, nel quale figura anche il nome di Vincenzo Torrisi, uno dei nipoti del boss catanese di Cosa nostra Nitto Santapaola. Il nome dell'operazione deriva dal termine in codice (“vacanza”) adottato dal messinese Gangemi (alias “Ginger”), elemento di spicco del gruppo criminale, quando doveva recarsi in Sud America per organizzare le spedizioni di cocaina. Gangemi era coadiuvato dal collaboratore Giuseppe Bellinghieri (chiamato ironicamente "Pippo l'americano"), noto trafficante messinese operante nell'area milanese, già coinvolto in un'operazione antidroga nel 1998 assieme ad Angelo Epaminonda (esponente di spicco del distaccamento del clan catanese dei Cursoti nel Nord Italia). Bellinghieri pare intrattenesse rapporti con la 'ndrina Pelle e col clan Fasciani del quartiere Ostia di Roma, e si occupasse di smistare la droga nelle città di Milano, Bergamo, Lodi, Aosta nel nord Italia, e a Roma e Ostia nel centro Italia. Le mete dove si recava il Gangemi per organizzare spedizioni di cocaina erano: la Colombia, Santo Domingo e Panama. I due narcotrafficanti messinesi sono stati arrestati nell'aeroporto El Dorado di Bogotà in Colombia.
Circa dal 2015 in poi nelle zone del centro-sud di Messina si affermarono tre distinti gruppi criminali: il clan Lo Duca a Provinciale, il clan De Luca a Maregrosso (Giovanni De Luca risulta nipote di Nino De Luca, accusato dell'omicidio di Vittorio Cunsolo durante la guerra tra clan e successivamente considerato a capo di un proprio gruppo, protagonista della faida con i Vadalà fermata dall'operazione Omero) ed il clan Sparacio nella zona di Fondo Pugliatti. Il clan Sparacio faceva capo a Salvatore Sparacio (nipote del ben più famoso boss di fama nazionale Luigi Sparacio). I tre gruppi agivano in stretta collaborazione. A tale sodalizio si imputano principalmente i reati di usura, estorsione e gestione di gioco d'azzardo e scommesse clandestine. Il boss Giovanni Lo Duca risulta un profilo criminale di spicco non soltanto nel panorama messinese. Gli investigatori lo hanno visto incontrarsi con esponenti della 'Ndrangheta calabrese come Giovanni Morabito (il nipote del numero uno della 'Ndrangheta Giuseppe Morabito detto "u tiradrittu") di Africo e i Favasuli di San Luca. Nel 2017 invece viene intercettato a incaricare la sorella a spedire gli auguri di Natale ai boss detenuti Sandro Lo Piccolo di Palermo e Giuseppe De Stefano di Reggio Calabria.
L'operazione "Matassa" nata nel 2011 e conclusa nel 2016 è stata una vasta operazione antimafia che ha portato all’arresto di 35 persone (di cui condannate 22) legate a storici clan mafiosi attivi nei quartieri Camaro-San Paolo (Ventura e Ferrante) e Santa Lucia sopra Contesse (Spartà). Inoltre, sono state sequestrate preventivamente quattro società "strumentali" attraverso cui le organizzazioni criminali finanziavano le proprie attività illecite. Al centro del sistema criminale emerge la figura di Carmelo Ventura, considerato influente nel quartiere Camaro-San Paolo e punto di riferimento per diversi clan. Secondo gli inquirenti, persino boss detenuti al regime di 41-bis, come Santi Ferrante (alleato di Ventura e influente nel medesimo quartiere), continuavano ad esercitare la propria influenza dall’interno del carcere. Le indagini hanno documentato numerosi episodi di estorsione. Uno degli aspetti più delicati dell’indagine riguarda infatti il rapporto tra mafia e politica. Gli investigatori hanno ricostruito un sistema clientelare e di voto di scambio, attivo durante le elezioni regionali del 2012, le politiche del 2013 e le comunali di Messina dello stesso anno. Secondo l’accusa, esponenti mafiosi e intermediari avrebbero procurato voti a candidati politici in cambio di favori, denaro, assunzioni, appalti, aiuti burocratici e altre utilità.
Il 19 Luglio 2018 i carabinieri hanno arrestato 8 esponenti del clan Spartà, insediato nel villaggio di Santa Lucia sopra Contesse. L'indagine che ha portato a queste misure venne denominata "Polena" e iniziò nel 2014 basandosi sulle dichiarazioni del pentito Daniele Santovito, che hanno consentito di mettere in chiaro i principali business del clan. Secondo gli inquirenti a condurre le attività criminali del clan durante la detenzione del boss Spartà, pare fosse Raimondo Messina, designato tra i possibili responsabili dell'agguato al fratello ed al nipote dell'ex boss del CEP e collaboratore di giustizia Iano Ferrara. Nel corso dell'inchiesta sono emerse principalmente gestione del mercato della carne, usura e gioco d'azzardo. Nel 2019 emerse attraverso l'indagine "Matassa" che il clan pare estendesse il proprio raggio d'azione anche fuori dalla principale zona d'influenza, attraverso delle estorsioni ai danni di un'impresa catanese che svolgeva servizi di vario tipo per l'ateneo cittadino.
In questa sezione della pagina, trattandosi di episodi relativamente recenti, sarà evitato l'utilizzo di nomi specifici, poichè indagini e processi potrebbero essere ancora in pieno sviluppo
Nel 2020, l’indagine denominata "Cesare", condotta dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Messina, ha attenzionato le attività del "clan Galli", operante nel quartiere Giostra di Messina. Le prove raccolte hanno permesso di identificare ulteriori attività illecite quali l’organizzazione di corse clandestine di cavalli e il controllo delle relative scommesse. Giuseppe Irrera, genero dello storico boss Luigi Galli, è stato identificato come rappresentante di rilievo del clan, secondo le fonti giornalistiche. Il clan aveva anche legami con Cosa Nostra catanese, in particolare con il clan Santapaola, per organizzare gare tra "scuderie" messinesi e catanesi con una posta in palio. Tali competizioni si svolgevano probabilmente nel comune di Fiumefreddo. Nacque una controversia che vide l'Irrera rifiutarsi di pagare la posta perduta e pretendere la ripetizione della corsa a causa di gesti di disturbo da parte della compagine catanese durante la gara; richiesta che fu successivamente accettata dagli esponenti dei Santapaola a seguito di un incontro avvenuto a Catania, in una villa sorvegliata in cui l'Irrera era stato accomagnato dopo aver lasciato l'auto in città. Secondo un articolo di MessinaToday pare che il GIP Maria Militello si sia espressa a riguardo nel seguente modo: "Solo un'associazione - si legge nell'ordinanza - che ha raggiunto una certa fama di forza e capacità di intimidazione è in grado di rapportarsi con l'associazione mafiosa dei Santapaola, facendo valere le proprie pretese". Il clan è stato inoltre accusato di aver intestato fittiziamente società immobiliari e commerciali, successivamente sequestrate, per un valore complessivo di circa 2 milioni di euro.
Dagli anni 2000 in poi la realtà criminale del quartiere Giostra non è mai stata univoca, ma contraddistinta da più gruppi criminali, alcuni con un'autorità superiore sovraordinata, altri di rilevanza minore. Nel 2021 si è svolta un'operazione denominata "Market Place" per smontare una rete di spaccio di marijuana, cocaina, hashish e skunk in capo alle famiglie Arrigo e Bonanno, che risultavano anche in lotta tra loro come emerso da diversi ferimenti e tentati omicidi avvenuti ai danni dei rispettivi membri negli anni precedenti. Nel blitz sono stati impiegati 350 uomini delle forze dell'ordine. La famiglia Arrigo secondo le intercettazioni pare avesse a tal proposito cercato protezione da volti noti della criminalità messinese, come Nicola Galletta (ritenuto responsabile per l'omicidio del boss Letterio Rizzo del 1991, finito ai domiciliari grazie alla sua collaborazione) e Gaetano Barbera (uno dei protagonisti della faida dei primi anni 2000, anch'egli tornato a delinquere). Proprio a causa della faida le forze dell'ordine fecero una corsa contro il tempo nel condurre l'operazione per evitare ulteriori sviluppi critici. Le due famiglie ponevano la loro base di spaccio in plessi di case popolari muniti di videosorveglianza per notare con anticipo l'arrivo delle forze dell'ordine, e riuscivano a ricavare dall'attività fino a 17.000 euro in un solo giorno, secondo quanto riportato dal quotidiano "La Repubblica". Successivamente sono emerse dichiarazioni di "pentiti" dei Bonanno, che hanno indicato una rete di spaccio di cocaina in pieno centro, nei pressi del duomo, frequentata da professori universitari, avvocati ed altri profili della cosiddetta "Messina bene".
Nel 2022 venne condotta un'indagine poi sfociata nel processo "Montagna Fantasma" che aveva come oggetto lo smaltimento di alcuni rifiuti edili. Secondo l'accusa, per diversi anni alcuni costruttori della città si sarebbero affidati al clan dei Mancuso per smaltire illegalmente e a basso costo i loro rifiuti edilizi in un sito non autorizzato, nei pressi di Gravitelli, considerato il loro "territorio di riferimento" storico fin dalla seconda guerra di mafia degli anni ’90. Una narrazione che è stata ritenuta fondata dai giudici. Vennero contestati, a vario titolo, diversi illeciti: gestione abusiva di rifiuti, trasporto irregolare di materiali di scarto e inquinamento ambientale; ad alcuni imputati era inoltre contestata l'associazione a delinquere.
Nel 2024 è stata condotta una maxi operazione antidroga tra Sicilia e Calabria per la quale sono stati impiegati 800 uomini delle forze dell'ordine e predisposti 112 arresti. L'inchiesta ha rivelato la presenza e l'attività di più sodalizi criminali tra Messina e la provincia, impegnati nel traffico di stupefacenti. Questo gruppo aveva legami con reti calabresi, in particolare nella piana di Gioia Tauro, a Rosarno e a San Luca. Le indagini hanno identificato i canali di approvvigionamento della droga: la cocaina e il crack provienivano dalla Calabria, l'hashish dalle province di Napoli e Milano e dalla Spagna, mentre lo spice (un cannabinoide sintetico con effetti psicotropi molto pericolosi per la salute) arrivava dai Paesi Bassi. La droga arrivava ai clan messinesi che a loro volta la smistavano alle organizzazioni criminali Barcellonesi e Tortoriciane. Pare che in alcuni quartieri di Messina come Giostra, rione Aldisio e Santa Lucia sopra contesse, ci sarebbero stati una sorta di "fortini" allestiti in case di membri del gruppo, utilizzati per smistare la droga. Il gruppo di Messina avrebbe racimolato circa mezzo milione di euro al mese, ma il giro d'affari complessivo con coinvolgimento della 'Ndrangheta ammonta a diversi milioni.
Nel 2025 ebbe luogo l'operazione "Gerarchia" attraverso una retata di arresti che ha coinvolto 14 persone. Oggetto di sequestro sono stati oltre 3 chili di cocaina, 20 di marijuana e 2 di hashish, che si stima avrebbero fruttato circa un milione e mezzo di euro. La droga veniva trasportata dalla Calabria a Messina anche attraverso l'uso di motoscafi. L'organizzazione non era affatto sprovvista di armi: furono rinvenuti 3 fucili, 2 mitragliette e 3 pistole. Il gruppo pare rifornisse alcune piazze di spaccio di Catania dividendo il guadagno con i sodalizi catanesi. Ciò secondo quanto emerso dalle indagini portò a forti attriti con l'organizzazione catanese.
Nel gennaio 2026 si è svolta un'indagine il cui obiettivo è stato smantellare un'organizzazione criminale radicata nel quartiere CEP di Messina, dedita allo spaccio di stupefacenti. L'organizzazione criminale è risultato fosse in continuità con esponenti criminali che avevano influenzato il medesimo quartiere nei decenni precedenti, arrivando fino ad ex collaboratori di giustizia ed esponenti del non più esistente clan di Iano Ferrara. Le fonti giornalistiche sono concordi sull'uso di micro-telefoni introdotti illegalmente in carcere e mini-bunker per eventuali latitanze. La droga arrivava principalmente dalla Calabria e dalla Sicilia Orientale, ma anche da Roma e Napoli. È stato accertato che il gruppo criminale includeva anche minorenni incensurati e dunque insospettabili, inclusi proprio a tal proposito.. Oltre la droga, il gruppo è stato colto in possesso di otto pistole, due fucili, nonché la somma di 45 mila euro in contanti.

Nel 2023 la provincia di Messina svetta al primo posto per scommesse online in Italia con una media di circa 2900 euro all'anno scommessi dai cittadini tra i 18 e i 74 anni. In particolare il fenomeno si verifica maggiormente nei seguenti comuni: Patti (4.685,74 euro), Lipari (3.603,44), Sant'Agata di Militello (3.531,98), Messina (3.182,10), Taormina (2.308,49), Barcellona Pozzo di Gotto (2.308,49), Capo d'Orlando (2.190,38) e Milazzo (2.122,86). Dal momento che le cifre scommesse risultano razionalmente incompatibili coi dati riguardanti il reddito medio degli abitanti delle zone citate emerge con maggior evidenza che il gioco d'azzardo online rappresenti uno dei principali strumenti per il riciclaggio di denaro illecito.
Secondo i dati del 2024 del Sole 24Ore, Messina risulta essere la 7° città d'Italia per densità di associazioni a delinquere dedite alla produzione e al traffico di stupefacenti.
Nel 2024, nonostante la medio-alta densità di associazioni criminali, la città risulta essere una delle più sicure d'Italia secondo il Sole 24Ore.
Le cosche messinesi sono solite ricorrere ad infiltrazioni nell'alta società, nella politica, nell'imprenditoria e nelle istituzioni. Questa tendenza viene definita rito peloritano, e prende il nome dai monti Peloritani, che sovrastano la città di Messina. Nel corso di alcune indagini sono emerse piste che evidenziassero presunti rapporti con politici della Democrazia Cristiana messinese e non solo, con mafiosi. Dopo gli anni 2000 furono coinvolti (come nel resto della Sicilia) alcuni esponenti politici, locali e nazionali, appartenenti ad alcuni dei maggiori partiti. Di particolare rilevanza le segnalazioni avvenute a Messina, di infiltrazioni mafiose all'interno della massoneria. È stata spesso al centro di scandali anche l'Università di Messina, essendo stati segnalati dagli anni 70 ad oggi, contatti sospetti da parte di esponenti dell'ateneo e ombrosi superamenti di esami, per esponenti di famiglie mafiose siciliane e calabresi. Tra i casi più eclatanti anche scandali che hanno riguardato rappresentanti delle istituzioni, come nel caso del finto pentimento e del fiancheggiamento del boss messinese Luigi Sparacio. Tutto ciò ha contribuito a fornire alla città di Messina l'appellativo di "verminaio" ovvero covo di vermi.
Per quanto riguarda le simbologie utilizzate, specialmente quelle d'iniziazione, esse si rifanno in gran parte a quelle utilizzate dalla 'Ndrangheta, col classico rito della "punciuta" sull'immaginetta sacra, spesso svolto nelle carceri.
Nonostante le diverse "guerre di mafia" avvenute in città in passato, attualmente a Messina si registra una mafia non conflittuale, che evita grossi delitti e non attira l'attenzione.
Va segnalato come nel corso di circa 50 anni di fenomeno mafioso documentato, gli esponenti criminali messinesi, pur mutando le gerarchie e i gruppi, restano pressocchè gli stessi. Molti nomi noti della criminalità organizzata messinese degli anni 2000 e 2010, sia boss che gregari, risultano imputati al maxiprocesso dell'86 e al processo Peloritana 1 del 95, alcuni dei quali anche giovanissimi.
È tipico della mafia di Messina il cosiddetto "pentimento di massa" che talvolta si tramuta in un "finto pentimento", in quanto attraverso lunghe reti d'accordi è capitato che i pentiti collaborassero con la giustizia in misura maggiore rispetto ad altre città (per ottenere sconti di pena), ma allo stesso tempo si accordassero su chi proteggere e chi incriminare, fornendo versioni accuratamente "ritoccate" della realtà. Non è raro infatti che a Messina i collaboratori di giustizia tornino a delinquere una volta fuori dalle mura carcerarie, proprio in ragione di pentimenti finti e manovrati.
Tuttavia è emerso anche che parecchi "pentiti" temessero per la loro incolumità a causa di forti intimidazioni ai danni anche dei familiari.
Un'altra peculiarità della criminalità organizzata messinese è l'offerta di "asilo" per i latitanti, soprattutto della 'Ndrangheta, come avvenuto per Mommo Piromalli e Francesco Pelle, ma anche di Cosa Nostra, come nel caso di Francesco Paolo Bontate. Tuttavia è emerso in un verbale del 2009 come nel 1981 fosse capitato anche il contrario, ovvero che un latitante messinese fosse ospitato in Calabria (non vengono specificati nè il nome nè le circostanze). I rapporti tra la 'Ndrangheta e le cosche messinesi sono sempre stati intensi, tanto che spesso come dichiarato dal pentito Costa e da alcune testate giornalistiche, si scambiavano "favori" mafiosi anche attraverso delitti.
A differenza di altre realtà criminali, quella messinese vede una cospicua presenza di donne nelle organizzazioni criminali.
I legami tra la mafia della provincia di Messina (soprattutto tra la mafia Barcellonese e la mafia dei Nebrodi) e le cosche catanesi e palermitane risultano talmente solidi da avvenire collaborazioni nella gestione di latitanze di spicco come quelle di Benedetto Santapaola e Gerlando Alberti Junior proprio nella zona tirrenica della provincia. Alcune testate riportano presunte deposizioni del boss pentito Santo Gullo che riferisce di latitanze dei Lo Piccolo.
Secondo quanto emerso dalla relazione investigativa antimafia della DIA e da ulteriori fonti giornalistiche, la suddivisione criminale del territorio di Messina e provincia risulta la seguente:
| Cosca | Zone d'influenza |
|---|---|
Clan di Giostra (suddiviso in più micro-fazioni)
|
- Zona centro-nord di Messina
- Zona nord di Messina - Zona centro di Messina |
| Clan di Gravitelli | - Zona centro di Messina |
| Clan di Camaro | - Zona centro-sud di Messina |
| Clan Lo Duca | - Zona centro-sud di Messina |
| Clan De Luca | - Zona centro-sud di Messina |
| Gruppo Sparacio | - Zona centro-sud di Messina |
| Clan di Mangialupi | - Zona centro di Messina
- Zona centro-sud di Messina - Zona sud di Messina |
| Clan Vadalà-Campolo
(Non più documentato da inizio anni 2000 in poi) |
- Zona centro-sud di Messina |
| Clan Spartà | - Zona sud di Messina |
| Clan Pellegrino | - Periferia sud di Messina |
| FAMIGLIA ROMEO (imparentata coi Santapaola di Catania tramite il matrimonio tra Concetta Santapaola ed il mafioso messinese Franco Romeo) | |
| Cosca | Zone d'influenza |
|---|---|
| Clan dei Barcellonesi | Riviera tirrenica orientale Monti Peloritani |
| Clan di Tortorici | Monti Nebrodi Riviera tirrenica occidentale |
| Famiglia di Mistretta
(legato al mandamento di San Mauro Castelverde) |
Monti Nebrodi occidentali |
| Gruppo di Cesarò | Monti Nebrodi meridionali |
| Cosca | Zona d'influenza |
|---|---|
| Clan Oliveri (legato al clan Laudani di Catania) | Provincia:
- Riviera Jonica meridionale |
| Clan Di Mauro (legato al clan Santapaola/Ercolano di Catania) | Provincia:
- Riviera Jonica meridionale |
| Clan Cintorino (legato al clan Cappello di Catania) | Provincia:
- Valle dell'Alcantara |